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Parlano di me“, uno spettacolo teatrale diretto dall’attore Marco Zingaro, alla sua prima regia. Attore, performer e regista pugliese trapiantato a Londra. Diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, ha intrapreso una carriera Internazionale. In Italia a teatro lo rivedremo da gennaio 2019 al fianco di Maria Grazia Cucinotta, Vittoria Belvedere e Michela Andreozzi, come protagonista maschile in FIGLIE DI EVA diretto da Massimiliano Vado.

Recentemente ha iniziato la sua prima esperienza come regista in “Parlavano di Me”. Lo spettacolo già tradotto in lingua inglese è una co-produzione tra NOZ Performing Company (di cui Marco ne è co-fondatore) e il Teatro Nazionale della Toscana.

“Parlano di me” è  interpretato da Francesca Nerozzi, artista poliedrica pistoiese. La sua formazione iniziata dal balletto classico in giro per l’Europa, spazia dal cinema al teatro al canto. Fa parte del trio vocale swing “Ladyvette” protagoniste della fortunata serie Rai 1 “il Paradiso delle Signore”. Vanta anche collaborazioni con il trio “le Sorelle Marinetti” e ruoli da protagonista femminile in numerose produzioni teatrali e cinematografiche Nazionali e Internazionali. Attualmente  Ladyvette stanno lavorando alla realizzazione del loro primo disco e del secondo spettacolo teatrale dal titolo “In Tre” che debutterà a marzo 2019 al Teatro della Cometa.

In oltre Nel 2017 fonda assieme al suo compagno attore e Regista Marco Zingaro la NOZ Performing company, compagnia teatrale di teatro fisico, dalla quale fusione di esperienze  artistiche e dalla penna di Giuseppe Grattacaso prende vita lo spettacolo  “Parlavano di me”, che ha debuttato in occasione di Pistoia capitale della cultura 2017 riscuotendo un grande successo di pubblico e critica.

Lo spettacolo che sarà all’Altrove Teatro Studio di Roma dal 9 all’11 novembre, è un racconto nato dalla penna di Giuseppe Grattacaso e tratto dall’omonimo libro edito da Effigi.
Grattacaso è Docente di lettere al liceo linguistico e scrittore. Salernitano di nascita ma pistoiese d’adozione, ha pubblicato i libri di poesia Devozioni – 1982, Se fosse pronto un cielo – 1991, Confidenze da un luogo familiare – 2010,  La vita dei bicchieri e delle stelle – 2013, (premio Pontedilegno Poesia). É autore del blog di poesia “Mosche in bottiglia” e collabora alla rivista online Succedeoggi.

“Parlavano di Me” è una confessione appassionata di una giovane donna a sua madre. Nel suo microcosmo dove regnano leggerezza e spensieratezza ma soprattutto banalità e frivolezza, la giovane donna incontrerà personaggi bizzarri dagli atteggiamenti superficiali, cinici e dettati dall’invidia. A causa di questa umanità esaltata e inconsistente lei cercherà conforto e riparo in sua madre, una presenza che appare costante e determinata al fianco della figlia. Inconsapevolmente solo attraverso una banale cronaca degli eventi in contrasto con il suo crescente turbamento, giungerà con timore e tenerezza a svelare la propria reale condizione.

Da uno così ti aspetti qualsiasi cosa; musicalmente parlando.

Perché Avishai Cohen è un artista che sa in che direzione andare, perché ha il talento, puro, ad indicargli la via.

Lui, contrabbassista e compositore, leader di uno del trii più suggestivi del panorama jazzistico mondiale, che da un sontuoso interplay da vita ad una implacabile triangolazione sonora, capace di intessere inquieto fervore e austero lirismo, si è presentato al Festival Internazionale del Jazz di Barcellona – giunto alla 50esima edizione – con un quintetto e un progetto musicale che merita di essere raccontato.

E’ il 1° novembre, e il Barts, locale dove storicamente si suona il jazz, è completamente pieno. Sia la parte antistante il palco, sia i posti a sedere sono esauriti. C’è gente arrivata da tutto il mondo; al mio fianco un gruppo di statunitensi, dietro di me sono tedeschi. Un signore inglese di mezza età si domanda ad alta voce perché quella disposizione del palco. Come non notarla: la batteria sulla pedana, due tastiere, nessun piano, nessun contrabbasso. E’ indubbio ormai che non si tratta di una performance in trio e allora sale la curiosità di scoprire cosa si consumerà su quel palco.

Dopo una breve presentazione, è il momento di sapere, di scoprire, di vivere quel concerto che è in quintetto, con Avishai Cohen che suona il basso elettrico e il suo gruppo che di lì a poco, insieme a lui racconterà un progetto che trasforma il contrabbassista che ci sembra di conoscere così bene, in un cantante, in un tastierista, in uno show man, lontano da quella figura austera a cui dobbiamo il piacere di un jazz che abbiamo imparato a codificare tra sensualità e inventiva.

La voce di Avishai Cohen che canta è talmente bella che a tratti imbarazza, e ti viene da domandarti quando avrà incominciato a farlo ed anche perché.

Saluta il pubblico in spagnolo, la risposta che ne riceve lo fa sorridere. Sul palco si sente a casa, perfettamente a suo agio; è disinvolto, eclettico, ammiccante. la sua conoscenza musicale appare infinita. Il suo progetto è virtuoso, è appagante, si divide tra pezzi in inglese e altri in lingua ebraica. Ci sono pezzi originali e qualche cover, che a mio avviso sono significativamente più belle delle originali.

Con lui sul palco, così come lui li presenta, Karen Malka corista, che lui bacia sulla bocca, Shai Bachar alle tastiere, suo grande amico, Marc Kakon, virtuoso chitarrista e  Jamale Hopkins uno dei più bravi batteristi in circolazione. “Per essere la miglior band, bisogna avere il miglior batterista” – dice Avishai ed è difficile dargli torto, quando ad accompagnarlo c’è davvero uno dei migliori. I suoi musicisti non sono jazzisti puri, ma sono capaci di grande groove. L’atmosfera e le vibrazioni sono tipicamente anni 70, e non a caso il suo nuovo progetto discografico si intitola proprio 1970 ed è da quello che vengono i pezzi eseguiti, durante il concerto a Barcellona.

Le esecuzioni mostrano arrangiamenti che profumano di sound anni 70, ma si avvertono forti tutte le influenze, dalla musica afroamericana, al soul; le sue radici israeliane definiscono alcune armonie e raccontano gli arrangiamenti che sono cuciti attraverso una relazione quasi spirituale.

Song for hope” apre il concerto. Pezzo originale, convincente nel testo e nel contesto. Canzone di speranza, musicalmente perfetta nel tempo, si avverte l’uso del charleston della batteria, ma è la voce di Cohen che ruba la scena.

Gli assoli di batteria, durante la performance sono spesso al servizio dei pezzi in cui Avishai canta in arabo. Così come in uno dei pezzi più belli a mio avviso, che è “It’s been so long” … quel tempo che passa e qualcosa che resta. La voce di Karen così leggera e vellutata che si fonde con quella del bassista che è profonda e piena. Un 3/4 che conquista nella parte strumentale quando la chitarra usa gli effetti per disegnare le scale. Durante il concerto si strizza l’occhio al jazz, Avishai Cohen è un jazzista straordinario, e questa novità è solo un vezzo artistico che nulla toglie alla magia di quando suona in trio.

Fanno finta di andare via quando è ancora troppo presto. Poi restano, convinti. Il contrabbassista fa un omaggio ad un suo grande amico, Gerry Gonzales, trombettista e batterista portoricano, scomparso lo scorso 1 ottobre, che lui stesso definisce come un genio del jazz e del flamenco.

Regala “Vamos pa’l monte”, con un assolo di basso, che restituisce proprio la capacità musicale del musicista israeliano.

Il momento più alto della serata, quello che quasi commuovo per quanto è bello, è l’esecuzione di “Remembering” che siamo abituati a sentire eseguito dal trio, e che a Barcellona ha avuto un vestito nuovo ma stessa anima, senza stravolgimenti. Stesso tempo, stesso pathos e quel basso elettrico è andata a fondo, ha messo in evidenza il tema con evoluzioni che poi hanno lasciato il posto all’improvvisazione che è arrivata prorompente fin nello stomaco. Il giro armonico delle tastiere ha fatto da tappeto e la batteria in sordina ha messo gli accenti a ogni giro di cui Avishai Cohen si è servito per suonare quello struggimento nelle note gravi. Intriga, mentre suona e imbracciando il basso elettrico, assume una postura che lo rende irresistibile.

E’ un vero show.

Il chitarrista si trasforma in rap e canta in francese, il piano è hammond, il basso è in evoluzione e le due voci, quelle di Marc Kakon  e di Karen diventano una dimensione allucinogena.

La voce di Avishai è precisa, dinamica e coinvolgente quando canta in arabo, con perizia tecnica, mantenendo gusto ed equilibrio armonico.

C’è l’elettronica, ci sono gli effetti speciali, c’è il groove, c’è il dinamismo del funky, c’è il jazz che trasuda dalle corde del basso di un grande artista. C’è una complicità in questo progetto e c’è la consapevolezza di potersi permettere qualunque incursione nel mondo musicale fuori dalle porte del jazz in cui lui, resta impeccabile.

Prima di lasciare il suo pubblico, Avishai canta a cappella una canzone spagnola … nudo al cospetto del silenzio che regna in teatro.

Eccolo Avishai Cohen, l’uomo e l’artista che si mostra, nelle intenzioni di una serata in musica, con in dosso un paio di jeans ed una maglietta e quel talento che non muta, se muta il modo di regalare emozioni.

Lui, che nel 1970 è nato, ha raccolto la sua esperienza e l’ha soffiata sul pubblico, con cui ha saputo instaurare un dialogo raffinato e contemporaneo.

E se il contrabbassista è solito giocare con il controtempo, ma per sottrazione, in questo concerto si è divertito a isolare suoni e dettagli, riuscendo a pieno a riassumere in due ore di concerto, la sua costante innovazione.

 

Simona Stammelluti

 

In scena al Teatro Vittoria dall’8 al 18 novembre – in prima nazionale – Mobidic di Karl Weigel, per la regia di Massimo De Rossi, anche protagonista insieme a Roberta Anna.

“Questo Mobidic (così come si pronuncia in italiano) non è una rivisitazione del capolavoro di Herman Melville, né una riduzione per il teatro, tanto meno una parodia. Forse, si potrebbe parlare di un “contagio letterario”. Il Moby Dick originario affiora a tratti in questo testo per poi immergersi velocemente con un colpo di coda e sparire.” E’ lo stesso Weigel a dare alcuni indizi sulla sua opera.

Mobidic è un testo di straordinaria poesia e bellezza di un giovane autore italo-tedesco in grado di costruire dialoghi memorabili per una commedia lieve e avvincente carica di suspense e con un finale del tutto inatteso. Un’autentica rivelazione. Il testo scorre piacevole e leggero sulle due vie del dramma e della commedia. Mi ha subito conquistato la struttura cinematografica del testo e la verità dei bellissimi dialoghi. Per quanto riguarda il ritmo narrativo e l’ambientazione, Mobidic s’ispira vagamente al genere Film Noir, mentre la storia trae origine da un fatto di cronaca realmente accaduto” – dice il regista.

Mobidic non è dunque una riduzione per il teatro del capolavoro di Melville. La storia trae origine da un fatto di cronaca realmente accaduto. Un affermato e maturo manager a causa di un’improvvisa amnesia dissociativa regredisce all’età di 16 anni. Non ricorda più il suo nome, non ricorda più nulla della sua vita o quasi. È notte, si rifugia in un Cafe Theater. Tutta la commedia è incentrata sul rapporto di complicità e amicizia che s’istaura tra la giovane cassiera del teatro e il misterioso “smemorato” detto il Professore. Mobidic è un testo di straordinaria poesia e bellezza, scritto da un giovane autore di cinema e di teatro italo-tedesco in grado di costruire dialoghi memorabili per una commedia lieve, avvincente e carica di suspense. Il testo scorre piacevole e leggero sulle due vie del dramma e della commedia e conquista per la struttura cinematografica del “racconto”. Il Cafe Theater con la sua musica, le sue luci, la sua atmosfera incantata, è vissuto dai due personaggi in modo opposto: come luogo assolutamente quotidiano da parte della ragazza e in modo del tutto ingenuo e naif da parte del Professore. La menomazione di cui egli è vittima (si comporta come un adolescente) diviene stimolo all’immaginazione, lo induce a formulare nuovi progetti. Anche se avranno la durata di un sogno, poco importa. È una commedia costruita sul filo ininterrotto della suspense, ma anche della costante ironia, della comicità assurda. La situazione notturna immerge poi il racconto in un’aura surreale, quasi incantata. Finché, alle prime luci dell’alba…

Lo spettacolo è una produzione di Fondamenta Teatro e Teatri di Francesco del Monaco e Cristiano Piscitelli, con la Direzione artistica di Giancarlo Sammartano e la Direzione organizzativa di Fulvio Ardone. Fondamenta Teatro e Teatri  è il progetto di Fondamenta La Scuola dell’Attore che favorisce il naturale passaggio dalla formazione alla professione.

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Teatro Vittoria
Roma, Piazza Santa Maria Liberatrice, 10 (Testaccio)

orario del botteghino: lunedì dalle ore 11 alle ore 13 e dalle 16 alle 19. Dal martedì al sabato dalle ore 11 alle ore 20. Domenica dalle ore 11 alle 13.30 e dalle ore 16 alle 18 (solo per lo spettacolo del giorno)

Info: 06 5740170 – 06 5740598
Prenotazione biglietti solo via telefono

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00. tranne martedì 13 ore 20.00 – mercoledì 14 ore 17.00. Domenica ore 17.30 –

Biglietti: platea 28 euro , galleria 12 euro. – Riduzioni 21 euro  e 18 euro.

 

 

 

Al via domani, 24 ottobre, con la grande parata inaugurale,  l’Oktoberfest Calabria in tour, evento ufficiale Paulaner.

Rende (Cs),  alla pari di città come Monaco, Parigi, Marsiglia, Madrid, Barcellona e Cuneo, è tra le sette tappe europee dell’Oktoberfest grazie alla certificazione Oktoberfest Ufficiale Paulaner nel Mondo.

Nell’area mercatale di Villaggio Europa è tutto pronto per ospitare la Prima Edizione dell’Oktoberfest in tour Calabria, organizzata da Wisea Eventi con il patrocinio del Comune di Rende, della Provincia di Cosenza, della Camera di Commercio di Cosenza e di Confindustria.

Dopo la spettacolare parata e l’apertura del padiglione, si darà il via a 12 giorni di divertimento per tutti, con eventi culturali, popolari e commerciali che trasporteranno letteralmente i partecipanti, nelle atmosfere bavaresi.

A stappare la prima botte e a dare inizio ai festeggiamenti, sarà il sindaco Marcello Manna. A mezzanotte ci sarà lo spettacolo pirotecnico, con grandi effetti scenici e giochi di colore.

Domenica 28 ottobre alle 10,30 la Santa Messa cittadina e subito dopo la Fanfara dei Bersaglieri, nel parco dell’evento.

Domenica 4 novembre, nella serata di chiusura una grande sorpresa colorerà di magico, il cielo di Rende.

Non mancheranno il Luna Park aperto tutti i giorni dalle ore 15 e il sabato, la domenica ed il primo novembre dalle ore 11, per far sì che anche i più piccoli possano divertirsi sulle giostre in momenti meno affollati.

Divertimento assicurato per tutti con gli autoscontri, i dischi volanti, la ruota panoramica più alta d’Italia e grandi attrazioni per i più audaci.

E la Wisea Eventi in collaborazione con il Comune di Rende e la Sidevents di Cuneo hanno pensato proprio a tutto: venerdì mattina dalle ore 11,00 giri gratuiti sulla ruota panoramica per tutte le persone con disabilità.

 

Gli italiani non partecipano alle attività culturali. Ormai questo è un dato di fatto. Non fosse altro che a fronte dei numeri forniti dal rapporto annuale di Federculture, presentato ieri 22 ottobre alla Camera di Commercio di Milano, e che fa il punto sul sistema dell’offerta e della produzione culturale in Italia.

Sono ancora molte le criticità del sistema nella gestione della cultura, così come è evidente una disparità tra Nord e Sud, nella fruizione della cultura da parte dei cittadini.

I dati non sono per nulla entusiasmanti:  7 italiani su 10 non vanno al cinema, non entrano in un museo né visitano siti archeologici.

Dati critici dunque, rispetto alla partecipazione alla cultura: perché se  il 40 % circa degli italiani è inattivo culturalmente, (con picchi di 80% nel settore teatro, e 90% in quello dei concerti classici),  sale all’82% il dato che riguarda il sud Italia dove sono 8 italiani su 10 a tenersi ben lontani dalla cultura e dall’arte.

In Sicilia poi, si spende tre volte meno in cultura di quanto non si faccia in Trentino Alto Adige, dove una famiglia spende per i servizi culturali 190 euro, mentre in Sicilia solo 60 euro.

In Italia si spende in cultura poco più del 6 % e siamo ben lontani dalle cifre della Svezia, per esempio, che supera l’11%.

Peggio dell’Italia sanno fare solo la Grecia, il Portogallo e il Lussemburgo.

Allora ci si chiede come mai la quota di spesa dedicata a cinema, teatro, concerti da una famiglia media italiana è aumentata del 3,1%

Semplice.
Al botteghino si spende di più, circa il +0.71 perché aumentano i prezzi, non gli ingressi, che invece diminuiscono di circa 4 punti percentuale.

Le attività di spettacolo in genere, scendono anch’esse di 2 punti e mezzo.

E la lettura?  

La quota di chi legge almeno un libro all’anno cresce, seppur di pochissimo, diminuiscono però i cosiddetti “lettori forti ossia quelli che ne leggono di solito più di uno al mese.

Rassicuranti i dati del turismo culturale che rappresentano il 35,4 % della spera totale per il turismo. Sono i turisti a far aumentare la spesa culturale, che sale dell’11%. Crescono del 10% i visitatori di musei statali.

A parlare in merito ai dati e alla gestione della cultura  è Andrea Cancellato, Presidente di Federculture che ammette di “non aver apprezzato  che il settore turismo sia passato dal Ministero dei Beni culturali alle Politiche agricole”.

 Per Claudio Bocci, Direttore di Federculture, “ci vorrebbe una cabina di regia a Palazzo Cigi”.

E le amministrazioni comunali?

Sì perché anche loro dovrebbero incentivarla, la cultura. Ed invece la spesa in cultura della amministrazioni comunali scende del 4 % rispetto al 2015 e anche le erogazioni delle fondazioni bancarie sono al -9% rispetto al 2016.

Per i fondi pubblici, lo stanziamento del Mibac è stato confermato sui 2 miliardi, anche nelle previsioni del 2018.

Intervistati, 7 europei su 10 dichiarano che “vivere in luoghi dove si promuove la cultura, in luoghi ricchi di attività culturali, contribuisce all’innalzamento della qualità della vita“.

Per questo Federculture rinnova l’appello al Parlamento per una rapida ratifica alla Convenzione di Faro, che promuove e sostiene  il concetto di comunità-patrimonio culturale, volto all’ampliamento della partecipazione dei cittadini, fattore che implica una gestione che abbia al centro l’impresa culturale, intesa come trait d’union tra tutela, valorizzazione, conservazione e fruizione pubblica dei beni culturali.

Tanti stimoli e tante idee nuove, insieme a risorse ereditate dal passato e poi ancora conoscenze e tradizioni in continua evoluzione, accomunate dalla volontà di contribuire all’attribuzione di un nuovo valore al patrimonio culturale, mirando anche ad una nuova sinergia tra attori pubblici, istituzionali, associazioni e privati.

 

Simona Stammelluti 

 

 

 

Nella stagione teatrale 2018/2019, il Teatro della Cometa inaugura il nuovo Salotto Cometa. Da ottobre a maggio, una volta al mese si terrà l’aperitivo culturale del nuovo Salotto Cometa nel foyer del teatro: tra food, cultura e performance, si racconteranno progetti, idee, storie, libri, per favorire conversazioni, connessioni.

Il primo appuntamento di aperitivo letterario che inaugurerà questo nuovo corso si terrà lunedì 29 ottobre alle ore 18.30 è vedrà protagonista il conduttore radiofonico, televisivo e attore, Savino Zaba che racconterà il suo ultimo libro “Parole Parolealla radio, il linguaggio radiofonico dalle origini a oggi”. Introdurrà Dario Salvatori

Savino Zaba firma un saggio storico-linguistico sul linguaggio radiofonico dagli anni Venti ai giorni nostri, focalizzando la sua attenzione su tre rilevanti nuclei tematici. Il primo si traduce nell’evoluzione storica del mezzo e, nel contempo, sullo “stato dell’arte” dell’attenzione che i linguisti stanno dedicando al linguaggio radiofonico.

La seconda parte, dopo la necessaria contestualizzazione storico-letteraria di Carlo Emilio Gadda, si concentra su un approccio critico e linguistico del suo testo, Norme per la redazione di un testo radiofonico, del 1953.

La terza è il frutto di una riflessione sull’utilizzo della lingua da parte di alcuni dei personaggi più rappresentativi della radiofonia italiana: Angelo Baiguini, Carlo Conti, Linus, Michele Mirabella, Riccardo Pandolfi, Rosaria Renna, Marino Sinibaldi, Enrico Vaime, Zap Mangusta.

L’autore offre uno squarcio del mondo radiofonico, coniugando in modo singolare l’excursus storico del linguaggio nel nostro Paese alle più preziose testimonianze a riguardo.

 Mettetevi comodi e seguite la Cometa, vi aspettiamo nella nostra casa, nel Salotto Buono di Roma. #seguilacometa #teatrocometa

 

E’ biondo, giovane e bello.
E come se non bastasse, è anche maledettamente bravo.
Tom Odell 27enne cantautore inglese, incanta le platee di mezza Europa, cantando nelle sale da musica, ed (in)cantando mentre racconta l’amore … ma a modo suo. Sì, perché la cosa che stupisce è che questo giovane artista, ha già capito tutto, ha compreso bene come raccontare quel che aveva da dire, attraverso il suo affascinante modo di fare musica.

La sua tournée durerà per mesi, fino alla prossima primavera, quando dopo essere stato in molte nazioni europee, sbarcherà nelle Americhe, portandosi dietro tutto il suo appeal, oltre al suo pianoforte e a quei musicisti che lo accompagnano e che gli permettono di rendere quel concerto, un vero e proprio show.

Alla Usher Hall di Edimburgo, la sera del 18 ottobre scorso, ho provato a mimetizzarmi tra quei giovani, entusiasti di essere in quel preciso momento, in quel preciso luogo. Ovviamente, non ci sono riuscita e ho lasciato che quei ragazzi, di tutte le nazionalità si domandassero cosa ci facessi lì, perché di quel palco allestito a regola d’arte io guardassi dettagli che a loro non interessavano, perché applaudissi a cose diverse rispetto a quelle che entusiasmava loro e perché a volte chiudessi gli occhi, anche se davanti a noi c’era l’apoteosi dell’effetto scenico.

Prima di ogni altra cosa, Tom Odell è un eccellente musicista, capace di spaziare dalla musica classica – di cui ha dato sfoggio durante il concerto – al rock più puro, ricordando, semmai qualcuno possa dimenticarlo, che l’Inghilterra sforna da sempre artisti di calibro, destinati ad entrare nella storia della musica. Possiede una meravigliosa presenza scenica Tom Odell ed è divo, forse ancora senza volerlo. Su quel palco si diverte, da quel palco interagisce con il suo pubblico, dialoga musicalmente con i suoi musicisti e mostra, sfacciatamente, un’ intesa con il batterista che sembra essere perfettamente in grado di assecondare ogni dettaglio degli arrangiamenti che Tom realizza, suona, regala.

E’ un tripudio di musica ben suonata, di effetti scenici degni di un vero artista. C’è l’utilizzo della tecnologia nelle esecuzioni di chitarra e basso, ma c’è anche un pianoforte a coda che Tom Odell suona come se farlo, appagasse ogni suo bisogno, per poi salirci di sopra nei momenti clou della serata.

La voce del cantautore inglese è leggera, delicata e calda, a volte prorompente, impregnata di soul e di guizzi di vivacità. Ha una perfetta padronanza del mezzo fonatorio e utilizza il falsetto senza sbavature. Modula l’armonia utilizzando i piano e i forte come se disegnasse il contorno ai testi.

Ecco … i testi. La cosa sorprendente dei testi di Tom Odell è che raccontano l’amore ma mai in maniera stucchevole, mai in maniera scontata. E se si pensa che ha solo 27 anni, allora si fa presto a comprenderne la maturità artistica e vien voglia di scoprire cosa sarà quel cantante tra una decina d’anni, quando di strada ne avrà fatta tanta e sarà forse, consapevole di tutto il bello che in questa stagione della sua vita, sta seminando nell’attenzione dei suoi fans e in chi si imbatte nella sua musica per caso, per poi innamorarsi del suo carisma e delle sue canzoni. Per Tom Odell si può amare anche senza essere ricambiati, si può non riuscire ad andar via dalla vita di chi si ama, o desiderare così tanto di avere vicino qualcuno, che l’unico desidero è poter invecchiare insieme a quel qualcuno. Tom Odell con i suoi testi insegna che si può imparare ad amare, con tutte le conseguenze del caso. Parla di brividi d’amore, di passioni a volte incomprese e sempre sull’orlo di un collasso emozionale. E poi parla di sé, anche, nelle sue canzoni, di quei brevi frammenti di vita vissuta che per osmosi finiscono nell’attenzione di quel suo pubblico al quale racconta anche di come e quando ha scritto alcune canzoni, quel che accade quando basta un suono che proviene da una finestra lasciata aperta, per ispirare una nuovo pezzo. Scrive le canzoni come a voler aggiustare qualcosa che si è rotto e questo, diventa arte, nelle sue mani e nella sua voce. Il suo songwriting è istintivo, è passionale.

Durante la performance suona in piedi, lancia via il sellino del pianoforte, scende tra il pubblico. Cosa da divo, ma con classe.

E’ capace di passare da “Imagine” ad un suo pezzo con la versatilità di chi non solo conosce bene la musica, ma possiede l’intenzione giusta per scavalcare la convenzione, contaminando un genere con l’originalità che gli appartiene.

I suoi musicisti sono di grande caratura, ma non sarebbe potuto essere altrimenti. La loro bravura non si evince solo nell’evoluzione delle parti solistiche ma anche nella capacità – che non sempre si riscontra – di saper essere a disposizione del leader. Bello il loop del basso campionato, delle svisate della chitarra che “sporcano” il pop contaminandolo di blues, rendendo maturo il piano-playing e costruendo un mood empatico e soul, che poi si mischia a quei cori raffinati che gli stessi musicisti realizzano con estrema versatilità.

La batteria è prorompente, è accattivante è dinamica e capace di disegnare il controtempo che è sinonimo di respiro. In quel respiro, Tom Odell può realizzare ogni suo desiderio.

Ho provato a capire se Tom Odell mi ricordasse qualcuno, e la cosa bella è che seppur qualcuno avrà accostato la sua voce, il suo songwriting e le sue sonorità ad artisti come Nutini, Sheeran o Blunt – dei quali è facile apprezzarne la bravura – io ci ho sentito invece una rigorosa unicità, non solo nel dettaglio vocale ma anche nella impeccabile capacità di suonare e cantare come se la prima attività fosse intimamente la condizione ideale per esprimere tutto il suo mondo, e come se riuscisse a mantenere in equilibrio funambolico, la sua sensibilità di contenuti.

Maestose armonie nell’aria, tradizione brit-pop, un’intima immagine cantautorale e poi l’effetto rockeggiante in dosi ben distribute.

Gli inglesi non sono di grandi slanci, eppure tutte quelle persone contente nella Usher Hall di Edimburgo, hanno trovato il loro personalissimo posto ideale, nel proprio pezzo preferito. Qualcuno si è lasciato andare alla commozione, le ragazze si lasciavano andare alla loro passione per quel divo biondo e gli applausi a scena aperta hanno sottolineato  il successo di quella performance impeccabile e travolgente, che si è dipanata in oltre 2 ore di musica ben fatta.

Che musica avrà ascoltato, a chi si sarà ispirato Tom Odell, quali i suoi maestri? Elton Jhon, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tom Waits. Mi è tutto chiaro. Ha saputo ascoltare, Tom, prima ancora di mettersi alla prova e scoprire di essere bravo, a modo suo.

Run“, “Hold me“, “Can’t pretend“, la splendida “Another love“, “I know” e tante altre, tutte così belle che sembrava un peccato, finissero così presto.

Andando via erano in tanti a canticchiare però il pezzo che Tom Odell non ha fatto, “Il you wanna love somebody“; forse per strategia, perché in fondo è il singolo di quel suo nuovo album, che farà ancora tanto parlare di lui.

Come sono perfetti gli inglesi.
Impeccabili in tutto.
Anche nel servirti una serata di emozioni.

 

Simona Stammelluti 

 

 

 

 

Mi scrive un amico: “Simona, devi assolutamente sentire un lavoro discografico”.
Mi fido di lui, del suo gusto, lui si fida della mia spietatezza in fatto di musica.

E così mi trovo ad aprire la porta di uno dei dischi che in questo periodo non solo gratificano il mio lavoro, ma che inondano di bellezza il mondo musicale, che è in continua evoluzione ma che a volte si arresta, nell’attesa che venga nutrito ancora di ispirazione, mentre vien fuori un’idea nuova, un nuovo esperimento, una nuova strada.

Mi imbatto in “Grace in town”. Guardo la copertina, leggo i nomi su scritti. Ci sono loro: Fabrizio Sferra e Costanza Alegiani. Lui di profilo, lei ha una mano sul capo. Entrambi indossano cappotti ed occhiali da sole.

Fashion, direbbero gli influencer. A me sembrano voler nascondere qualcosa che però diventa notorio, manifesto, di lì a poco. Una sorta di sfida, che io ovviamente, accetto.

Conosco benissimo Sferra. Chi della mia generazione appassionato di jazz, non conosce i famosi Doctor 3, chi non ha il ricordo di uno dei loro concerti, quando il jazz incominciava ad essere pura innovazione, quando le mini-suite sostituivano i pezzi singoli, proprio mentre il gusto melodico e la sensibilità musicale, diventano importanti e significativi tanto quanto la preparazione tecnica.

Faccio appello alla memoria. Non ricordo di aver mai sentito Costanza Alegiani. Scopro che è una cantante jazz, ma è anche l’autrice dei testi che hanno sposato le musiche realizzate da Sferra. Ma questo non mi basta, la curiosità prende il sopravvento e dunque, premo play.

La prima cosa che mi raggiunge è l’originalità.
Nel disco c’è tanto sound, siamo lontani dal mondo del jazz anche se alcune sfumature le si rintracciano. Ci sono dosi di rock inglese, c’è del pop, ma è raffinato, spennellate di blues e poi c’è l’elettronica.

Come hanno fatto, mi domando?

E’ senza dubbio un lavoro corale, ad ampio respiro, di grande impatto emozionale. Ci sono dei passaggi musicali che sono classici (nel senso puro della parola) che però – e questo è il punto di forza di questo lavoro discografico – sa diventare appassionatamente contemporaneo.

E’ un disco che ha una sua profondità, è coerente, è credibile. Richiama alcune sonorità sentite in passato, ma è un dettaglio questo, assolutamente personale. Ognuno si gusta l’ascolto in base a quelle che sono le proprie conoscenze e la propria esperienza in fatto di musica.

Il passaggio fondamentale di questo disco è l’incastro voluttuoso delle voci. Sì perché in questo disco, che è cantato, c’è anche la voce di Fabrizio Sferra (chi l’avrebbe detto che sapesse anche cantare) sorretta però da una sorta di “codice interpretativo” che si sposa con la “grazia” – è proprio il caso di dirlo –  di una Alegiani che sa usare il mezzo vocale come espediente artistico.

Gli effetti che transitano sulle voci di entrambi, non ne alterano le intenzioni, il gracchiare di alcuni echi è come un’onda che sale e poi scende, scoprendo, ritraendosi, la base ritmica che pulsa nei passaggi in battere, come nel pezzo “Three lives before my end”, nel quale poi il suono della chitarra elettrica di Francesco Diodati, si impossessa del finale, si evolve lungo una saturazione dell’effetto overdrive, che diventa riverbero, wah-wah e poi fischio, lasciato lì in alto, sospeso, fino a quando non precipita nel silenzio accomodato.

Il disco ha 10 tracce, alcune particolarmente degne di nota, come “Try me out” con un mood  che va di accenti in levare, di spazzole sul rullante, di chitarra amabilmente arpeggiata, di controcanti, di passaggi accattivanti della Alegiani, di accordi minori che disegnano quel “goes by”, inteso come “cambiamento”, quel qualcosa che si allontana, azzardando un nuovo tentativo. Al piano e keyboards c’è Alessandro Gwiss, capace di adattarsi alla perfezione alle esigenze del lavoro discografico, che sorregge e sottolinea i passaggi armonici cruciali.

La voce della Alegiani si apre e si chiude sulle note delle sue due ottave di range, si allontana e si avvicina dal volume, sa quando smorzare, sa restare in bilico ma perfettamente in equilibrio. Mai scontata, dotata di una adeguata personalità canora oltre che di un’ottima dizione della lingua inglese.

Sferra non è l’unico a suonare la batteria. Si alterna con Federico Scettri.
Al basso, c’è Francesco Ponticelli.

E’ un album che invita ad un viaggio, fatto in quel caos che a volte ci inghiotte, ma che è costantemente ostacolato dalla grazia di alcuni dettagli del vivere. Perché in fondo noi, ci sappiamo convivere benissimo con il caos, a patto di saper rintracciare la grazia in alcune stagioni della vita, nella bellezza di qualcosa che ci conduce verso quel che ci piace.

A questo proposito posso dire che a me è piaciuto molto “In the mood for Annie”, traccia numero 2 dell’album, in cui ha fatto da sola i controcanti, la Alegiani, in cui ha regalato alcuni acuti ben sistemati e raccontato come la grazia, è un virtù. Nel testo recita “don’t let me go”. L’invito a non lasciar andare, che però ruota musicalmente in una sorta di loop, di ripetizione che ipnotizza, mente voce e chitarra si avvinghiano.

Il codice semiologico del disco è perfettamente riscontrabile;  l’espressione comunicativa in questo disco, è al contempo processo produttivo e ricettivo.

E’ un disco appagante, acusticamente accattivante, che ha saziato, a pieno, la ma fame di originalità che però, a mio avviso, non deve mai distaccarsi troppo dalla credibilità prettamente armonica.

Mentre si ascolta questo lavoro discografico, viene voglia di immaginare uno spazio; io l’ho immaginato blue, con me in un punto qualunque, con le stelle che viaggiano all’incontrario, che si spostano verso l’alto e non ho voglia di scansare.

 

Simona Stammelluti

I critici sono affamati di nuovi progetti e di cose belle.
Soprattutto noi, intorno ai 50 anni, che di musica ci siamo nutriti e di dischi ne abbiamo sentiti tanti; che tanti progetti abbiamo visto e di altrettanti abbiamo scritto, a volte lodando, sottolineandone i punti di forza. Altre volte è capitato invece di dover essere spietati, perché non tutto il materiale che riceviamo, che sentiamo o a cui assistiamo, è degno di nota.

Poi capita però che ci si imbatte in dischi che non smetteresti mai di ascoltare, i cui brani vorresti passassero anche in radio, perché ti sembra assurdo che il grande pubblico non ne possa godere, perché il jazz, quello fatto bene, quello suonato da musicisti che nel tempo hanno trovato il proprio stile, che sono versatili ma anche originali, che sanno come convincerti, è una delle più alte forme di godimento derivante dalla musica.

Sono dischi che non smetteresti mai di ascoltare, non solo perché sono oggettivamente belli, ben suonati e accattivanti, ma perché sono il frutto di una maturità artistica, di un talento e di un affiatamento che diventa vero e proprio motore trainante, un mezzo per trasformare l’arte, in un dono, tutto da scartare e da ascoltare.

E’ il caso di “Triplets”, progetto firmato da Amedeo Ariano,  tra i più bravi e talentuosi batteristi italiani, versatile, capace di raccontare di cosa è capace senza manie di protagonismo, e questo è stato – a mio avviso – un dettaglio fondamentale per la riuscita di questo progetto che vede come suoi compagni di viaggio, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Francesca Tandoi al pianoforte e voce.

E’ un disco amabilmente jazz, ben calibrato, a tratti ammiccante.
E’ un viaggio nel mondo degli standard, della tradizione, ma senza regole da rispettare, con pezzi ri-arrangiati in modo originale ma senza mai abbandonare quell’atmosfera swing che Ariano suona con particolare maestria.

Il bello di questo disco è che non pensi alla carriera di ognuno dei musicisti che vi suonano – il che già da sola fa da garante di bellezza – perché sei preso dal modo in cui è stato suonato. La Tandoi è una jazzista tra le più capaci, suona il pianoforte, benissimo, e canta, altrettanto bene. Per me, è una delle voci più convincenti  del panorama contemporaneo. E’ capace di porre l’accento sul modulo giusto, è affascinate, e l’interpretazione è credibile e sofisticata. Poi diciamolo … non si sceglie un contrabbassista a caso,  se si pensa al ruolo del contrabbasso nel trio jazz canonico, e a Luca Bulgarelli con cui Ariano collabora da tanti anni ormai, si può chiedere qualunque cosa. Non vi è rassegna o festival jazz che non lo abbia visto ospite.

Ma non serve elencarne i curriculum, basta parlare del disco per scoprirne la meraviglia.La copertina del disco è cool.
Loro sono bellissimi, ammiccanti.
In tre è meglio”, sembra suggerire.

Ma la verità è che il titolo “Triplets”  non è messo a caso.
(Che bello quando i titoli dei dischi sono la porta d’ingresso di un progetto).

Già solo il titolo, qualche suggerimento lo dà.

Le “terzine”, che  compongono il movimento nello swing,  che riempiono i dodicesimi in cui le battute sono suddivise e che mettono a disposizione dei 3 musicisti, un tessuto ritmico che loro utilizzano senza esitazione e sul quale ricamano arrangiamenti degni di nota.

Otto sono le tracce, tra pezzi originali, standard e omaggi.

Bulgariantandoj”, il pezzo originale, in cui basso e batteria, spadroneggiano, e nel cui dialogo si inserisce il pianoforte, che racconta il tema, che sfida la base ritmica e che diventa ostinato mentre usa il controtempo, come un vero e proprio linguaggio. Non c’è un dettaglio della sua batteria, che Ariano non sfrutta per coinvolgere l’ascoltatore.

La scelta degli standard è significativa.

The Sheik of Araby” – di cui mi viene in mente la versione di Buddy De Franco –  nel disco conserva la verve e il tempo serrato, ma è florido di dettagli ritmici. Velocissime le note sulla tastiera del pianoforte e impeccabili le spazzole di Ariano sul rullante. Il contrabbasso che entra in un dialogo con il pianoforte e che porge il doppio tempo alla batteria che è fonte di un groove incontenibile. La cassa pulsa con leggero anticipo, i piatti suonano le sincopi e il charleston scandisce i movimenti deboli. La perfezione è servita.

I thought about you”, famosissimo standard che fu interpretato dalle più belle voci femminili, ti accoglie in quell’atmosfera dettata dal tempo “sospeso”. Dettaglio che si sposa benissimo con l’intenzione del brano che “guarda attraverso”. Attraverso immagini che qui, arrivano prorompenti in musica. Le note velocissime in alcuni passaggi, e poi gli accordi che incedono e il rullante che vibra senza compromessi.

I didn’t know what time it was”. Senti gli splash che si adagiano sulle note del piano che mette in fila le scale minori e le infila tra le corde del contrabbasso, che ne ricama le dinamiche. Più grave è il contrabbasso, più dinamico è il pianismo della Tandoi.

Quando arriva “You don’t know me”, omaggio a Ray Charles, è come finire in jazz club; è una gemma, che parte con il pianoforte e che dopo 4 battute lascia che la voce di Francesca si impossessi di tutto. Ha sfumature delicate ma radicate nella conoscenza della tecnica. Anche le note gravi sono piene e sicure. Mette in gioco tutto il fascino e la maestria che conosce, la pianista, della quale in questo pezzo si ammira la capacità interpretativa, e che canta con la consapevolezza di ogni parola del testo. Poi il piano torna protagonista, e sono il contrabbasso e la batteria a fare da controcanto, e questo passaggio è originale, è studiato, è riuscito.

Dire che i pezzi sono tutti ben suonati è un gioco da ragazzi, scegliere il tuo preferito, invece, è impresa ardua. Ma a furia di ascoltarlo, questo disco, io alla fine, ci sono riuscita.

Il mio pezzo preferito è “F.S.R. – For Sonny Rollins”. Lo è perché il mood che ne viene fuori è di quelli incontenibili, che non si arresta, è ostinato ma mai a caso, è convinto, prorompente e ascoltandolo lo sai, lo senti, lo riconosci che a quella batteria suona Ariano, che quella voce che senti in sottofondo è di Bulgarelli che al contrabbasso fa fare gli straordinari e la sorpresa accattivante di sapere che al pianoforte, c’è una di quelle donna che farà ancora e tanto parlare di sé perché ha tanto da dire e da suonare.

Il bello di questo album è che non ti chiede altro che di essere ascoltato. Ti avvolge, non ti chiede di interpretare intenzioni … le intenzioni sono tutte lì, suonate e cantante. Sono lì, con carattere e appeal. Sono lì con talento artistico, energia  e appassionata complicità, quella che nel jazz ha spesso fatto la differenza.

Un album da 5 stelle su 5. Un lavoro che sta nei primi posti tra la mia personale classifica dei dischi più belli dell’ultimo quinquennio, di cui consiglio l’ascolto.

E’ il jazz che piace a me.

Simona Stammelluti

 

 

Alle 11.00 di questa mattina, ora italiana, il Norwegian Nobel Institute di Oslo ha annunciato i nomi dei vincitori del Premio Nobel della Pace 2018, che è andato a Denis Mukwege e Nadia Murad rispettivamente medico e attivista, “per i loro sforzi contro l’uso della violenza sessuale come arma di guerra”.

La schiavitù sessuale e gli stupri di guerra sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l’umanità. Premiata dunque il valore della resistenza civile e la testimonianza rispetto al resto del mondo.

Il motto di  Mukwege è proprio: “La giustizia è affare di tutti, perché chiunque ha il diritto/dovere di testimoniare e svelare gli abusi praticati affinché non accadano più”.

Per la Murad è il più importante riconoscimento dopo essere stata insignita nel 2016, a soli 23 anni, della nomina di Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. Nello stesso anno vinse anche il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, il più importante riconoscimento per i diritti umani in Europa assegnato dal Parlamento europeo.

La realtà di cui i due vincitori si sono fatti testimoni e per la quale hanno operato, è quella che si perpetra durante i conflitti, quando lo stupro viene usato come arma psicologica, non solo da soldati a volte minorenni, ma anche dai civili. Le donne sono costrette a prostituirsi e a divenire schiave sessuali, ad essere sottoposte a violenze sistematiche e a volte anche a massacri.

Si dono battuti, hanno denunciato al mondo gli abusi subiti dalle donne yadiste, per mano dei miliziani dell’Isis, a volte anche minorenni.

Denis Mukwege con il suo staff ha curato migliaia di vittime di violenze sessuali nella Repubblica Democratica del Congo.

Premiato perché “ha ripetutamente condannato l’impunità per gli stupri di massa e ha criticato il governo congolese e quelli di altri paesi per non aver fatto abbastanza per fermare l’uso della violenza sessuale contro le donne come arma di guerra“.

Nadia Murad, l’attivita premiata anch’essa, è stata una delle circa 3 mila ragazze e donne yazide che sono state vittime di stupri e abusi da parte dell’Isis.  Murad “è stata vittima e testimone degli abusi e ha dimostrato un coraggio raro, nel raccontare le proprie sofferenze e parlare a nome di altre vittime”.

 

Simona STAMMELLUTI