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Alzi la mano chi c’ha capito qualcosa.
No, perché basta prendere un telegiornale qualsiasi per capire che è ormai una immensa, fantasmagorica, ingombrante torre di babele. Tutto e il contrario di tutto, sono al punto 1 dell’ordine del giorno.
La RASSEGNA STAMPA per quanto mi riguarda è da un po’ divenuta una RASSEGNA STANCA, nella quale le notizie non sono quelle che ci rifilano per indottrinarci e per confonderci tra numeri (tanti, troppi)  date (imprecise e disattese) e opportunità deluse (e svilenti).

Parlo con direttori di banca, con esercenti, con cittadini.
Parlo dal ruolo di giornalista e quello che mi raccontano sono situazioni sconcertanti, che mi lasciano intendere che non eravamo pronti sotto nessun punto di vista, e che c’è più di un motivo circa il perché in Germania le cose procedono senza intoppi mentre qui gli intoppi, sono al punto 2 dell’ordine del giorno. Banche che ancora non sanno nulla di preciso circa i famosi finanziamenti a tasso zero, commercianti lasciati allo sbaraglio, casse integrazioni difficili da gestire, cittadini in difficoltà che si vedono rifiutare il buono dal comune senza sapere perché son stati esclusi da quel diritto;  e molto altro ancora che non si dice perché in apparenza, per tenere buono il popolo ci sono tutte le ottime intenzioni del caso, salvo che per il fatto che quelle, non sfamano.

I presidenti di regione fanno ormai quel che vogliono; aprono, chiudono, si battono per non mandare in fumo i sacrifici dei cittadini, ma alle domande che vengono poste loro, non rispondono. Cautela, è la parola d’ordine. Sì, va bene, ma un piano di riapertura va fatto e pure in fretta sennò questo collasso ormai iniziato, finirà per portare ad  un perimento totale senza precedenti.

Procedono le raccolte fondi.
Tutti dobbiamo donare, per salvarci.
Ci bombardano di pubblicità progresso, numeri iban e regole da seguire. 

Intanto i virologi giocano a fare le starlet.
Da influencer dell’ultima ora a prime donne che si rimbeccano come se la salute dei cittadini fosse un divertente passatempo. Burioni che ormai sembra essere star indiscussa che se la sta giocando a tre sette con Giulio Tarro: il primo disse il 2 febbraio che in Italia il virus non sarebbe arrivato e il secondo che tra un mese, il virus ci abbandonerà. Tutto questo in un momento in cui l’OMS prende le distanze dalle dichiarazioni del Prof. Ricciardi e mentre si prova ancora una volta a tenere a bada e a smontare l’ipotesi – sostenuta ultimamente dal Prof. Montagnier (virologo e scienziato premio nobel per la medicina nel 2008 e colui che scoprì nel 1983 il virus dell’HIV) – circa la possibilità che il coronavirus attuale sia frutto di una manipolazione del virus in laboratorio durante lo studio di un vaccino per contro l’Aids, poi sfuggito al controllo e uscito accidentalmente da un laboratorio di Wuhan. Del resto sono anni che grandi magnati come Bill Gates sovvenzionano studi di ricerca contro le malattie così come sta facendo oggi finanziando la corsa alla cura da covid-19.

E mentre in Italia, si annaspa in un groviglio di burocrazia, mentre non si capisce ancora bene come arrivare alla fase 2, in cosa consisterà la fase 2, che fasce commerciali interesserà e come cambierà (se cambierà la quotidianità dei comuni cittadini) e  mentre i governatori di regione fanno a modo proprio a volte, anche sfiorando azioni che rasentano abusi di potere, la vicina Germania con poche ma efficaci idee tramutate in azione, sta uscendo alla grande dal problema pandemia. Senso civico (aziende e parchi sempre aperti ma tutti capaci di un regolare e consono distanziamento sociale)  piano pandemico ben organizzato (scorte di reagenti chimici, dispositivi di protezione, respiratori ecc).
E basta a parlare di sfiga dell’Italia, sfiga della Lombardia. La verità è che l’Italia non è mai stata pronta a nulla, ha navigato sempre a vista, si è barcamenata come meglio (?) ha potuto per aggredire un problema ma con la cosa più sempre: “State a casa, perché non vi sappiamo proteggere, non ne abbiamo i mezzi e non sappiamo cosa fare
Scarse terapie intensive, tagli costanti alla sanità pubblica, nessuna scorta di reagenti, poco personale sanitario (reclutamento in massa in corso d’opera), pochi fornitori sul territorio nazionale di materiale sanitario, deboli ed insufficienti presidi medici locali (medici di base spesso lasciati da soli), scarsissimo coordinamento Stato-Regioni (ognuno fa un po’ come cavolo gli pare).  Tutto condito da un accattivante “Andrà tutto bene!” No non andrà tutto bene perché a pochi giorni dal fatidico 3 di maggio, l’italia è ancora un paese che reagisce piano e male dopo essere stato preso alla sprovvista, mentre molte domande restano inevase e chissà se su alcune cose, avrà imparato davvero la lezione. Diciamolo senza mezzi termini: la cialtroneria in politica non è più possibile tollerarla. Senza competenze, senza capacità logiche e versatili non si va da nessuna parte.

E in tutto questo c’è un aspetto che provano a far passare in secondo piano come se dicendo: “Per il vostro bene stata a casa“, tutto il resto possa restare congelato, mentre tutti cedono allo sconforto e si arrendono a mani basse a questa vita che cambia, poco al giorno, sempre in peggio; da chi non può più mangiare, a chi è sull’orlo di una depressione mentre tutto intorno tace.
Ma l’attenzione invece dovrebbe sempre più essere rivolta verso due parole chiave: Regole e libertà. Perché se è vero che sarebbe assurdo uscire da una crisi senza alcune regole precise e dettate affinché nel rispetto di esse si possa avere la trasparenza di una condizione da riportare alla normalità, le ultime disposizioni, le app, i braccialetti per gli anziani, ci allontanano sempre più da quel diritto costituzionale ed insindacabile che la nostra costituzione, prevede per la tutela del singolo quanto per la collettività. Sottilmente, silenziosamente, in mezzo a sorrisi fintamente rassicuranti ogni giorno provano a toglierci il libero arbitrio, la libertà di agire all’interno delle regole (sia chiaro), fino a perdere il lusso della libertà che risiede nella scelta di decidere fino a che punto vogliamo rischiare, fino alla scelta (in extrema ratio) se vivere o morire. Ogni giorno sempre più anestetizzati dalla paura, e addomesticati dall’uso sproporzionato che si fa del virus oltre la sua naturale carica nociva. Una sottile dittatura senza dittatore e come tutte le dittature, anche quelle sottili, nascondono la presumibile tutela degli interessi del popolo. La nostra paura serve a chi ci governa, quella paura che tiene tutti a casa, tutti distanti, perché così è più facile gestire le inadempienze vecchie e nuove.

Le mappe del virus ci mostrano delle realtà che nessuno vuole vedere o forse che fa bene a chi governa che nessuno la veda. La macchia scura sulla Lombardia flagellata dal virus, quella che per prima riaprirà quasi tutto, perché senza il motore trainante delle fabbriche del nord il paese sarà sempre più in ginocchio (in Germania non hanno mai chiuso, ricordiamolo).
Si dice che la natura si sta riprendendo i suoi spazi, le acque sono limpide, gli animali appaiono in luoghi dove mai li si era visti prima. Corriamo a fare pasticci su pasticci.
Riapriamo le fabbriche!
Però restate a casa!
Il distanziamento sociale!
Un metro, anzi no due!
Che fai? Saluti l’amica per strada?
No, non si può!
Ma ero a distanza!
Non si può lo stesso!
Lo sai che puoi andare al mare che ti monteranno il plexiglass?
No, non lo voglio il mare bunker. Sai in Germania sono andati al fiume a Pasqua e si sono distanziati ragionevolmente da soli, senza fucili spianati.
Vedi? L’aria è più pulita?

Ok, ma chissà se ce la lascerete più respirare, quell’aria ripulita.

Ma ci voleva una pandemia per ripulire l’aria? Ma che assurdità è? Perché le industrie non hanno provveduto nel tempo a rendere meno inquinanti i macchinari? Perché non si è ricorso nel tempo alle energie rinnovabili, alla riduzione degli allevamenti intensivi? Ma non è questo il momento di parlarne. No, cioè sì. Sì parliamone oggi, tanto ieri non lo si è fatto. Serviva la pandemia per avere l’aria più salubre, mentre moriamo in un tempo asfittico, che ci avvelena piano, mentre proviamo a gridare “no, andrà tutto bene“, se non la si smetterà di pensare che si possa risolvere tutto con un semplice “state a casa“, perché ognuno di noi ha una responsabilità verso le regole, sì, ma anche verso una libertà che è l’unica cosa che abbiamo il diritto di traghettare nel domani.

Simona Stammelluti 

 

Voi siete proprio sicuri che il prossimo 3 di maggio, Anno del Signore 2020, usciremo come leoni all’apertura delle gabbie?
Siete proprio sicuri che ci faremo barba e capelli, trucco e parrucco per uscire di casa al “pronti, via”?
Io non ne sono così sicura.
Ma poi uscire per andare dove, precisamente?
Ma con o senza mascherina?
Cercheremo un bar per quel tanto agognato caffè o andremo a comperarci un libro?

Io penso che il 3 di maggio sarà un giorno nel quale ci chiederemo: “e adesso? Che faccio, dove vado?” Chi ha lavorato per tutto il tempo del lockdown probabilmente si fermerà al solito bar a fare colazione; chi è uscito solo per la spesa quel giorno non la farà affatto, e presumibilmente i supermercati saranno per la prima volta nelle ultime 9 settimane, assolutamente vuoti. Non sarà più una emergenza comperare il pane. O forse sì. Perché l’emergenza se anche fosse che finisce fuori, resterà dentro di noi, perché avremo bisogno ancora di tante cose a cui nessuno forse, farà caso, fino a quando quelle necessità non diventeranno ingombranti.

Non è facile neanche solo immaginarla una nuova normalità dopo mesi in cui siamo stati insonni, soli, preoccupati, inquieti; e poi ancora speranzosi, combattivi … perché vivi. Che per imparare a combattere ci vuole la guerra fuori dalla porta di casa, che mica ci addestrano alla guerra e non è mica vero che nasciamo guerrieri. Ma quando mai!

Resteremo fermi, a domandarci se siamo pronti a quell’apertura; perché non sapremo se e quanto potremo essere al sicuro fuori dalle nostre case, fuori dallo schema che ci hanno inculcato per mesi, fuori da quei gesti che come automi abbiamo compiuto smettendo sin da subito di domandarci “perché” e perpetrando la domanda: “fino a quando“?

Che anche dopo il 3 di maggio, al primo starnuto penseremo di avere il coronavirus, e saremo colmi di diffidenza, verso tutti, anche verso quelle persone con le quali in tempi di pace eravamo soliti lanciarci in “baci e abbracci”. Perché nel tanto tempo apparentemente libero di questa quarantena, durante la quale in ostaggio sono stati anche i nostri pensieri, non solo i nostri corpi, non abbiamo mai realmente pensato a quanti danni possano aver fatto giorni tutti uguali, con la paura a fare la sentinella, con la disperazione nel buio della notte e con l’unica domanda sempre lì, in prima fila: “tornerà la vita di prima?” E la risposta è affilata e scomoda: “no che non tornerà; nulla sarà più come prima“. E la certezza di questa risposta resta lì come una spina nel fianco, che farà male tutte le volte che di quel tempo andato, avremo nostalgia.

No, non usciremo come leoni all’apertura delle gabbie dopo il 3 maggio. Non ne avremo voglia o forse non ne avremo ancora. Eppure adesso ne abbiamo, altro che. E ci manca l’aria pensando che se facciamo 200 metri e 2 passi finiamo per incorrere in ammenda, o quando realizziamo che non potremo andare più lontano del supermercato sotto casa ancora per tanti giorni.

L’effetto psicologico di tutto questo lo vedremo proprio dopo il  3 di maggio, quando dovremo tornare a prendere decisioni spicciole che in questi giorni sono finite chissà dove. E se pensiamo a chi si trova nella condizione di non poter lavorare e di non sapere come fare, allora viene da domandarci quanto grande sarà la voragine nella quale si finirà nei giorni che verranno.

Pensiamo al futuro. Un futuro invecchiato di colpo, quello che ha scolorito piani, progetti, il “come saremo” che oggi sembra inadeguato a quel futuro fatto solo di domani e nulla più. Perché il futuro sembra così ingombrante nella sua incertezza, così ruvido che ad esso non riusciamo proprio ad appoggiarci.
Ma ci saranno i cosiddetti mestieri del “dopo”. Tra qualche tempo ad arricchirsi saranno le massaggiatrici, le estetiste, i parrucchieri. Ci sarà il boom degli avvocati divorzisti. Perché scopriremo di non entrare più nei panni di chi eravamo; saremo persone diverse. Saremo forse più grassi, più sciatti ma anche più consapevoli di cosa non vogliamo più. Che alcune convivenze forzate avranno reso la resistenza allenata e la forza resistente.

Sarà una seconda vita, ma non nuova di zecca; sarà – se ne saremo capaci – un riciclo di emozioni usate. Cambierà il nostro linguaggio sociale ed anche la percezione che avremo delle cose e se saremo bravi, faremo anche l’inventario delle cose perdute.

Non sono sicura che usciremo di casa di corsa il 4 di maggio.
Non sono sicura, per dirla tutta, neanche del fatto che avremo imparato alcune cose essenziali da questo periodo di stasi fisica ed emotiva. L’uomo è un animale che si adatta a tutto ma che difficilmente perde le sue abitudini, soprattutto quelle brutte. E se riusciremo a conservare un pizzico di empatia autentica, nei confronti del prossimo, allora forse riusciremo a mettere a fuoco quel che sarà. Avremo capito per davvero il senso dell’essenziale? Non lo so. Io penso che molti correranno a comperarsi le scarpe di marca, più che un libro o un disco. Spero che si riesca ad avere rispetto degli spazi degli altri, nel post coronavirus, anche di quelli emotivi, perché a volte non ci si accorge di come si possa essere ingombranti con il proprio egoismo. 

Torneranno di tanto in tanto le parole chiave di questo periodo dell’anno che finirà nei libri di storia, che vorremo dimenticare senza riuscirci: choc, paura, angoscia, speranza. Quella si dice essere sempre l’ultima a morire. E allora via con le speranze, da oggi, da subito. Provate a dire cosa sperate davvero.

Io vi dico la mia: 

Spero che questo periodo ci abbia insegnato a percepire i cambiamenti, prima che diventino eclatanti. Spero che si sia capaci di capire cosa cambia in noi e in chi è vicino a noi. Perché diciamolo … in questo periodo abbiamo scoperto cose delle persone con cui dividiamo un tetto che non avevamo mai forse notato prima e non dovrebbe servire una clausura, per scoprire che si piange, mentre il mondo va, e poi torna. Forse. 

 

Simona Stammelluti

Credits: La foto nell’articolo è di Martina Polito, si intitola “Due di quattro” vincitrice del Premio Vizzini 2019 su Donne e Sicilia

 

Sì, avete letto bene.
C’è chi si sente (in modo improprio) come i martiri di Abitene.
E’ pronta una vera e propria rivolta da parte di alcuni sedicenti cattolici che vogliono la messa a Pasqua e che sono pronti già ad organizzare messe segrete e se vogliamo, clandestine; sette, per intenderci. Perché non solo le messe sono vietate, come ogni altra forma di aggregazione, così come stabilito dal decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, ma c’è una completa disobbedienza ai dettami della chiesa che i credenti dovrebbero rispettare.

Insistere in questa direzione diventa davvero molto molto pericoloso. Ci sono gruppi di persone che hanno la presunzione di considerarsi negativi al coronavirus o ancora peggio, immuni. E tutto questo è in atto con la compiacenza di preti, anch’essi convinti di essere “fuori” dalle grinfie del virus, ed invece sono “fuori” e basta. Fuori da ogni logica, fuori dalla cosiddetta “grazia di Dio”, fuori da ogni ragionevolezza.

E così, gruppetti di una ventina di persone, che avrebbero pensato proprio a tutto, anche ai luoghi, che non saranno certo le chiese ufficiali, mantenendo la giusta distanza (perché solo sono campioni mondiali di distanza di sicurezza) e che sono anche “superaccessoriati” come le spider di lusso, con mascherine e guanti.

Non è possibile. Saranno assembramenti a tutti gli effetti, anche se clandestini. Ci parteciperanno molte persone anziane e non potrebbe certo essere un evento supervisionato dalle forze dell’ordine che invece dovrebbero prestare attenzione massima nei prossimi giorni, perché qualcuno, proverà a farla franca.

Immaginate la scena.
Una chiesa (se chiesa fosse), con le panche che sicuramente non saranno state sanificate, e il prete? Il prete che dà l’eucarestia? Anche se non la poggiasse in bocca l’ostia, la poggerebbe in mano a circa una trentina di fedeli. Non si potrebbe mai gestire una messa in condizioni di sicurezza. Non si può fare, non si deve. Punto.

Come fanno queste persone ad essere cristiane, cattoliche, votate al Signore, se non hanno a cuore la salute di tutti? Tra l’altro non ascoltano neanche la loro guida spirituale che è il Papa che ha largamente detto ai fedeli che ascoltare la messa in Tv, in questo periodo di pandemia, vale quanto nei luoghi sacri e che la comunione non è solo un fatto fisico, ma la gioia del cuore.

Ma quale cuore hanno le persone che stanno invece cercando di evadere dalla quarantena collettiva, di disobbedire al decreto ministeriale e alla legge di Dio che per parola del Papa invita tutti a restare a casa e a seguire la settimana santa attraverso i mezzi a disposizione?

Che la verità sta in quella dualità tra i nostalgici di Benedetto XVI, quelli che si definiscono “puri”e quelli che forse votano Salvini e reputano Papa Francesco una specie di anticristo per quel suo modo di essere etico, oltre che cattolico, che ha rispetto per il musulmano quanto per il cristiano, che ha aperto agli omosessuali, ai divorziati e che della Carità ne fa ogni giorno una forma di incoraggiamento.

Il Papa che ha investito i medici e gli infermieri che lavorano in prima linea nelle rianimazioni della possibilità di concedere l’ultima benedizione alle persone che muoiono sole negli ospedali lontano da tutti.

E se è vero che il cattolicesimo è una religione carnale, umana, a differenza di altre come il protestantesimo, o il buddismo, e prevede che “il verbo si è fatto carne” e l’incarnazione in un’ostia è un aspetto fondamentale per i cattolici. Ma per quelli veri. Perché chi segue Dio non vìola la legge del Pontefice e dello Stato, non mina la salute propria e degli altri per un rito che diventa solo la spettacolarizzazione di un bigottismo inutile e deleterio.

L’ho tenuto per ultimo, il commento sulla stupidità della richiesta di Salvini di tenere aperte le chiese a Pasqua con la sua “la scienza non basta, serve anche il buon Dio”. Come sempre finisce per spettacolarizzare tutto, anche la fede, ammesso che ne si abbia una, vera, che sia autentica. Ma permettetemi di avere un dubbio, perché quando non si guarda al benessere di tutti, allora si è molto, ma molto lontani da una qualsivoglia fede.
E a fidarsi, di questi tempi, i farei molta attenzione.

Buona domenica delle Palme a tutti

 

Simona Stammelluti 

Un uomo.
Un uomo tra gli uomini, ma con la responsabilità di un ruolo così delicato sulle spalle. 
Nel suo abito bianco, senza cappotto, a piedi, affaticato, solo e sotto la pioggia incede in una piazza (San Pietro) vuota come mai era stata, fin dove si spinge il ricordo.
Papa Francesco ieri ha raccolto in preghiera tutto il mondo, anche chi forse sta in quello spazio compreso tra il non credere e il perché non crede.
Un’ora in mondovisione, in cui ha raccontato a noi, quello che noi tutti stiamo attraversando in questo periodo. Tutti collegati, a mezzo Tv e social network per seguire una diretta al calar della sera, in quel momento dell’anno in cui la bella stagione pone il meriggio a custodia di un tempo mite che verrà, ma che ancora non si è deciso.
Il vescovo di Roma, con tutto il carisma di cui è dotato, parla così ad una piazza vuota, alla luce delle fiaccole, con le tv di tutto il mondo che riprendono il suo viso e le sue parole, e quel suo discorso rieccheggia nel vuoto di un luogo che è anche quello spazio che è dentro ognuno di noi, che spesso anche nel silenzio, sa di essersi smarrito.

Un discorso quello di Papa Francesco che non è solo un discorso religioso, da fare a chi la domenica si accalca in preghiera e colmo di fede in quella piazza per l’Angelus, ma un discorso che tocca tutti; perché quella che doveva essere semplicemente un’omelia, un commento al vangelo di Marco, si è trasformata in un discorso etico, morale, a tratti politico e di altissima levatura.

Un messaggio buono, un esempio di come si può essere caritatevoli verso gli altri senza gesti plateali, e anche solo con una manciata di parole.

Perché avete paura? 
Queste le parole tratte dal vangelo di Marco, che racconta di quando i discepoli scesa la sera, in mare nell’incertezza più assoluta, si sentono impauriti e smarriti, allarmati e disperati.
Ecco, sulla paura e su come tenga in ostaggio le nostre vite in questo tempo di pandemia, che si impernia quella omelia di ieri pomeriggio, di un Papa che si fa fratello di tutti, in un momento in cui ci sente avvolti dalla notte, senza il punto di riferimento quotidiano dato da una normalità che si è data sempre (forse troppo) per scontata; fatta di progetti, di abitudini e di priorità non sempre ben a fuoco; e adesso lo sappiamo. Siamo andati avanti sempre sentendoci forti, invincibili e capaci di tutto. Ed ora siamo stanchi, incapaci e realmente smarriti. Ma come il buon pastore, il Papa ci dice che “nessuno si salva da solo” e ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza, capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare.

Poi il papa riprende il filo del Vangelo e racconta che è l’atteggiamento di Gesù che sconvolge i discepoli. Lui dorme, è sereno, non ha paura. Lui ha fede nel Padre.
Papa Francesco parla a tutti, raccontandoci quando noi si sia vulnerabili, incapaci di gestire un tempo nuovo, nelle avversità.

Ma c’è un passaggio di quell’omelia così madida di sentimento, di pietà e di consolazione che lascia il mondo cattolico e laico sospeso in una commozione difficile da trattenere:

“Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”. 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?»
No, abbiamo perso tutto, forse anche quella.
Ma avere fede significa avere fiducia, essere capaci di “affidarsi” a Dio (per chi crede) e all’altro per chi riesce ancora a ricordare quanto bello possa essere che qualcuno ti tenga per mano quando scende la sera e la strada si fa impervia. Quella fiducia che è un bene imprescindibile nei rapporti umani e che adesso affidiamo a medici, forze dell’ordine, scienziati e politici, affinché insieme si possa traghettare il futuro in un posto sicuro, più confortevole e degno di speranza.

Tutti insieme, perché saremo anche tutti lontani, ma dovremo continuare ad interessarci all’altro, perché abbiamo bisogno dell’altro e perché ha ragione Papa Francesco, nessuno si salva da solo.

E così sia

Simona Stammelluti  

 

Non ce la faremo mai.
Non ce la faremo mai ad uscire da una situazione di crisi se già nelle piccole cose non siamo in grado di rispettare gli altri, gli spazi comuni e le semplici regole che sono complementari a quelle che ci vengono imposte per la sopravvivenza.

E’ che non siamo mai stati davvero “addomesticati”, educati, convinti a rispettare  le regole.

Quelli che fino a ieri guidavano senza cintura, con il cellulare in una mano e la sigaretta nell’altra, che passavano con il rosso, che non lasciavano la spazzatura negli appositi mastelli, sono gli stessi che ad oggi, nell’era del coronavirus, gettano dalle auto in corsa, mascherine e guanti dopo l’utilizzo, malgrado ci siano appositi contenitori fuori alle attività commerciali, sinonimo del fatto che nulla hanno capito circa la gravità del momento e del perché ci tocca proteggerci con mascherine e guanti monouso.

E sono irrispettosi tanto quanto quelli che ancora si accingono ad entrare al supermercato come se nulla stesse accadendo, senza guanti e senza mascherina.

E così accade che lungo le strade, diretti alle loro case, pensando di non essere visti, abbassano con disinvoltura i finestrini e voilà, via guanti e mascherine che non servono più. Il bello è che questi incivili, maleducati, inetti, lo fanno spesso pensando di non essere visti. E qui casca l’asino: perché non sempre può andare bene.

Scrivo questo articolo perché dopo il mio post pubblico su Facebook di ieri sera, nel quale dicevo a chiare lettere ai miei concittadini che fanno schifo, con questa loro modalità completamente priva di rispetto è dei luoghi, è degli altri, ho ricevuto una marea di messaggi di persone che si erano trovate come me a dover dribblare i resti della maleducazione altrui e, indignati, mi hanno anche inviato le foto di tale scostumatezza.

Disseminate ovunque, mascherine e guanti usati. 

La domanda è: perché lo fanno?
E se tu sei uno di quelli che lo fa e stai leggendo, la domanda è proprio per te: Perché diamine lo fai? Fuori dai negozi ci sono appositi contenitori; in tutti i comuni per strada ci sono cestini per la racconta e non in ultimo, la spazzatura la vengono a prendere sotto casa. Ma tu no, tu sei il padrone di tutto, l’invincibile, colui che tutto può. Beh ho una notizia per te: NON PUOI, e se sei così ignobile da non avere rispetto per i luoghi, che sono di tutti e non tuoi, e se non hai rispetto per gli altri e per la salute degli altri allora non solo sei malvagio ma sei anche ignorante e non hai capito nulla del perché ci viene chiesto di proteggerci con guanti e mascherine.

Perché quello che butti via per strada, dal tuo stramaledetto finestrino, finisce per inquinare ed infettare i luoghi e non finisce tutto lì, con quel gesto.

E così, noi che per necessità dobbiamo camminare a piedi e portare i nostri amici a 4 zampe a fare la pipì, non solo siamo costretti a scansare i vostri rifiuti, ma siamo costretti a disinfettare ancor più accuratamente i nostri animali, prima di farli rientrare in casa.

E allora l’appello va ai sindaci di tutti i comuni italiani: proviamo a controllare quel che accade sulle strade non solo per quanto riguarda il rispetto dei fatidici 200 metri da casa per la passeggiata con il cane. Perché se è vero che io incorro in una sanzione amministrativa se faccio qualche metro in più lungo una strada fuori mano, da sola e lontano da tutti, allora che si multino anche coloro che – alla luce di quanto appena esposto – continuano a riempire le strade con rifiuti speciali che inquinano e infettano i luoghi pubblici, e di conseguenza possono infettare gli altri.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno inviato le loro foto a testimonianza di quello che è un atto irrispettoso e che delude fortemente, perché se non riusciremo ad arginare questa forma di inciviltà radicata, non servirà arginare il virus, perché il virus dell’egoismo e della mancanza di empatia verso il prossimo merita di essere debellato e subito, altrimenti saremo per davvero senza speranza.

 

Simona Stammelluti 

 

Non è la prima volta che mi occupo del problema delle carceri italiane e di Bologna in particolare, afflitta da una situazione carceraria grave, a causa dell’aumento preoccupante delle presenze, con 850 persone, di cui la metà che espia colpe definitive, con il conseguente disagio sia dei detenuti che degli operatori penitenziari.

Oggi torno a scriverne perché sembra che non vi sia abbastanza attenzione, considerata la situazione emergenziale che sta interessando tutte le aree d’Italia e del mondo. Fin dall’inizio però, la Regione Emilia Romagna, ha costituito uno dei centri più colpiti, dove sono numerosi infatti i contagiati da Covid-19.
All’interno di una struttura penitenziaria, il problema si accentua poiché oltre alle cautele adottate per sfuggire al virus, bisogna calmare gli animi di chi non può confrontarsi direttamente con la realtà esterna. Ecco l’importanza della comunicazione, affinché i detenuti possano essere costantemente informati sull’evoluzione della situazione e dunque tranquillizzati sui metodi di protezione assunti e questo delicato compito, non può certo essere demandato ai poliziotti penitenziari che quotidianamente vengono tempestati di domande, dubbi e finanche minacce.
Non si faccia finta di niente; anche loro in questo momento così delicato hanno bisogno di essere tutelati nello svolgimento di un lavoro che non può essere fermato, neanche per un giorno, neanche in questo momento di pandemia mondiale. Hanno bisogno di lavorare in sicurezza, perché dietro ognuno di loro ci sono famiglie, che non possono e non devono pagare a causa di omissioni di garanzia. Diventa necessario un numero sufficiente di personale e misure di tutela, come quella di essere sottoposti tutti a tampone, per evitare di dover lavorare insieme agli eventuali asintomatici. Questo chiedono dal sindacato Sinappe che sottolinea come queste richieste esprimono non paura, ma un alto senso di responsabilità, considerato che la loro incolumità diventa fondamentale nella piccola ma complessa società dei penitenziari.

Ed eccoci alla rivolta, quella le cui conseguenze vengono pagate dai poliziotti che ancora oggi, lavorano tra le esalazioni di materiale plastico bruciato.

La rivolta di questi giorni, che ha avuto come causa ultima scatenante la paura del contagio da COVI 19, e che ha coinvolto anche l’istituto penitenziario di Bologna, ha evidenziato che l’allarme non era ingiustificato.

L’interruzione dei rapporti dei detenuti con i familiari , la compressione del diritto di difesa, inevitabile in una situazione di emergenza sanitaria, sono solo alcune conseguenze di ciò che è accaduto. Mai va giustificata la violenza, ma fanno sapere dalla Camera Penale di Bologna che le condotte più gravi riguardano coloro che, come alcuni tossicodipendenti, sono escluse dal circuito trattamentale. Nel carcere di Bologna i reparti con detenuti che hanno aderito a programmi di socializzazione non hanno partecipato alla rivolta, compreso il reparto femminile, e ciò significa che la finalità rieducativa della pena, se praticata, dà risultati, anche in termini di sicurezza sociale, ma questo sembra non interessare.

Manca l’intervento politico sull’accaduto se non per quell’emergenza sanitaria che inevitabilmente pose in essere questioni delicate.
Necessario, in tempo reale diventa dunque l’informazione all’interno di ciò che fuori sta accadendo, oltre al fornire da subito i presidi sanitari a tutte le persone presenti (dalle mascherine ai prodotti igienizzanti), detenuti, sanitari, agenti, educatori, nessuno escluso e con uguale riconoscimento di salvaguardia.
Il sovraffollamento carcerario è il contesto in cui la paura di non sapere, di ammalarsi, di non comunicare con i familiari, di perdere i contatti con il volontariato e quel poco di lavoro che esiste, la paura soprattutto di morire in una cella sovraffollata ha scatenato l’inferno.
Ci si domanda legittimamente quali strumenti sono in essere oggi per prevenire la malattia e se esiste un piano operativo in caso di presenza di persone contagiate. Forse sarebbe il caso di attrezzare luoghi ad hoc per eventuali necessità, anche di ospedalizzazione, dato che le carceri, e anche Bologna, non avevano prima e non hanno adesso luoghi per separare i detenuti.
Esclusi quelli che hanno partecipato alla rivolta, la proposta è quella di incrementare per i detenuti i contatti con i familiari e difensori via Skype, ma c’è bisogno urgente che   l’amministrazione penitenziaria, da una parte, e la sanità pubblica  dall’altra dicano con chiarezza come intendono affrontare l’emergenza nei luoghi di reclusione.

Non dimentichiamo che la costituzione Italiana all’articolo 27 comma 3 recita che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e intorno a questo diritto, si agisca e subito.

 

Simona Stammelluti