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Continua la rassegna “Il Giardino Ritrovato”, che ospiterà domani 1 settembre, alle 21:00 nella splendida cornice del giardino di Palazzo Venezia, il concerto SIGNUM SAXOPHONE QUARTET – 4 Sassofoni per Roma, con: Blaž Kemperle sax soprano, Hayrapet Arakelyan sax alto, Alan Lužar sax tenore, Guerino Bellarosa sax baritono.

 

I quattro musicisti si incontrano a Colonia nel 2006 dove fondano l’ensemble. Dopo la vittoria di numerosi premi internazionali, il SIGNUM si esibisce regolarmente nei festival e nei teatri di tutta Europa. Nel 2013 fa il suo debutto a Carnegie Hall NY e riceve il Rising Stars Award 2014/2015 dalla European Concert Hall Organisation (ECHO), che li proietta sui più rinomati palcoscenici internazionali come Barbican Centre di Londra, Konzerthaus di Vienna, Concertgebouw di Amsterdam, Palais des Beaux – Arts di Bruxelles, Gulbenkian di Lisbona, Festspielhaus di Baden-Baden, Philharmonie di Lussemburgo, Elbphilharmonie di Amburgo, Konzerthaus di Dortmund, Philharmonie di Colonia. Nell’ottobre 2016 il SIGNUM vince il premio “Best Ensemble” al prestigioso Festival Mecklenburg Vorpommern.

Del quartetto la rivista Hamburger Abendblatt ha detto:

“Che siano la reincarnazione dei Beatles?
Quattro musicisti, quattro ragazzi dall’aspetto irriverente e quella stessa sicurezza dei quattro celebri inglesi, salgono sul palcoscenico, infiammando gli animi. Un incrocio tra mascolinità e sensibilità caratterizza la musica dei quattro. La loro perfezione stupenda è diventata un fatto assodato”.

“Il Giardino Ritrovato” si inserisce nella più ampia cornice di “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio“, un progetto organico di iniziative culturali. Nato nei musei e per i musei, unisce sotto un ombrello comune, iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo. Realizzato dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, il programma di ARTCITY coprirà l’intera estate 2018, spalancando i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura.

 “Il Giardino Ritrovato” ha segnato la rinascita di uno dei palazzi storici tra i più significativi della città. La scelta della rassegna di quest’anno, curata dal direttore del Museo di Palazzo Venezia Sonia Martone e da Anna Selvi, direttore dell’ufficio per il teatro e per la danza del Polo Museale del Lazio, con la collaborazione di Davide Latella, punta sulla dimensione internazionale e sulla commistione tra diversi registri espressivi.

 

Il luogo è ideale, la cornice è suggestiva al punto giusto.
L’acustica è perfetta, la rassegna prestigiosa.

Ieri 29 agosto nella cornice accattivante e sofisticata del giardino di Palazzo Venezia in Roma, si è assistito al concerto di Noa e del suo quartetto, nell’ambito della rassegna “Il Giardino Ritrovato“, che si inserisce nel più ampio circuito di “Artcity 2018” che propone innumerevoli iniziative culturali, il cui programma coprirà l’intera estate 2018, spalancando i confini dei musei, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura.

Tra i fortunati che ieri sera hanno potuto assistere alla performance della cantante israeliana e dei suoi musicisti, c’erano due ospiti speciali, di grande caratura. Seduti in prima fila il maestro Nicola Piovani –  a cui Noa è particolarmente legata da un rapporto di amicizia – e il regista Paolo Taviani.

Una serata  che parte già con l’atmosfera giusta, che si consuma lenta tra musica e parole, tra messaggi di speranza e virtuosismi; il tutto condito dalla verve, dalla simpatia e dalla forza travolgente di Noa, che ieri sera non si è solo esibita, ma ha anche lanciato forte e chiaro un messaggio contro ogni forma di razzismo, di emarginazione e di indifferenza.

Canta in molte lingue: in lingua ebraica, yemenita, in inglese, ed anche in napoletano. Dice di conoscere poco l’italiano ma di amare molto la nostra lingua. Non è vero che lo conosce poco, l’italiano; lo parla bene, aiutata a volte dalla lettura di alcune riflessioni che lei stessa ha scritto.

Il concerto inizia proprio con un saluto “Shalom“, che significa “Pace”. Un saluto accorato, in musica, a cui seguono le sue significative parole di ringraziamento verso il suo pubblico, particolarmente attento ed incantato dalla bravura della cantante israeliana. Noa porta sulla fronte una coroncina, è vestita con un caratteristico abito della sua terra. Ma durante il concerto ne indosserà  un altro, bianco, nella seconda fase del suo coinvolgente concerto.  Un incipit delicato, appassionato che già lascia trasparire le tante sfumature della voce, che seguono la linea melodica, che è capace di raggiungere note acute e pulite. Le appartiene una voce limpida, angelica, ma al contempo magnetica. E’ dotata di una tale versatilità che mai immagineresti che la più famosa cantante israeliana al mondo – il cui nome è legato al film “La vita è bella” di cui lei ha cantato la colonna sonora scritta dal maestro Nicola Piovani – possa essere capace di esprimersi in così tanti generi musicali, che vanno dalla canzone napoletana al blues, dalla musica classica al jazz, dal canto yemenita al pop. E la cosa che più sorprende è che riesce a trovare la giusta intenzione e la giusta energia in ognuno di quei passaggio che ricama magistralmente con la voce.

Non una nota fuori posto, non un’ incertezza. Noa è anche percussionista, compositrice e la sua voglia di esplorare il mondo musicale l’ha condotta sino alla musica di Bach, sui cui famosi concerti, ha scritto dei testi ispirati al cambiamento, all’amore e alla speranza. Racconta come quei testi, così madidi di significato, le siano stati ispirati dal coraggio delle donne israeliane ma anche di quelle palestinesi.   Ma prima di arrivare al suo nuovo lavora sulle musiche di Bach, Noa incanta con “Nothing but a song“. E’ durante il pezzo “I don’t know” – che spesso durante il cantato diventa in italiano “Non lo so” – che si sprigiona un’atmosfera che parte dall’intensità del testo, per poi migrare alla suggestione forte e trascinante di quella voce che tutto può, che canta ogni nota; Perché Noa ci mette tutta se stessa, ci crede, coinvolge tutto e tutti. Chiede al pubblico di farle da controconto, di rispondere a quella sua domanda: “posso sopportare? Le mie ali sono abbastanza forti per volare? Che vento mi aspetta lì fuori?” Non lo so, recita il testo, eppure nella sua espressività che si serve della musica, della sua stessa voce, risiede una grande speranza. Quella che racconta subito dopo, quando parla di quell’essere tutti immigrati; alcuni lo sono nel corpo, altri nello spirito. “La mia casa è una canzone” – dice Noa, e prima o poi tutti saremo su una barca, in attesa di giungere da qualche parte. La voce di Noa è senza dubbio una voce da soprano. Le note le raggiunge senza falsetto. Conosce la tecnica molto bene, ne fa un giusto uso, la utilizza per lasciare il pubblico a bocca aperta ma anche per raccontare il suo mondo, fatto di carattere prorompente, di personalità e di bellezza. Una bellezza che non è solo nei suoi tratti fisiognomici, ma anche nel suo modo di sorridere, di coinvolgere e di avvolgere.

Non è sola sul palco Noa. Insieme a lei ci sono dei musicisti di eccellente bravura. Gil Dor alla chitarra, compositore, direttore musicale, che condivide con la cantante 28 anni di percorso professionale e di amicizia, Adam Ben Ezra al contrabbasso,  e Gari Seri alle percussioni. Sono loro che incorniciano la performance della cantante; sono loro che creano ed imbastiscono il tessuto armonico e ritmico sul quale Noa incide il suo cantato. Sono loro che sfoggiano una bravura durante dei duetti – come quello in acustico bongo e chitarra – o in assoli travolgenti come quello in cui  il giovane Ezra, concede attraverso il suo contrabbasso un piccolo viaggio fatto di melodie arabe, mentre batte sulla cassa, modera l’uso della mano destra sulle corde e con la sinistra delinea la melodia, tutta in controtempo. Momenti di grande musica, di messa in mostra di talento. Noa concede loro spazio, poi torna in scena e canta in napoletano voce e chitarra “Santa Lucia luntana“.

E’ intensa Noa.
Sa fare tutto e tutto bene.
Sale sulla pedana, va davanti alle sue percussioni e si scatena in una della fasi più travolgenti del concerto. Suona con una ritmicità, con una velocità e con una precisione che ci si domanda da dove la tiri fuori tutta quella energia. Lo capisci dopo, quando parla dei testi da lei scritti per la musica di Bach, che quella energia scaturisce dal suo amore per la vita, per suo marito, per tutto quello in cui lei crede. E lei crede nella forza del “guardarsi”. Del guardarsi per capirsi, per non piegarsi a quel mondo che sta cambiando. Un guardarsi oltre il muro, aspettando una luce che brilli oltre il dolore, che possa consegnare un domani, in un mattino che possa vedere cadere tutti i muri.
E’ questo il testo scritto su “largo – concerto in Fa minore di Bach”. Il brano si intitola proprio “Look at me“.  Poi ancora “Little lovin” chitarra e voce, su “Invenzione n. 4 a due voci in Re minore”  e quella conversazione immaginata tra lei ed il suo uomo, l’unico grande amore della sua vita. Delle sonate di Bach, Noa canta ogni nota. Bach diventa jazz, anche, e così la famosa “Badinerie della suite orchestrale n. 2 in Si minore” diventa “No, baby no” nelle intenzioni della cantante israeliana che da sfoggio di grande conoscenza della metodica jazz.

Sul finale Noa canta il blues, come se fosse quello il suo abito migliore.
Ma come si fa a dire quale sia il suo abito migliore?
Tutto ciò in cui si cimenta, è credibile, è adeguato, è dotato di sfumature, di intenzioni, di forma che incanta.

Va via, senza aver regalato quel pezzo che l’ha resa nota al mondo occidentale, che l’ha resa la Noa della “Vita è bella”. Ma c’è spazio anche per quel brano, sul finale, nel bis, prima del congedo, prima dei saluti, prima di quel vuoto che apparentemente gli artisti lasciano quando la musica finisce, ma che si riempie di quelle emozioni che restano sospese, che pian piano ti scivolano addosso, sotto il primo strato di pelle, e poi nelle note che ti rieccheggiano in mente ancora per un po’,  dopo che la musica è finita.

E così arriva “Life is beautiful“. Ci sono ricordi, ci sono piccole commozioni;  tra il pubblico Piovani, attento e coinvolto per tutto il concerto, resta in ascolto come se fosse tutto perfetto, in quel momento, e forse era davvero così.

 “Sorrridi, senza ragione. Ama, come se fossi un bambino. Sorridi, non importa quel che ti dicono. Non ascoltare una sola parola perché la vita è bella così”

E se lo dice Noa, con quella sua travolgente capacità di incantare e di crederci, allora tocca farlo, senza riserve.

 

Simona Stammelluti

Non so se sia meglio non averla mai vista la Cappella Sistina prima di assistere al “Visual Show” GIUDIZIO UNIVERSALE, Ideato da Marco Balich e realizzato da Artainment Worldwide Shows con la consulenza scientifica dei Musei Vaticani.
Per me che la Cappella Sistina l’ho visitata ed ammirata un po’ di anni fa, l’emozione e la spettacolarità – in tutti i sensi – mi ha nuovamente investita, seppur con dinamiche differenti.
Sì perché si viene letteralmente investiti dalla bellezza, e non solo dalle bellezza delle immagini, ma anche dal “come” quelle immagini ti piovono addosso, ti inglobano, ti travolgono, proprio come nel giorno del “Giudizio Universale”, a prescindere se ci si senta più santi o più dannati.
Un po’ dannato lo sarà di certo stato chi questo live show lo ha ideato, riproponendo agli spettatori i passaggi fondamentali della genesi della cappella Sistina.
È senza dubbio un “inno alla bellezza”, lo spettacolo che non ha precedenti e dunque neanche termini di paragone, non ha una regia canonica – ed é questo il punto di forza – che non sembra assolutamente una semplice sfida, ma che nella semplicità dei dialoghi tra Papa Clemente VII e Michelangelo, e nel racconto dei passaggi della Bibbia, lascia spazio alla ricchezza di quelle dinamiche visive che non si può fare a meno di definire fantasmagoriche.
Passi di danza ad opera di performer e ballerini di altissimo livello, che vengono letteralmente fermati e riprodotti nel vuoto tridimensionalmente, giochi di luci e proiezioni, che però non vengono semplicemente riprodotti a 270 gradi sulla volta e sulle pareti dell’Auditorium della Conciliazione di Roma – lo spettacolo sarà Permanente a Roma e sarà in scena per tutto il  2018 e il 2019 – ma sono studiati ad arte per mostrare tutta la maestosità di quel lavoro che venne realizzato da un Michelangelo ormai in là con gli anni, e che in maniera audace, non ebbe problemi a mostrare i nudi perfetti di quelle figure raggruppate in singole formazioni plastiche, che nuotano isolate in disperata solitudine nella tremenda infinità del vuoto.
Ecco…quel vuoto è stato riempito dal regista che ha incastonato ogni immagine riprodotta sulla volta della Cappella Sistina nelle varie fasi della Bibbia raccontate.
La Creazione” è uno dei passaggi più incredibili ai quali si assiste; e poi la separazione del giorno dalla notte, della terra dalle acque che è travolgente. Così come l’uomo e la donna nel Paradiso Terrestre, mentre commettono il peccato originale o ancora il diluvio universale.
L’insicurezza di un’epoca, la totale mancanza di certezze, la deriva che travolge i dannati quanto i beati, e poi anche i simboli della passione; tutto perfettamente accordato con le intenzioni della regia, che a mio avviso ha dato vita alla genialità della narrazione, con accenni di dettagli storici, lasciando che il vero protagonista fosse l’opera d’arte che si trasforma e prende vita trasformandosi in una esperienza visiva ed emozionale, unica.
 
Sembra riduttivo anche parlare di suggestione, perché malgrado sia tutto molto suggestivo, accattivante e sorprendere, in realtà questo nuovo modo di fare spettacolo definito ARTAINMENT®, è capace di mettere in perfetta connessione i codici emozionali che sono talmente soggettivo da sembrare difficilmente campionabili, alla bellezza assoluta di opere d’arte come Giudizio Universale.
Lo spettacolo è nella doppia versione in italiano e in lingua inglese (a mio avviso andrebbero viste entrambe). Nella versione italiana la voce di Michelangelo nello show è affidata al bravissimo Pierfrancesco Favino, e nella versione inglese spicca invece la voce di Susan Sarandon che racconta la Bibbia.
Ad unire in una sorta di meccanismo perfetto tutto lo show, un impianto tecnologico che permette allo spettatore di fare un salto temporale di oltre 500 anni e le musiche, anch’esse maestose, di sfacciata bellezza compositiva, e la colonna sonora d’eccezione, con tema musicale originale firmato dal grande Sting, che è riuscito a musicare e poi a cantare versi in latino e in quel cantato così fascinoso, si conclude un live show che andrebbe visto e rivisto, per scorgerne ogni volta un dettaglio ancora, perché la dinamica ti costringe a tenere gli occhi all’insù, anche, mentre tutto intorno è altrettanta meraviglia.
Io cerco la bellezza, la bellezza é tutto, è la mia ossessione” – diceva Michelangelo.
Lo dice anche in apertura di spettacolo, nel 2018 per volontà di Marco Balich, e grazie a questa geniale idea, la bellezza concepita e creata e forgiata attraverso un’opera d’arte, dopo la visione di Giudizio Universale, diventa anche un po’ la nostra.
Simona Stammelluti

Sarà mercoledì 29 agosto alle 21 nella splendida cornice del giardino di Palazzo Venezia, in Roma, che andrà in scena il concerto Noa & Band, nell’abito della rassegna “Il Giardino Ritrovato“.

Il concerto sarà un viaggio tra le canzoni più note della cantante israeliana. Vi sarà anche una parte dedicata al nuovo progetto su Bach, sulle cui arie Noa ha scritto dei testi originali. Un concerto con canzoni in lingua ebraica, yemenita, inglesi e in napoletano. Con Noa, alla voce e percussioni, ci saranno Gil Dor alla chitarra e alla direzione musicale, Adam Ben Ezra al contrabbasso, e Gari Seri alle percussioni.

“Il Giardino Ritrovato” si inserisce nella più ampia cornice di “ARTCITY Estate 2018 arte musica spettacoli a Roma e nel Lazio“, un progetto organico di iniziative culturali. Nato nei musei e per i musei, unisce sotto un ombrello comune, iniziative di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo.

Realizzato dal Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, il programma di ARTCITY coprirà l’intera estate 2018, spalancando i confini del Museo, aprendoli ulteriormente all’arte e alla cultura.

“Il Giardino Ritrovato” ha segnato la rinascita di uno dei palazzi storici tra i più significativi della città. La scelta della rassegna di quest’anno, curata dal direttore del Museo di Palazzo Venezia Sonia Martone e da Anna Selvi, direttore dell’ufficio per il teatro e per la danza del Polo Museale del Lazio, con la collaborazione di Davide Latella, punta sulla dimensione internazionale e sulla commistione tra diversi registri espressivi.

 

 

 

 

E’ bastata la domanda di mia figlia sedicenne: “Mamma, tu cosa ne pensi?” – per ispirare questo articolo che non è tanto “gossippeggiante” quanto d’opinione. Sì perché essere giornalista di un prestigioso giornale, del cui direttore hai massima stima, oltre che carta bianca, ti consegna la libertà di dire la tua – sì proprio la mia – tutte le volte che ti va, ed oggi, mi va.

La storia sulla quale mia figlia chiede che io mi esprima, è il matrimonio avvenuto pochi giorni fa, tra l’attore e regista Vincent Cassel e la ex modella Tina kunakey. La prima cosa che salta all’attenzione e di cui ovviamente si parla – anche perché credo che ci sia davvero poco altro su cui disquisire – è la differenza d’età tra i due; 51 lui, 21 lei. Lui può essere suo padre, anche a doppio giro. Potrebbe anche essere nonno dei figli di lei, considerato che lei, a soli 15 anni ha lasciato la casa natale per seguire un calciatore, poi un anno dopo si è “seccata”, l’ha lasciato e si è trasferito a Londra, per fare la modella e che tre anni fa, finge di non riconoscere il grande Cassel su una spiaggia in Normandia e quella mossa le frutta una relazione appassionata, sbattuta in primo piano su tutti i social (perché lui è molto vanesio oltre che egocentrico), un matrimonio informale, in un paesino sui Pirenei, con vestito bianco da principessa, con le bolle di sapone al posto del riso e un futuro (?), che manco Cenerentola.

Insomma quando la Kunakey ha deciso che vita fare, aveva l’età che ha oggi mia figlia – colei che mi pone la domanda – e che è agli antipodi rispetto alla Kunakey, (anche in fatto di sfrontatezza) che non scapperebbe con chicchessia (ad oggi), che ha aspirazioni (almeno per ora) diverse che voler sposare un uomo di trent’anni più grande di lei. Certo se venisse tra un quinquennio a dirmi che sposa sulle bianche colline di Dover un miliardario che ha più del doppio dei suoi anni, a me verrebbe solo da dire “good luck”. Perché diciamolo, un po’ di fortuna ci vuole,  non fosse altro che per il fatto che l’amore a vent’anni non è una materia che si mastica con cognizione, ma sai sicuramente come sfruttare un’opportunità, se ti capita, e a oltre 50, invece, con una vita alle spalle, si ha voglia di togliersi qualunque sfizio, soprattutto se si è ricchi e famosi e si pensa di potersi permettere qualunque cosa, anche una moglie ventenne.

Il mondo ovviamente si è diviso in due: gli haters irriverenti e spietati sui social si sono espressi con frasi tipo: “la puttanella opportunista, e il pedofilo cocainomane” ecc ecc. Gli eterni innamorati del gossip soprattutto hanno augurato ai novelli sposi “ogni bene” e poi ci sono quelli come me, che guardano la cosa con il dovuto distacco, che fanno fatica a credere che questo rapporto possa durare “finché morte non li separi” e la motivazione non è tanto la differenza d’età in sé, quanto il fatto che ognuno di loro abbia un proprio vissuto e quel vissuto premerà sul loro rapporto tra un po’. Lui ha come ex moglie e madre delle sue due figlie, Monica Bellucci, e già provare a fare un paragone tra la donna e la “bambina” è impossibile, sotto molti punti di vista,  e poi c’è la realtà che parla, anzi urla quel che è così evidente che se non la vedi allora “non la vuoi vedere”.

E’ facile che una ragazza giovane e bella piaccia ad un uomo che essendo ricco e famoso, ha tutte le armi per poterla tenere legata a sé. L’amore “due cuori e un capanna” sembra non andare più di moda. E’ vero che nella storia sono tanti i casi di  amore tra uomini maturi e ragazzine o tra donna mature e bambinetti; ma quanto sono durati?

Madonna, Brigitte Nielsen, Mick jagger, Mike Bongiorno, Rita Pavone e Teddy Reno, Emmanuel Macron, la Gregoraci con Briatore, Woody Allen, e andando indietro nel tempo, è valso anche per Charlie Chaplin e la O’Neil. Il mondo del Jet-Set di tutti i tempi è costellato di storie simili, ma se ci si sofferma a pensare, c’è sempre un “interesse” che tiene in piedi questi rapporti, almeno per un po’, ed è innegabile. Che si tratti di patrimonio o di prestigio, poco importa … c’è una specie di “imbarcazione” sulla quale viaggiano certi amori, che permette loro di affrontare il mare con “comodità”, non sono certo “zattere” sulle quali per starci di sopra, servono impegno e volontà affinché si possa affrontare il mare aperto.

Ma se vogliamo difendere l’amore e il rapporto, a prescindere dall’età e dal conto in banca e dal ruolo di uno dei due, allora  bisognerebbe accantonare anche il pregiudizio riguardante le coppie in cui è la donna ad essere più grande. Perché spesso si pensa che l’uomo più maturo, può essere mentore, o pigmalione, o consigliere, o protettore, mentre la donna vuole solo togliersi lo sfizio di riscoprirsi donna, rinnovando un desiderio e una vitalità con un ragazzo più giovane.

La domanda vera è: “la nuova signora Cassel, avrebbe dato 50 lire di confidenza a quello che oggi è suo marito, se anziché essere il grande e famosissimo e ricco Vincent Cassel, fosse stato un manovale che scaricava sacchetti di cemento al porto?”

Io non lo so, ma non credo. E’scappata a 15 anni in Spagna con un calciatore, non con su un peschereccio, insieme ad un pescatore. Sempre in -ore finisce, ma con un conto in banca diverso.

Io penso che gli amori per essere sani e per sopravvivere dovrebbero non solo appartenere alla stessa generazione, ma dovrebbero avere più di qualcosa in comune. Non ho mai creduto agli opposti che si attraggono, ma a quell’essere simili, che permette una complicità che ha un valore inestimabile e che a mio avviso, vale più di un panfilo o di un resort. Sono “amori” facili, quelli dove girano tanti soldi, tanto potere, e quelle condizioni dove la formula vincente è “vuoi? Compro!” come diceva lo Zambetti in una famosa commedia all’italiana.

L’amore vero dovrebbe essere scevro da qualunque interesse, dovrebbe sopravvivere rinnovandosi ogni giorno, dovrebbe essere alla portata di tutti, per le intenzioni che racchiude in se è che hanno un valore inestimabile.

E allora alla domanda di mia figlia: “mamma tu cosa ne pensi?”, ho risposto che “potrebbe anche essere che l’età non conti, che il conto in banca di lui non abbia avuto peso,  ma io mi sono interrogata su cosa possa dare Cassel alla sua nuova giovanissma moglie, oltre ai viaggi, ai soldi, alle scarpe firmate e ai gioielli; se il rapporto durerà qualche anno, forse tra qualche anno  lui insegnerà a lei come difendersi da un mondo che alla fine non fa sconti…forse. Lei dal canto suo lo aiuterà a restare nella convinzione che può tutto, che è potente“.

Sì mamma, ho capito…ma insomma questo amore dura o no?“, mi ha incanzato la quindicenne. “Non penso – ho risposto – non penso perché esiste un meccanismo che permette a chi è più giovane di immaginare un mondo che l’altro ha già esplorato, e si finisce per guardare poi verso orizzonti diversi”.

Eppure adesso mi viene da augurare a questi due neosposi un bel po’ di felicità, perché ogni essere umano ne ha diritto, nella speranza che Cassel sappia essere un buon marito, senza dimenticarsi di essere anche un buon padre.

 

Simona Stammelluti

 

AGGIORNAMENTO ORE 5:00 – Dei 10 corpi ritrovati 8 appartenevano al gruppo censito di 17 componenti; i corpi di 3 di loro più la giuda, sono stati già identificati. Dello stesso gruppo, alcuni fortunatamente sono stati tratti in salvo e al momento si trovano ricoverati presso i vari nosocomi della provincia. Si suppone esserci anche un vigile del fuoco tra le vittime che si contano.

La guida che ha perso la vita, De Rasis Antonio, era uomo esperto nel suo lavoro, non certo uno sprovveduto, ma tanto evidentemente non è bastato per salvare sé stesso ed il suo gruppo,  dalla furia delle acque.

Sempre più difficile contare i dispersi, considerato che nelle ultime ore, sembrerebbe che erano tanti i turisti non censiti, ad affollare la zona e le sponde del torrente Raganello.

Sul posto fino a poco fa anche il capo della protezione civile Carlo Tanzi, che ha coordinato i lavori di ricerca e recupero. Presente sul posto anche il Procuratore Capo della Procura di Castrivillari, Eugenio Facciolla.

Si danno il cambio poco per volta i militari presenti sui luoghi,  i Cacciatori dell’Arma dei Carabinieri della Calabria, i Vigili del Fuoco, i sommozzatori, gli uomini della Protezione Civile e del Soccorso Alpino che ne avranno ancora per molto prima di recuperare tutti coloro che sarà possibile portare in salvo, considerato che c’è ancora speranza che in una di quelle gole, qualcuno un po’ più esperto,  possa aver trovato rifugio, una volta calata pian piano la piena.

Le zone impervie, quelle che sono raggiungibili solo a piedi, è stato impossibile praticarle durante la notte, malgrado siano giunti sul posto macchine speciali e illuminazioni particolarmente sofisticate tali da illuminare pienamente la zona. Sono quelle zone che verranno battute appena il sole del nuovo giorno, si affaccerà su quelle vite che ancora sono disperse e sugli uomini incessantemente al lavoro sin da ieri pomeriggio.

Resta ancora da chiarire quali siano state le reali cause che hanno prodotto il muro d’acqua di oltre 10 metri che ha riempito quelle profonde gole, che si sono trasformate in quella trappola mortale per un numero notevole di turisti giunti in Calabria da diverse parti della Campania, della Puglia , ed anche dall’Olanda.

 

AGGIORNAMENTO ORE 11:00 –  E’ appena giunto a Civita il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha deciso di avviare un tavolo tecnico di crisi, al quale siederanno il capo della Protezione Civile Carlo Tanzi, di nuovo a Civita, considerato che era andato via alle 5 di questa mattina, e poi tutti i responsabili delle varie forze di Polizia e di soccorso  che stanno operando nella zona, incessantemente, per la ricerca e il recupero dei dispersi che ad ora sono 5. I morti restano 10.

AGGIORNAMENTO DELLE 13.30In salvo tre ragazzi che si davano per dispersi ma che si erano messi in salvo da soli, disertando quell’appuntamento alle gole del torrente Raganello. Si cercavano invano, i loro nomi erano tra i dispersi, ma in realtà non erano sui luoghi della tragedia.
I morti restano 10. Sembrerebbe che tutti le persone che erano da cercare, siano state rintracciate. Molti dei feriti sono in discrete condizioni, tranne la bambina trasportata a Roma in elisoccorso che aveva tracce di detriti all’interno dei polmoni.
La procura di Castrovillari ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, così come espresso dal procuratore Eugenio Facciolla.

Simona Stammelluti

Tragedia dopo la piena del Torrente Raganello, all’altezza della gola “ponte del diavolo”, a causa del maltempo

 

L’unico gruppo censito nella zona che fa parte del Parco Nazionale del Pollino, nel Comune di Civita (Cs),  era uno composto da 17 persone inclusa la guida del posto. 

I  corpi recuperati al momento sono 10, 4 donne di cui una ragazza giovane e 6 uomini, ma Il numero è destinato a salire considerato che c’era un numero imprecisato di escursionisti “fai da te” di cui si disconosce il numero esatto, tra cui tanti turisti giunti da tutta Italia.
Pertanto anche il numero esatto dei dispersi è ancora approssimativo. 

L’ondata di piena dovrebbe averli travolti nel primo pomeriggio.

I corpi recuperati giacciono adesso in una palestra messa a disposizione dal comune di Civita. La scena è raccapricciante e i familiari delle vittime, sono in condizioni di grande sgomento e dolore.

Sul posto un gruppo di lavoro incessante, uomini della Protezione Civile, Vigili del Fuoco, sommozzatori e Soccorso Alpino.

A coordinare i lavori, la Procura di Castrovillari, guidata dal dott.  Eugenio Facciolla.

Aggiornamento ore 00:30 – i Carabinieri del nucleo Operativo di Cosenza, intenti nell’identificazione delle vittime. Nulla di invariato circa il numero degli altri dispersi.

Simona Stammelluti 

Aretha Franklin non c’è più, ha detto addio al mondo, oggi, 16 agosto 2018 dopo una lunga malattia.
 
La sua voce era unica e come tale sarà ricordata.
 
La cosa rara di Aretha Franklin, è che era “semplicemente” una grande cantante, una cantante che con la sua voce, poteva fare qualsiasi cosa.
Cantava il Rhythm & Blues, il jazz, poteva cantare l’opera e se avesse voluto avrebbe potuto cantare anche il country.
Hanno cominciato a chiamarla la “Regina del Soul” negli anni ’60 quando lei aveva appena che 20 anni e nessuno ha mai provato a toglierle quel prezioso soprannome.
Chiunque la sentisse cantare, ne veniva ispirato. Era un’ispirazione che lei canalizzava dal gospel nella musica soul, e in quella sua musica che parlava della vita delle persone, la vita di tutti i gioni.
Si pensi a canzoni come “Think” che è stato uno dei suoi messaggi più forti, un grande inno alla libertà di pensiero, ed è una delle poche canzoni che ha scritto.
Lei era la cantante che aveva 100 canzoni nelle classifiche Billboard R & B e 17 singoli pop nelle Hits, ma la cosa più importante fu il modo in cui lei inculcò la libertà di espressione anche negli altri cantanti, il modo in cui mostrava agli altri cantanti come con la voce si potesse anche volare.
Si può sentire un po’ di Aretha Franklin nella voce di Whitney Huston, o in Chaka Khan; ma si può avvertire l’anima di Aretha Franklin anche nella voce di alcuni uomini, che a lei si sono ispirati, come Luther Vandross; si può sentire Aretha Franklin nell’R & B tanto quanto nella musica americana tutta.
 
Eppure non è stata sempre nelle classifiche; ci sono stati dei periodi negli anni ‘70 o ‘80 in cui non riusciva ad avere una canzone di successo.
Coloro che le passavano il materiale, in quel periodo, la deludevano. Alla fine della sua carriera, si poteva sentire Aretha cantare la canzone di Adele e allora viene da pensare a cosa sarebbe successo alla sua carriera, se avesse avuto degli scrittori migliori…probabilmente avrebbe avuto molti più singoli di quei 100 in classifica.
Non c’è forse nessuno al mondo che non ami “Respect” e fu lei stessa in una intervista a dire che “mai avrebbe immaginato che le associazioni di tutela dei diritti civili l’avrebbero adottata come un mantra”. Suo padre era stato coinvolto nella battaglia dei diritti civili, lei fu vicina a Martin Luter king, cantò anche davanti al primo presidente afroamericano in America e questo fu per lei un momento clou.
Era la regina indiscussa del soul e lei riusciva a mettere tutta l’improvvisazione del gospel, nelle canzoni che parlavano di amore, e canalizzava lo spirito del gospel anche in situazioni cosiddette mondane.
Il gospel è costantemente con me, ovunque io vada, qualcuna cosa faccia”- diceva.
“Amazing Grace” è lo “standard” gospel che tutti conoscono; è una canzone bellissima e struggente, e quando senti Aretha Franklin cantare quella canzone è una condizione di trascendenza, una sensazione che ti porta al di là.
In lei c’era sempre quel sentimento che le permetteva di canalizzare qualcosa di più grande, di eccelso, dentro quel suo personalissimo ed inimitabile modo di cantare.
 
Simona Stammelluti

Ci sono tanti dischi in giro; altrettanti me ne giungono affinché io dica la mia, in merito a ciò che ascolto. Li ascolto tutti, molti una volta sola e poi mai più, altri più di una volta perché prima di dire se mi è piaciuto o meno,  oltre che il perché, ho bisogno di più di un ascolto.  E poi ci sono i dischi come quello di Francesco Bragagnini, che oramai posso dire di conoscere a memoria, perché ascoltarlo è stato un vero piacere. Ormai conosco tutte le parti, potrei riscriverne alcune ed eseguire il tema dei pezzi, al piano, perché l’ho fatto mio, dopo averlo ascoltato e riascoltato in loop per giorni.

È un bel disco jazz L’Heure Bleue”, come ce ne sono un po’ in giro, ma non tantissimi.

E un bel progetto; è un progetto amabile nel senso che è un disco che si può ascoltare più e più volte, senza che lo si abbia a noia, ma che al contrario, crea dipendenza alle cellule ciliate e ai recettori sensoriali.

È un disco che finalmente ha un titolo che ha un senso, rispetto a quello che viene suonato. O meglio, è capace di ripercorrere il significato del titolo; E’ un disco che racconta, che parla di quell’ora del giorno in cui il sole va giù, di quel momento chiamato crepuscolo, in cui le cose cambiano, perché la luce cambia da un attimo all’altro, da un momento all’altro; Ecco, il disco è capace di fotografare quel momento preciso, è capace di cambiare le sonorità anche all’interno dello stesso pezzo ma con logica musicale, non in maniera astratta.

Mi piace l’idea di ospitare un’altra chitarra – che poi è quella di Russ Spiegel – e poi della batteria che accompagna, ma che sa anche prendersi il suo spazio quando necessario.

E’ un lavoro particolarmente creativo, i pezzi sanno diventare dolcemente malinconici, trasformando un’armonia maggiore in un’armonia minore, ma mai in maniera scontata e questo significa che Francesco Bragagnini che ha immaginato e poi realizzato gli arrangiamenti, conosce molto bene le dinamiche armoniche, cosa non sempre riscontrabile in molti musicisti jazz. Ci sono musicisti che se gli chiedi di cambiare una tonalità di mezzo tono,  hanno difficoltà.

I fiati – tromba e flicorno di Flavio Davanzo e i sassofoni contralto e soprano di Giovanni Cigui  –  sono ben incastonati nella dinamica acustica.

La chitarra di Bragagnini è morbida e non ostinata, ha un tono caldo, come i colori del cielo nell’Heure Bleue, e questo significa che è capace di richiamare ogni nota, per come viene concepita.

L’evoluzione al piano con la mano destra di Nicola Bottos  in alcuni pezzi è pulsante, e  ricorda la “fuga”.

Esiste un prima e un dopo in questo disco:

Le due parti sono divise da un pezzo che si chiama “Fotografia in bianco e nero” che segna proprio un passaggio tra due momenti sonori,  proprio come nel passaggio da quella fase in cui la luce debole del giorno scivola nel buio, e un attimo dopo il buio è pesto, è notte e tutto diventa senza colore, diventa in bianco e nero e questo “scolorimento” in musica, è stato descritto benissimo perché i fiati suonano nelle note lunghe, senza evoluzioni, e la batteria di Luca Colussi mette a punto un tempo in quattro quarti.

“Memorie sospese” è il titolo della prima traccia e già l’idea della bellezza del disco prorompe nel suono della chitarra che apre il pezzo in maniera felpata e del piano che le risponde con dinamiche adornate di forme scattanti.

In “Tempo Indefinito” il tempo è portato dalla batteria di Luca Colussi tutto in levale, ed è quello lo spazio ideale per la chitarra, per raccontare il suo di tempo, tra improvvisazione e la voce raffinata del contrabbasso di Alessandro Turchet. Improvvisazione dinamica, quella della chitarra di Bragagnini, che si ferma su alcune tranche per poi lasciare spazio al piano.

Parole immaginate che inizia con una sonorità che ricorda un richiamo: pàpa unpa-pa, poi entra la chitarra di Russ Spiegel con un fraseggio molto stretto, e la melodia si inchina alle armonizzazioni, tema e contrappunto del piano a cui risponde il contrabbasso, e l’ultimo tocco è dei piatti.

C’è grande interplay tra i musicisti.
C’è energia e sintonia.
C’è conoscenza reciproca e intesa.

“Nuovo giorno” – pezzo scritto in memoria del maestro Andrea Allione – è un vero capolavoro e forse il mio pezzo preferito, di quest’album. Condotto da una tromba dal suono limpido, appassionato, che porge la melodia al piano, che esegue note a terzine;  ma poi torna protagonista la tromba che finisce per suonare note altissime, tuffandosi in un accordo maggiore, con un solo stupendo.

Hai mai provato a lasciarti traghettare dall’altra parte del giorno?
Beh, questo disco è capace di portarti dall’altra parte, lì dove tutto si annulla e poi rinasce.

Non c’è nulla di musicalmente ostinato in questo disco, tranne il talento di chi suona, che si nutre di un pianismo sofisticato e leggero. Nulla di scontato, anzi…di grande gratificazione uditiva. E’ un album jazz, con dinamiche jazz e la giusta intensità tra note singole e passaggio armonico.

Le Note blu minori sono le note di passaggio, mentre la notte scivola, nel blu.

È un racconto in musica;  ascolti questo disco e vedi le immagini scorrere davanti ai tuoi occhi.

Anche la copertina del disco è particolarmente suggestiva; mostra l’Heure Bleue sulla città, su una strada a tre corsie, che corre lontano, mentre tu scegli che pezzo veste meglio le tue emozioni.

Nel disco la chitarra di Bragagnini disegna il tema con quel suono ovattato e caldo, come se il suo intento fosse accarezzare, conciliare, ispirare. Coordinazione perfetta tra suono e ritmo e allora alla fine di questa recensione mi viene da dire che non solo questo è un disco per intenditori ma anche per chi vuole approcciare al jazz. Mi viene anche da sottolineare come  questo progetto meriti fortemente di essere proposto in rassegne, in festival e in manifestazioni di spicco. Perché non sempre è vero che a suonare sono indiscutibilmente i più bravi; ci sono tantissimi bravi musicisti che hanno idee interessanti, che sanno comporre ed arrangiare e hanno tanto da dire, così come è accaduto al fortunato album “L’Heure Bleue” che vi consiglio di ascoltare e poi magari regalare, se volete fare un dono di qualità.

 

Simona Stammelluti

 

 

Non avrebbero potuto fare scelta migliore, Andrea Pontedoro e Francesco Pignataro – Maestri liutai, rispettivamente Presidente e Vice Presidente dell’Associazione Liuteria Bisignanese – insieme a Luca Gencarelli, responsabile ai rapporti con gli enti, nell’invitare Beatrice Valente giovane e talentuosa contrabbassista nonché cantante, come ospite insieme al chitarrista Ivan Ciavarella, per il concerto tenutosi ieri sera 11 agosto, nella splendida cornice del Duomo di Bisignano dove ieri in mattinata si è tenuto un convegno dei Liutai di Calabria, e nel pomeriggio è stata aperta una mostra di liuteria classica, durante la quale liutai professionisti e semplici amatori hanno avuto modo di incontrarsi, mostrando le proprie creazioni senza pregiudizi, condividendo esperienze in una forma di apertura e di crescita reciproca.

l’evento “Liuteria tra Arte&Cultura“, è stato un successo, merito anche della performance della musicista partenopea Beatrice Valente che in duo con il chitarrista Ivan Ciavarella, hanno letteralmente incantato tutti i presenti intervenuti puntuali per il concerto in serata. Presente tra il pubblico, anche il sindaco di Bisignano, Francesco Lo Giudice, musicista e appassionato di musica ed arte, testimonianza di come la competenza non è solo un valore aggiunto, quando si vuole e si deve gestire la cosa pubblica.

Beatrice Valente, classe 1993, figlia di musicisti – in famiglia lo sono tutti, i suoi genitori, i suoi zii, suo fratello – è una creatura straordinaria. Nessun compromesso tra la sua bellezza e la sua bravura, che è prorompente, mentre la sua bellezza è semplice seppur difficile da ignorare.

Mi viene da dire che Beatrice Valente è una musicista che malgrado la sua giovane età – ha una grande padronanza del suo strumento, oltre che del mezzo vocale, che ha sicuramente allenato in concomitanza allo studio del contrabbasso. Spesso fa con la voce quel che il suo strumento le suggerisce e questo è la dimostrazione di come la conoscenza approfondita della tecnica musicale, del tempo, del controtempo e della dinamica, le permettono una sicurezza nel cantato che poche altre cantanti hanno o hanno avuto, alla sua età. Ha una estensione vocale notevole, la sua voce sa essere limpida e cristallina, tanto quanto roca e calda, a seconda del repertorio che regala, con strumento e voce. La conoscenza dei generi musicali è ampissima, conosce benissimo il jazz, gli standard, la musica italiana, quella partenopea, la musica sudamericana, samba, bossa nova. E’ un caleidoscopio di colori e toni, di armonie sofisticate, di mood accattivanti e di un talento travolgente.

Ieri sera, insieme al chitarrista Ivan Ciavarella con il quale ha un ottimo affiatamento musicale, ha proposto un repertorio vario, da Pino Daniele a keith Jarrett, da Diane Schuur a Jobim.

Non è difficile notare come la bossa nova sia il vestito musicale che meglio delinea la sua personalità. Eppure nei blues per esempio, io ho sentito delle dinamiche che sono appropriate al suo stile.  Meno semplice è invece seguire – per chi ha un orecchio tecnico – i dettagli del suo cantato e del suo modo di suonare il contrabbasso, che suona anche ad occhi chiusi, come i più navigati dei musicisti. I dettagli del suo contrabbasso, che non fa solo da base ritmica ma che ricama le melodie, le intesse per renderle, insieme alla chitarra, ricche di groove e di fantasia. Non mancano nella performance le parti di improvvisazione, che sono un gioco di idioma su struttura jazzistica, capace di creare un’atmosfera che spesso, da i brividi. Le mani di Beatrice Valente volano sulle corde, disegnano sempre nuove geometrie sonore, senza mai trascurare il tempo, fondamentale per un contrabbassista.

Non legge le partiture Beatrice; suona pizzicando le corde del suo contrabbasso, che fa quel che lei vuole. Non legge le partiture perché le conosce bene, le ha fatte sue, il suo tocco sa essere energico e poi felpato, e nel duo, spesso lascia alla chitarra di Ivan Ciavarella la possibilità di esecuzioni che diventano la pista di decollo del cantato della Valente.

E’ disarmante, mentre parla con il suo pubblico. La sua voce, che nel cantato sa raggiungere una potenza non indifferente, diventa discreta, sottile e soffice, nel parlato, ed incanta, sempre.

Tanti gli applausi per loro, tutti meritatissimi.

Difficile dire cosa mi sia piaciuto di più della performance di ieri sera, considerato che il repertorio era davvero per tutti i gusti. Ho molto apprezzato il duo nella fase bossa nova. “Corcovado”, di Jobim, pietra miliare della musica brasiliana, che Beatrice ha cantato con una padronanza sia della parte musicale che della lingua, cantata. E poi ancora, “Insensatez”, che inizia chitarra e voce, che quasi vorresti che non finisse mai quel suonare, così accorato e così pieno di phatos e poi ancora “Falsa Baiana”, che fu di Joao Gilberto, che lei canta e suona con una verve e con tutte le sfumature brasiliane tanto che se chiudi gli occhi, sei altrove. E come non ricordare “Alfonsina y El Mar“,  cantata e interpretata con il filtro della “gioventù”.

Eppure la Valente è così versatile che riesce a passare da “Estate” di Bruno Martino a “Memories For Tomorrow” di keith Jarret con la padronanza che appartiene a chi è dotato di talento ma che ha speso tempo – tanto tempo –  nello studio, perché la Valente è la dimostrazione di come quando capisci di avere un dono, inevitabilmente devi accudirlo quel dono, con studio, dedizione e fatica. Lei lo fa e continuerà a farlo, perché è quella la sua strada, quella che porterà all’olimpo. Ci sono dei dettagli che Beatrice avrà modo e tempo di mettere a punto, di approfondire, di forgiare, trovando sempre meglio lo stile nel quale dare mostra del suo talento. Ha solo 25 anni, verrebbe da dire, sentendola suonare e cantare così bene. So però che quegli anni li ha spesi bene, imbracciando ed abbracciando quello strumento con una cassa poco più piccola dello standard – così come lei stessa spiegava ieri sera ai liutai – dedicando alla musica quella energia che cammina di pari passo con la volontà di diventare un numero uno. Diverse le formazioni nella quale si esibisce Beatrice Valente, e dunque vale la pena ascoltarla ancora.

Nessuno dei presenti voleva lasciarli andar via, ieri sera e allora un bis lo hanno concesso. Chitarra e voce, l’anima di Pino Daniele nella voce di Beatrice Valente e nella chitarra di Ivan Ciavarella – molto bravo nel calibrare il suono della chitarra alla voce di Beatrice –  un pizzico di malinconia e un’atmosfera che i presenti non dimenticheranno: “Che ore so” è il pezzo. Forse è tardi per tante cose, ma è presto per Beatrice Valente che ha tutto il tempo che vuole per raccontare la sua arte. E la sua bellezza? Un dettaglio in più.

Arte e cultura, diceva il titolo dell’evento.

C’era tutto, ieri sera.

Avanti così, affinché questa terra di Calabria, possa ospitare ancora il talento, alimentando curiosità e voglia di risorgere.

 

Simona Stammelluti