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La Piccola Compagnia del Piero Gabrielli – Teatro di Roma, rimetterà in scena per il quarto anno consecutivo L’albero di Rodari per la regia di Roberto Gandini, da Gianni Rodari, di Attilio Marangon; musica di Roberto Gori. Protagonisti: Edoardo Maria Lombardo, Gabriele Ortenzi, Simone Salucci, Giulia Tetta, Danilo Turnaturi. Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo dal 16 al 19 dicembre 2018.

Perdersi tra le pagine dolci e incantate che la penna di Gianni Rodari ha dedicato al Natale, al Capodanno e all’Epifania. Le letture di fiabe e filastrocche drammatizzate dalla regia di Roberto Gandini e adattate da Attilio Marangon prendono vita per la gioia dei più piccoli che, insieme al pubblico dei più grandi, potranno lasciarsi rapire da un universo di fiaba, magici incanti e ricordi lontani. Storie di gioia e felicità, ma anche di solidarietà estrema. Soffici riflessioni sul rispetto dei diritti dei più piccoli. Come quella di un tenero nonno alla ricerca dei giocattoli per i suoi nipotini che si imbatterà in un ambiguo Mefistofele alle prese con un marchingegno che fa scomparire oggetti e persone non graditi ai bambini. O la tenera parabola di un presepe in cui verranno catapultati Toro Seduto, un tamburino e un aviatore con tanto di aereo. E ancora, il racconto della rivolta dei personaggi classici del presepe, pastori e vecchine delle caldarroste, con tre finali possibili a scelta dei bambini, in un divertente gioco del destino saldamente nelle mani dei desideri dei più piccoli.

Letture recitate sotto l’albero alla scoperta dei tesori che le fiabe e le filastrocche di Gianni Rodariraccontano e continuano a conservare, affascinando il pubblico con l’ironia, la fantasia e la capacità di immaginare un mondo migliore. “Credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”, sono queste le parole di Rodariche forse si potrebbe dire “valgono anche per i grandi”.

Tessere e frammenti di un suggestivo mosaico di brani dello scrittore di Omegna sul tema del Natale, atmosfere e momenti di magico incanto che si trasferiscono dalla pagina alla scena per raccontare anche storie di solidarietà e vicinanza fra gli uomini. Parole e immagini legate in un gioco fatto di visioni, suoni, emozioni, ricordi, attraverso l’interpretazione di Edoardo Lombardo, Gabriele Ortenzi, Simone Salucci, Giulia Tetta e Danilo Turnaturi, che coinvolgeranno grandi e piccini in un momento di feste, in un periodo dell’anno in cui i ritmi si allentano, ci si riappropria del tempo famigliare e spesso si riflette sul valore delle persone e delle cose.

 

Parto svantaggiata.
Sono in mezzo ai fans di Cesare Cremonini senza esserlo.
Faccio fatica a concentrarmi su tutto quello che devo analizzare; mi guardo intorno. Il pubblico é variegato: famiglie, coppie etero e molte omosessuali. A fianco a me due uomini si baciano, poi si tengono per mano per tutto il concerto, così penso che alcuni amori nascano proprio sotto una buona stella, poi la musica fa il resto. Piace a tutti, il cantautore bolognese con quella sua voce così riconoscibile, che apre tutte le vocali anche quando canta … e quando canta lo fa bene.
Sarebbe scontato dire di un cantante che canta bene ed invece in questo caso diventa d’obbligo perché ieri sera al Palasport di Roma per la prima delle due serate nella Capitale, quella bravura è stata essenziale considerato che l’audio non era impeccabile; le parole cantate si capivano appena, in alcuni pezzi, e a volte mi sono scoperta a guardare il vidiwall che inquadrava il primo piano, per leggere il labiale, per comprendere i testi.
E dire che sono abituata ad ascoltare alcuni concerti (o parte di essi) ad occhi chiusi.
Ma quello di Cremonini è uno show in piena regola e lui si diverte a fare lo show man. Si diverte, coadiuvato dalla sua eccentricità in fatto di look e da effetti scenografici che coinvolgono e qualche volta distraggono.
Sul palco con lui tanti musicisti: tastiere, due chitarre, basso, batteria, due coristi, una tromba, un trombone e un sax. Sarà che sono abituata alle dinamiche della batteria jazz, ma il “battere”’di ieri sera mi è sembrato a tratti noioso, troppo prorompente su alcuni brani, tanto da coprire altre sonorità, le chitarre per esempio, anche se gli arrangiamenti un po’ disco music – realizzati proprio per contrastare l’anima intima e minimal del suo ultimo lavoro discografico Piano&Voce intitolato “Possibili scenari” – dettano il ritmo e le dinamiche dello show.
Cremonini canta, balla, con le sue scarpe dorate ed inquadrate in apertura di concerto mentre percorre i pochi passi dal backstage al palco, che poi diventano azzurre e poi rosse e dentro, lui ci consuma passi ed emozioni.
I brani in scaletta sembrano essere quelli del disco; parte con “Possibili Scenari” e poi è un andare indietro nel tempo, come se il racconto, in musica, debba partire da una maturità raggiunta per giungere lì dove tutto ha avuto inizio, mentre salgono a galla commozione e tenerezza verso ciò che è stato e che “si è stato”. A seguire “Kashmir-Kashmir” che si regge su un sound rock, con dentro accenni di elettronica, che strizza l’occhio un po’ al funky.
Ironizza sul coro del pubblico, si ferma e chiede di essere più convinti: “o da stadio o da orgasmo”.
Si inchina, ringrazia, sprona il suo pubblico che reagisce, canta e applaude ma non si fa fatica a notare come siano più apprezzate le canzoni più datate, quelle che forse hanno viaggiato più a lungo o perché probabilmente avevano testi più leggeri, senza impalcature. Io invece penso che Cremonini si sia evoluto come cantautore, nella scrittura di alcuni testi, incarnando quel fuoco che ha attraversato il cantautorato italiano.
Nessuno vuol essere Robin” o “Poetica” ne sono un esempio. Quel suo modo di mettere a nudo alcune insicurezze dell’uomo proprio mentre il mondo ci inserisce in scatole preconfezionate di finta perfezione.
Si emoziona il cantautore su “Momento Silenzioso” pezzo che ha 13 anni di età e che dedica a tutte quelle persone che sono state con lui, dalla sua parte, anche quando non faceva il sold out nei suoi concerti, quando era ancora in cammino.
Bello il momento in cui Cremonini suona il piano; i momenti più intimistici, come anche quello con la chitarra dimostrano quanto sia capace, perché sa suonare e dare forma alla sua musica anche senza eccessive sovrastrutture. E a volte la complessità si nasconde nelle sottigliezze.
Molto buono e originale il dialogo pianoforte e fiati che mi sono sembrati particolarmente in sintonia tra di loro e con il leader.
Cremonini il palco se lo mangia, lo naviga, lo consuma, sudando e senza risparmiarsi. Possiede presenza scenica senza essere particolarmente bello, corre lungo quella passerella che si insinua tra il pubblico, gioca con le telecamere.
Dice di non volerne sapere di matrimonio: “Ormai a 38 anni ho chiuso con questa prospettiva” e poi ironizza sulle telefonate che arrivano dalle ex proprio prima del loro matrimonio.
Al tuo matrimonio”, canta e dopo lo spiega:  “Non è vero che ho chiuso con il matrimonio, forse sono ancora in tempo per trovare la persona per la vita, tanto poi c’è il divorzio, che è per sempre”.
Latin LoverLost in the weekendUn uomo nuovoBuon Viaggio.
E poi ancora Figlio di un reUna come teVieni a vedere perché e Le sei e ventisei.
Canta Il Pagliaccio in controluce sullo schermo rosso e l’atmosfera è molto suggestiva.
C’è Cremonini dentro ad ogni pezzo, non abbandona mai le intenzioni con cui li ha forgiati, creati, per poi soffiarci di dentro un po’ di anima e cantarli.
Va avanti impetuoso fino alla fine. Fino a quel momento in cui chiede di mettere via i cellulari e di ballare con lui “50 Special”, quel pezzo che l’ha reso famoso quando ancora c’erano i Luna Pop.
Il pubblico esplode.
Manca ancora Marmellata #25, il pubblico la chiede e lui la concede. È uno dei momenti che ho più apprezzato della serata.
Nicola “ballo” Balestri, bassista e fedele compagno di viaggio del cantautore, diventato papà da poco, diviene lo spunto per cantare quel pezzo scritto a 15 anni, intriso di tenerezza e senza troppe pretese: “Vorrei”. Quel condizionale che ne ha fatta di strada e ha realizzato sogni forse all’epoca impensabili.
Domani sarà un giorno migliore, vedrai”.
Un augurio per salutare il pubblico romano che va via con una buona dose di adrenalina e quel ricordo attaccato ad una serata da ricordare.
Loro, i fans.
Io vado via pensando che alcuni arrangiamenti non mi sono piaciuti, che Cremonini sia un bravo artista e con la convinzione che abbia ancora tanto da raccontare come cantautore, mettendo a nudo alcuni sentimenti che a volte hanno solo bisogno  di una penna d’eccezione.
Simona Stammelluti

Quello che è successo nella discoteca di Ancora ha dell’incredibile ma nasconde tante realtà che come sempre non vengono considerate, fino a quando non si trasformano in tragedia.

Sembra assurdo, eppure rischiamo la vita – senza farci troppo caso – tutte le volte che decidiamo di assistere ad un concerto in luoghi che ospitano centinaia di migliaia di persone, che sia una discoteca, una sala da musica, un palazzetto, uno stadio.

Non pensiamo mai a cosa potrebbe accaderci, se ci dovessimo trovare in una condizione di emergenza; vi partecipiamo e basta, mettendo in cima alle nostre priorità l’evento desiderato e raggiunto.

Per chi come me ne vede più di qualcuno nell’arco dei 12 mesi dell’anno in Italia come all’estero, non è difficile notare quanto le misure di sicurezza e i controlli agli ingressi siano differenti da luogo a luogo, da nazione a nazione; non sono standard, non sono uguali dappertutto e già qui ci sarebbe da domandarsi perché. Ci sono luoghi dove i controlli sono così  rigidi, fiscali e assoluti (nelle borse, metal detector, controllo su eventuali sostanze stupefacenti ecc) da impedirti di portare all’interno di uno stadio o di una sala da musica anche il deodorante no gas, o una bottiglietta di acqua con il tappo, ed altri invece dove ti schedano e basta, apponendoti al braccio una fascetta numerata, che serve solo a contare il numero dei morti nel caso di strage.

Singolare come all’Arena di Verona i controlli siano spietati, mentre ad Edimburgo alla Usher All nessuno abbia guardato nella mia borsa.

E già così si fa presto ad immaginare come un comportamento irresponsabile di chi nella borsa porti una limetta per le unghie o uno spray urticante, possa divenire una roulette russa per tutti i partecipanti ad un evento.

Ma la cosa che più sconvolge è che si continua a non rispettare le regole, come se fossero un optional del buon vivere anziché una condizione irrinunciabile per limitare i danni e proteggere gli utenti.

Se un locale, uno stadio, una sala da musica ha una determinata capienza, perché la si riempie con più del doppio delle persone? Mi rendo conto che il punto di domanda sia alquanto superfluo, ma se la domanda non ce la si pone, siamo tutti un po’ colpevoli.  Il dio denaro regna sovrano. Più gente c’è più guadagno; cosa vuoi che accada? Accade che vengono giù le balaustre che non reggono il peso delle persone in eccesso in caso di pericolo; accade che le uscite di sicurezza non servono a nulla se devono smaltire le persone in eccesso in caso di pericolo; succede che il panico che regna sovrano tra centinaia di persone in più finisce per sconvolgere, travolgere, distruggere.

Distrugge la vita di 5 ragazzini tra i 14 e i 16 anni, una mamma che accompagnava al concerto la figlia di 11. E poi si contano i feriti, tanti, e quei sette che sono in coma farmacologico in pericolo di vita. No, non sono morti, non sono in lotta per la vita perché sono andati ad un concerto, no, non dovevano restare a casa, no. Dovevano trovare un luogo idoneo ad accoglierli, dove il numero di biglietti venduti fosse consono a quello consentito, dove i controlli avrebbero dovuto svuotare per bene le borse e le tasche da ogni oggetto potenzialmente pericoloso.

A me poco importa chi sia il rapper titolare del concerto. Ho sentito criticarlo, malgrado sia molto amato e abbia milioni di followers. Non importa il genere di musica, importa che la musica che dovrebbe essere la parte buona di quel divertimento che spetta a tutti, grandi e piccoli, non si trasformi in una trappola, voluta da chi non certo ingenuamente lucra e sfrutta un evento a discapito della collettività.

Il locale ora è sotto sequestro.
La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio plurimo.
Si indagherà e poi chissà.

 

Simona Stammelluti 

Taglio del nastro e apertura delle porte del Museo del Presente sull’arte di Francesco Speciale e sulla sua mostra “Opera al Nero” visibile a Rende fino al 15 dicembre

L’arte è un viaggio.
A volte magia.
Altre volte semplicemente una serie di domande, di interrogativi a cui lo spettatore dovrebbe rispondere attraverso un feedback più o meno immediato.

La mostra del giovane artista Francesco Speciale, inaugurata ieri presso il Museo del Presente a Rende, è tutto questo insieme.

E se è vero che la magia si nutre di riti, il poterne fare parte, almeno per un po’ diventa un privilegio.

Le opere esposte, impongono degli interrogativi, inducono ad alcune riflessioni e mostrano tutto il percorso che l’autore ha elaborato, prima che divenisse opera d’arte.

Come spiegava il curatore della mostra e critico d’arte Roberto Sottile prima di dare il via alla mostra, le opere di Francesco Speciale nel tempo hanno subìto una sostanziale maturazione e come spesso accade, la verità si compie quando è pronta a mostrare anche la sua faccia più cruda. Di opere e di talento Sottile se ne intende e la sua firma ad avallo dell’arte di Francesco Speciale è la dimostrazione di come si può e si deve disegnare un percorso solo quando è maturo.

Ciò che impressiona delle opere esposte, è l’accuratezza con cui la mostra è stata concepita prima, e realizzata poi. Un percorso tra ciò che sappiamo dovrà trasformarsi, ma di cui non possiamo conoscerne il “come”, fino ad arrivare ai dilemmi che la vita stessa ci pone riguardo un passato, un futuro ed un presente che hanno un peso fin quando lasciamo aperte alcune porte e che poi cambiano la loro forza quando chiudiamo fuori qualcosa o se ci chiudiamo noi dentro qualcos’altro, per star lontani da ciò che ancora non siamo pronti a conoscere.

E poi la bravura dell’artista che ha realizzato tutto nei minimi dettagli, tutto con un preciso significato espressivo affinché lo spettatore potesse realizzare il suo viaggio tra l’alchimia e l’arte.

La mostra è ciò che resta dopo aver filtrato una preparazione che è avvenuta attraverso discipline come l’astrologia, la cristalloterapia, e l’ebanisteria. Intaglia, forgia, calca, tutto a mano Francesco Speciale. Utilizza gesso, ferro, cere, piombo, encausto. Fa tutto da se ma mai in un momento a caso. Mai nulla viene realizzato se non seguendo fasi lunari, godendo a pieno dell’energia delle gemme, e la vitale essenza del legno.

Il sacrificio, la decomposizione, il segreto. Questi alcuni dei temi, trattati nella mostra, con opere che esprimono il senso profondo di alcune trasformazioni. Anche la morte è contemplata e concepita come un passaggio che può avvenire più volte nell’esistenza, solo che a volte è consapevole e necessaria, perché dona un “dopo” che può avere un nuovo senso, una nuova luce.

Un viaggio mistico, spirituale, affascinante come solo l’arte a volte sa essere. Un’esperienza da condividere, ma anche da godere da soli, mentre si scorge in ognuna della opere in mostra, la profondità nella tridimensionalità, l’oscurità nella profondità.

La numerologia mi ha molto affascinato, visitando ed apprezzzando la mostra. Mi sarebbe piaciuto capirne l’utilizzo, il meccanismo che vien fuori dal quadro magico. Ma la bellezza di alcune opere è che devono conservare un senso di mistero e di magia, quella magia che ti resta appiccicata addosso, quando lasci un luogo dove si respira l’arte e i suoi mille perché.

 

Simona Stammelluti 

 

Credits: Photo Vincenzo Zicaro  che ne conserva la proprietà

Conserva la dignità Luigi Leonardi e non molla.

Dopo l’ennesima minaccia e dopo che attende risposte dal Ministero degli Interni da 77 giorni nel silenzio più assoluto, ieri ha iniziato lo sciopero della fame, davanti a Montecitorio, a Roma.

A comunicarlo ieri, con un video sui social network: “Oggi è il primo giorno di sciopero della fame. Non sarei voluto arrivare a questo punto, ma dopo 76 giorni di silenzio e soprattutto dopo l’ultima minaccia che ho ricevuto, la disperazione e al netto della dignità di un uomo, mi ha portato qui. Porterò avanti questa manifestazione pacifica finché non avrò delle risposte dalla commissione centrale, dal ministro dell’Interno o dal vice ministro. Non ci sarei voluto arrivare a questo, perché dignitosamente per me è molto forte questa storia, ma è altrettanto forte la disperazione, per questo Stato che si lamenta che le persone non denunciano, e fa di tutto per far pentire le persone che hanno denunciato. Io sarò qui ancora per giorni, fino a quando non avrò delle risposte

Ha paura Luigi Leonardi, ha paura ma non molla.

Luigi Leonardi è un giovane imprenditore napoletano che ha avuto il coraggio di denunciare e di portare a processo i suoi estorsori.

La scorsa settimana Luigi ha ricevuto l’ennesima minaccia, un segnale inequivocabile. Una busta anonima lasciata alla maniglia della porta di casa, contenente la lingua di un animale, un invito chiarissimo a stare zitto. Ma Luigi Leonardi, non ha nessuna intenzione di stare zitto, non sta zitto da quando ha avuto il coraggio di opporsi alla camorra, denunciando le estorsioni subite per anni. All’inizio, dopo essere stato buttato fuori strada con la macchina, dopo essere stato in ospedale e dopo che a sua madre era stato detto chiaramente che se non avesse pagato il pizzo i suoi fratelli sarebbero stati uccisi, Luigi commette l’errore – come lui stesso lo definisce – di pagare. Ma la situazione peggiora, Luigi non ce la fa più e dopo essere stato sequestrato e portato in una piazza di spaccio a Secondigliano dove gli furono chiesti 36 mila euro di estorsione, denuncia diversi clan, portando all’arresto di tantissime persone. Un processo già si è concluso con la condanna di 81 persone, e c’è un altro processo in corso, che vede altre 10 persone imputate, di cui si è concluso solo il primo grado.

Dopo la denuncia parte un piano di protezione.
Luigi Leonardi entra nel programma di protezione come testimone il 10 febbraio del 2016, e con la scorta si sente al sicuro. Ma la brutta notizia arriva dopo qualche tempo, quando il Ministro dell’Interno decide di modificare il suo status da “testimone di giustizia “ – ossia cittadino incensurato che ha testimoniato denunciando la camorra – a “collaboratore di giustizia”, ossia come se fosse un pentito, con un passato di appartenenza ad una qualche organizzazione criminale. Luigi ha fatto ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, considerato che era stata messa in dubbio la sua attendibilità. Luigi ancora ad oggi aspetta un bel po’ di risposte che non arrivano. Non ha avuto problemi Luigi Leonardi – che ad oggi gira senza scorta dopo avervi rinunciato perché gli era stato chiesto di mettere a disposizione la sua stessa auto –  a dire al nuovo ministro dell’Interno Salvini, che se non è un testimone di giustizia, allora che si facciano delle indagini su di lui, che si dica di quale clan ha fatto parte, quali estorsioni ha compiuto.

La realtà è che con le sue denunce e con la sua testimonianza, Leonardi ha mandato in galera tantissime persone. Luigi così decide di uscire dal programma di protezione. Lui non vuole essere un collaboratore di giustizia. O è un testimone, persona onesta che va difese e protetta per come si deve, per preservare la sua incolumità,  o è un delinquente e i delinquenti non si proteggono.

Luigi Leonardi non vuole essere un eroe, vuole solo giustizia, e la pretende attraverso delle risposte che speriamo arrivino al più presto, mentre lui prosegue il suo sciopero della fame, in una svilente e difficile battaglia per la verità.

E’ solo, Luigi …  abbandonato anche dalla sua famiglia, che ha fatto finta di non sapere, di non ricordare, perché la paura a volte è più forte, ma lui se dovesse tornare indietro farebbe ancora la stessa scelta: denunciare.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

Dall’ 11 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019 Michela Andreozzi sarà in scena al Teatro della Cometa con “L’amore al tempo delle mele”, per la regia di Paola Tiziana Cruciani, uno spettacolo di Michela Andreozzi, Paola Tiziana Cruciani e Giorgio Scarselli; musiche dal vivo Alessandro Greggia e direzione artistica di Massimiliano Vado.

Dopo il successo di “Maledetto Peter Pan”, Michela Andreozzi è pronta ad accompagnare ancora il pubblico in un nuovo viaggio, comico e sentimentale, questa volta a ritroso nel tempo, indietro, fino a quel momento in cui, a nostre spese, abbiamo iniziato a capire le prime tragiche, irresistibili e divertentissime conseguenze del primo amore: l’adolescenza.

“L’amore al tempo delle mele… mature” mantiene la stessa formula dello stand-up metà commedia, metà viaggio nella memoria collettiva, accompagnato stavolta dalla musica dal vivo e il coinvolgimento del pubblico che partecipa come se fosse l’altro interprete dello spettacolo, o un vecchio amico. In questo nuovo spettacolo interattivo Michela porta in scena personaggi storici del suo repertorio e novità, brani musicali degli anni ’80 e classici sanremesi… la colonna sonora del nostro primo amore.

“Dreams are my reality” cantava Richard Sanderson ne “Il tempo delle mele”. Il sabato pomeriggio una palla di specchietti girava sul soffitto del salotto: poche coppie dondolavano al centro della stanza. Lei gli teneva le mani sulle spalle, lui le teneva a pinza sui fianchi e tutte le mani erano sudate. Poi arrivava qualcuno con una scopa e la coppia scoppiava fino al lento successivo.

Sul sesso circolavano poche notizie e annosi quesiti restavano insoluti: “Si può rimanere incinta con un bacio?”. Le confuse spiegazioni dei genitori riuscivano solo ad alimentare i dubbi…

Non restava che scrivere alla Posta del Cuore.

L’adolescenza, il diario, il telefono, la gita scolastica e soprattutto, il primo amore: indimenticabili, drammatici e involontariamente esilaranti momenti che hanno segnato la vita di ciascuno di noi.

E se potessimo per un attimo tornare indietro a quell’incantevole istante in cui non eravamo né carne né pesce, ma in cui tutto stava per accadere?

E oggi, come siamo diventati?
Siamo davvero cambiati?
O siamo rimasti, da qualche parte dentro di noi, gli adolescenti che eravamo?
E non è ogni amore un primo amore?
E non siamo tutti sempre e ancora adolescenti nei confronti dell’amore?

 

 

 

Il prossimo 4 dicembre alle 17,30 presso il  Museo del Presente in Rende (Cs) si inaugura “Opera al Nero” una mostra di Francesco Speciale, curata da Roberto Sottile che rimarrà visitabile fino al 15 dicembre. 

Quando il critico d’arte, curatore e amico Roberto Sottile mi ha invitata a questa mostra, mi sono particolarmente incuriosita, come spesso accade, sapendo che lui, scopre talenti. Così ho raggiunto l’autore della mostra, Francesco Speciale, figlio d’arte, e ne è venuta fuori una bella intervista che mette il luce non solo l’artista, ma anche l’uomo e come ha nutrito la sua cultura.

 

SS: Si sceglie di essere artisti oppure la si scopre come necessità?
FS: Essere artisti è una condizione interiore; si può scegliere di fare gli artisti, di vivere da artista, di assecondare questa condizione dell’essere, oppure di ignorarla ma non si può scegliere se esserlo oppure no. Io l’ho sempre vissuto come un processo naturale, e lo avverto come qualcosa di potente, che condiziona nel bene e nel male la mia intera esistenza. Un po’ come le acque di un fiume che nonostante le avversità trovano sempre un modo per scorrere a valle. Un fiume non sceglie di essere un fiume e non ne avverte la necessità; Un fiume semplicemente è un fiume.

SS: Conta l’ambiente familiare in cui si vive o valgono solo le personali inclinazioni?
FS: L’ambiente familiare conta moltissimo. Un artista è sempre dotato di una considerevole dose di sensibilità. Per questo motivo amplifica ed indaga, esamina e scompone, aggiunge, considera, sottrae. Ritengo che un artista sia influenzato non solo dagli affetti a lui più vicini, ma anche da tutto il resto. Per un artista il mondo è il suo giardino; ogni evento, ogni disciplina, ogni energia, può diventare idea, istinto, opera della sua arte. Si, un artista subisce le influenze, poi le trasforma. A volte ne è servo, altre volte padrone.

SS: Quando hai scoperto che il tuo futuro risiedeva nell’arte?
FS: L‘ho sempre saputo. È la mia casa.

SS: Che cos’è “Opera al Nero”?
FS: È una domanda che ognuno di noi dovrebbe porre a se stesso. L’Opera al Nero è la prima fase dell’alchimia, la madre di tutte le scienze. L’alchimia è l’applicazione di molte discipline diverse tra loro, come l’astrologia, l’astronomia, la chimica, la psicologia, la magia.. l’alchimia è un cammino iniziatico, attraverso cui un individuo sceglie di evolversi diventando consapevole di essere vile metallo… piombo. L’Opera al Nero è la fase in cui tutto ha inizio. È l’origine, la radice, l’oscurità, la fonte stessa dell’abisso. È sotto il dominio di Saturno, il Grande Maestro. Suppongo che potrei parlarne per anni.. “Opera al Nero” è una fase interiore in cui si può rimanere a lungo…

SS: Che tipo di percorso hai intrapreso per giungere a questa mostra?
FS: Il mio contatto con l’arte l’ho avuto sin da bambino, quando seduto sulle ginocchia di mio padre, lo guardavo dipingere grandi tele con i colori ad olio … da quel momento l’arte non mi ha mai più abbandonato, ed io l’ho seguita. Non mi ha mai tradito e non l’ho mai tradita. Ho vissuto e vivo nel suo nome. Ma dopo aver portato a compimento il percorso formativo  all’Accademia delle Belle Arti di Roma, è stato determinante l’incontro con Roberto Sottile, il mio insostituibile critico d’arte. Ma di Roberto parlerò in altra sede;  se “Opera al Nero” è visitata al Museo del Presente, lo devo a lui.

SS: Come definiresti la tua arte? Di cosa si nutre?
FS: La mia arte è sicuramente concettuale, anche se si serve di conoscenze antiche usate però in chiave moderna. Incastri a tenone e mortasa diventano supporti per il “Clouage”, l’encausto di Pompei diventa un polittico nero. La mia arte si serve di molte discipline… La falegnameria, la numerologia, l’astrologia, la cristalloterapia, l’esoterismo in tutte le sue forme. Costruisco sempre i supporti da solo, compongo io le tempere, le mestiche, le ricette. Sono del parere che un artista debba conoscere la materia e plasmarla dalla base, realizzando i colori dalle polveri, come ci hanno insegnato Leonardo da Vinci o Michelangelo. Anche l’arte è Alchimia.

SS: Della tua mostra Roberto Sottile dice che “lo spazio e il tempo hanno una dimensione percettiva diversa”. Cosa significa?
FS: Noi, in arte, conosciamo quattro dimensioni. Altezza, larghezza e profondità che sono le prime tre dimensioni Euclidee, e poi il tempo, la quarta dimensione inventata da Picasso. Io ho “inventato” la quinta dimensione. È la dimensione della consapevolezza, delle percezioni, dell’invisibile. Paradossalmente dovrebbe essere la prima, perché è attraverso le percezioni che possiamo decodificare le prime tre dimensioni, ed è attraverso la consapevolezza che possiamo sentire il tempo. Un animale, ad esempio, non ha percezione del tempo, perché inconsapevole. La maggior parte del mio “modus operandi” è al servizio di questo concetto. Nelle mie opere rendo percettibili, “tempi” in cui si è consapevoli, rendo visibili “spazi” o dimensioni, che resterebbero altrimenti invisibili.

SS: Cosa ti aspetti da questa tua prima mostra?
FS: La trovo una domanda davvero interessante… beh, mi piacerebbe che i visitatori possano recepire il messaggio della mostra stessa. Ritengo che questa sia un’epoca in cui vi è finalmente un risveglio delle coscienze; l’uomo abbandona dubbie religioni e sette per ritornare alla natura, alla fonte. Si riconnette alle energie di Madre Terra come gli antichi Celti, i druidi. Ma per risvegliarsi ognuno di noi deve affrontare il più pericoloso dei nemici: se stesso. “Opera al Nero” è questo; è come consacrare se stessi ad un percorso evolutivo interiore e personale. Si ha la possibilità di diventare consapevoli, di attraversare le tenebre, quelle che albergano in ognuno di noi. Quanto più è grande l’oscurità, tanta più luce può contenere, e la luce più risoluta è quella che nasce e s’irradia, dalle più fitte tenebre.

 

Simona Stammelluti

E’ un buon prodotto teatrale.

Si prova a far ridere, si interpreta, si balla e si canta.

Ecco, si canta.

Perché mentre la comicità ha dei feedback non classificabili perché sono personali, adattabili al momento, alle sensazioni, al contesto, la bravura musicale si presta ad un ritorno immediato, nel senso che se sei bravo, gli altri non possono non accorgersene.

In comune la musica e la comicità hanno “il tempo”. Il tempo che detta il ritmo delle battute alle quali dovrebbe seguire la risata che però non sempre arriva;  e poi il tempo, impeccabile nel cantato a cappella, che nell’opera “Le rane di Aristofane”  – in scena a Roma al teatro Eliseo fino al 9 dicembre –  è affidato a degli strepitosi SeiOttavi che hanno dato – a mio avviso – un contributo impeccabile e geniale alla messa in scena.

Io non ho mai avuto un particolare rapporto con la comicità, infatti durante lo spettacolo – che ho visto durante la prima dello scorso 27 novembre –  ho riso “controtempo“, quando non rideva nessuno, forse perché è vero che alcuni dettagli della comicità non sempre si nascondono nel tempo della battuta, ma anche negli accenni ad essa, e dunque alcune scene mi sono sembrate più accattivanti di altre.

Protagonista della pièce il collaudato duo comico Ficarra e Picone, che interpretano rispettivamente il Dio Dioniso e il suo schiavo Xantia, che intraprendono un viaggio nell’oltretomba per riportare in vita Euridipe, al fine di salvare la poesia dal declino. Lo spettacolo diretto da Giorgio Barberio Corsetti che ne ha curato la regia, è ben articolato, molto fedele all’opera a cui si sono ispirati, e vi è al suo interno una buona alternanza tra momenti esilaranti e altri in cui spiccano momenti riflessivi.

Certo rendere comica un’opera del 405 a.C. non è facilissimo ma il tentativo è riuscito, se si pensa alla coralità con la quale è stato concepito il riadattamento. Le scenografie sono essenziali ma esaustive, i costumi adeguati alla comicità e il movimento creato dalle parti ballate sulle musiche dei SeiOttavi hanno creato un dinamismo  che era necessario, considerato che il testo racconta di un viaggio e di tutto quello che esso comporta in fatto di incognita.

L’alternanza della parte recitata e quella raccontata con la voce, i testi e le musiche originali dei SeiOttavi, decreta il successo dell’intera opera. L’audio in platea era impeccabile e pertanto si è potuto scorgere tutte le sfumature dei sei cantanti, che  non sono solo padroni della tecnica a cappella e di impeccabile intonazione, ma anche di una presenza scenica degna di nota. Sei voci – Germana Di Cara Soprano, Alice Sparti mezzosoprano, Kristian Andrew Thomas Cipolla tenore, Ernesto Marciante tenore, Vincenzo Gannuscio baritono e Massimo Sigillò Massara basso – che non solo cantano, dando un senso ai testi, ma intrappolano l’attenzione del pubblico che si adagia in quel senso armonico, che nei controcanti ben eseguiti, racchiude una modalità sonora che si sposa con la capacità interpretativa.

L’aspetto comico dell’opera si districa maggiormente nel rapporto tra Dioniso e il suo servo, che sembrano bisticciare in continuazione e poi hanno bisogno l’uno dell’altro. Un viaggio nell’aldilà dove si viene traghettati, ci si imbatte in equivoci, ci si scambia di ruolo e poi si assiste a quella che – per come l’ho percepita – è una delle parti più belle della pièce, quella che vede in scena due bravissimi attori che sono Gabriele Benedetti e Roberto Rustioni che interpretano rispettivamente Euridipe ed Eschilo, che si sfidano a suon di versi, appesi ad una bilancia che dovrebbe decretarne il vincitore, ma Dioniso, che si trova a fare da giudice in questa disputa, malgrado fosse sceso negli inferi per riportare in vita Euridipe, sceglie invece Eschilo, che ritiene in grado di salvare Atene dal decadimento. Sceglie il bene collettivo al proprio personalissimo gusto. In questo passaggio, Salvo Ficarra è credibile senza essere troppo comico e Valentino Picone, è spiccatamente comico e accattivante.

Lo scambio di battute, quel reciproco canzonarsi dei due drammaturghi è molto ben gestita. Rustioni mi è sembrato in una serata di grazia.

Pertanto quel viaggio che inizia con lo scopo di salvare la tragedia, finisce per trasformarsi in un tentativo di salvare una città in declino.

Non è difficile riscontrare un’analogia con l’attuale periodo storico, il legame con l’attualità è piuttosto evidente, spiccato. Ma forse è solo perché fin dagli albori, politici buffoni e corrotti sono sempre esistiti.

Il lavoro del regista dimostra come è possibile forgiare un’opera antica rendendola pronta per i tempi nostri, sfruttando la comicità come porta per far passare un messaggio antico che però è sempre attuale e soprattutto come uno spettacolo può essere di qualità senza essere per forza anacronistico; si può ridere oggi, su testi antichi.

Ottimo anche il giovane cast in scena.

Uno spettacolo che si presta a far ridere ma che porge spunti di riflessione, che da spazio all’arte, alla bravura e che mostra come non si possa mai prescindere dalla cultura e l’opera teatrale, se fatta bene,  quella cultura la calca in pieno.

 

Simona Stammelluti

Saranno in scena al Teatro della Cometa dal 4 al 9 dicembre  i DISGUIDO in CINÉMAGIQUE Il Cinema è Magia! di e con Guido Marini e Isabella R. Zanivan.

Il Cinema è una delle Magie più belle che l’uomo abbia inventato, i sogni si concretizzano in immagini e tutto diventa possibile, è stato fin da sempre terreno fertile per gli illusionisti; gli effetti speciali furono inventati proprio da un prestigiatore Francese alla fine dell‘800, George Méliès.

Questo connubio vincente di Cinema e Magia lo ritroviamo nello spettacolo dei Disguido, dove la Settima Arte offre un contenitore eccellente per dare libero sfogo al sogno e alla fantasia.

Dieci atti magici con ironia e dirompente comicità danno vita ad un teatro dell’assurdo, uno spettacolo di visual comedy ricco di sketch, un susseguirsi di gag, magia, illusioni e trasformismo.

Tra molteplici allegorie e metafore, lo spettacolo si compone di quadri che si rifanno al meraviglioso mondo del cinema, raccontando la storia dell’uomo e dell’eterno bambino che è in lui. 

In 10 capitoli i Disguido mettono in scena il loro “iO” in un Duo, il Magico rapporto tra l’uomo e la donna con tutta la sua poesia e i suoi contrasti.

A fare da collante tra un capitolo e l’altro è il puntino sulla i, il Mondo, una pallina rossa che muta nelle dimensioni perpetuandone la presenza. Questa macchia rossa come il naso di un clown è il cuore pulsante dell’ “iO”, il fil rouge che rigenera gli eventi sul palco come la risata del pubblico in sala.

Magia, illusioni, performance, acrobazie, un teatro visuale che riesce a coinvolgere e meravigliare sia i grandi che i bambini!

Un gioco tra attore e spettatore, una parentesi tonda in un mondo quadrato.

Lo spettacolo è adatto ad un pubblico internazionale ed ha una durata di 90 minuti con intervallo.

I Disguido al secolo Guido Marini e Isabella R. Zanivan, sono un duo 50&50, performer professionisti a tempo pieno, due esuberanti attori premiati sia in Italia che all’estero per la loro originalità. Nel 2013 hanno ricevuto il MANDRAKE D’OR (Oscar della Magia, Francia), nel 2017 il terzo premio agli europei di Blackpool (UK) e nel 2018 in Corea hanno rappresentato l’Italia per la seconda volta al Campionato Mondiale di Magia.

Dicono dei DISGUIDO

“Lui è una sorta di Charlie Chaplin. Lei un’eterea danzatrice che gli ha rapito il cuore”. (Il Giornale)

“Isabella e Guido sono un perfetto cocktail con le giuste dosi di surrealtà, poesia e una spruzzatina di follia!” (Mr Forest)

“Artisti Veri di grande estrazione teatrale”. (Raul Cremona)

“Bravi, Innovativi, Creativi e Intelligenti!” (Silvan)

“E’ uno spettacolo che fa bene all’anima!” (Critical Minds)

“Uno show allegoria di un mondo che, sempre di più, necessita di fantasia.” (Momento sera)

 

 

Non è mai facile presentare e raccontare un’opera, che sia letteraria, musicale o di altro genere, perché si corre il rischio di dire sempre troppo, anche quello che invece spetta al lettore scoprire, in base alla propria sensibilità e al proprio background.

Mi sono interrogata su che percorso intraprendere per raccontare “L’ultima luna – racconti e monologhi” l’opera di Emanuela Sica, avvocato e scrittrice, e così ho deciso di raccontarvelo a modo mio, attraverso quello che è il mio mondo.

Mi occupo di comunicazione e sono esperta di semiotica e come da deformazione professionale sono andata ad analizzare titolo e sottotitolo – “racconti e monologhi” – prima ancora che il contenuto di questa opera che, mio avviso, è una di quelle che va letta con calma, intervallata da delle pause.

Sono monologhi diversi dal solito, perché l’unica voce che parla – dettaglio fondamentale del monologo – non parla solo all’altro, ma anche a se stesso. E’ un monologo altisonante più che un io narrante.

E’ quella dimensione nella quale Wittgeinstain individuava il linguaggio come coincidente con il mondo, “non vi è un confine”. Perché i limiti del linguaggio diventano i limiti del mondo. Ecco perché chi scrive, allunga la linea del mondo, quel confine che ci rende sempre in bilico tra il probabile e il possibile.

Nell’io che narra vi è esperienza.

Non si fa fatica a capire che le frasi brevi, senza capoversi, senza troppa punteggiatura (spesso leggiamo libri con punteggiatura spropositata) se non il punto, inducono ad lettura serrata di ogni capitolo che però è indipendente da tutti gli altri e quindi, permette al lettore di fermarsi e di riflettere.

Emanuela Sica – avvocato e scrittrice

Riflettere su cosa, direte. In questo interrogativo, regna il senso di questo libro.

La volontà di ridestare il mondo dal torpore, dallo sbiadimento della condizione in cui ormai ci siamo abituati a tutto. Ci desta dal bianco e nero in cui siamo rintanati per non soffrire o per non essere chiamati in causa. Ridona le tinte, questo libro, anche quelle che raccontano di sangue che scorre o della gioia di tornare alla vita dopo essersi smarriti.

Capire il senso della vita.

Chi ci riesce senza essersi prima passato dalle avversità? Eppure tutti aspiriamo solo ad essere felici. Questa tenace eppure sottile contraddizione, viene analizzata da Emanuela Sica con coraggio e lucentezza espressiva.

Conoscendo molto bene Dalla come cantautore e il titolo della canzone a cui l’autrice si è ispirata, non ho fatto fatica – terminata la lettura del libro – a rintracciarne le medesime intenzioni: la disperazione, la  speranza, l’orrore, la dolcezza, l’amore e l’odio.

Perché questo è l’ordine che la scrittrice dà ai due sentimenti.
L’amore è sempre avanti, però, è sempre più in alto, domina la traccia che via via si arricchisce di dettagli in cui l’odio seppur capace di prendere il sopravvento e di diventare violenza orrore e disperazione, non permette mai che la speranza o la verità soccombano.

“L’ultima luna” non è un romanzo, con al suo interno una storia attraversata da un filo conduttore, da dei personaggi che si fanno compagnia lungo una trama.

E’ un libro madido di PAROLE CHIAVE.

Ecco…questo è dettaglio fondamentale di questo libro. Questa la sfida che lancia al lettore. Recuperare tutte le parole chiave disseminate nell’opera attraverso delle riflessioni su tutto quello che ormai non contempliamo più, perché non ci facciamo neanche più caso, perché siamo diventanti indifferenti.

E’ un libro che ci pone una domanda: Chi siamo?

Se qualcuno ci facesse questa domanda a bruciapelo, probabilmente non sapremmo rispondere perché da soli, chi siamo, ce lo chiediamo sempre meno, perché significherebbe metterci in discussione e neanche quello, sappiamo fare più.  Sempre più spesso diciamo la frase  “quando mi dispiace”, ma lo facciamo ad intermittenza, e non abbiamo più lo slancio per reagire. Differentemente da qualunque romanzo, questa opera racconta di vita vera, e qui va dato merito alla scrittrice di aver utilizzato tutta la sua sensibilità, il suo pathos e la sua empatia per raccontare il dolore di chi è vittima di azioni criminali, ed ignobili e poi la vita, cruda e vergognosacome lei stessa la descrive.

Il talento della Sica nel raccontare le radici profonde del dolore e la forza prorompente di un sorriso, la rabbiache sistema verbi e congiunzioni“. E poi il silenzio che può essere portatore di consolazione, ma che a volte amplifica le atrocità della vita.

Ho molto apprezzato l’utilizzo della neve come metafore di una coscienza, che a volte copre tutto, sotterra nasconde mentre altre volte ne evidenzia i contorni, le brutture.

Per me, è un libro che inneggia proprio alla rinascita dell’uomo.

Non è però un manuale, ma un tracciato luminoso da percorrere mentre ci si sveste delle priore convinzioni, mentre ci si libera da alcune schiavitù emotive e a ritrovare una intimità con se stessi prima ancora che con chiunque altro.

E se è vero che l’uomo continuerà ad errare, nella diversa accezione dello sbagliare e della incertezza nel giungere ad una meta, allora questo libro potrà rappresentare quelle tappe nelle quali scoprire, che possiamo ancora salvarci.

 

Simona Stammelluti