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Ieri 4 agosto 2018, si è chiuso in bellezza il Beat Onto Jazz Festival nella splendida cornice di Piazza Cattedrale in Bitonto, dopo 4 giorni di grande musica.  La manifestazione, giunta alla sua 18esima edizione – festeggiata ieri sera con una bella torta – è stata, anche quest’anno, la dimostrazione di come la cultura (anche musicale) per dare i suoi frutti deve nutrirsi di curiosità e perseveranza, di passione e di competenza e tutto questo, in questi 18 anni a Bitonto si è consumato, grazie all’Avvocato Emanuele Dimundo, direttore artistico della Kermesse, che ha fatto dono di sé e della sua passione alla comunità, all’ Associazione InJazz, agli sponsor che anno dopo anno hanno creduto al progetto, all’amministrazione comunale che ha sposato l’iniziativa e che ha sostenuto economicamente buona parte delle spese necessarie alla realizzazione del festival, permettendo così non solo la gratuità dell’evento, ma dimostrando di sostenere con forza la volontà e l’impegno di educare pian piano la popolazione al bello, al nuovo, riuscendo così a cambiare le sorti di un luogo, dell’attenzione che si da ad esso ed anche a valorizzare con un contesto culturale, quel che fino a pochi anni fa sembrava impresa difficile.

Le serate – mi sembra doveroso dirlo – hanno avuto il loro successo, oltre che per la caratura dei musicisti che sono intervenuti sera dopo sera al festival jazz, anche per la competenza e la padronanza con cui Alceste Ayroldi – critico musicale, docente ed esperto di jazz – ha condotto le serate, introducendo gli artisti, intervistandoli e accogliendo non solo i musicisti, ma tutti coloro che sono intervenuti alla pregevole manifestazione e vi assicuro che sera dopo sera, la piazza è sempre stata gremita.

A chiudere l’edizione 2018 del Beat Onto Jazz Fest ieri sera nel primo set, il sassofonista inglese Stan Sulzmann e il suo Italian Quartet che ha portato sul palco Massimo Colombo al pianoforte, Maurizio Quintavalle al basso, Enzo Zirilli alla batteria. La cosa che salta all’orecchio, in una performance come quella di ieri sera è che i musicisti, tutti bravi con una possente esperienza alle spalle, hanno dato dimostrazione non solo di agilità tecnica ma anche mentale; basti pensare alla difficoltà oggettiva che c’è nel dialogo pianoforte-sassofono, che però ieri sera tra Colombo e Sulzmann è stato accattivante. Le velocità nelle scale, è una caratteristica comune ai due musicisti, le evoluzioni al sax sovrapposte sapientemente ai virtuosismi pianistici. Il supporto della base ritmica è ben calibrato e il controtempo è ricco e pulsante.

Un concerto poco mainstream – inteso come convenzionale – e molto radicato nella tradizione jazzistica (il concerto è stato proprio per gli appassionati) che conserva l’originalità che appartiene a chi sa come smontare una convenzione, per reinterpretarla a proprio gusto.

Ottima la performance sullo standard di Gershwin “My man’s goes now“, una ballata che a me è venuta in mente nella versione di Bill Evans in trio con LaFaro e Motian o in quella cantata da Nina Simone. La versione dell’Italian Quartet, ha lasciato che fosse il sassofono ad essere protagonista, ma il tessuto imbastito è stato adeguato allo stile di Sulzmann, e le improvvisazioni sono state di gran fascino. Nella performance anche pezzi originali scritti dal maestro Colombo e sul finale un omaggio a  Ornette Coleman con il pezzo “Humpy Dumpy“, un vero e proprio racconto, e si sa, quando si racconta ognuno lo fa a modo proprio. E allora Stan Sulzmann e il suo quartetto lo fanno a modo loro, fingendo di cercare la nota giusta, in partenza di pezzo e poi prorompendo in bellezza ed espressività, nella libertà delle forme, con il tema affidato all’ispirazione del solista.

E se di solito ci si domanda, mentre si assiste a questo genere di connubio artistico come si siano formate alcune sinergie musicali, alcuni incontri, ieri sera è stato Enzo Zirilli a raccontare di aver conosciuto Mr. Sulzmann a Londra, città dove il batterista viva da anni, e di avergli poi proposto questo sodalizio già in piedi tra Zirilli, Colombo e Quintavalle con il progetto musicale “Powell to the People”. E non si fa fatica a capire che l’affiatamento tra i musicisti italiani è spiccato, ma il quartetto è senza dubbio arricchito dal grande talento inglese.

Erano da poco passate le 22,30 quando sul palco è salito il gruppo che tutti attendevano sin dal giorno di apertura, il gruppo più grande e longevo del genere fusion dal 1977 e che ha delle caratteristiche così spiccate che non si può non farsi travolgere. A chiudere il Beat Onto Jazz Fest, nel secondo set ieri sera, gli YellowJackets, per l’unica data in Puglia, già in tour lungo lo stivale per il piacere degli appassionati del genere.

Will Kennedy alla batteria, Dan Anderson al basso,  Russell Ferrante al pianoforte e Bob Mintser ai sassofoni. La formazione non è quella originale, alcuni elementi si sono avvicendati negli anni, ma sentendo Mintser ai sassofoni, nella formazione dal ’90 e il giovanissimo Anderson che quel basso l’ha fatto suonare con virtuosisimi sentiti poche altre volte in vita mia,  viene da dire “che gruppo!Una tavolozza di suoni e sfumature, pure gioia in musica, capaci di coniugare il jazz  ad altri generi come l’R&B, genere dal quale sono partiti, ad accenni di musica afro-americana, a nuance pop. Che poi con quel William Kennedy alla batteria c’è da riconoscere che se la base ritmica è in equilibrio e sa confezionare il tempo con tempra e verve l’atmosfera è assicurata. Rullante e cassa hanno risuonato in quella piazza con un “battito” travolgente. E va bene che questo gruppo stratosferico abbia fatto il buono e il cattivo tempo, per oltre un trentennio, considerato che la loro è musica strumentale ad altissimo livello.

Interplay, mood funky ma con spiccata impronta jazzistica, gli Jellowjackets sono diventati il paradigma di questo genere. Il sassofono (anche elettrico usato ieri sera da Mintser) non ha limiti sonori e il pianoforte di Russell Ferrante sa come correre nell’armonia senza tralasciare le sfumature del piano e del forte. E l’australiano Dan Anderson mi ha particolarmente colpito. Perché se la line-up consolidata di Ferrante-Kennedy-Mintser, viaggia come un treno, non fa nessuna fatica il giovane bassista a restituire in feedback un sound compatto e coerente, con virtuosismi, timbrica ed effetti che  ricordano la genialità di  Pastorius. Non è certo un concerto in cui puoi avere un passaggio da canticchiare, questo è certo, come è certo che non è un genere per tutti. Bisogna essere avvezzi al ricerca della sonorità oltre l’armonia, ma poi alla fine non serve…perché si è talmente travolti da una musica complessa che si può togliere lo sfizio di rimanere sempre giovane, attuale, accattivante.

Che dire, un plauso a chi questa manifestazione l’ha voluta, a chi l’ha realizzata, a chi c’ha creduto e a chi negli anni ha dato conferma di come mettendosi insieme, facendo gruppo e sfidando il luogo comune circa i concertoni a grandi cifre, si possono realizzare manifestazioni di grande caratura e di grande fascino.

Al prossimo anno

Enjoy

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

La consegna del prestigioso riconoscimento all’attore e regista cosentino, Lunedì 6 agosto a Rizziconi

COSENZA – Dopo il Premio Internazionale “Silvana Luppino” arriva anche il “Premio Elmo” per l’attore e regista cosentino Max Mazzotta.

La consegna dell’importante riconoscimento giunto alla settima edizione e istituito dall’Associazione culturale “Piazza Dalì”, è prevista per lunedì 6 agosto alle 20,30 nella suggestiva scalinata della Chiesa di San Teodoro Martire a Rizziconi.

Il Premio ispirato all’elmo di San Teodoro, patrono della stessa città e che ha come slogan “storie di ordinaria cultura”, dà spazio all’innovazione e alla ricerca con artisti affermati in arte sperimentale e contemporanea, impegnati concretamente a valorizzare il concetto di cultura nel Sud Italia e non solo.

Tra questi anche Max Mazzotta, già allievo di Strehler, fondatore della storica compagnia teatrale “Libero Teatro” e volto noto del cinema italiano.

Max Mazzotta è il primo attore a ricevere il Premio Speciale Elmo – spiega il presidente dell’Associazione “Piazza Dalì” Gianmarco Pulimeni –Nella rosa dei candidati c’erano diversi artisti ma la giuria, coordinata in qualità di presidente dal giornalista e autore tv per Mediaset Domenico Naso, ha scelto Max all’unanimità perché è uno di quegli attori che più rappresenta la Calabria. Tutti abbiamo visto i suoi film e ammirato il suo talento. Per noi averlo tra i premiati quest’anno significa coronare un sogno

“Mi fa molto piacere ricevere questo premio e ringrazio i giovani soci dell’associazione Piazza Dalì per quello che fanno. Resistere e insistere in una piccola e difficile realtà del Sud, organizzare cose che abbiano un valore sociale e culturale nel nostro territorio calabrese” – commenta infine Max Mazzotta che proprio di recente ha ricevuto un altro prestigioso riconoscimento.

Lo scorso 21 luglio infatti l’attore ha ritirato il “Silvana Luppino” che premia le eccellenze italiane anche nel campo dell’arte sul palco del Castello Aragonese di Crotone per la quarta edizione della manifestazione organizzata dall’associazione culturale SoDaLe di Cassano allo Jonio in memoria di Silvana Luppino, direttrice del Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide fino al 2014 e patrocinata tra gli altri dal Ministero dei Beni Culturali, la Regione Calabria e la Regione Campania.

 

 

 

 

Ancora due set, per la seconda entusiasmante serata del Beat Onto Jazz Festival (la prima serata qui) che si è aperto il 1 agosto e che andrà avanti fino a domani, 4 agosto, serata di chiusura nella quale si attendono con trepidazione, nel secondo set, gli Yellowjackets.

Nella serata di ieri  2 agosto,  due performance completamente diverse l’una dall’altra ma che hanno lasciato il segno, per motivi e caratteristiche differenti.

Nel primo set il quartetto jazz italo-francese Zeppetella-Laurent-Bex-Ariano che ha presentato il progetto nato un anno fa,  “Chansons!“, che declina in chiave jazzistica la canzone italiana ed anche quella francese, e così l’animo musicale all’italiana si fonde con passione a quello d’oltralpe. Un po’ come accade in America con i pezzi che nati per i Musical, nati per Bradway, sono poi finiti nelle mani dei jazzisti che se ne sono impossessati facendoli divenire standard. E seppur la canzone italiana, tanto quella francese può avere qualche limite, in questa trasposizione, il risultato del progetto è molto ben riuscito.

Fabio Zeppetella

Come dice lo stesso Zeppetella: “Alcune melodie non sono solo immortali, ma si prestano armonicamente ad essere riarrangiate anche in chiave jazz“. Ed è questo che è stato fatto, scegliendo dei brani che vanno da “E la chiamano estate” di Bruno Martino a  “Le bon dieu” di Jaques Brel, e poi ancora da De Gregori a Yves Montand.  Difficile dire se nel quartetto ci sia un leader considerato che i quattro componenti sono tutti dei talenti, ognuno con la propria precisa caratteristica stilistica e con il proprio background. Fabio Zeppetella alla chitarra e Amedeo Ariano alla batteria a rappresentare l’Italia, e per il jazz francese Emmanuel Bex all’organo Hammond e Geraldine Laurent al sax contralto.

La reinterpretazione dei brani è sofisticata, la linea melodica è affidata spesso al sax ma la cosa che colpisce della performance è che ogni strumento ha il suo spazio, nel quale far germogliare la parte solista e l’improvvisazione che però mai, abbandona la linea guida.

Bella la scelta dell’organo Hammond che già di per sé ha un suono che si presta a particolari atmosfere e che con la verve di Emmanuel Bex produce un significativo mood che permette un ottimo dialogo con i fiati e con la chitarra di Zeppetella che sa sempre come ricamare il pezzo, utilizzando il suo stile, la sua caratteristica ossia di produrre fraseggi dominanti, in un linguaggio sempre virtuoso ma a volte essenziale, e questa sua caratteristica lo pone a saper dialogare molto bene con i suoi compagni di viaggio.

Amedeo Ariano

Il sax di Geraldine Laurent rende il tutto molto ricco; non si risparmia la sassofonista che ricama note con un fiato infinito. E mi viene da sottolineare la bravura di Amedeo Ariano, capace di star dietro a quella pioggia di note del sax, alla potenza convulsa della Laurent, che predilige le curve del tempo, con un gioioso gusto melodico. E non è difficile rintracciare il suo stile bebop, denotato da schemi ritmici. La ritmica di Ariano è ricca, precisa ed inflessibile. E così accade che il sax introduce “Bocca di Rosa” di De Andrè, ma è quando entra l’hammond di Emmanuel Bex, che il tempo cambia e le note diventano velocissime.

Ho apprezzato di più la rivisitazione dei pezzi francesi; molto suggestivo “C’est si bon”, nel quale si legge la chiave jazz spiccata, sfacciata, ma credibile. Hammond in primo piano, poi Zeppetella che sa sempre come “cantarlo” il pezzo, le note restano sospese, ma quando diventa “ostinato” ti travolge e mentre ti godi quelle note così veloci, lui ti racconta di nuovo il tema.

Un bel progetto, senza troppi effetti speciali, ma con un bel disegno sonoro. Ottimo l’affiatamento e la capacità di intesa, che nel jazz è fondamentale.

 

 

 

 

 

 

Nel secondo set, qualcosa che in realtà si può solo provare a raccontare, perché solo se la performance la si vede dal vivo, si può comprendere il perché il cubano Pedrito Martinez è considerato il miglior percussionista al mondo.

Vincitore del premio Thelonius Monk, i giornalisti Jazz lo hanno premiato ogni anno dal 2014 ad oggi. Martinez ed il suo group – che sono stati ospiti anche ad Umbria Jazz nel 2016 – hanno letteralmente infuocato piazza cattedrale di Bitonto, ieri sera. La loro musica non è solo latina, ma è stata contaminata ed influenzata da molte suggestioni musicale, dal rock, dal pop e dal Jazz newyorkese con il risultato di saper regalare al pubblico un prodotto di grande virtuosismo. Sì perché la primo aggettivo che salta alla mente ascoltando Pedrito Martinez e i suoi compagni di viaggio è virtuoso. E prima ancora di poter analizzare la performance dal punto di vista musicale, vien da pensare alla quantità di energia e forza e resistenza profusa nel suonare le percussioni in quella maniera così talentuosa e travolgente.

Il gruppo ha una caratteristica fondamentale: sono tutti musicisti strepitosi ma sono anche dotati di una capacità vocale unica. Pedrito Martinez, voce solista e percussioni, Jhair Sala, percussioni e voce, Sebastian Natal basso e voce, e Jassac Delgrado Jr. tastiere e voce.

Ecco è quel “e voce” che impressiona. Perché lungo il percorso ritmico di conga, bongo, timpano, rullante e tanto altro ancora, che hanno note singole prodotte dall’accordatura precisa dello strumento, le voci dei 4 componenti del gruppo che cantano contemporaneamente, producendo le terze e le quinte anche diminuite, sono di una precisione straordinaria. Quindi suonano e cantano, come se si ascoltasse un disco, ed invece è tutto live.

La musica predominante proposta è quella latina, ma sono rimasta colpita dal tastierista che, contrariamente agli altri tre elementi del gruppo che suonano la base ritmica, ha prodotto delle variazioni jazzistiche degne di nota. Su e giù per quella tastiera senza perdere neanche una battuta, perfettamente in grado di produrre delle improvvisazioni velocissime incastonate in quel suono prodotto dai percussionisti che sanno davvero fare meraviglie.

Ritmi incandescenti, quel suono delle congas che ti sbatte nello stomaco e la meraviglia di vedere Pedrito Martinez che di suo ha anche una grande presenza scenica, essere instancabile mentre fa di quelle percussioni ciò che vuole, incantando tutti. La piazza ha poi accolto l’invito del gruppo a concludere la serata ballando…cosa che è avvenuta in maniera spontanea, perché quei grandi artisti – che fanno ballare tutta Manhattan – sarebbero capaci di travolgere chiunque, con il loro sound e la loro bravura, anche una seria appassionata di jazz come me.

Plauso all’associazione InJazz, al direttore artistico Emanuele Dimundo e ad Alceste Ayroldi che hanno saputo mettere insieme un programma variegato e colto, scegliendo dei progetti che meritano di essere raccontanti in una rassegna bella come il Beat Onto Jazz Fest che va avanti fino a domani, 4 agosto.

Enjoy

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Cambia location il Festival Segreti d’Autore – Festival dell’Ambiente delle Scienze e delle Arti – e il 4 agosto a Serramezzana, in Piazza XX Settembre, alle ore 21 ci sarà un incontro con la versatile attrice e cantante Lina Sastri. A seguire la consegna del Premio Segreti d’Autore, scultura realizzata da Mimmo Paladino

 

Prosegue la Kermesse nel Cilento, e domani 4 agosto, Segreti d’Autore – Festival dell’Ambiente, delle Scienze e delle Arti – la cui direzione artistica è affidata a Nadia Baldi – cambia nuovamente location, dai borghi storici di Valle e Rocca Cilento si sposta nell’affascinante comune di Serramezzana, il più piccolo del Cilento storico, con La Signora della Scena, un incontro con la versatile attrice e cantante Lina Sastri.

La straordinaria potenza espressiva della Sastri, la sua autorevole presenza scenica, unite alla capacità di immedesimazione brillano in ogni ruolo interpretato dal teatro, al cinema, alla televisione.

La sua passione travolgente, la forza dell’interpretazione, dagli esordi teatrali nel celeberrimo Masaniello di Armando Pugliese, ai fortunati incontri con  Eduardo De Filippo e Giuseppe Patroni Griffi, la magia della sua voce nella canzone napoletana e non, fino al debutto cinematografico ne Il prefetto di ferro di Pasquale Squitieri e le indimenticabili prove d’artista in Mi manda Picone di Nanni Loy, Segreti segreti di Giuseppe Bertolucci e L’inchiesta di Damiano Damiani, con le quali vince tre David di Donatello e un Nastro d’Argento, ci hanno donato una visione estremamente eclettica dell’interprete partenopea.

L’incontro si articola in un racconto teso ad indagare la natura del lavoro dell’attore, i sacrifici e gli sforzi ad esso connessi.

La serata si arricchisce di contributi video della lunga carriera dell’attrice e cantante.

Nel corso della serata a Lina Sastri verrà conferito il Premio Segreti d’Autore 2018, una scultura a cura di Mimmo Paladino.

 

Si ricorda che l’ingresso agli eventi è gratuito.

 

Per qualunque informazione

www.festivalsegretidautore.it

Al via ieri 1 agosto, nella splendida cornice di Piazza Cattedrale in Bitonto, la 18esima edizione del Beat Onto Jazz Fest, una kermesse di grande musica che nel corso degli anni ha visto avvicendarsi sul palco alcuni dei più grandi nomi del panorama jazz nazionale ed internazionale, da Danilo Rea a Diane Schuur, da Peter Erskine a Paolo Fresu, e poi ancora Roberto Gatto, Pietro Condorelli, Renato Sellani, Robertinho De Paula, Mike Stern e tanti altri nomi prestigiosi che hanno abbellito ed arricchito di cultura la terra di Puglia, grazie alla passione del direttore artistico Emanuele Dimundo, che ha investito tempo ed energie per realizzare anno dopo anno  una rassegna jazz degna di nota e assolutamente gratuita, per il pubblico, il che significa non solo appagare l’orecchio dell’appassionato, ma anche riuscire ad educare giovani e meno giovani all’ascolto della musica jazz, ad insegnare a conoscerla e ad apprezzarla, un po’ alla volta, allenando l’orecchio e il proprio gusto.

Alceste Ayroldi e Emanuele Dimundo

Accanto a lui, ad introdurre i concerti, nelle 4 serate di agosto, Alceste Ayroldi, critico musicale tra i più accreditati dalla stampa nazionale, docente, esperto di musica, promotore culturale di grande spessore, capace di raccontare gli artisti e di sottolineare le caratteristiche di spicco dei loro progetti, molti dei quali presentati durante la rassegna.

Ieri, una prima serata tutta al femminile, due concerti con al centro le voci di Daniela Spalletta, che si è esibita nel primo set con gli Urban Fabula e a seguire Carmen Souza, in trio.

Due progetti musicali così diversi tra loro, ma entrambi variopinti; Due voci ricche di colore e di sfumature, ma anche di tecnica e di attitudini.

Nel primo set la cantante, compositrice, arrangiatrice siciliana Daniela Spalletta, che con la voce sa fare meraviglie, con il suo stile contemporaneo che si veste di jazz conservando però una sua identità personale, senza mai cadere nel cliché; dotata di grande maturità espressiva, di capacità  improvvisativa, oltre che di una ottima estensione. Il suo linguaggio musicale ed espressivo non è mai scontato, neanche nella realizzazione di standard o di pezzi noti, e nelle sue performance, veste l’arte del canto, con la padronanza dell’aspetto armonico di chi sa fin dove ci si può spingere e come fare. Perché lei con la voce sa sempre dove andare, canta le note, le incastona ad una ad una, passando dall’acuto del falsetto che è sempre cristallino, alle note gravi, scure, difficili da esibire ma che, nel suo caso, non perdono mai di intonazione.

Insieme a Daniela Spalletta ieri sera sul palco del Beat Onto Jazz Fest, gli Urban Fabula, un trio di giovani musicisti con Peppe Tringali alla batteria, Alberto Fidone al contrabbasso e il siciliano Sebi Burgio al pianoforte, giovane pianista di grande talento mai improvvisato, versatile, già pianista di Gegè Telesforo, capace di realizzare un pianismo fluido ed espressivo.

Pezzi tratti dal suo lavoro discografico, D Birth, quelli che Daniela Spalletta ha presentato ieri sera, e dentro ci sono tutti i colori che la musica può concepire. “D Birth“, il primo pezzo che da il nome all’album, e poi ancora “Manipura“, e “Fuga“. Nei brani si sentono prorompenti le contaminazioni di stile e armonia di altri continenti, e la bravura della Spalletta sta proprio nel rendere quella contaminazione appagante e credibile.

Far Away” –  pezzo del quale Daniela dice di essersi innamorata dopo averlo sentito nella versione di Astud Gilberto e Chet Baker – lo ripropone senza fronzoli, con il contrabbasso di Fidone in primo piano. Lo racconta e lo interpreta, la Spalletta, con quella punta di nostalgia che la sua voce sa far trasmigrare da se al pubblico, regalando brividi.

Bello il pezzo in Siciliano “Zara” – che in siciliano significa zagara tipico fiore profumatissimo – che suonato in maniera molto suggestiva pianoforte e voce, racconta di un amore che viene confessato con un bacio.

E poi ancora “But not for me” di Gershwin, in una particolarissima versione in cui voce e piano dialogano, in botta e risposta, e nella performance traspare forte non solo la bravura dei componenti del gruppo, ma anche l’interplay e la conoscenza minuziosa che la Spalletta ha del mezzo vocale.

Un primo set ricchissimo di musica ben suonata, di talento e di jazz, nella accezione in cui lo stile diventa il mezzo, e chi lo usa sa come farne meraviglie.

Nel secondo set, l’atmosfera travolgente della cantante portoghese, di origine capoverdiana, Carmen Souza che reca nella voce le sfumature della musica africana, brasiliana, cubana e di New Orleans. Un tripudio di ritmo, controtempo, in quella voce calda e capace di cantare rotondo, pieno, corposo. Canta e poi suona la chitarra e il pianoforte, Carmen Souza, e dialoga musicalmente con i suoi compagni di viaggio, Theo Pas’cal, suo mentore e produttore, uno dei migliori bassisti portoghesi, che ieri sera ha suonato contrabbasso e basso elettrico e che l’ha inserita nel mondo del jazz, che l’ha accompagnata nel viaggio in cui i dialetti musicali sono stati riscoperti e utilizzati per creare le atmosfere che ieri sera abbiamo ascoltato. Sul palco nel secondo set, uno strepitoso Elia Kacomanolis, alla batteria e percussioni.

Carmen Souza, che fonde perfettamente, con eleganza e raffinatezza i ritmi tradizionali africani e capoverdiani con Jazz contemporaneo e afro-latino. Il tutto accompagnato da una grande presenza scenica, una capacità di coinvolgere il pubblico con il quale dialoga, al quale chiede la collaborazione emotiva, che arriva, puntuale, e travolgente.

Lei, che si è ispirata a Ella Fitzgerald, ha saputo passare da brani originali scritti con Pas’cal, tratti dal suo lavoro discografico  Creology – sintesi creola di tutto il soul del mondo – fino a pezzi noti, come “Mas Que Nada“, “Moonlight Serenate“, ovviamente vestiti con abiti nuovi, accattivanti.

I musicisti non solo hanno suonato con lei e per lei, ma sono anche stati eccellenti coristi, creando l’atmosfera giusta, segno della musica africana e sudamericana. La musica di Carmen è limpida, è aperta e dentro ci finisci perché non ne puoi fare a meno. Lei ti incanta, ti ipnotizza, con quella sua capacità di perseverare sulle note, sugli accenti e sui controtempi, che poi sono il dettaglio prorompente del suo modo di fare musica. Ci sono innumerevoli suggestioni musicali nella sua perfomance, il Sound, il Soul, il Sole nella sua musica, e in quel Sorriso disarmante.

Serata di grande caratura artistica, quella di apertura del Beat Onto Jazz Fest, e si va avanti fino al 4 di agosto. Visitate il programma qui

http://www.beatontojazz.com/index.php/il-jazz-festival/edizione-2018/programma

e venite a sentire questi musicisti dal vivo.

Enjoy

Simona Stammelluti

 

 Varchi la soglia dell’Arena di Verona e la sensazione è sempre la stessa: una sorta di euforia che si mischia alla consapevolezza che quel luogo è fantasmagorico, tutto è amplificato, tutto è impeccabile.
Ieri sera, in una delle cornici più suggestive dello stivale, Sting ha fatto meraviglie. Ma non era solo; i suoi compagni di viaggio gli hanno permesso di realizzare uno show stratosferico.
Lui, Sir Gordon Matthew Thomas Sumner, un pezzo della storia della musica mondiale, 40 anni di carriera, oltre 100 milioni di dischi venduto, 13 Grammy, impegnato nel sociale, uomo semplice e disarmante; lui, che ospita gli amici nella sua tenuta in Toscana ma che non spiccica una parola in italiano; lui cantautore, polistrumentista, lui pop, rock, fusion, jazz, new age; lui, che scopre e sceglie un allora giovanissimo Brandford Marsalis, sassofonista, per l’album del 1987  “Nothing like the Sun”; lui che firma un vero e proprio sodalizio con Dominic Miller straordinario chitarrista argentino che negli anni insieme a lui ha scritto capolavori come “The shape of my heart” e che durante il concerto di ieri sera ha regalato momenti di puro piacere.
Perché lui, Miller, suona benissimo ma non ha bisogno di strafare per dimostrare il suo talento, suona in maniera versatile, realizza sì evoluzioni con la chitarra, ma seppur con uno stile inconfondibile, preferisce la tecnica, la precisione, l’armonia. E sorpresa delle sorprese, sul palco ieri sera anche Rufus, suo figlio…chitarrista anch’egli, e alla batteria Josh Freese rockettaro, che é stato anche batterista di Lenny Kravitz.Un concerto quello di ieri sera, che Sting ha condiviso con Shaggy. Una strana coppia, si direbbe prima di ascoltarli, ed invece è un duo che seduce il pubblico, sia i semplici appassionati che gli addetti ai lavori. L’energia travolgente del reggae che scivola tra le pieghe blues di Sting, e così la voce suadente ed impeccabile di Sting, si fonde al fascino e alla versatilità dello stile giamaicano. E se Sting è impeccabile tanto nel cantato – non sbaglia una nota – quando nel suonare il basso, altrettanto lo è Shaggy che da mostra di grande carisma ma anche di talento canoro e lì, nell’Arena, l’audio non mente.

Il look dei due è singolare: t-shirt basic con disegnino del concerto e jeans nero per Sting, camicia bianca e jeans denim per Shaggy, che indossa una paglietta e porta un foulard con i colori della Giamaica attaccato ad un passante.

È un susseguirsi di momenti mitici. Il concerto di apre con “Englishman in New York” e l’Arena di Verona subito esplode.
La scaletta corre via veloce, a parlare con il pubblico è il giamaicano che regala tra l’altro un momento di grande intensità quando sottolinea durante la serata che siamo tutti diversi, “c’è un inglese, un giamaicano e tanti italiani, ma siamo un solo, unico popolo”. Una forza della natura Shaggy che canta e balla, e con lui due straordinari coristi di colore – Monique Musique e Gene Noble – che hanno trovato il giusto spazio durante il concerto, per far sentire di cose fossero capaci.

Shaggy, ha cantato Sting e viceversa.
Shaggy ha fatto i cori a Sting e viceversa.
Sinergia, versatilità e grande appeal ha tenuto legati i due artisti che si sono divertiti ed hanno divertito.

I pezzi storici dei Police, riproposti durante il concerto di ieri sera, sono senza dubbio contaminati, vestono nuovi arrangiamenti ma conservano le intenzioni e il carisma, oltre che identità espressiva.

Diventano “nuova versione”, più ricchi di accenti e di sfumature armoniche.
If You Love Somebody Set Them free” mostra il reef dell’influenza sudamericana.
Si alternano, i due artisti, ma tengono altissima l’attenzione e le energie del pubblico.
E così anche Sting canta “Angel”, e durante “Shape of My Heart”, sarà Gene Noble ad abbellire la performance, con quella voce delicata che ricorda Craig David, che crea evoluzioni che corrono lungo la melodia con una impeccabile intonazione e con quelle sfumature che solo una voce nera sa consegnare. Il pubblico è in piedi, incantato.

Walking on the Moon, so Lonely…e poi Shaggy che entra con Strength of a Woman. “The italian Woman” – incalza l’artista giamaicano e l’Arena risponde.

Lo step che inizia con “Message in a bottle”, che scivola dolcemente su “Fields of gold”, punta dritto a “Waiting For The Break Of Day”, Brano di Shaggy e Sting tratto dall’album Reggae “44/876” che da altresì il titolo al tour.

Shaggy di ragamuffin ti incanta e ti travolge, balla, si muove e si pone strategicamente a fianco a Sting, che invece nelle sue pose da rockstar, si dedica ammiccante al suo basso e a 67 anni “suonati”, canta come se il tempo per lui non passasse mai. Inconfondibile quella sua voce rotonda, con un’ottima estensione, contaminata di suo, dal suo gusto e dalla sua predisposizione ai suoni e alle note blues, nella quale si sente la tecnica ma senza mai strafare, quella voce roca ma mai forzata. Lui che è bravo, ma che non deve dimostrare mai nulla a nessuno e che se ricama sul tema, lo fa con la naturalezza di chi sa fin dove ci si può spingere. Lui, che schivo non parla mia troppo, ma che semplicemente cantando manda il pubblico in visibilio.

È inutile cercare di spiegare cosa accade durante pezzo come “Walking on the moon” o “Desert Rose” – che Sting regala nel primo bis insieme a “Every Breath you take” – lo si può immaginare da se. Il pubblico canta, porta il tempo e si commuove, così come è accaduto a me.

È un gioco da ragazzi, unire Roxanne a Boombastic e il ritmo che ne nasce sembra non dover finire mai.

Shaggy si prende il suo posto nella performance, e dopo “Sexy lady” e “I was me”, indossa la parrucca da giudice e Sting indossa la mitica maglietta gialla a strisce nere – simbolo del “pungiglione” –  finge di essere alla sbarra  ed è “Don’t make me Wait”, nuovo lavoro discografico firmato a 4 mani.

Ripercorrere in due ore i successi di 40 anni di carriera di Sting, alcuni riproposti in una veste nuova, scoprire che l’emozione è incontenibile, che il talento è un privilegio della vita, per alcuni, che la bravura propria è un dono che si fa agli altri, che le contaminazioni, anche in musica sono la miglior propulsione per l’arte, che si può cambiare tenendo inalterato il proprio essere, mentre alcune cose non cambino mai…come la consapevolezza che la passione muove il mondo, la curiosità è il motore della cultura e che la musica arriva dove nessun altro linguaggio sa far meglio.

Tutto questo a Verona, ieri sera, in un’Arena sold out, in un concerto che è iniziato prorompente quando ancora c’era la luce del giorno e che poi è terminato sulle note di “Fragile” sotto l’occhio di una luna meravigliosa.

Cosa mancava?
Ad ognuno sarà mancato qualcosa o qualcuno, ma senza dubbio i ricordi legati al proprio pezzo preferito, hanno accarezzato una nostalgia.

Mi viene da dire che l’Arena, ieri sera, mi ha suggerito come a volte le giuste distanze da ciò che abbiamo a vista e a cui rivolgiamo la nostra attenzione, ci fornisce un significativo feedback per continuare ad amare ciò che scegliamo a discapito di chi sceglie sempre il posto in prima fila e si perde il panorama migliore (anche sonoro)

Simona Stammelluti

Domenica 29 luglio, alle ore 21, nella raffinata cornice del giardino di Palazzo Venezia, per la rassegna “Il Giardino Ritrovato”, andrà in scena lo spettacolo di danza/performance R. OSA _10 ESERCIZI PER NUOVI VIRTUOSISMI, autrice, coreografia e regia Silvia Gribaudi, ed in scena Claudia Marsicano

OSA è una performance che si inserisce nel filone poetico di Silvia Gribaudi, coreografa che con ironia dissacrante porta in scena l’espressione del corpo, della donna e del ruolo sociale che esso occupa con un linguaggio “informale” nella relazione con il pubblico. R. OSA si ispira alle immagini di Botero, al mondo anni 80 di Jane Fonda, al concetto di successo e prestazione. R. OSA è uno spettacolo in cui la performer è una “one woman show” che sposta lo sguardo dello spettatore all’interno di una drammaturgia composta di 10 esercizi di virtuosismo. R. OSA è un’esperienza in cui lo spettatore è chiamato ad essere protagonista volontario o involontario dell’azione artistica in scena. R. OSA fa pensare a come guardiamo e a cosa ci aspettiamo dagli altri sulla base dei nostri giudizi. Lo spettacolo mette al centro una sfida, quella di superare continuamente il proprio limite. R. OSA è in atto una rivoluzione del corpo, che si ribella alla gravità e mostra la sua lievità. In scena Claudia Marsicano, vincitrice del Premio UBU 2017 come Miglior attrice under 35.

“Il Giardino Ritrovato” si inserisce nella più ampia cornice di “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio“, un progetto organico di iniziative culturali. Nato nei musei e per i musei, unisce sotto un ombrello comune, iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo. Realizzato dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, il programma di ARTCITY coprirà l’intera estate 2018, spalancando i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura.

 “Il Giardino Ritrovato” ha segnato la rinascita di uno dei palazzi storici tra i più significativi della città. La scelta della rassegna di quest’anno, curata dal direttore del Museo di Palazzo Venezia Sonia Martone e da Anna Selvi, direttore dell’ufficio per il teatro e per la danza del Polo Museale del Lazio, con la collaborazione di Davide Latella, punta sulla dimensione internazionale e sulla commistione tra diversi registri espressivi.

 

 

 

 Segreti d’Autore – dal 29 luglio al 14 agosto – si propone anche quest’anno come osservatorio civile dei rapporti tra il patrimonio culturale italiano e studiosi, scrittori, associazioni, musicisti, attori  impegnati per la sensibilizzazione del connubio uomo – territorio. Un Festival tra gli affascinanti borghi storici del Cilento che apre un’indagine sull’ambiente, sulla legalità, sulle scienze e sulle arti.

Una manifestazione aperta gratuitamente al pubblico che coinvolge le bellezze paesaggistiche dei comuni: Sessa Cilento, Serramezzana, Stella Cilento, Lustra, Laureana Cilento, Gioi Cilento.

 Il Festival della Legalità, dell’Ambiente, delle Scienze e delle Arti inaugurerà l’ottava edizione nel mese di luglio 2018.

Tra gli appuntamenti più significativi si segnalano il 29 luglio, a Valle/Sessa Cilento, nella splendida cornice di Palazzo Coppola, Vita d’attore, la regista Nadia Baldi dialoga con Alessio Boni sulla sua esperienza di attore teatrale, cinematografico e televisivo;

il 3 agosto, a Lustra, il compositore Peppe Vessicchio presenterà il suo libro La musica fa crescere i pomodori, sul legame tra la musica e la dieta mediterranea;
il 4 agosto, a Serramezzana, La signora della scena, Lina Sastri racconta la magia della recitazione. Ai due attori verrà conferito il Premio Segreti d’Autore 2018, scultura realizzata da Mimmo Paladino;
il 5 agosto,  a Laureana Cilento, Falcone e Borsellino la ricerca della verità, Franco Roberti, Assessore Politiche Integrate Sicurezza e Legalità Regione Campania e Giovanni Chinnici, Presidente Fondazione Chinnici,  dialogano con lo scrittore e regista Ruggero Cappuccio.

Nella sezione musica, il 2 agosto Di terra e mare, a Valle/Sessa Cilento il concerto spettacolo con Claudio Di Palma;
l’8 agosto, a Stella Cilento, ritornano gli Avion Travel con il loro nuovissimo album Privé ;
il 10 agosto, a Gioi Cilento, Su x giù Gaber con Renato Salvetti e Antonella Ippolito; l’11 agosto, a Valle/Sessa Cilento, Operina elettro- meccanica, una singolare installazione concerto di e con Enzo Mirone;
il 12 agosto, a Serramezzana, i dirompenti Foja;
il 14 agosto a Valle/Sessa Cilento concluderà la sezione il concerto L’armonia sperduta con Raffaello Converso, elaborazioni e orchestrazioni di Roberto De Simone.

Per gli spettacoli teatrali nazionali ospitati da Segreti d’Autore,
il 3 agosto, nel cortile di Palazzo Andrea Verrone a Lustra, Simu e Pùarcu di e con Angelo Colosimo;
il 5 agosto, a Laureana Cilento, Il mio giudice con Sara Bertelà;
 il 6 agosto, a Serramezzana, FOSCO (storia de nu matto) di e con Peppe Fonzo;
il 7 agosto, a Valle/Sessa Cilento, Ellepi (such a perfect day) di e con Fulvio Cauteruccio e Flavia Pezzo;
il 13 agosto, a Serramezzana, Patrizio vs Oliva con l’ex pugile Patrizio Oliva e Rossella Pugliese.
La sezione teatro si conclude il 14 agosto, a Valle/Sessa Cilento, con lo spettacolo Anime esito del laboratorio teatrale organizzato dal Festival.

Segreti d’Autore, con il sostegno del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni, si arricchisce degli incontri culturali con Silvio Perrella, Giovanni Guadagna, Giuseppe Galzerano e Carlo Pellegrino e di un appuntamento cinematografico con Slot di Dario Albertini.

Associazioni di studiosi ed esperti di natura, difesa del territorio, legalità e geologia, completano il quadro del Festival che si articola nei comuni del Cilento storico.  Durante l’intero arco della manifestazione saranno proposti percorsi naturalistici, passeggiate guidate nella natura: La Rocca del Cilento – Da Casigliano a Rocca Cilento, a cura del professor Antonio Malatesta; I paesaggi e le piante della dieta Mediterranea, a cura della professoressa Dionisia De Santis.

Tra le iniziative collaterali: il laboratorio per attori condotto da Elena Bucci; le mostre, all’interno di Palazzo Coppola, Sahara Te Quiero a cura di Romeo Civilli e Memento Deus Lux Aeterna a cura di Rosario Tedesco.

L’ingresso agli spettacoli, ai percorsi naturalistici e ai seminari è gratuito.

Informazioni: www.festivalsegretidautore.it

 

 

L’ultima apparizione pubblica l’aveva fatta pochi giorni prima del ricovero, quel 27 di giugno, nella clinica di Zurigo per un intervento ad una spalla. Aveva voluto fortemente consegnare di persona la Jeep all’Arma dei Carabinieri

Da quel giorno, le notizie che si sono susseguite hanno parlato di un peggioramento delle sue condizioni, tali da costringere la società che da anni guidava come amministratore delegato, a sostituirlo, perché impossibilitato a continuare nel suo prestigioso ruolo, che con dedizione e capacità gli consentì di cambiare il destino della Fiat, portandola ad altissimi livelli.

E’ John Elkann, presidente della holding Exor e della stessa Fca, che ne da’ la notizia quest’oggi, affidando a poche righe il suo pensiero: “E’ accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato. Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il più convinto promotore. Io e la mia famiglia gli saremo per sempre riconoscenti per quello che ha fatto e siamo vicini a Manuela e ai figli Alessio e Tyler. Rinnovo l’invito a rispettare la privacy della famiglia di Sergio“.

Insieme a Marchionne nei suoi ultimi giorni di vita, la sua compagna e i suoi figli, ed intanto i mercati negli ultimi giorni, si sono confrontati con il nuovo AD Mark Manley, nominato dal consiglio di amministrazione già la scorsa settimana, quando non si intravedevano miglioramenti nella salute di Sergio Marchionne, che invece aveva programmato tutto, pensando di doversi assentare dal lavoro solo per pochi giorni.

Indiscrezioni hanno parlato di un tumore, di un errore durante l’intervento. I medici parlano ufficialmente solo di una complicanza post-operatoria.

Era arrivato a Fca nel 2003, come consigliere di amministrazione, e l’anno successivo avrebbe assunto il ruolo di Amministratore delegato.

Perdiamo due milioni di euro al giorno, la situazione non è semplice“, aveva constatato. La rinascita di Fca dopo la rottura del patto con General Motors e la restituzione dei debiti alle banche, è stato il suo primo successo. Ma anche se l’azienda era solida il vento della crisi mondiale aveva rimesso di nuovo tutto in discussione, e c’erano ancora delle difficoltà da tenere a bada.  Così nel 2009  Marchionne cerca la soluzione nel salvataggio della Chrysler e nella fusione di Fiat con la casa americana.

Con Fiat Chrysler Automobiles, nasce un colosso da 4,5 milioni di auto all’anno, il settimo costruttore mondiale. Nel 2010 giunge lo scontro con la Cgil. Marchionne chiede la rinuncia allo sciopero, come aveva ottenuto in America. I sindacati si dividono. Il Piano Fabbrica Italia, travolto dalla crisi globale, non viene realizzato. Nel 2014 Marchionne, fissa un nuovo obiettivo, quello che entro fine 2018 possa esserci l’azzeramento dei debiti e della cassa integrazione. Il primo punto viene centrato, la cassa  integrazione riguarda ancora il 7 per cento dei dipendenti.

Negli ultimi anni Marchionne tenta un nuovo accordo con Gm per creare il primo produttore mondiale e risparmiare sugli investimenti, ma l’accordo non si concretizza. Nel 2017 annuncia la sua uscita di scena da Fca. Dopo aprile 2019 sarebbe rimasto presidente di Ferrari.

Il debutto del successore di Marchionne, Mark Manley, oggi davanti al  mercato, nel giorno della scomparsa del manager, suo predecessore.

Il vero valore di un leader non si misura da quello che ha ottenuto durante la carriera ma da quello che ha dato. Non si misura dai risultati che raggiunge, ma da ciò che è in grado di lasciare dopo di sé

[S. Marchionne]

 

Simona Stammelluti

Nacque per “restare in contatto con le persone della tua vita”, poi si aprì al nuovo, a nuove conoscenze, mostrandoci anche dei suggerimenti, in base a dei criteri che mai, nella vita vera, avremmo considerato come plausibili.

Ci hanno poi chiesto di “dire qualcosa che potesse rappresentarci“, da fermare lì su, in cima alla propria “bacheca”, come quella su cui a scuola scrivevano le comunicazioni importanti. Ma quello ad un certo punto non bastava più e così ci hanno invitati a “dire a cosa stessimo pensando“, come se fosse un alternativo studio di psicanalisi. In fondo, la domanda è quella che ti pongono gli strizzacervelli: “Su, non si tenga nulla dentro, mi dica quello che le passa per la testa, tutto“. E così molti (tutti) abbiamo ubbidito a questo invito e così ci siamo messi a vomitare tutto quello che attraversava la nostra mente e i nostri sentimenti istintivi, su quello spazio – che un tempo era bianco, mentre oggi ce lo propinano a colori e con i disegnini – usandolo proprio come un moderno confessionale, al quale consegnare amore, odio, frustrazioni, invidie, gelosie, voglia di arrivare chissà dove e di essere chissà chi.

Poi è arrivato il tempo del “condividere” e siamo stati invitati pure a “ri-condividere“, facendo nostre cose che nostre, non erano. Un tempo ci esprimevamo con “come disse …“, oggi ri-condividiamo se siamo onesti, ma se per caso quel che leggiamo ci piace proprio assai, lo “rubiamo” e lo facciamo nostro con il desiderio spasmodico di poter fare bella figura agli occhi dei più e con la diabolica convinzione che tanto in tutto quel marasma, nessuno si accorgerà di quel “furto”. Ma poi puntualmente accade, e allora il tempo scorre tra una diatriba e l’altra, tra un’offesa e l’altra.

Pian piano sono nati i link, poi sono arrivate le foto scattate da te con lo smartphone, poi la rivoluzione dei selfie, poi il fotoritocco.

Poi una sfilza di opzioni, dal “come ti senti” al “cosa stai facendo” al “con chi sei”, dove e perché. E poi a fare sondaggi, a rispondere a domande. La situazione ha così incominciato a sfuggirci di mano. Perché mentre rispondiamo, non pensiamo quasi mai al fatto che più rispondiamo, più il sistema fa la radiografia di ciò che siamo (o fingiamo di essere), e di ciò che vogliamo (o fingiamo di volere). E poi quando l’algoritmo ci propone pubblicità – che noi abbiamo autorizzato senza manco accorgercene – mostrandoci cose che non ci piacciono, abiti che mai indosseremmo, attività alle quali mai parteciperemmo, riusciamo anche a meravigliarci. Siamo ormai inseriti nel sistema dal quale diventa sempre più difficile uscirne, e che assomiglia tanto a quella condizione in cui si imbocca una scala mobile contromano; cammini cammini, ma non arrivi mai dall’altra parte e la cosa più assurda è che si sta bene così.

Al mattino ci svegliamo e ci domandiamo “chi saremo oggi”, cosa ci faremo piacere, a quale schieramento appartenere. E dire che un tempo più di qualcuno aveva un suo credo, una sua fede politica, un suo stile. Poi chissà come e soprattutto chissà perché siamo riusciti a rinnegare tutto (o quasi) per amore di un like, di un compiacimento effimero, come se quel banale e finto apprezzamento potesse lenire una insoddisfazione profonda e radicata, ma mai riconosciuta.

Ci hanno istigati ad essere sempre presenti, a dire la nostra anche quando non avevamo nulla da dire, a mostrarci, sempre e comunque, ad apparire, a “far vedere che”: che siamo sempre in tiro, che abbiamo sempre la battuta pronta, che siamo sempre in giro, che siamo sempre sulla cresta dell’onda, che siamo irresistibili, che abbiamo qualcosa in più che gli altri dovrebbero invidiarci.

Poi però, stanchi, le pagine dei social si chiudono (almeno per qualcuno) ed ognuno di noi resta la propria vita, fatta di momenti – belli o brutti che siano – che non si possono ritoccare, a cui non si può cambiare la data, e così restiamo in compagnia delle cose che non sappiamo, delle mancanze che ci scorticano, delle difficoltà di “trovare le parole giuste” e delle fragilità che ci rende così unici, a dispetto di questo sistema che ci vuole tutti uguali, ritoccati con la stessa applicazione sia per i volti che per i pensieri.

E allora sì, va bene, abbiamo capito…siete (siamo) tutti belli, bravi, affascinanti ed irresistibili.

Capite (capiamo) di tutto, siete (siamo) tutti geni … però io vi aspetto fuori di qui, quando sarete (saremo) disposti ad ammettere seppur tacitamente che i social vi (ci) hanno cambiati, rendendo più difficile sapere chi siete (chi siamo) e soprattutto quello che vogliamo.

E dire che un tempo potevamo avere qualche dubbio su cosa volevamo, ma sapevano benissimo cosa non volevamo essere.

 

Simona Stammelluti