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Se il teatro non fosse solo un’entità artistica che si consuma su tavole del palcoscenico, dovrebbe inchinarsi davanti a tanta bravura.

E’ una bravura che stupisce, incanta e a volte disarma, durante quei 100 minuti in cui si consuma in modo originale e intenso, un monologo difficile da dimenticare, e che ti rimbomba dentro per molti giorni a venire. Ti rimbomba dentro in quelle riflessioni che innesca, in quelle parole ripetute che diventano tue, in quelle domande che ti poni circa la tua vita di donna, non solo in quanto tale, ma anche in relazione al mondo maschile e alle vicissitudini che la vita ti mostra sotto forma di sfida.

In tournée fino a maggio, con PFF – Piano Forte Forte trisonata per corpo femminile e pianoforte, una eclettica, talentuosa e affascinante Valentina Cidda, diretta da Valentino Infuso – che ha scritto il testo e ne ha curato la regia – in quella che senza dubbio si può definire come una delle “mise en scène” più belle, appassionate, coinvolgenti e realistiche che il teatro possa regalare.

Valentina Cidda non è solo un’attrice ma anche una pianista che durante lo spettacolo mostra particolare virtuosismo artistico. In scena lei e un pianoforte a coda, che si piega ad ogni sua esigenza espressiva. Un pianoforte che sa essere Piano e poi Forte e Forte ancora, mentre la musica che ne viene fuori è protagonista anch’essa. Un pianoforte che è suo complice, a volte rifugio, spazio da vivere, piccolo mondo che lei sposta e di cui mostra il profilo mentre fa un viaggio nei passaggi della vita, dalla nascita fino alla fine, fino a quel momento nel quale se non ti fermi la vita ti inghiotte, se non recidi alcuni legami finisci per soccombe, se non fai pace con te stessa, non saprai mai chi sei.

Il monologo, che racchiude in se la forza di una voce sola,  si sviluppa su tre tempi;  tre sonate, tre momenti dell’esistenza, tre stadi di mutamento che Valentino Infuso scrive con una disarmante lucidità, mettendo a nudo corpo e anima, l’essenza umana ed espressiva di una donna, unendo l’artista al suo pianoforte e riuscendo in maniera affilata a volte, a coniugare tutto al femminile, tirando fuori probabilmente, quel femminile che risiede in lui in maniera profonda, scrivendo e traducendo in linguaggio teatrale ogni dettaglio di un viaggio i cui colori prendono mille sfumature, diventano potenti, prorompenti, appaganti. E’ come se tutte le emozioni, che iniziano piano ma poi diventano forti e ancor più forti durante la performance e che Valentina racconta, vive e suda, in scena, in qualche modo avessero attraversato anche lui.

Mai un uomo è stato così tanto spietato e chirurgico come è stato Infuso, nel tracciare le prove, le trasformazioni, le paure in cui viene rinchiusa una donna, e l’inferno nel quale a volte finisce, dopo essere venuta al mondo.

Valentina è sola in scena, ma sa essere tanti personaggi, fuori e dentro di lei, sa disegnare con la sua magistrale interpretazione la vita di una donna che nasce, cresce, che soffre, soccombe, subisce violenza, e poi si innamora, e che passa la vita a cercare di capire … a capire tutto e tutti, e la risposta la trova solo nel finale, e la consegna anche al suo pubblico.

Una Valentina Cidda che sa dare vita in maniera realistica ad ogni sfumatura emotiva, dalla paura alla speranza, dall’illusione alla resa e mostra il pianto, il dolore, la delusione. E tutto questo lo fa attraverso le tre parti dello spettacolo, che sono tre fasi dell’esistenza e tre momenti di mutamento, accompagnate da tre sonate: Origine del male, inferno e guarigione.

L’attrice si muove nello spazio con la consapevolezza del suo corpo, bello e agile, si serve del pianoforte sul quale sale, oltre che suonarlo con tutte le parti del corpo e in posizioni particolarissime che mostrano non soltanto una bravura come pianista ma anche una concentrazione impeccabile, dell’artista. Non si fa fatica a realizzare quando lungo e meticoloso sia stato il lavoro sul suo corpo, considerato che ogni movimento, ogni gesto, ogni espressione sono perfettamente intonate all’esigenza di un sentimento, che in scena viene scolpito, modellato, plasmato.

La nascita, una violenza subìta da bambina per mano di uno zio, rapporti come vuoti a perdere, mentre si subisce il dolore  nascosto nelle pieghe di un finto amore, il perdono che non cancella colpe; e poi ancora la presenza ingombrante di una madre che per sua vanità esalta momenti comuni come se fossero talenti e che è assente quando la figlia ha bisogno che qualcuno le dica di “non farlo”. Un padre  che non c’è – “papàà?!? Papà non c’è” –   che lascia biglietti asettici, la giovinezza che lascia il posto all’età adulta, ai tacchi a spillo e ai progetti finiti in frantumi, mentre la narrazione si fa intensa e poi drammatica, si fa ironica a volte, ma al contempo spietata.

Le gambe di Valentina Cidda in scena sono protagoniste e disegnano non solo la storia narrata, ma anche i passi andati, quelli perduti e quelli in bilico sul ciglio di un precipizio che è anche emotivo.

I cambi d’abito, bianco, nero, rosso, e un pantalone di pelle attillato nell’ultima parte della pièce prima del finale, sono intonati alle intenzioni dell’autore. Com’è vero che quando tutto è chiaro, bastano due tratti per raccontare una storia.

Il dramma che si consuma in scena è così prorompente che ti prende allo stomaco, che ti fa sentire, avvertire, provare l’angoscia, il peso degli sbagli, i rigurgiti di rancore ed è facile restare impigliati in uno stato estatico, in cui si sublimano e si mescolano finzione e realtà.

E mai scema durante quei 100 minuti la bravura di una pianista che quello strumento lo sa far sussurrare, sussultare, stridere, armonizzare. Quelle musiche, quelle sonate che nascono sulla scena, per la scena, nate da un gesto che si fa suono e poi musica, e la musica torna ad essere parola, e poi risata, lacrima, impeto di rabbia, slancio e commozione.

I brani suonati e cantati nella seconda parte (seconda sonata) segnano la bravura di Valentina Cidda come compositrice.

E così  dopo aver proposto seduta al pianoforte e inguainata in un pantalone di pelle,  il brano  “Ammazza la mamma”, la protagonista del monologo Mina Vlad, ormai divenuta donna in carriera, racconta di aver scritto quel pezzo per la colonna sonora dell’omonimo film vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino.

Se questo spettacolo è un po’ una favola moderna, allora il connubio tra Valentina e il suo pianoforte costituisce l’incantesimo, capace di comunicare, anestetizzare, risvegliare la consapevolezza di sé.

“Posizione a signorina”, “capisco … capisco tutto io” sono alcune delle espressioni che segnano il corso del racconto portato in scena e che potremmo tutti provare a raccontare, ognuno per quel che resta della scia di talento e di significato che il teatro di Valentino Infuso e Valentina Cidda lasciano sera dopo sera nei teatri italiani, ma l’unica cosa che va fatta è andarsi a sedere in platea, per vivere qualcosa che ci appartiene e che non si comprende mai fino in fondo, fin quando non si inciampa nella “posizione giusta”.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se è vero che tutto quello che noi giornalisti abbiamo è la parola, e che come cittadini siamo liberi (ancora) di scegliere da che parte stare , allora io scelgo di usare la parola per “dare la parola” e scelgo di stare dalla parte di chi si prende le proprie responsabilità, sempre, e quindi sto dalla parte di Roberto Saviano che in un video pubblicato da La Repubblica TV racconta quel che gli accadrà ed anche perché. E poi parla al Ministro Salvini promettendogli che con l’unica arma che ha, ossia la parola, non gli darà mai tregua.

E’ stato rinviato a giudizio, Saviano e dunque, sarà processato per aver definito Matteo Salvini il “ministro della malavita“.Come tutti i cittadini, vado a farmi processare” – dice il giornalista sotto scorta nel suo messaggio.  Sottilinea come mentre lui, con un po’ di fierezza va a farsi processare, Salvini si sottrae al giudizio sul caso Diciotti, tramite ricatti e pressioni politiche, facendosi appoggiare dal Movimento 5 Stelle che – come sottolinea Saviano – con la sua posizione in merito alla vicenda, ha perso completamente faccia e dignità, anni di presunte lotte circa quell’essere diversi dalla politica. “Ma un giorno saranno chiamati a rispondere, uno per uno, perché e con quest’atto”– dice Saviano – che si inizia a trasformare quella che è una democrazia, verso una dimensione autoritaria”

Non mi intimidisce Matteo Salvini, la lotta agli intellettuali non è cosa nuova al nostro paese, non è cosa nuova per il potere, non è cosa nuova per chi cerca di rendere autoritario un governo e questo è il primo passo” – continua il giornalista e scrittore.

Poi, definisce il populismo: “Dire di fare qualcosa per il popolo o poi ingannarlo, usare un’argomentazione demagogica, per poi fregarlo attraverso quelle espressioni classiche: per voi, per il popolo, prima gli italiani, prima il popolo

Saviano ricorda Liu Xiaobo, uno dei più grandi intellettuali cinesi, rinchiuso in un laogai e dunque, si dice consapevole di essere fortunato, libero ancora di metterci il corpo e la faccia nella battaglia contro le bugie di questo governo, una battaglia che definisce “necessaria”.

Poi si riferisce direttamente al ministro Salvini: “Ero stato facile profeta, l’avevo chiamata buffone, qualche tempo fa e lei si è dimostrato un buffone; aveva detto di essere pronto al processo, e invece scappa, come un codardo, come si è sempre dimostrato; codardo nella vicenda dei milioni rubati alla lega, codardo nel non dimostrare pubblicamente tutti gli errori fatti dalla Lega al Sud Italia, codardo sulla vicenda Diciotti. Chiunque vi critichi è élite e questo popolo allora ha una sola ragione, una sola testa, un solo sguardo. Chi è con voi è popolo, chi è contro di voi è élite

Lei scappa, io RESTO, resto in questo processo a difendermi e le faccio una promessa, con l’unico strumento che h0, la PAROLA, io NON LE DARO’ TREGUA MAI, non darò tregua a nessuna singola bugia che ha pronunciato e che pronuncerà“.

 

Simona Stammelluti

Un omaggio a Samuel Beckett,  il nuovo lavoro teatrale del regista calabrese Max Mazzotta, che porta in scena al Piccolo Teatro Unical fino al 21 marzo, 14 ragazzi tra i 20 e i 30 anni, allievi di un laboratorio imperniato sullo studio delle opere del famoso drammaturgo.

Ieri sera la prima, che ha convinto.

La credibilità della piéce, l’ottima dizione dei ragazzi e la spiccata bravura di alcuni di essi, sono stati alcuni dei dettagli che hanno decretato il successo della messa in scena.
Sì, perché il lavoro che Mazzotta realizza con i ragazzi non è certo a caso. La scelta azzeccata delle musiche, le coreografie, il gioco di luci e le attribuzioni delle parti, si fondono alla riscrittura delle tre più famose opere di Beckett: Aspettando Godot, Finale di Partita e Giorni Felici.

La regia di Mazzotta è al contempo sapiente e prorompente, conserva intatto il senso del teatro di Beckett, l’immobilità, l’incapacità di cambiamento, e il ripetersi di azioni sempre uguali che vengono anestetizzate da quel far finta che tutto vada bene; ma tutto questo il regista lo fa dando estremo movimento alla performance. Un movimento intonato ai cambi di scena, e a quelle parti attribuire in maniera doppia ai ragazzi del laboratorio. Ci sono due coppie di Vladimiro ed Estragone, (Didi e Gogo) nel loro “Aspettando Godot”, ci sono due Winnie nel loro “Giorni Felici”.


Molto brave le donne, in scena, anche nei ruoli maschili, come colei che interpreta Hamm, il vecchio di “Finale di Partita”, che entusiasma il pubblico. Calarsi nei ruoli dei personaggi di Beckett non è cosa semplice e i ragazzi hanno fatto un bel lavoro, possibile grazie alla sapiente e capace guida di Max Mazzotta, che ha imbastito le tre opere affinché non si smarrisse mai l’essenziale, mentre la messa in scena è estremamente viva. Viva e pulsante nella credibilità degli attori e nella forma dell’originalità. Nella serietà dei temi di Beckett, che mai vengono snaturalizzati,  si adagiano atteggiamenti e personalizzazioni che fanno sorridere, a volte.

Bene anche la rivisitazione di Winnie, che nell’opera originale è bionda ed immobile dentro un cumulo di sabbia, in scena è bruna e vestita di rosso. Anzi sono due brune, vestite di rosso, perfettamente calate – a turno – nel dramma della conversazione, durante la quale si finge, fino a mostrare la miseria dell’esistenza.

Un dinamismo scenico efficace, che sfida la lentezza e la staticità del teatro di Beckett ma che lo valorizza attraverso l’intensità dello studio dei ruoli, ma mai nell’ostentazione di essi.

Max Mazzotta non si smentisce mai. Il suo sguardo originale verso il teatro d’autore è sempre convincente e consegna – come nell’omaggio al famoso drammaturgo –  una chiave di lettura moderna (si pensi alle musiche utilizzate o alle coreografie) di quei temi come la solitudine, l’angoscia e la impossibilità di comunicazione, alla base del teatro dell’assurdo di Beckett. Una comunicazione efficace e convincente, quella dei ragazzi del laboratorio che, se andrete a vedere a teatro in questi giorni, vi consegneranno la consapevolezza di come il teatro, sa reggere bene quel filo sottile tra realtà e finzione, mentre si scoprono nuove dinamiche e nessun compromesso.

 

Simona Stammelluti 

Francesca Benedetti sarà la protagonista dal 23 al 31 Marzo 2019, al Teatro Arcobaleno (Centro Stabile del Classico) di Ecuba di Euripide, drammaturgia e regia di Giuseppe Argirò. In scena un cast d’eccellenza: Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Maurizio Palladino, Maria Cristina Fioretti, Viola Graziosi, Elisabetta Arosio.

 

Francesca Benedetti – Premio Le Maschere 2018 – è la straordinaria interprete che veste i panni della regina di Troia. Ecuba incarna una sofferenza senza fine, consumata in una disperata solitudine. Troia è caduta e le donne di Ilio attendono la sorte riservata ai vinti. Lo spettro della guerra si svuota di ogni significato ideologico e declina la violenza in tutte le sue varianti, propagandosi come una malattia senza cura. Vittime e carnefici vengono accomunati dalla sopraffazione. In un momento di assenza di pace, in cui i teatri di guerra sono molteplici, raccontare gli orrori della violenza è un dovere etico. La drammaturgia di Euripide raffigura l’ineluttabilità della storia umana e l’indifferenza degli dei, spettatori attoniti e crudeli di fronte allo stupefacente spettacolo del mondo.

In più di sessant’anni di carriera Francesca Benedetti ha interpretato i più importanti ruoli femminili della storia del teatro classico e contemporaneo, e ispirato i più grandi registi italiani da Missiroli a Castri, da Cobelli a Ronconi a Strehler. Nata a Urbino, artista ecclettica di straordinario talento, racconta: “Ci sono tre eventi che nella mia vita artistica sono stati fondamentali e mi piace sempre ricordarli: nel 1974 lo spettacolo “Macbetto” scritto per me da Giovanni Testori (premio la Maschera con Lauro d’Oro), nel 1976 “Il Temporale” di Strindberg con la regia di Giorgio Strehler, fino ad arrivare al 1983 anno in cui con Emilio Isgrò fondammo le “Orestiadi” di Gibellina (protagonista per tre anni nel ruolo di Clitennestra)”.

Note di Regia di Giuseppe Argirò

Troia è caduta e in quel lembo di terra che separa il Chersoneso dalle macerie della città, le donne di Ilio attendono la sorte riservata ai vinti. Nella terra di Tracia i Greci aspettano venti Propizi alla navigazione, che potrà essere ripresa solo dopo il sacrificio di Polissena, superstite principessa troiana. La vittima immolata dagli Achei costituirà l’estremo onore riservato ad Achille e favorirà il viaggio di ritorno. Ecuba, la regina di Troia, dovrà subire questa decisione, frutto del l’orrore del conflitto sullo sfondo della città distrutta. La moglie di Priamo dovrà assistere a quest’ennesimo scempio in terra di Tracia, dove il più giovane dei suoi figli, Polidoro è stato ucciso dal re Polimestore, al quale il ragazzo era stato affidato con un ingente quantità d’oro nel tentativo di salvarlo. Questi i presupposti dell’azione drammatica che alimentano il dolore e i propositi di vendetta di Ecuba.

La protagonista di Euripide incarna una sofferenza senza fine, consumata in una disperata solitudine: Ecuba rappresenta il dolore assoluto, senza alcuna catarsi. In questo scenario bellico, lo spettro della guerra si svuota di ogni significato ideologico e declina la violenza in tutte le sue varianti che si propaga come una malattia senza cura, dai vincitori, ai vinti; vittime e carnefici vengono cosi accomunati dalla sopraffazione. Ecuba, custode della memoria della stirpe troiana, annientata dai Greci, non lascerà scampo al traditore Polimestore, infliggendogli un castigo tremendo. Una madre senza patria e senza figli mette in scena un dolore trasfigurante, irripetibile a qualsiasi latitudine scenica, come ci ricorda Amleto citando la complessità dell’arte teatrale. Protagonista di quest’ impresa è Francesca Benedetti, un’attrice multiforme ed emotivamente intelligente nel cogliere le peripezie dell’animo umano. Nello spettacolo sarà coadiuvata da Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Viola Graziosi. In un momento di assenza i pace in cui i teatri di guerra sono molteplici, raccontare gli orrori della violenza è un dovere etico che valica l’ aspetto estetico e ritrova le sue ragioni più profonde nel dibattito democratico, che solo il linguaggio scenico sa rendere evidente, nella sua necessità. La drammaturgia di Euripide raffigura l’ineluttabilità della storia umana e l’indifferenza degli dei, spettatori attoniti e crudeli di fronte allo stupefacente spettacolo del mondo.

 

 

Risonanze Magnetiche scritto e diretto da Alessandra Panelli, sarà in scena al Teatro della Cometa dal 26 marzo al 7 aprile,  con Mauro Marino, Barbara Porta, Costanza Castracane

La storia di due donne e un uomo che “nel mezzo del cammin di loro vita” si trovano ad un bivio: soccombere all’ineluttabilità delle cose, così come le vorrebbe un certo modo di pensare, o trovare la forza per reagire e reinventarsi in una nuova esistenza vitale e fantasiosa.

Una sorta di favola che i tre amici raccontano al pubblico, consapevoli del grande bisogno che c’è di credere ancora nella forza dell’amicizia, sentimento a volte sottovalutato a favore di altri considerati più forti come l’amore o spesso confuso con la connivenza o con l’evasione dall’impegno.

In un arco di tempo che va dal 1990 ad oggi, in un curioso intreccio di personaggi ed eventi che li vede collegati prima ancora che loro stessi sappiano di esserlo, i protagonisti si incontrano e, attraverso la loro capacità di cogliere i segni che magicamente si presentano sul loro cammino, riescono a fondersi in un’amicizia speciale grazie alla quale è possibile risuonare magneticamente insieme e costruire una nuova idea di futuro.

In scena gli allievi del Laboratorio con uno studio sulle opere del famoso drammaturgo

Ancora un debutto per la compagnia  Libero Teatro, in scena con uno studio sulle opere di Samuel Beckett dal 19 al 21 marzo alle ore 20,30 al Piccolo Teatro Unical.

Beckett è infatti il titolo del nuovo lavoro diretto da Max Mazzotta, un omaggio all’autore nel trentennale della sua morte, che vedrà sul palco gli allievi del laboratorio di ricerca teatrale tenuto dal regista cosentino in questi mesi al Ptu in collaborazione con il Cams dell’Università della Calabria e incentrato su tre delle più importanti opere del famoso drammaturgo, “Aspettando Godot”, “Finale di Partita” e “Giorni Felici”. Nelle vesti dei personaggi dei testi beckettiani Antonio Belmonte, Camilla Sorrentino, Caterina Anastasio, Cesare Vitaliano, Claudia Rizzuti, Emanuel Bianco, Francesca Pecora, Helena Pedone, Ilaria Nocito, Ivonne Garo, Maria Canino, Maria Grazia Pantusa, Michele Condò, Valentina Bonavita.

L’esito di questo laboratorio vuole essere un omaggio al genio di Beckett nel trentennale della sua morte e dare al pubblico non soltanto uno spettacolo, ma fargli vivere l’esperienza esistenziale del suo teatro attraverso i paradossi e le grandi verità nascoste tra le righe dei suoi indimenticabili versi e dei suoi impossibili personaggi. Un’occasione importante per farlo conoscere alle nuove generazioni e allo stesso tempo un modo per tutti noi di ritornare a studiare e re-immergerci nella potenza dei suoi testi. Il laboratorio è scuola e ricerca, è indagine e sperimentazione. L’esito è l’opportunità di rivivere in scena i luoghi metafisici, i sottotesti e i silenzi che danno vita e cuore ai suoi personaggi. Quattordici ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni si cimentano in un lavoro drammaturgico e teatrale legato alla sua poetica. I giovani aspiranti attori giocano con gli “spartiti” di alcune opere, interpretandone “l’andamento esistenziale”; ognuno di loro è personaggio, ma allo stesso tempo luogo, musica, luce, sabbia, albero, bidoni” – dichiara lo stesso Mazzotta.

Parte del ricavato delle tre repliche della messinscena sarà, inoltre, devoluto in favore dei progetti dell’associazione “Susan G. Komen Italia” per la lotta ai tumori del seno. La stessa associazione farà tappa a Cosenza il prossimo 28 marzo con la Carovana della Prevenzione, un servizio gratuito rivolto soprattutto a donne che vivono in condizioni di disagio sociale ed economico.

 

 

Al teatro Manzoni di Roma dal 28 marzo al 21 aprile va in scena “2 Donne in Fuga…”

Un testo di successo, in Francia, soprattutto a Parigi. Due attrici grandiose – Marisa Laurito e Fioretta Mari – che lo reciteranno come fosse stato scritto per loro. Questo è 2 Donne in Fuga… tratto da Le fuggitive di Pierre Palmade e Christophe Duthuron, per l’adattamento di Mario Scaletta e la regia di Nicasio Anzelmo, in scena al Teatro Manzoni dal 28 marzo al 21 aprile.

Due donne si incontrano di notte su una strada statale mentre fanno l’autostop. Entrambe fuggono dalla loro vita, Margherita da 30 anni di vita di casalinga, moglie e madre repressa, Clorinda detta Clo dalla casa di riposo dove il figlio l’ha parcheggiata dopo la morte del marito. L’incontro suscita le battute più divertenti, per il luogo e l’ora equivoci.

Clo ha un temperamento forte e, nonostante l’età, non si lascia intimidire da Margherita, più giovane ma anche più sprovveduta. E’ l’inizio di un’avventura che vede le due donne viaggiare in autostop, interpretando una commedia dalle battute felici che non sono mai fini a se stesse ma servono a costruire con ironia i caratteri diversissimi delle due donne.

Così mentre la progressione narrativa della commedia, sviluppata per brevi scene autonome, eleganti e funzionali, vede le due donne avventurarsi in situazioni diversissime (dalla strada provinciale al cimitero, dalla fattoria alla casa di estranei nella quale entrano come due ladre…), dalle quali scaturiscono battute e situazioni divertentissime, ogni scena aggiunge un tassello alla vita e alla psicologia delle due protagoniste mostrando allo spettatore il nascere di una vera amicizia. Si ride di gusto per l’ironia e l’arguzia delle battute e si sorride nel riconoscere, nelle due protagoniste, alcuni aspetti della nostra vita, a volte pavida, altre volte più temeraria, in un perfetto equilibrio tra commedia e vita (vera), niente affatto retorico.  Uno spettacolo perfetto, da vedere e portare nel cuore per il resto della vita.

Andrea Sales – psicologo, psicoterapeuta

Stava tranquillamente mangiando una pizza in una nota pizzeria di Reggio Calabria, Ciro Russo, dopo aver dato fuoco alla sua ex moglie. E’ stato arrestato nel giro di poche ore, dopo l’atto delittuoso. Era evaso dai domiciliari, aveva precedenti per maltrattamenti in famiglia.

Ma questo è l’ultimo in ordine cronologico dei gesti folli, malsani e sconcertanti, che occupano quotidianamente le pagine di cronaca.  Prendendo spunto dall’atto criminoso di Ciro Russo, lo psicologo, psicoterapeuta e docente Andrea Sales, lancia sul social un dibattito, condividendo una delle domande alle quali facciamo fatica a rispondere, ma che alla fine ci portano a dover fare i conti in maniera brutale, con ciò che sta accadendo in un momento storico in cui – come lo stesso Sales fa notare – accadono cose agghiaccianti: mamme che vendono le figlie e le inducono a prostituirsi per avere dei soldi da giocare alle slot-machine, una coppia di amici (50 e 70 anni), abusano, molestano e seviziano una donna di 40 anni, per vent’anni, tenendola segregata in casa. Per non parlare del fatto che il femminicidio sia ormai all’ordine del giorno.

Quando una persona si sente in diritto di commettere queste atrocità?

E se fino a ieri, Ciro Russo era una persona sconosciuta, che faceva la sua vita, come io faccio la mia, Sales la sua e voi la vostra, oggi siamo qui a parlarne perché ancora una volta si consuma l’atrocità, la follia di un gesto, ai danni di un’altra persona.

Ma sarà davvero follia? A questa domanda potrebbe rispondere Andrea Sales, che di menti se ne intende. Ma la domanda è più ampia, quella che lui pone attraverso il social è cercare di capirne il perché anche dal punto di vista sociale.

Verrebbe voglia di dire, “ci rinuncio”, rinuncio a trovare un perché, rinuncio a capire, considerato che sembra tutto così assurdo. Ed invece l’invito alla riflessione e al dibattito che lancia Andrea Sales, è importante nella misura in cui ci si possa scuotere prima di tutto da quella assuefazione che ormai abbiamo maturato nei confronti del male che incede,  che vien fuori anche da dove mai avremmo immaginato potesse essere prodotto. E’ importante nella misura in cui si recuperi la consapevolezza che il male, va combattuto anche se non ci investe in prima persona. Che non vale più la regola “a un metro dal mio culo, accada quel che accada“, che a volte può sembrare una sorta di modalità per difenderci da quel che succede e che non riconosciamo come formula del nostro modo di concepire il vivere.

E allora davanti alla domanda: “ma cosa sta accadendo?”, tocca fermarsi a riflettere. C’è un delirio di onnipotenza, una convinzione malsana di poter possedere, di poter avere il controllo sulla vita degli altri, come se quel modo di concepire un rapporto, nel quale c’è chi domina, chi decide, chi annienta ogni giorno l’altro – spesso silenziosamente, altre volte in maniera atrocemente distruttiva – fosse la soluzione a dei problemi, che derivano dalla incapacità di gestire una qualsivoglia forma di rottura, di frattura nei rapporti.

Cosa manca a chi sevizia, violenta e segrega una donna per vent’anni?
Cosa accade nelle loro vite e nelle loro scelte?
Perché come dice lo stesso Sales. le scelte vengono guidate dai valori, da ciò che vale.
Dunque, dove sono finiti i valori?
Spazzati via quelli, ci si sente onnipotenti, alla mercé del pensiero folle di potere tutto?
Fuori dai valori, fuori dalle regole del buon vivere, resta la seduzione del male, del limite da superare, in balia di alcune ossessioni.

Il conflitto dunque, con se stessi, prima ancora che con gli altri?
Una completa assenza di sentimento, forse, verso se stessi e poi verso l’altro. Un amore mai provato, un risentimento stantio verso una condizione che non si può cambiare, forse.

Resta che c’è una società in balia dell’odio, di profonde forme di razzismo, di omofobia, di delirio di onnipotenza, che si manifesta in maniera latente, a volte, ma che poi esplode e annienta l’altro.

Mi ha colpito molto una dichiarazione di Andrea Sales circa il malessere. Perché alla base di tutto c’è questa condizione. Se avverti un malessere – dice lo spicoterapeuta – devi cambiare qualcosa e per cambiare qualcosa devi credere nella possibilità del cambiamento. Il cambiamento è effettivo quando si trasforma in azione.

Forse abbiamo smesso di credere nella possibilità di cambiamento e abbiamo lasciato che le cose accadano così come ci impone il silenzio che spesso regna in fondo alle nostre vite. E da quel silenzio, scaturiscono rabbia, odio, voglia di riscatto ai danni degli altri.

Il silenzio è deleterio. Sono le parole che generano il cambiamento, perché generano emozioni, reazioni e riflessioni, sostiene Sales.

E allora andrebbe, forse, riscoperta l’arte del dialogo, del tirar fuori in due, credendo e confidando ancora, nella potenza straordinaria della parola.

 

Simona Stammelluti

Home Feeling è un disco che nasce per restare nell’orecchio dell’ascoltatore, che inevitabilmente finisce per scegliere il suo brano preferito per poi continuare a canticchiarlo a lungo.

E’ accaduto anche a me, che in linea generale – forse è meglio dirlo subito – non amo particolarmente la bossa nova, se non contestualmente a quelle eccezioni in cui quel genere di musicale viene ritagliato dallo sfondo canonico, per poi essere ricucito con originalità e con una apertura verso quella che è la porta principale del jazz, ossia l’improvvisazione.

Massimiliano Rolff, veterano del mondo del jazz, contrabbassista con oltre un ventennio di esperienza consumata e affinata nei migliori festival e  jazz club europei, firma questo album prodotto da Rosario Moreno per la BlueArt, che mette insieme molte sonorità sudamericane, cubane, latine, le mischia con una prorompenza comunicativa e con un appeal che è classico di chi sa come raccontare un “feeling in”; quello che nasce tra un musicista e alcuni luoghi, alcuni incontri e con la dimestichezza che alcuni artisti come Rolff hanno, nella fase compositiva.

Insieme a lui, che ha firmato tutti i brani tranne “Beija Flor” e “Melodia del Rio“, omaggio al pianista cubano Ruben Gonzalez, ci sono Nicola Angelucci alla batteria e Mario Principato alle percussioni. L’album ospita il pianista colombiano Hector Martignon, brioso, spigliato, con quella raffinata capacità di incedere oltre il tema principale con una spiccata versatilità, e che in alcuni brani come “The wind strikes againsensa dubbio il mio preferito dell’intero album – sembra indomabile. Il pezzo mi piace molto perché nella sua esecuzione Massimiliano Rolff, non ha bisogno di sentirsi protagonista, lascia molto spazio agli altri strumenti per porre solo dopo, il suo contributo sonoro per riportare il brano sul tema, con un giro a loop, riproponendo i colori del controtempo, con un reef in bilico tra lo swing e la bossanova.

Sono questi dettagli che mostrano la faccia originale del lavoro discografico che non eccede mai, pur essendo incalzante e coinvolgente.

E siccome ogni jazzista che si rispetti ha una vena appassionata, quasi romantica, Rolff la racconta nel pezzo “A song for…” . Per chi sia non lo sappiamo, ma c’è dato sapere, con l’ascolto, che si tratta di una accattivante ballad, morbida, spoglia da ogni ammiccamento, nel quale gli strumenti che reggono la base ritmica, accompagnano in maniera leggera il pianoforte, fino a quando il contrabbassista non mette in gioco un’atmosfera, senza mai perdere stile e quell’abilità che lo lega al suo strumento.

Lungo le tracce si dipana una narrazione, creativa e fascinosa, nella quale il sound è inevitabilmente palpabile e pulsante, ma perfettamente equilibrato. Non ci sono eccessi, ci sono pochi momenti ostinati, c’è la comprensione perfetta tra i musicisti che dialogano e si comprendono;  non c’è sfida, c’è una sorta di staffetta nota su nota, in un tempo che è quello perfetto per coinvolgere. E’ questo lo rende un disco che accompagna, che tiene compagnia, che trasporta altrove, che ti soffia addosso quel linguaggio afro-cubano.

Insomma, una “casa emotiva” che ognuno arreda come vuole, con le pareti piene zeppe di colori accesi, mentre dalle finestre entra il suono di melodie cantabili, e di voglia di far ritorno verso qualcosa o verso qualcuno, e di sentirsi a casa.

 

Simona Stammelluti

Che Andrea Puglisi, sia un giovane e bravo attore siciliano, lo si capisce subito. Lo si capisce da come entra in scena, da come respira, da come resta concentrato anche quando va via la voce al suo microfono. Lo si capisce da come passa dal siciliano all’italiano, e poi ancora ad altri dialetti restando credibile. Ecco, la credibilità di un attore è la porta che separa i dilettanti dai professionisti e Andrea Puglisi può tranquillamente essere contemplato in quella categoria di chi sa che si parlerà ancora a lungo di sé, mentre si continua a studiare, mentre si percorre la strada dell’arte, ci si fortifica,  e si prende sempre più consapevolezza delle proprie potenzialità.

Ma Andrea Puglisi è credibile soprattutto nella storia che porta in scena, praticamente da solo, vestito da marinaio e da uomo che la guerra l’ha vissuta, subita e poi raccontata. Una guerra fatta di vita e di vite, di ricordi, di dolori e di speranze.

E’ la storia di Paulinuzzu Millarti, un giovane che viene chiamato alle armi a 21 anni e che farà ritorno a casa dopo 6 anni di incubi, dopo aver rischiato più volte di morire ma che non soccombe mai all’atrocità di quella guerra che ti toglie tutto, a volte anche la dignità.

La personalità di Puglisi in scena è prorompente. Il testo è dinamico, mira a raccontare non ad intristire. Ben diretto da Benedetta Nicoletti, l’attore veste più ruoli, tutti nei suoi panni, perché non ha bisogno di cambiarsi d’abito Andrea Puglisi per raccogliere su di sé le intenzioni e i sentimenti dei personaggi che sono serviti per raccontare la storia di un giovane che nasce a Portopalo in Sicilia, da una famiglia umile, che lascia tutto e tutti per andare in guerra, che si relaziona con una realtà più grande di lui, che prova ad affezionarsi a qualcuno senza però averne il giusto tempo e che fa ritorno a casa con gli occhi pieni di morte, di dolore, ma anche di amore per quella vita conservata.

La scenografia è minima ma efficace. Sacchi di iuta che fanno da fronte, un tavolo che diventa mille cose, una radio d’epoca che diffonde la voce del duce. Ed a muoversi in quella scenografia Paolo Montalto, Paolino per gli amici, Pauluzzi Millarti per tutti, un ragazzo che sapeva fare tutto, che poi diventa anziano e che nella vita vera incontra un giovane attore al quale racconta la sua storia che poi diventa una piéce teatrale, capace di fare la cornice ad una storia come mille altre, ma che riceve in dono un Andrea Puglisi che la riscrive e la porta in scena, a modo suo … e quel suo modo è appagante.

La suggestione durante la rappresentazione è data dagli effetti sonori che riproducono le scene di guerra, ma anche l’intensità della voce di Andrea Puglisi, che avrebbe convinto, anche se avesse recitato completamente al buio.

In scena ieri sera sul palco del PTU dell’Unical di Rende, per la rassegna “Teatro sotto il banco” insieme ad Andrea Puglisi, in una piccola parte anche Simone Zampaglione.

 

Simona Stammelluti