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Intervistare Paolo Di Giannantonio, storico giornalista Rai, ha cambiato il mio modo di guardare al ruolo del giornalismo ai tempi dei social network e delle fake news.

Una carriera straordinaria, la sua, come conduttore del Tg1 ma anche come giornalista d’inchiesta e inviato, che ha potuto raccontare alcune vicende che hanno cambiato il mondo, a cavallo di due secoli.

Un grande privilegio intervistarlo, una lezione sul difficile mestiere del giornalista, i rischi, e poi l’intuito, quel pizzico di fortuna che a volte serve e la bravura di gestire le difficoltà.

Pezzi di vita, la passione per la sua città e quel suo essere poco mondano. L’uomo, il giornalista Paolo Di Giannantonio al Sicilia24ore

Questo e tanto altro nella video intervista 

 

La situazione è ormai insostenibile.

A Lampedusa i cittadini sono stanchi, non ce la fanno più, la situazione attuale diventa sempre più drammatica ad ogni giorno che passa.

È accaduto poco fa: è stato dato fuoco a tutte le carcasse delle imbarcazioni dei clandestini che erano ammassate accanto allo stadio comunale, in pieno centro cittadino, dunque, oltre che presso la discarica. 

Il vento delle ultime ore ha facilitato l’aggravarsi delle fiamme, domate poi dai Vigili  del Fuoco.

E intanto continuano gli sbarchi, fino a tre al giorno e per ognuno si conta un centinaio di migranti.

 

 

 

Tutto ebbe inizio il 1930 … e che inizio!
Difficile immaginare oggi quel 31 maggio del 1930 quando Clint Eastwood veniva al mondo, sicuramente senza cappello da cowboy e il mezzo sigaro tra le labbra.
Sappiamo però che il giorno della sua nascita, le infermiere dell’ospedale lo soprannominarono “Samson” per il suo peso spropositato: pesava 5 chili e 200 grammi, e che nacque con tutte le passioni al proprio posto, coltivate e messe all’opera per una vita intera.

Un carattere timido e schivo, una gioventù tra tanti mestieri per aiutare la famiglia e poi una carriera artistica sfolgorante, una vita sentimentale abbastanza movimentata, e l’amore per il jazz (Che condivide con suo figlio Kyle), come leit motiv di una esistenza piena di traguardi sognati e raggiunti.
Icona con quel suo sguardo da bello ed impossibile, mito del cinema a cavallo di due secoli, produttore e regista sopraffino (anche di se stesso) con uno sguardo critico sul presente, quando l’uomo viene messo alla prova, e poi nella condizione di poter cambiare, o perdersi o morire, ma attraverso la visione di scelte consapevoli, soffiando su personaggi apparentemente ordinari in situazioni straordinarie.

A 90 anni nutre preoccupazione sulle sorti del mondo, ma ammette di riuscire ancora ad essere ottimista.

C’è tutto un mondo, una intera vita e una straordinaria carriera tra gli anni in cui Sergio Leone lo scelse come protagonista della trilogia del dollaro con le pellicole Per un pugno di dollariPer qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, capostipite del genere spaghetti-western di cui Eastwood divenne l’interprete principale, col ruolo del freddo Uomo senza nome, e i giorni nostri in cui è lui a scegliere gli attori, le storie, i finali, cosa raccontare e come.

Clint Eastwood si porta dietro come bagaglio un curriculum stracolmo di ruoli ben fatti ma ad oggi è un raccontastorie, racconta storie americane, ma non fa film all’Americana, storie in cui la condizione umana è messa alla prova, si confronta con le regole, con la possibilità di scegliere, con i valori sacri della vita, con processi fondamentali come la perseveranza, la solitudine, i sentimenti,  il senso spesso traumatico dell’esistenza, il dolore e la fedeltà non all’altro ma a sé stesso e ai propri desideri. Il tutto dentro l’azione, il rischio, la resistenza.

Affascina quel suo modo di fare il cinema, quella sua capacità indiscussa di trasformare un evento singolo, diventato paradigma, mentre mette in relazione la singolarità di ogni sua opera con l’universalità del tema trattato e del concetto da cui parte l’idea, questa la forza del suo carattere artistico.

Ero troppo piccola quando negli anni 70 la critica cinematografica lo sottovalutava come attore (erano gli anni di “Il texano dagli occhi di ghiaccio“), ma abbastanza grande per apprezzarlo nel tempo che gli fu propizio quando incominciò a vincere gli oscar con “Gli spietati”, che in tutto sono stati 5. Ammetto di aver visto quasi tutti i film da lui diretti, con una passione per “Gran Torino” 

  • “La cosa che tormenta di più un uomo, 
    è quello che non gli hanno ordinato di fare” 

Ha avuto tanto da dire come regista, e sembra che non abbia nessuna voglia di smettere e noi siamo felici per questo, altro che!

Auguri Eastwood, buon compleanno e lunga vita a te e al tuo sorriso, così raro, così vero e alla forma espressiva di quel tuo cinema, che non produce solo immagini

 

Simona Stammelluti 

 

Amministrare una città non è cosa semplice, perché il rispetto delle regole deve camminare di pari passo con il buonsenso, la competenza, la lucidità e le responsabilità da prendersi … tutte.

Ed invece ci ritroviamo davanti ad una scena che non si può certo ignorare; quella del sindaco di Avellino Gianluca Festa, che si unisce ai ragazzi della movida della città campana, tra assembramento e selfie e cori contro il governatore De Luca, tutto in barba alle disposizioni del Ministero, della Regione e della città stessa, considerato che proprio Festa aveva promesso che avrebbe supervisionato sulla ripresa delle attività e soprattutto della vita notturna della città.

Lui, che sui social dichiara “di aver deciso di fare un sopralluogo nell’isola pedonale per assicurarsi che tutto fosse nel pieno rispetto delle regole”. Ma in realtà sembra che sia mancato proprio il senso civico del primo cittadino, ripreso in un video in mezzo a centinaia di giovani senza mascherina, senza distanza di sicurezza,  che si è lasciato coinvolgere letteralmente dalla movida smisurata, senza che ci fosse nessun controllo delle forze dell’ordine, nessuna multa sull’assembramento, in barba alle regole e ai pochi commercianti che si sono invece attenuti alle regole, come è giusto che fosse.

“Dove c’è la vita ad Avellino ci sono io” – sostiene Gianluca Festa, il cui cognome in queste ore fa da cassa di risonanza al suo comportamento non consono al suo ruolo di primo cittadino.

Ma un sindaco deve dare l’esempio, deve educare i giovani, deve difendere la proprio comunità, soprattutto in questo momento in cui ogni errore di superficialità potrebbe costare cara, e non è certo quel suo comportamento il modo migliore per lasciarsi alle spalle le difficoltà vissute nei mesi di pandemia, che non sono così lontano come invece sembra apparire dalle immagini della movida avellinese della scorsa notte.

Dove sono i famosi “lanciafiamme” di De Luca? Si attende una reazione da parte della Regione Campania e dal Governo, oltre che una decisione in merito a questa vicenda che inevitabilmente è saltata alle cronache.

Ma come in “vite parallele” di Plutarco, c’è un antitesi anche nel genere umano, nel modo di amministrare, in etica e senso civico. Eccellenza, vizi e virtù passati al setaccio per lasciar emergere carattere e modalità, in positivo e in negativo.

Infatti alle cronache si può (e si deve) saltare anche per il rigore e la competenza e la capacità del ruolo del primo cittadino. E allora non posso non ricordare che esistono sindaci come Antonio Decaro, che amministra la città di Bari per il secondo mandato consecutivo e che è un esempio di come si supervisiona per davvero sul comportamento dei cittadini, di come si fanno rispettare le regole. Decaro che nel corso di questi mesi si è commosso davanti alle vetrine abbassate in quella parte di città che era fiorita di attività, che ha rimproverato a denti stretti i ragazzi sul lungomare di Bari all’indomani della riapertura post pandemia, che ha dichiarato come “gli assembramenti, la cosiddetta movida, sono un terribile alleato del covid 19“, che ha intensificato i controlli, che ha fatto scattare le multe in tutte le zona della movida cittadina.

Difende così i suoi cittadini, quelli che lui stesso chiama “compagni di strada” e che poco più di un anno fa lo hanno scelto ancora affinché tutto il buono realizzato per la città nei cinque anni precedenti, non restasse a metà.

Si può stare in mezzo alla gente, si deve; è il compito primario di un primo cittadino, ma con la massima attenzione agli effetti negativi di azioni superficiali che rischiano di produrre effetti irrimediabili a stretto giro e come dice Decaro, “questo non possiamo permettercelo

 

Simona Stammelluti 

 

Io ancora mi tormento, ancora mi meraviglio e ancora mi indigno.
Temo il giorno in cui tutto sarà “come da ordinaria amministrazione”.

Le ultime parole di George Floyd – “non posso respirare” – si sono trasformate nello slogan della manifestazione di protesta ed indignazione, contro la morte dell’afroamericano che 48 ore fa è morto, o forse dovremmo dire è stato ucciso, da 4 poliziotti a Minneapolis, durante un controllo, senza ancora un perché.

Però una domanda nasce spontanea: “Vale più un resoconto fatto a parole, o un video dettagliato realizzato in presa diretta, lì sul posto, che racconta di come siano andate le cose?

Per adesso sappiamo solo che i 4 poliziotti sono stati licenziati, che sulla vicenda si sta indagando, che l’uomo è morto e sul suo corpo si effettuerà l’autopsia e che la manifestazione di protesta ha riempito le strade della città, e non ha avuto connotati docili tanto che la polizia ha dovuto usare i gas lacrimogeni contro la folla in cerca di una risposta.

Un poliziotto bianco uccide un nero.
Un classico da film americano.
Qual è la condotta della polizia nei confronti dei neri?
Sembra esserci ancora una ingombrante condizione di razzismo, in essere, tanto che nel 2016 nacque un movimento chiamato “Black Lives Matter” (le vite nere contano) impegnato nella lotta contro il razzismo perpetuato a livello socio-politico verso le persone di colore.

Che aveva fatto, dunque, George Floyd, quel giorno  in cui è morto? Chi era George Floyd?
46enne afroamericano che per vivere faceva il buttafuori di un ristorante, poi chiuso per il lockdown, in cerca di una nuova occupazione, fermato all’interno della sua auto dai 4 poliziotti che avrebbero avuto una segnalazione circa un traffico di documenti farsi, c’è chi sostiene che fosse in possesso di sostanze stupefacenti. Un po’ ostica la motivazione, ma facciamo che andava bene così.

Il poliziotto che si è inginocchiato letteralmente sul collo di George Floyd, si chiama Derek Chauvin, 19 anni di carriera e diverse denunce per uso eccessivo della forza, con una causa relativa ad un’accusa di violazioni dei diritti costituzionali federali di un prigioniero.

Il punto è perché da un controllo si finisce per morire.
Noi certo, non abbiamo nulla da invidiare agli americani anche in circostante come questa.
Non ci dimentichiamo  (no, non ci dimentichiamo perché tanto è impossibile dimenticare) di Stefano Cucchi, per il quale la giustizia ha incominciato ad arrivare dopo 10 anni, quando finalmente sono venute fuori le responsabilità di chi lo arrestò, lo trattenne, lo picchiò fino ad ucciderlo. Omertà, silenzio che è tanto violento quanto un pugno, un calcio, un ginocchio sul collo, come quello che ha presumibilmente ucciso George Floyd poche ore or sono.

E se per Cucchi (e per molti altri come lui, vittima della condotta violenta e non maldestra come spesso si cerca di giustificare) non c’erano testimoni che ripresero con il telefonino in mano gli eventi, lì, sul posto, a Minneapolis mentre si consumavano, due giorni fa una ragazza che era presente, ha filmato tutto e le immagini sono molto eloquenti, sono vere, pulsano e fanno male.

(Ho scelto di non inserire il video, ma se volete lo trovare in rete, ma preparatevi perché fa male).

Un uomo nero, a faccia in giù, ammanettato con un poliziotto bianco che gli preme un ginocchio sul collo, che non si ferma malgrado gli venga detto che non può respirare, malgrado il sangue che esce dal naso, malgrado l’implorazione dei presenti che urlano di smetterla. Arriva l’ambulanza, il medico infila la mano sotto il ginocchio del poliziotto per verificare se ci sia ancora il battito, carica l’uomo sull’ambulanza, ma lo stesso in serata, viene dichiarato morto.

Perché tanta violenza?
Cosa è avvenuto prima dell’arresto?
Purtroppo il filmato non mostra gli istanti che precedono quell’atto di forza.

Ci sono sentimenti che vengono fuori, che non si possono tenere a bada, che ci pongono nella condizione di riflettere sul perché ancora accadano questi episodi. Orrore, rabbia, dispiacere, sofferenza, affollano pensieri e sensazioni e ci si interroga su come sia possibile provare così tanto odio verso qualcuno, soprattutto quando si indossa una divisa. Violenza, contro persone che implorano prima di morire, che si lasciano morire, che lottano fino alla fine prima di soccombere, di soffocare, di morire tra dolori atroci, da soli, vittime (forse consapevoli) dell’odio che un altro essere umano prova verso di te.

Nessuna colpa può giustificare tanta violenza, nessuna.
Vi prego, vi prego, vi prego, sto soffocando, non posso respirare (please, please, please i can’t breathe” – sono state le ultime parole prima che George Floyd morisse soffocato e senza più fiato. Ripete tre volte le parole “Per favore” prima di morire.

Anche Stefano Cucchi morì martoriato da danni irreversibili da percosse così evidenti che ancora oggi, quando sua sorella Ilaria mostra quella gigantografia, a me viene da restare senza fiato. Chissà quante volte ha chiesto di fermarsi, Stefano Cucchi.

Giustizia sia fatta, e al più presto.
Giustizia per George Floyd.
Perché non esistono al mondo tante Ilaria Cucchi, lei che non si è mai, mai, mai arresa davanti alla morte di suo fratello e ha lottato insieme ai suoi genitori per 10 lunghi anni, affinché venisse fuori la verità, solo la verità e insieme all’avvocato Fabio Anselmo sono riusciti a far condannare i due carabinieri, colpevoli della morte del giovane romano che avvenne il 22 ottobre del 2009.

La violenza deve essere bandita, la violenza che nasce da una forma di razzismo profonda, radicata ancora in una società che può provare a difendersi da tutto tranne che da atti come quelli che ancora si perpetuano per le strade, dentro le caserme, oltre il muro del rispetto della vita umana.

 

Simona Stammelluti 

 

Ci pensavo da tempo.
Pensavo che avrei voluto porle un po’ di domande, perché dopo l’ascolto del disco “Mister Puccini in jazz” di Cinzia Tedesco (qui la recensione) una serie di curiosità mi avevano fatto visita e allora ho atteso il momento propizio che è arrivato in questi giorni, e così malgrado la distanza, abbiamo chiacchierato e ne è nata una delle più belle interviste mai realizzate.

Lei, Cinzia Tedesco, eclettica, simpatica, prorompente, disarmante nel suo essere per niente diva, è fatta per il 100% di identità artistica.
Abbiamo parlato del suo disco, di come è nata l’idea, dei suoi straordinari compagni di viaggio, dei progetti futuri, dell’importanza dell’ascolto, della gavetta e del lavoro d’insieme.
Ha le idee chiare Cinzia Tedesco, è così lucida nella visione del mondo della musica.
Abbiamo disquisito sul perché si facciano tanti dischi, dell’Italia spiccatamente esterofila, di come si possa andare controcorrente quanto si ha un’idea e un progetto che tocca un repertorio “eterno”.

Come si conserva il segno distintivo di un artista?
Cos’è la bravura? Di cosa è fatta?

Questo e tanto altro ancora.
Grazie, Cinzia.

 

Buona Visione 

Simona Stammelluti 

Niente, non ce la facciamo proprio ad essere umani.
Non siamo cambiati in meglio. Smentiti tutti i buoni propositi.
Siamo rimasti urlatori, odiatori, leoni da tastiera pronti a sentenziare, a offendere, a trasformare il diritto di parola in un ammasso di libero sfogo a insulti sessisti, omofobi, volgari e a nulla è valso il pronostico di divenire empatici, nei confronti del prossimo.
Egoisti, affamati di protagonismo e di qualche like, incitatori di odio; ecco come appare il popolo della rete in queste ultime ore dopo al liberazione di Silvia Romano.
E così le stesse persone che dai comfort delle loro abitazioni si sono lamentate in questi due mesi di quarantena, che hanno detto di essere in crisi, depressi, che “si sono sentiti come in prigione” durante il lockdown, prendono la parola e sputano veleno sulla ragazza tornata a casa dopo 18 mesi di prigionia.
Neanche era scesa dall’aereo e già era stata investita da insulti, ed illazioni.
E’ incinta, è diventata musulmana, si è sposata, si spartirà i soldi con i sequestratori“.
Ma questi sono gli insulti più discreti.
Perché ci sono anche quelli di una donna (il che è tutto dire)  – il cui video gira in rete da più di un giorno – che chiama “sciacquina” Silvia Romano e quelle come lei che – a suo dire – non sanno fare nulla. Cito testualmente: “abbiamo finanziato il terrorismo con il denaro di questi riscatti della sciacquina di turno che deve andare in Africa o in Siria a portare la propria clamorosa incompetenze“.
E poi lui, un certo Giovanni De Rose ex comandante della Polizia Municipale di Cosenza che commenta (e poi cancella, ma gli è andata male perché lo screen-shot lo inchioda alla responsabilità) con queste parole: “4 milioni sono per chi l’ha messa incinta. Ma l’avete vista Silvia Romano ara faccia? Anzi, n’ha fattu pure u sconto il montatore islamico. Atrica viagra“.

Parole al limite del reato penale, gravi, gravissime. Questi sono messaggi violenti, misogini, che fanno orrore. Ne potrei citare ancora e ancora, ma mi fermo qui, perché questa vuole essere una riflessione su quanto possa essere deleteria la superficialità con la quale ci rivolgiamo agli altri. Lo facciamo tutti i giorni, quasi senza farci caso. Non ci mettiamo mai nei panni degli altri, mai … figuriamoci se abbiamo provato a metterci nei panni di una ragazza di 24 anni che viene rapita e che resta per 18 mesi nelle mani dei sequestratori.

Lo ammetto, appeno ho visto Silvia scendere le scale dell’aereo con l’abito tradizionale somalo, mi sono posta qualche domanda, ma l’unico sentimento che mi ha pervaso è stata la commozione di saperla salva, mentre riabbracciava la sua famiglia.

No, non credo che vada tutto bene come lei dice.

Credo che abbia subìto uno choc, che in qualche modo le sia stato fatto il lavaggio del cervello, credo che la sua vita sia stata terribile in quei mesi.
Una vita che ha dettagli a noi completamente sconosciuti.
Credo che abbia avuto paura, ma che poi abbia alternato momenti di rassegnazione, alla paura.
Ed ora ha bisogno di essere sostenuta e di trovare un po’ di pace.
E le accuse e le minacce che mezza Italia le sta rivolgendo non assomigliano per nulla a quella pace di cui la ragazza necessita.

Dovrà raccontare tutto agli inquirenti.
Ha incominciato a farlo.
Racconta dei trasferimenti, spesso ore e ore di cammino a piedi, di essere stata trattata bene, di non aver subìto violenza, di aver dormito a terra su un giaciglio, di non aver mai visto in faccia i 6 uomini con cui si spostava, che uno solo di essi parlava un po’ di inglese, che aveva chiesto un quaderno per appuntare pensieri e sentimenti e poi di aver chiesto il corano. “Sono stati mesi di paura, di riflessione e di preghiera”, dice Silvia, che adesso si fa chiamare A’isha che significa”Viva“.

Le organizzazione che praticano il traffico degli occidentali con cui spesso finanziano le loro attività criminali, hanno una doppia faccia e questo si evince dai racconti di chi è stato rapito, a volte torturato anche e poi ha fatto ritorno. C’è una sorta di primitivismo delle bande che vivono nelle grotte armate fino ai denti, e poi quella finta gentilezza con cui trattono gli ostaggi tenendoli sotto scacco dal punto di vista psicologico. Spesso vengono minacciati, gli ostaggi, e poi costretti a vedere video di finte esecuzioni, per destabilizzarli, per annientarli.
Non ci dimentichiamo chi nelle mani dei sequestratori è stato torturato e poi ucciso.

C’è poi la questione del riscatto, che riguarda gli affari esteri e come lo Stato Italiano gestisce situazioni come questa e ce n’è stata più d’una, se ricorderete.
C’è la questione di come alcuni giovani che partono per missioni umanitarie non sono tutelati abbastanza in zone così a rischio.
Ma queste sono altre storie, che analizzeremo dopo.

Adesso non si possono chiudere gli occhi sull’odio sociale, che è sinonimo di qualcosa che in maniera grave contagia sempre più.

E’ musulmana?
Sarà mai questo il problema?
Qualcuno viene a dirvi quale dio pregare?
Le sarà stato fatto il lavaggio del cervello?
C’entrerà la sindrome di Stoccolma?

Non lo sappiamo. 
E il non sapere dovrebbe essere il primo imprescindibile monito, affinché non sia l’odio a regnare sulla vita degli altri.

 

Simona Stammelluti 

 

Ho atteso qualche giorno dall’inizio della fase 2 di questo tempo di pandemia, per dire ciò che vedo e che penso.
Una fase di mezzo, questa, che ha contorni strani e tanta incertezza.
Qualcosa sì, qualcosa no, tanta confusione, mille domande senza risposte, qualche abuso di potere (quelli non mancano mai), regioni che fanno a modo loro, l’Italia che stenta a ripartire tra cavilli burocratici, incentivi che forse non arriveranno mai e la paura come leitmotiv di un anno che malgrado vorremo dimenticare, faremmo meglio a ricordare affinché alcune cose non accadano più.

Una fase 2 e un’Italia che si spacca in altrettante parti.
Chi ha paura e chi no.
Chi non ce la fa a reagire e chi invece mostra guizzi pericolosi di incoscienza.
I navigli a Milano pullulano da giorni di gente senza mascherina e in conclamato assembramento, i casi di contagio crescono, molti puntano (giustamente) il dito contro la stupidità umana che rasenta a volte limiti assolutamente incomprensibili.
Ma insomma, non aspettavano altro? Ok, ma il buonsenso almeno attivatelo!
Anche al Sud, in Calabria per esempio, dopo il decreto regionale della Santelli che autorizza l’apertura dei bar con i tavolini fuori, la situazione è la medesima.

C’è un’Italia che va a fare la Movida, che non attendeva altro, mentre ci si chiede, cosa non abbiano capito del fatto che il contagio è ancora attivo, che bisogno stare lontani e che tocca proteggersi. Niente. Non hanno capito niente. Alcuni sembrano investiti da una sorta di reset innescatosi al suono delle parole “fase 2” come se il silenzio assordante della morte che avanzava nei mesi passati, fosse solo l’audio di un film in prima serata.

E come sempre il vivere (per fortuna, direi) mostra un’altra faccia … sempre che la si voglia vedere, però. Perché anche nella comunicazione – va detto – c’è quel che fa più clamore e dunque ha più visibilità.

E allora vorrei provare a far emergere come non esista solo il popolo della movida e degli aperitivi, ma anche una fetta enorme di individui che necessitano di una vera e propria riabilitazione al vivere; persone alle quali le parole “fase 2” hanno fatto paura, hanno dato sgomento. Rimaste a lungo immobili, anche le parti del corpo non rispondono subito come prima. C’è una propriocezione di cui riappropriarsi e paure da vincere e fiducia da recuperare. Una riabilitazione fisica ed emotiva in piena regola; una riabilitazione che comprende non solo la libertà di movimento, ma anche una socialità alla quale ci siamo lentamente ed inesorabilmente disabituati in questi mesi. E allora potrebbe accadere – non sarebbe affatto strano – di sentirsi impacciati, spaventati, titubanti mentre ci si relaziona in questa fase 2, mentre ci si sente a disagio emotivamente, mentre si cercano parole da dire e volontà di apertura al mondo.

Sì, perché alcuni hanno vite sospese, sospese tra la voglia di riappropriarsi della propria esistenza e quella vocina che dice (succube e ostaggio ancora della paura): “quasi quasi non esco più“.
C’è chi lo teme, il ritorno alla vita.
Una sorta di incertezza, come quando si cammina sul ciglio di un precipizio, quando guardare oltre fa paura, ma sai che per arrivare dall’altra parte, devi andare.
Ma dove?
Come?
Basterà infilarsi un vestito bello e uscire, impacciati nel non sapere cosa sarà di quell’uscita e di quell’apertura al mondo?

La riduzione di vita sociale in questi mesi, ha amplificato azioni senza orari e in maniera inversamente proporzionali, ha azzerato i sensi di colpa. Ore ed ore davanti alla Tv, il dolce far niente, il forno a pieno regime, con una fase ampissima di “rimando a chissà quando gli impegni e le responsabilità“. Ecco, dentro al termine “responsabilità” si annida una ennesima doppia faccia.

Responsabilità da riprendere sulle spalle, perché costretti ad abbandonarle nella fase 1, per salvare la pelle.
Responsabilità nel salvarsi la pelle, ancora, mentre ci si riappropria delle responsabilità di una vita lavorativa e sociale.

Sembra un gioco di parole.
Difficile da dire quanto da attuare.

Enorme, ingombrante la parola “Responsabilità”, quella che i nostri genitori ci chiedevano di avere quando passavamo dall’adolescenza all’età adulta, quando abbiamo incominciato a fare i conti con le conseguenze delle possibili nostre scelte, come quando dovevamo scegliere se cambiare casa o andare a convivere o accettare un lavoro lontano dalla famiglia, o se drogarci oppure no.

E’ l’equilibrio della responsabilità, quello che dovremmo tutti riacquistare.
E forse non basteranno una manciata di giorni con sopra scritto “fase 2”

 

Simona Stammelluti

Questa giornata è senza dubbio  la cosa più bella di questo anno del terrore.
Ascolto e amo il jazz da quando ero bambina e sono cresciuta con un padre musicista e jazzista che mi ha iniziata a questa musica facendomi ascoltare le big band, quelle alla Duke Ellington. Poi pian piano ho iniziato a suonare il pianoforte e ho trovato anche la mia strada fatta di passione verso il jazz e da lì è nato un grande amore che dura da tutta una vita e che mi ha portato anche ad apprezzare altri generi, oltre al jazz proprio perché il jazz stesso mi ha ispirata, mi ha consegnato una reale chiave di lettura.
Chi mi conosce sa il mio amore senza fine per Bill Evans, per Chet Baker, per Billie Holiday. Ma chi mi conosce sa anche che sono sempre stata aperta a qualunque altro tipo di progetto e dunque di contaminazione.
Poi da musicista e appassionata mi sono dedicata al jazz come giornalista di settore e mi dissero: “che fai scrivi di jazz? Morirai di fame!” ed io non solo di fame non sono morta ma ho anche affinato sempre più la mia competenza, ho studiato approfonditamente la materia, ho preso titoli di studio e ho continuato a fare quello che mi piaceva e che sapevo fare.

Il jazz ha mille sfumature, ed intorno ad esso c’è un intero meraviglioso vocabolario,vere e proprie forme lessicali ed espressive libere, che corrisponde poi ad altrettanti suoni e dimensioni sensoriali: Improvvisazione (forse la parola più abusata quando si parla di jazz), blue note (che da il nome alla catena di Jazz Club su tutto il pianeta ma che è in realtà è una nota abbassata di circa un semitono, e che prende il nome blue dal colore e dalla malinconia e nostalgia della musica afro-americana così come era percepita dall’orecchio degli ascoltatori europei, che erano invece abituati alla dicotomia “maggiore-minore”). E poi ancora poliritmia, progressione armonica (trasposizioni ascendenti o discendenti di sequenza armoniche, ma eseguite diversamente di come avviene nella musica classica),  swing (nato negli anni 20 che si distingue per quel caratteristico movimento della sezione ritmica che spesso viene utilizzato anche nelle sale da ballo).

E potrei continuare all’infinito.
Poi ci sono delle parole, delle espressioni che nacquero proprio insieme ad un musicista specifico. Parlo di parole come Interplay, Trio alla Bill Evans, Jazz modale (l’interazione, l’affinità nell’esecuzione, come avvenne nello storico e famosissimo trio di Bill Evans dove insieme a lui che era al piano c’erano Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria e fu proprio con Bill Evans che il jazz modale ebbe la sua espressione più alta con la sua musica così dilatata, quasi orizzontale, con  quella struttura formata da pochissimi accordi, sui quali l’improvvisatore utilizza delle scale, dette anche modi, che sono diverse dalle scale maggiore e minore o bebop in uso prima).

La musica jazz o la si ama o la si odia, o meglio pochi la capiscono e ancora pochissimi la amano e solo chi lo fa, l’apprezza per davvero. Il jazz ha scompigliato tutto, ha cambiato stili, tecniche, musiche. Ha impastato la musica del pianto dei neri delle piantagioni alle melodie classiche, assorbendo il fumo dei locali malfamati in cui veniva suonato: bordelli, osterie e periferie. Era il jazz, era nuovo, era matto. E alla gente piaceva per quello. Cosa è successo nel mentre, cosa si è perso nel frattempo? Nulla di che, solo che le cose sono cambiate, sono arrivate musiche nuove, sonorità diverse, idee impensabili. E ad oggi per approcciare al jazz quella musica va ascoltata, con umiltà e cuore spalancato perché è da lì che passa la magia che ti solleva e ti porta altrove.

Spesso mi sento dire “ma io non la capisco“; Beh si parte dalle piccole cose come riconoscere il tema, e poi la parte improvvisativa. Poi si incominciano a riconoscere gli standard (altra parola cara al jazz che indica una esecuzione divenuta famosa perché riconoscibile nel tema che viene reinterpretato e finisce per avere innumerevoli versioni). E poi ci si lascia andare, si segue l’istinto perché sin dalle sue origini, la reinvenzione in corso, è stata la caratteristica distintiva di questo meraviglioso genere musicale.

Il jazz – spesso definito come musica di nicchia – è contaminazione, mescolanza, improvvisazione e intrattenimento…è un abbraccio alla memoria.
È la musica di tutti e per tutti e chi non la ama e non l’ascolta, non saprà mai cosa si sprigiona durante una performance jazz.
I miei migliori amici sono quasi tutti jazzisti, ed io stessa – figlia di un chitarrista jazz – non potrei vivere senza quella musica che bussa da sempre alla porta delle mie emozioni, e alla quale spalanco con entusiasmo il mio piacere.

Questo da sempre.

Poi accade che nel 2011, il 30 di aprile, nasce l’International Jazz Day, la giornata promossa dal pianista e ambasciatore Unesco Herbie Hancock per riunire musicisti, docenti e studenti di ogni parte del mondo e celebrare la musica jazz, che diventa così patrimonio immateriale dell’umanità.

Milioni di appassionati in questo giorno, danno vita a tutte le latitudini a un grande evento globale fatto di jam session, workshop e concerti dedicati a questa musica popolare ma colta che porta con sé i valori straordinari come la pace e l’inclusione.

Per me è sempre stato un giorno per essere più civili, per promuovere la musica, per apprezzarla, sempre meglio o solo un po’ di più.
Un’iniziativa mondiale, che possa servire a realizzare una società migliore, nella quale la musica sia per tutti un mezzo di comunicazione, di educazione ed una veicolo di pace.
Il jazz come forma più alta della voglia di restituire un significato forte alla parola libertà, e oggi ne conosciamo forse un po’ di più l’importanza. 
Ho letto un commento su questo giorno che non mi è piaciuto affatto: “un giorno che diventa inutile, perché suonano tutti, anche chi non ne è capace“.
Io penso che la musica abbia sempre un senso, anche quando a farla o a “provarla a fare” siano persone che non necessariamente appartengono alla categoria dei professionisti.
E sinceramente in un giorno dedicato alla musica questo senso di condivisione penso sia il fulcro del significato per il quale questo giorno sia stato istituito dall’Unesco.
Che poi i professionisti debbano fare i professionisti e i dilettanti debbano aver consapevolezza dei propri limiti, resta un fondamento del saper vivere. E’ che in questo periodo quei professionisti che vivono del loro lavoro che è la didattica nei conservatori e nei teatri, nelle rassegne, negli auditorium dove tengono concerti in tutto il mondo, si sono visti spegnere le luci della ribalta, si sono visti negare la possibilità di continuare a fare il loro lavoro e così sono nate innumerevoli iniziative che hanno portato alla promozione di lavori discografici affinché si potesse aiutare la musica, sopperire per come si potesse ai mancati guadagni a causa della pandemia. 

INTERNATIONAL JAZZ DAY...un 30 aprile nel quale festeggiare le virtù del jazz come strumento educativo, come forza di pace, unità e dialogo.
Questo, il mondo che vogliamo.

Innamoratevi del jazz.
Comprate i dischi jazz.

Felice International Jazz Day a tutti.