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Il prossimo 4 dicembre alle 17,30 presso il  Museo del Presente in Rende (Cs) si inaugura “Opera al Nero” una mostra di Francesco Speciale, curata da Roberto Sottile che rimarrà visitabile fino al 15 dicembre. 

Quando il critico d’arte, curatore e amico Roberto Sottile mi ha invitata a questa mostra, mi sono particolarmente incuriosita, come spesso accade, sapendo che lui, scopre talenti. Così ho raggiunto l’autore della mostra, Francesco Speciale, figlio d’arte, e ne è venuta fuori una bella intervista che mette il luce non solo l’artista, ma anche l’uomo e come ha nutrito la sua cultura.

 

SS: Si sceglie di essere artisti oppure la si scopre come necessità?
FS: Essere artisti è una condizione interiore; si può scegliere di fare gli artisti, di vivere da artista, di assecondare questa condizione dell’essere, oppure di ignorarla ma non si può scegliere se esserlo oppure no. Io l’ho sempre vissuto come un processo naturale, e lo avverto come qualcosa di potente, che condiziona nel bene e nel male la mia intera esistenza. Un po’ come le acque di un fiume che nonostante le avversità trovano sempre un modo per scorrere a valle. Un fiume non sceglie di essere un fiume e non ne avverte la necessità; Un fiume semplicemente è un fiume.

SS: Conta l’ambiente familiare in cui si vive o valgono solo le personali inclinazioni?
FS: L’ambiente familiare conta moltissimo. Un artista è sempre dotato di una considerevole dose di sensibilità. Per questo motivo amplifica ed indaga, esamina e scompone, aggiunge, considera, sottrae. Ritengo che un artista sia influenzato non solo dagli affetti a lui più vicini, ma anche da tutto il resto. Per un artista il mondo è il suo giardino; ogni evento, ogni disciplina, ogni energia, può diventare idea, istinto, opera della sua arte. Si, un artista subisce le influenze, poi le trasforma. A volte ne è servo, altre volte padrone.

SS: Quando hai scoperto che il tuo futuro risiedeva nell’arte?
FS: L‘ho sempre saputo. È la mia casa.

SS: Che cos’è “Opera al Nero”?
FS: È una domanda che ognuno di noi dovrebbe porre a se stesso. L’Opera al Nero è la prima fase dell’alchimia, la madre di tutte le scienze. L’alchimia è l’applicazione di molte discipline diverse tra loro, come l’astrologia, l’astronomia, la chimica, la psicologia, la magia.. l’alchimia è un cammino iniziatico, attraverso cui un individuo sceglie di evolversi diventando consapevole di essere vile metallo… piombo. L’Opera al Nero è la fase in cui tutto ha inizio. È l’origine, la radice, l’oscurità, la fonte stessa dell’abisso. È sotto il dominio di Saturno, il Grande Maestro. Suppongo che potrei parlarne per anni.. “Opera al Nero” è una fase interiore in cui si può rimanere a lungo…

SS: Che tipo di percorso hai intrapreso per giungere a questa mostra?
FS: Il mio contatto con l’arte l’ho avuto sin da bambino, quando seduto sulle ginocchia di mio padre, lo guardavo dipingere grandi tele con i colori ad olio … da quel momento l’arte non mi ha mai più abbandonato, ed io l’ho seguita. Non mi ha mai tradito e non l’ho mai tradita. Ho vissuto e vivo nel suo nome. Ma dopo aver portato a compimento il percorso formativo  all’Accademia delle Belle Arti di Roma, è stato determinante l’incontro con Roberto Sottile, il mio insostituibile critico d’arte. Ma di Roberto parlerò in altra sede;  se “Opera al Nero” è visitata al Museo del Presente, lo devo a lui.

SS: Come definiresti la tua arte? Di cosa si nutre?
FS: La mia arte è sicuramente concettuale, anche se si serve di conoscenze antiche usate però in chiave moderna. Incastri a tenone e mortasa diventano supporti per il “Clouage”, l’encausto di Pompei diventa un polittico nero. La mia arte si serve di molte discipline… La falegnameria, la numerologia, l’astrologia, la cristalloterapia, l’esoterismo in tutte le sue forme. Costruisco sempre i supporti da solo, compongo io le tempere, le mestiche, le ricette. Sono del parere che un artista debba conoscere la materia e plasmarla dalla base, realizzando i colori dalle polveri, come ci hanno insegnato Leonardo da Vinci o Michelangelo. Anche l’arte è Alchimia.

SS: Della tua mostra Roberto Sottile dice che “lo spazio e il tempo hanno una dimensione percettiva diversa”. Cosa significa?
FS: Noi, in arte, conosciamo quattro dimensioni. Altezza, larghezza e profondità che sono le prime tre dimensioni Euclidee, e poi il tempo, la quarta dimensione inventata da Picasso. Io ho “inventato” la quinta dimensione. È la dimensione della consapevolezza, delle percezioni, dell’invisibile. Paradossalmente dovrebbe essere la prima, perché è attraverso le percezioni che possiamo decodificare le prime tre dimensioni, ed è attraverso la consapevolezza che possiamo sentire il tempo. Un animale, ad esempio, non ha percezione del tempo, perché inconsapevole. La maggior parte del mio “modus operandi” è al servizio di questo concetto. Nelle mie opere rendo percettibili, “tempi” in cui si è consapevoli, rendo visibili “spazi” o dimensioni, che resterebbero altrimenti invisibili.

SS: Cosa ti aspetti da questa tua prima mostra?
FS: La trovo una domanda davvero interessante… beh, mi piacerebbe che i visitatori possano recepire il messaggio della mostra stessa. Ritengo che questa sia un’epoca in cui vi è finalmente un risveglio delle coscienze; l’uomo abbandona dubbie religioni e sette per ritornare alla natura, alla fonte. Si riconnette alle energie di Madre Terra come gli antichi Celti, i druidi. Ma per risvegliarsi ognuno di noi deve affrontare il più pericoloso dei nemici: se stesso. “Opera al Nero” è questo; è come consacrare se stessi ad un percorso evolutivo interiore e personale. Si ha la possibilità di diventare consapevoli, di attraversare le tenebre, quelle che albergano in ognuno di noi. Quanto più è grande l’oscurità, tanta più luce può contenere, e la luce più risoluta è quella che nasce e s’irradia, dalle più fitte tenebre.

 

Simona Stammelluti

E’ un buon prodotto teatrale.

Si prova a far ridere, si interpreta, si balla e si canta.

Ecco, si canta.

Perché mentre la comicità ha dei feedback non classificabili perché sono personali, adattabili al momento, alle sensazioni, al contesto, la bravura musicale si presta ad un ritorno immediato, nel senso che se sei bravo, gli altri non possono non accorgersene.

In comune la musica e la comicità hanno “il tempo”. Il tempo che detta il ritmo delle battute alle quali dovrebbe seguire la risata che però non sempre arriva;  e poi il tempo, impeccabile nel cantato a cappella, che nell’opera “Le rane di Aristofane”  – in scena a Roma al teatro Eliseo fino al 9 dicembre –  è affidato a degli strepitosi SeiOttavi che hanno dato – a mio avviso – un contributo impeccabile e geniale alla messa in scena.

Io non ho mai avuto un particolare rapporto con la comicità, infatti durante lo spettacolo – che ho visto durante la prima dello scorso 27 novembre –  ho riso “controtempo“, quando non rideva nessuno, forse perché è vero che alcuni dettagli della comicità non sempre si nascondono nel tempo della battuta, ma anche negli accenni ad essa, e dunque alcune scene mi sono sembrate più accattivanti di altre.

Protagonista della pièce il collaudato duo comico Ficarra e Picone, che interpretano rispettivamente il Dio Dioniso e il suo schiavo Xantia, che intraprendono un viaggio nell’oltretomba per riportare in vita Euridipe, al fine di salvare la poesia dal declino. Lo spettacolo diretto da Giorgio Barberio Corsetti che ne ha curato la regia, è ben articolato, molto fedele all’opera a cui si sono ispirati, e vi è al suo interno una buona alternanza tra momenti esilaranti e altri in cui spiccano momenti riflessivi.

Certo rendere comica un’opera del 405 a.C. non è facilissimo ma il tentativo è riuscito, se si pensa alla coralità con la quale è stato concepito il riadattamento. Le scenografie sono essenziali ma esaustive, i costumi adeguati alla comicità e il movimento creato dalle parti ballate sulle musiche dei SeiOttavi hanno creato un dinamismo  che era necessario, considerato che il testo racconta di un viaggio e di tutto quello che esso comporta in fatto di incognita.

L’alternanza della parte recitata e quella raccontata con la voce, i testi e le musiche originali dei SeiOttavi, decreta il successo dell’intera opera. L’audio in platea era impeccabile e pertanto si è potuto scorgere tutte le sfumature dei sei cantanti, che  non sono solo padroni della tecnica a cappella e di impeccabile intonazione, ma anche di una presenza scenica degna di nota. Sei voci – Germana Di Cara Soprano, Alice Sparti mezzosoprano, Kristian Andrew Thomas Cipolla tenore, Ernesto Marciante tenore, Vincenzo Gannuscio baritono e Massimo Sigillò Massara basso – che non solo cantano, dando un senso ai testi, ma intrappolano l’attenzione del pubblico che si adagia in quel senso armonico, che nei controcanti ben eseguiti, racchiude una modalità sonora che si sposa con la capacità interpretativa.

L’aspetto comico dell’opera si districa maggiormente nel rapporto tra Dioniso e il suo servo, che sembrano bisticciare in continuazione e poi hanno bisogno l’uno dell’altro. Un viaggio nell’aldilà dove si viene traghettati, ci si imbatte in equivoci, ci si scambia di ruolo e poi si assiste a quella che – per come l’ho percepita – è una delle parti più belle della pièce, quella che vede in scena due bravissimi attori che sono Gabriele Benedetti e Roberto Rustioni che interpretano rispettivamente Euridipe ed Eschilo, che si sfidano a suon di versi, appesi ad una bilancia che dovrebbe decretarne il vincitore, ma Dioniso, che si trova a fare da giudice in questa disputa, malgrado fosse sceso negli inferi per riportare in vita Euridipe, sceglie invece Eschilo, che ritiene in grado di salvare Atene dal decadimento. Sceglie il bene collettivo al proprio personalissimo gusto. In questo passaggio, Salvo Ficarra è credibile senza essere troppo comico e Valentino Picone, è spiccatamente comico e accattivante.

Lo scambio di battute, quel reciproco canzonarsi dei due drammaturghi è molto ben gestita. Rustioni mi è sembrato in una serata di grazia.

Pertanto quel viaggio che inizia con lo scopo di salvare la tragedia, finisce per trasformarsi in un tentativo di salvare una città in declino.

Non è difficile riscontrare un’analogia con l’attuale periodo storico, il legame con l’attualità è piuttosto evidente, spiccato. Ma forse è solo perché fin dagli albori, politici buffoni e corrotti sono sempre esistiti.

Il lavoro del regista dimostra come è possibile forgiare un’opera antica rendendola pronta per i tempi nostri, sfruttando la comicità come porta per far passare un messaggio antico che però è sempre attuale e soprattutto come uno spettacolo può essere di qualità senza essere per forza anacronistico; si può ridere oggi, su testi antichi.

Ottimo anche il giovane cast in scena.

Uno spettacolo che si presta a far ridere ma che porge spunti di riflessione, che da spazio all’arte, alla bravura e che mostra come non si possa mai prescindere dalla cultura e l’opera teatrale, se fatta bene,  quella cultura la calca in pieno.

 

Simona Stammelluti

Saranno in scena al Teatro della Cometa dal 4 al 9 dicembre  i DISGUIDO in CINÉMAGIQUE Il Cinema è Magia! di e con Guido Marini e Isabella R. Zanivan.

Il Cinema è una delle Magie più belle che l’uomo abbia inventato, i sogni si concretizzano in immagini e tutto diventa possibile, è stato fin da sempre terreno fertile per gli illusionisti; gli effetti speciali furono inventati proprio da un prestigiatore Francese alla fine dell‘800, George Méliès.

Questo connubio vincente di Cinema e Magia lo ritroviamo nello spettacolo dei Disguido, dove la Settima Arte offre un contenitore eccellente per dare libero sfogo al sogno e alla fantasia.

Dieci atti magici con ironia e dirompente comicità danno vita ad un teatro dell’assurdo, uno spettacolo di visual comedy ricco di sketch, un susseguirsi di gag, magia, illusioni e trasformismo.

Tra molteplici allegorie e metafore, lo spettacolo si compone di quadri che si rifanno al meraviglioso mondo del cinema, raccontando la storia dell’uomo e dell’eterno bambino che è in lui. 

In 10 capitoli i Disguido mettono in scena il loro “iO” in un Duo, il Magico rapporto tra l’uomo e la donna con tutta la sua poesia e i suoi contrasti.

A fare da collante tra un capitolo e l’altro è il puntino sulla i, il Mondo, una pallina rossa che muta nelle dimensioni perpetuandone la presenza. Questa macchia rossa come il naso di un clown è il cuore pulsante dell’ “iO”, il fil rouge che rigenera gli eventi sul palco come la risata del pubblico in sala.

Magia, illusioni, performance, acrobazie, un teatro visuale che riesce a coinvolgere e meravigliare sia i grandi che i bambini!

Un gioco tra attore e spettatore, una parentesi tonda in un mondo quadrato.

Lo spettacolo è adatto ad un pubblico internazionale ed ha una durata di 90 minuti con intervallo.

I Disguido al secolo Guido Marini e Isabella R. Zanivan, sono un duo 50&50, performer professionisti a tempo pieno, due esuberanti attori premiati sia in Italia che all’estero per la loro originalità. Nel 2013 hanno ricevuto il MANDRAKE D’OR (Oscar della Magia, Francia), nel 2017 il terzo premio agli europei di Blackpool (UK) e nel 2018 in Corea hanno rappresentato l’Italia per la seconda volta al Campionato Mondiale di Magia.

Dicono dei DISGUIDO

“Lui è una sorta di Charlie Chaplin. Lei un’eterea danzatrice che gli ha rapito il cuore”. (Il Giornale)

“Isabella e Guido sono un perfetto cocktail con le giuste dosi di surrealtà, poesia e una spruzzatina di follia!” (Mr Forest)

“Artisti Veri di grande estrazione teatrale”. (Raul Cremona)

“Bravi, Innovativi, Creativi e Intelligenti!” (Silvan)

“E’ uno spettacolo che fa bene all’anima!” (Critical Minds)

“Uno show allegoria di un mondo che, sempre di più, necessita di fantasia.” (Momento sera)

 

 

Non è mai facile presentare e raccontare un’opera, che sia letteraria, musicale o di altro genere, perché si corre il rischio di dire sempre troppo, anche quello che invece spetta al lettore scoprire, in base alla propria sensibilità e al proprio background.

Mi sono interrogata su che percorso intraprendere per raccontare “L’ultima luna – racconti e monologhi” l’opera di Emanuela Sica, avvocato e scrittrice, e così ho deciso di raccontarvelo a modo mio, attraverso quello che è il mio mondo.

Mi occupo di comunicazione e sono esperta di semiotica e come da deformazione professionale sono andata ad analizzare titolo e sottotitolo – “racconti e monologhi” – prima ancora che il contenuto di questa opera che, mio avviso, è una di quelle che va letta con calma, intervallata da delle pause.

Sono monologhi diversi dal solito, perché l’unica voce che parla – dettaglio fondamentale del monologo – non parla solo all’altro, ma anche a se stesso. E’ un monologo altisonante più che un io narrante.

E’ quella dimensione nella quale Wittgeinstain individuava il linguaggio come coincidente con il mondo, “non vi è un confine”. Perché i limiti del linguaggio diventano i limiti del mondo. Ecco perché chi scrive, allunga la linea del mondo, quel confine che ci rende sempre in bilico tra il probabile e il possibile.

Nell’io che narra vi è esperienza.

Non si fa fatica a capire che le frasi brevi, senza capoversi, senza troppa punteggiatura (spesso leggiamo libri con punteggiatura spropositata) se non il punto, inducono ad lettura serrata di ogni capitolo che però è indipendente da tutti gli altri e quindi, permette al lettore di fermarsi e di riflettere.

Emanuela Sica – avvocato e scrittrice

Riflettere su cosa, direte. In questo interrogativo, regna il senso di questo libro.

La volontà di ridestare il mondo dal torpore, dallo sbiadimento della condizione in cui ormai ci siamo abituati a tutto. Ci desta dal bianco e nero in cui siamo rintanati per non soffrire o per non essere chiamati in causa. Ridona le tinte, questo libro, anche quelle che raccontano di sangue che scorre o della gioia di tornare alla vita dopo essersi smarriti.

Capire il senso della vita.

Chi ci riesce senza essersi prima passato dalle avversità? Eppure tutti aspiriamo solo ad essere felici. Questa tenace eppure sottile contraddizione, viene analizzata da Emanuela Sica con coraggio e lucentezza espressiva.

Conoscendo molto bene Dalla come cantautore e il titolo della canzone a cui l’autrice si è ispirata, non ho fatto fatica – terminata la lettura del libro – a rintracciarne le medesime intenzioni: la disperazione, la  speranza, l’orrore, la dolcezza, l’amore e l’odio.

Perché questo è l’ordine che la scrittrice dà ai due sentimenti.
L’amore è sempre avanti, però, è sempre più in alto, domina la traccia che via via si arricchisce di dettagli in cui l’odio seppur capace di prendere il sopravvento e di diventare violenza orrore e disperazione, non permette mai che la speranza o la verità soccombano.

“L’ultima luna” non è un romanzo, con al suo interno una storia attraversata da un filo conduttore, da dei personaggi che si fanno compagnia lungo una trama.

E’ un libro madido di PAROLE CHIAVE.

Ecco…questo è dettaglio fondamentale di questo libro. Questa la sfida che lancia al lettore. Recuperare tutte le parole chiave disseminate nell’opera attraverso delle riflessioni su tutto quello che ormai non contempliamo più, perché non ci facciamo neanche più caso, perché siamo diventanti indifferenti.

E’ un libro che ci pone una domanda: Chi siamo?

Se qualcuno ci facesse questa domanda a bruciapelo, probabilmente non sapremmo rispondere perché da soli, chi siamo, ce lo chiediamo sempre meno, perché significherebbe metterci in discussione e neanche quello, sappiamo fare più.  Sempre più spesso diciamo la frase  “quando mi dispiace”, ma lo facciamo ad intermittenza, e non abbiamo più lo slancio per reagire. Differentemente da qualunque romanzo, questa opera racconta di vita vera, e qui va dato merito alla scrittrice di aver utilizzato tutta la sua sensibilità, il suo pathos e la sua empatia per raccontare il dolore di chi è vittima di azioni criminali, ed ignobili e poi la vita, cruda e vergognosacome lei stessa la descrive.

Il talento della Sica nel raccontare le radici profonde del dolore e la forza prorompente di un sorriso, la rabbiache sistema verbi e congiunzioni“. E poi il silenzio che può essere portatore di consolazione, ma che a volte amplifica le atrocità della vita.

Ho molto apprezzato l’utilizzo della neve come metafore di una coscienza, che a volte copre tutto, sotterra nasconde mentre altre volte ne evidenzia i contorni, le brutture.

Per me, è un libro che inneggia proprio alla rinascita dell’uomo.

Non è però un manuale, ma un tracciato luminoso da percorrere mentre ci si sveste delle priore convinzioni, mentre ci si libera da alcune schiavitù emotive e a ritrovare una intimità con se stessi prima ancora che con chiunque altro.

E se è vero che l’uomo continuerà ad errare, nella diversa accezione dello sbagliare e della incertezza nel giungere ad una meta, allora questo libro potrà rappresentare quelle tappe nelle quali scoprire, che possiamo ancora salvarci.

 

Simona Stammelluti

 

Da un libro ci si aspetta di tutto, perché un libro è un luogo/non luogo verso il quale siamo liberi di nutrire tutte le aspettative possibili. Al massimo delude, ma non tradisce. Pertanto si approccia ad esso spesso con entusiasmo (quando lo scegliamo), con molta curiosità (quando ce lo regalano). In entrambi i casi diventa una esperienza, per cui, da un libro ci si aspetto di tutto; che sia bello, meno bello, che ti faccia desistere, che ti faccia riflettere, che ti faccia ridere, che ti tiri dentro o che ti lasci lì, in punta di pagina perché forse “è meglio così”.

Da scrittrice faccio un po’ fatica a raccontare i libri degli altri, ma non perché io non sia in grado di rendere onore alle opere altrui, soprattutto quando sono belle, ma perché ho sempre paura di lasciarmi prendere un po’ la mano, tanto nel gradire, quanto nel dissentire.

Fatta questa piccola premessa che mi sembrava doverosa, prima di raccontarvi che libro, anzi che tipo di progetto è “Ti presento Francesco”, ho la necessità di dire che io – vecchia e navigata – tutto mi sarei aspettata da questo regalo (perché tale è stato)  tranne che riuscisse a scardinare la corazza che negli anni mi sono costruita poiché di lasciarmi scalfire troppo dai sentimenti, non ne potevo più. E proprio mentre avrei scommesso che mai nulla avrebbe potuto ricondurmi a fare i conti con una emotività sopita per necessità e mai per scelta, è arrivato lui, Leonardo De Lorenzo, che in un giorno qualunque, mi ha messo tra le mani un libro, senza chiedermi nulla, tranne che di dedicare il tempo di una lettura e di un ascolto, a quel suo lavoro.

Senza fretta” – mi disse.

La mia vita è fatta di libri che leggo, e di cui spesso mi viene chiesta una recensione, di dischi, tanti dischi, che ascolto e che a volte mi inebriano ma che non sempre mi entusiasmano, e poi di pochissimo tempo libero, che però alla fine finisco per dedicare a dischi e libri, quelli sui quali nessuno mi chiede di dire nulla e dei quali quindi, posso godere a pieno, senza dover dar conto.

Quando ho aperto il libro, mi sono accorta che sull’ultima pagina, dentro la copertina vi era un disco e così – sarà deformazione professionale – ho ascoltato prima quello. In quel disco vi ho trovato una commistione di pathos e musica ben suonata. Un disco pensato, composto  e arrangiato da De Lorenzo (che è un batterista che si divide tra attività concertistica e didattica), e realizzato con la collaborazione di ottimi musicisti – cito su tutti Giovanna Famulari e Paolo Fresu ma ce ne sono tanti altri – e poi ancora Tullio De Piscopo che ha anche firmato la prefazione al libro, e Luca Pizzurro, attore e regista teatrale che è voce narrante. Sì perché questo disco, nato con la voglia di raccontare un percorso di vita, è fatto di parole recitate e di musica che scorre e che sottolinea alcuni passaggi cruciali della vita di Francesco.

 Chi è Francesco?

Dovete attendere ancora un po’ per  scoprirlo, perché prima è giusto che io dedichi ancora qualche riga all’aspetto prettamente musicale di questo lavoro. Ritengo che rispettare “il tema” quando si scrive musica non sia semplice, perché si corre il rischio di ostinarsi in una sola direzione, per paura che chi ascolta non capisca. Ecco, questo disco non snaturalizza le intenzioni, con il risultato di riuscire a raccontare l’intensità di una vita, di un cambiamento, come quando le note di un piano (che nel disco è quello di Ivano Leva) sottolineano la complessità di uno stato d’animo.

E’ Natale in quel disco, come nella vita dei protagonisti, e una bellissima “Tu scendi dalle stelle” viene reinterpretata dal flicorno che suona sugli archi, prima che entri in gioco un loop che accompagna l’ascoltatore alla ricerca di un finale, perché quello facciamo senza quasi accorgercene … cerchiamo un finale che sia come lo vogliamo. L’uso dei fiati, nel disco, mi è apparso molto ben gestito, perché capaci si rivelare il cambio di respiro, di enfasi e di emozione. La ricerca del dettaglio sonoro è il miglior merito che spetta a Leonardo De Lorenzo, che ha affidato a percussioni ed echi, non solo lo scandire di “un tempo”, ma anche il passo che cambia, mentre cambi strada perché se non cambi posizione, soccombi.

L’aria che è vita, che però a volte si ferma e ti lascia inerme mentre ti domandi “perché“, è affidata al sax che disegna non solo quella respirata, ma anche quella trattenuta.

Il disco musicalmente muta. Nella seconda parte, vi è una orchestrazione semplice e raffinata, che ha il compito di mettere insieme due sentimenti come la speranza e la rassegnazione, la forza di chi non molla e la voglia di ricominciare, qualunque sia la forma del domani.

Vi è poi la genialità di affidare al violoncello il senso e il movimento di una preghiera, le domande senza risposte e quindi di note che salgono e scendono senza sosta, ostinate e costanti, e che poi si aprono alle altre voci. Ci sono echi di bossanova, nel disco, quelli scelti per descrivere la specialità di alcuni sorrisi, quelli speciali, quelli che ti restano impigliati, che ti avvolgono e ti ridanno vita.

Di chi sono quei sorrisi?

Bene, Vi presento Francesco.

Ma non per come vi aspettate, e non lo farò perché non ne sarei capace, perché lo ha fatto benissimo suo padre, Leonardo, in questo libro.

Francesco oggi è un ragazzo ventenne, che da quando ne aveva 5 di anni, dopo un tumore pediatrico raro che l’ha colpito, è rimasto tetraplegico, intrappolato in un passato che non si è evoluto nel corpo ed in alcune manifestazioni come il linguaggio, ma che ha imparato a comunicare anche solo con un sorriso e che ha insegnato agli altri che “l’amore è il più intenso dei linguaggi”.

Ho letto questo libro in due mezze nottate, perché è un libro che non vuoi proprio lasciare sul comodino e lì su lo lasciavo, solo quando calava l’attenzione, ed invece volevo dare a quest’opera tutta l’attenzione che meritava e di cui sono capace.

Leonardo De Lorenzo è dotato di una grande capacità di scrittura. Non lo conoscevo come musicista, tanto meno potevo immaginare che gli appartenesse il dono dello scrivere. Fluido, mai banale, scrive con parole semplici, esaustive.

Il racconto di Francesco e della sua famiglia è un meraviglioso viaggio durante il quale ci si imbatte in mille sentimenti, tranne che nella pietà strappalacrime. Io le lacrime le ho piante, ma perché lui è riuscito – e  vorrei sottolineare che io invece non sarei stata capace – a raccontare tutto quello che ha segnato la sua esistenza, nella verità cruda della realtà e nella forza di quei sentimenti che si provano, senza neanche sapere come fare. E parlo di disperazione, e poi di dignità e di coraggio; e ancora di rassegnazione, di desideri ostili, di perdita di lucidità e poi di ritorno all’unica verità possibile.

La bellezza dello scritto, che combacia con la forza che appartiene a Leonardo e sua moglie Teresa (a cui va un abbraccio speciale dalle pagine di questo giornale, e che a mio avviso custodisce in se come molte mamme una forza magica ed inspiegabile); e poi ancora la speranza, l’amore che vince su tutto e la gioia “malgrado tutto”.

Ecco quel “malgrado tutto” non è mai a caso, e nel libro viene regalato al lettore sotto forma di cambio di prospettiva, come un cielo che dispensa pioggia ma anche senso di pienezza e serenità.

Questo libro è stato fatica, è costato sacrificio. E’ stato una condizione “sine qua non”, senza la quale, forse, non si sarebbe chiuso un cerchio, il loro, quello della loro famiglia, dentro il quale sono transitati medici, santoni, persone di gran cuore ma anche indifferenza, insofferenza e quella consapevolezza che il tempo non si può sprecare.

Sì, direte … lo diciamo tutti fin troppo spesso.

Ecco, è raffinato proprio il modo, in cui Leonardo De Lorenzo racconta di quel tempo che è meno di quanto si possa immaginare, di come quello stesso tempo fa mutare tutto, contro ogni volontà, di come alcuni rapporti mutino, diventando speciali oltre ogni aspettativa … malgrado tutto.

Nel libro si racconta con una maestria dialettica e senza filtri, un dramma, come quelli che accadono a molti, ogni giorno ed è questa la forza del testo. Potersi adagiare nelle emozioni di chi un dramma del genere non lo ha mai vissuto e nello stesso tempo avvicinarsi alla disperazione di chi invece, vive drammi diversi, condividendone però quel percorso fatto di rabbia, malinconia e disperazione.

C’è un grande inno alla vita, in questo progetto, che impreziosito dalla parte musicale sa divenire una dimensione dalla quale non si vuole uscire se non prima di aver fatto i conti con un desiderio. Io il mio l’ho espresso e presto lo realizzerò. A voi il compito di scegliere il vostro, dopo la lettura di questo libro e dopo l’ascolto delle musiche che un padre musicista ha tirato fuori da quella forza che solo l’amore può consegnare a piene mani. Perché lo credo da sempre: da solo un eventuale talento può poco, se non sorretto da ispirazione, passione, trasporto verso qualcosa o qualcuno.

C’è voluto tanto tempo per realizzarlo, questo libro ma ne è valsa la pena. Insieme al libro nasce anche un progetto, un’associazione “L’isola dei girasoli” con lo scopo di utilizzare la musica come mezzo per crescere, affinché la fruizione possa riguardare anche contesti dove i protagonisti sono i più deboli e disagiati. La musica gratuita negli ospedali pediatrici, nei centri con disabilità gravi, nelle carceri.

Una “missione” valida e di grande sensibilità.

Valuto questa opera come pregevole, perché è ben realizzata, non ha pretese, se non quella di interrogarci su cosa saremmo disposti a fare, se da un giorno all’altro qualcuno ci strappasse di mano quelle piccole certezze che appartengono all’essere umano. Leonardo e Teresa sono stati così umili e così generosi da raccontarci il loro percorso, suggerendoci, senza volerlo e con discrezione un piccola morale: se si riesce a farlo decantare, un dolore, finisce che riusciamo a trovare in un apparente normalità, ogni giorno, un nuovo stimolo per imparare ad amare.

 

Simona Stammelluti

Un ricordo della divina Callas a quarant’anni dalla morte: in Master Class, Terrence McNally ripercorre la vita, l’arte, l’ascesa e il graduale distacco dal mondo del grande soprano greco. Lo spettacolo sarà in scena al Teatro della Cometa dal 20 novembre al 2 dicembre e vede protagonista, nei panni della Divina, Mascia Musy, in scena con e con Sarah Biacchi soprano, Chiara Maione soprano, Andrea Pecci tenore, Diego Moccia pianista. La regia è di Stefania Bonfadelli.

In questa pièce che vede come interprete d’eccezione Mascia Musy – attrice capace di dar voce alla complessa personalità di un’artista dalle mille sfaccettature, al suo carisma e ai toni amari del declino di una carriera inimitabile – Terrence McNally focalizza l’attenzione sulle lezioni che la Callas tenne alla Juilliard School Music di New York, dopo essersi ritirata dalla scena. La grande artista rievoca la propria leggenda pubblica e privata senza risparmio di frecciate, mentre si diletta a usare come cavie e vittime sacrificali gli allievi che seguono le sue lezioni.

Ma tra la stizza orgogliosa e la capacità di commuoversi, c’è posto anche per la trepida complicità con una grande professionista che spasima per la verità dei dettagli e la concretezza della recitazione, intimamente soggiogata dalla musica. Il suo pensiero torna con l’insistenza di un incubo alla durezza degli inizi greci, al periodo della fame e della bruttezza, alle battaglie per sopravvivere, alla fatica tremenda di una carriera circondata dall’ostilità.

La commedia è incentrata sui momenti dell’ascesa al tempio scaligero; la “divina” torna quindi a recitare i suoi personaggi e ci conduce, con un ulteriore passaggio, nell’impasse tormentosa dei rapporti amorosi con gli uomini della sua vita: un paternalista Meneghini e un volgare e spietato Onassis, scendendo molto nell’intimo con l’inevitabile approdo al melodramma.

Siamo abituati ad un mondo confezionato, pieno di orpelli, di fronzoli, di ritocchi, come se per piacere, un oggetto, un’opera o un sentimento debba per forza rispettare dei canoni, quelli di una improbabile perfezione. E poi ci scopriamo maldestramente a nostro agio nel caos, dove se c’è un errore nessuno se ne accorge, dove male che vada, fra qualche tempo tutti si saranno dimenticati di una défaillance.

Così accade che in un tempo in cui si gioca ad aggiungere, a sovraccaricare, a cercare di non lasciare nessuno spazio vuoto, e contestualmente a non lasciare nulla al caso, mi imbatto in “Asylum”, un disco che ha tutte le caratteristiche che cercavo da un po’.

Antonio Raia è un giovane musicista napoletano, suona molto bene il sassofono tenore, anzi fa suonare il suo sassofono tenore, mentre trova la sua strada, quella libera, sgombra da inutili orpelli, mentre impara ad ascoltare quel mondo che lo attraversa, che parla, traendone ispirazione e lasciando che qualcosa (solo qualcosa), resti impigliato in ciò che si traduce in attitudine.  Il suo essere “generoso” nel modo di comporre, si contrappone alla nudità delle esecuzioni.

E’ una scommessa, forse.
Sicuramente è uno scambio, che diventa mezzo per raggiungere uno scopo.
Quale?
Regalare una dose massiccia di sensazioni, calcando delicatamente ciò che è dentro l’animo umano.

Ma per avere in cambio cosa?
Non lo so cosa voi avrete da dare, dopo l’ascolto, ma so di certo cosa gli devo io: una consapevolezza. Quella di essermi sentita al sicuro, al riparo. 

E’ così che parte il mio viaggio in “Asylum” che può essere asilo, ricovero, rifugio.

Il disco ha un vestito sobrio, come quando devi dare valore a ciò che incede, e che sa come lasciare un segno. Ha le tonalità del grigio, un po’ come quella foschia che poi sale e ti rende tutto chiaro.

Un disco registrato nella sala refettorio dell’ex asilo Filangieri di Napoli. Molto di questo disco gira intorno alla passione pulsante di questa città, che ha un suo linguaggio, una sua forza, una sua poetica. Anche il suono che esce dal sassofono di Raia ne ha una, ed è quella che riflette passione e talento, note scritte ed improvvisazione, pezzi di tradizione e standard jazz.

Un disco registrato in presa diretta, in compagnia dell’acustica del luogo, vuoto e pronto a rimandare nei microfoni piazzati per la registrazione, il suono di un sassofono che racconta un jazz contemporaneo, in cui le regole sono appuntate in respiri lunghi, in modulazioni calde, in ricercatezza di spazi sonori che scrivono un percorso tra pezzi conosciuti, ma concepiti secondo una modalità che ha ricercato (e trovato) una timbro unico. E poi la melodia, quella scritta di pugno da Antonio Raia, che si insinua a loop dentro un desiderio.

Ognuno ha il suo.

Anche Antonio probabilmente ne aveva uno, mentre concepiva questo progetto; forse trovare una strada per dar forma a delle sensazioni che erano rimaste al chiuso troppo a lungo e si sa, le cose belle vanno tirate fuori e fatte decantare, per poi goderne. E per un musicista, la strada giusta è sempre quella delle sonorità, che diventa una porta. Io quella porta l’ho aperta e sono finita lì, all’interno di questo disco, come se fossi in quel luogo, seduta a terra in pochi centimetri quadrati, avvolta da pezzi originali nell’esecuzione, creativi, senza però mai abdicare dalla tecnica. Perché solo chi conosce bene quella, può permettersi di sperimentare, di soffiare in un sassofono dandagli così tante voci, alcune strozzate altre così liriche che quasi ci si commuove.

La creatività di Antonio Raia, che è un’ampia espressione artistica, non si esaurisce alla fine delle esecuzioni, resta sospesa per un po’, per poi cadere lenta sull’ascoltatore che ne prende in consegna le intenzioni e le custodisce.

Sono 12 le tracce. Due classici napoletani “Torna a Surriento” e “Dicetencello Vuje”, uno standard jazz, “Misty” che vanta innumerevoli interpretazioni e che a mio avviso non è stato scelto a caso; e poi pezzi originali. 

C’è un senso nella scelta dei brani e nell’ordine in cui sono eseguiti. C’è un amore per le origini, vi è il racconto di una storia, quella di chi parte, di chi cerca rifugio, di bambini in un giardino, di ninne nanna.

Refugees”, che si inerpica su un suono che vibra, balbetta su sonorità mediorientali, che “attraversa”, cerca spazio, e si adagia in “The children in the yard”, dove come su un’altalena il sax sale e scende, in maniera ostinata, per poi trovare riposo in “Lullaby” e lì, si sente prorompente il suono che canta e incanta, che culla e addolcisce, che abbassa toni e luce, che avvolge.

Chi sarà la Giulia, a cui sono dedicati i 2 minuti più intensi ed appassionati di questa opera? Forse non lo sapremo mai, ma ha tirato fuori dal compositore il miglior intento possibile. In “To Giulia” le note sono soffiate e calde, sono lunghe, fatte con un solo respiro, e dopo aver disegnato un profilo, si spengono in note maggiori.

C’è da dire che se anche questo lavoro discografico non ha conosciuto post-produzione, ed è scevro da qualsivoglia ritocco – oltre che privo di qualunque tipo di aiuto che di solito si attinge dalla tecnologia delle sale di registrazione – un plauso va al Renato Fiorito, tecnico del suono che ha saputo come piazzare strategicamente i 10 microfoni che sono serviti per catturare il suono del sassofono di Raia.

Prima di avviarmi al finale, da appassionata di jazz quale sono, mi viene da dire che la scelta di “Misty” è sicuramente passata attraverso quella nebbia, che un po’ ti confonde, ti rende poco visibili i passi, ma se sai dove andare, sai anche “cosa ascoltare” intorno a te. Nella versione contenuta in Asylum, il tema è libero, inteso come “liberato” da schemi ed è affidato a svisate che si fanno strada nella foschia.

Asylum”, un lavoro di pazienza, di anima al singolare, e poi di anime al plurale, con tutto quello che una moltitudine di anime può produrre in fatto di respiri, di affanni e di gocce di vita lasciate andare senza sapere dove si poggeranno, né come sublimeranno. 

Quello spazio così grande, con quel senso di libera armonia, eppure così piccolo se si pensa a cosa ha saputo accogliere nel tempo, prima di far spazio al silenzio. 

Un silenzio rotto da quel sassofono che sa essere travolgente o accomodante, irascibile e amabile. 

Nella mia vita ho imparato che le cose buone, sono fatte con qualcosa e con qualcuno, per qualcosa o per qualcuno” – dice Raia nelle note.

Quel “qualcosa” non è solo un esperimento originale realizzato in musica, ma è un atto poietico che non si esaurisce quando i suoni si spengono e resta il silenzio. Quel “qualcosa” è fatto con la complicità di tutto il bello che lo attraversa, e per coloro che vorranno entrare da quella porta che Antonio Raia lascia accostata e che si varca perché quando lui soffia in quel sassofono, c’è da restare incantati.

“Asylum” esce il prossimo 16 novembre; fossi in voi andrei ad aprire quella porta lasciata accostata, dalla quale escono sensazioni; 

E tu, che sensazione sei? 

 

Simona Stammelluti

Ormai non ci facciamo più caso; viviamo il mondo virtuale come se fosse un luogo qualunque, quando invece ha delle sue precise regole, che non rispettiamo perché non le conosciamo, e perché ci dimentichiamo (o forse non ci abbiamo mai pensato) che quella dimensione che tanto ci attrae e alla quale non riusciamo più a fare a meno, prevede una prossemica, ossia la gestione delle distanze entro le quali consumiamo i rapporti (virtuali).

Per lui, Emanuele Fadda, classe 1972, docente di semiotica e linguistica all’Università della Calabria, scrivere questo libro “è stato più una necessità che un dovere” – come lui stesso sostiene.

Fatto sta che questo libro, molto ben scritto, dovremmo leggerlo tutti, con attenzione. Ci aiuterebbe a gestire quella precisa dimensione  – che è il mondo virtuale – e i rapporti che da essa derivano;  quei rapporti che spesso riescono a trasformarci, a condizionarci, a farci dire e fare cose senza quasi che ce ne si accorga, mentre restiamo vittime (consapevoli) di vicinanze spesso asfissianti, pur stando geograficamente lontani.

Questo libro, non è un manuale … sia chiaro. Non ci sono consigli spiccioli su come fare o non fare, su cosa fare o non fare, su come risolvere alcuni quesiti che forse qualcuno dei lettori si sarà posto mentre naviga in un mare di situazioni che sembrano sempre fare al caso nostro, salvo che nei casi in cui si avverte di essere finiti in una trappola; perché intrappolati sì, lo siamo, in quello spazio ridotto, esposti costantemente allo sguardo e alle azioni altrui.

Troppo lontani, troppo vicini – elementi di prossemica virtuale (è questo il titolo del libro) è un’analisi approfondita di come si trasforma la realtà,  quando lo spazio tra noi e gli altri diminuisce e la distanza si annulla. Così accade, per esempio, quando decidiamo di far entrare qualcuno nella nostra sfera privata, intima, senza però avere tutte le armi sensoriali (che abbiamo a disposizione nella vita reale), per poterla gestire quella distanza, dentro situazioni che sembrano semplici, quasi scontate, ma che al contrario, proprio quando sono virtuali, possono avere delle conseguenze che quasi mai teniamo in considerazione.

Il libro mette a disposizione del lettore tutta l’esperienza dello studioso, del semiologo, insieme alla sua diretta esperienza di utente, che quella dimensione sociale e virtuale la abita, la studia e la interpreta, e che allo stesso tempo l’asseconda ma con delle dinamiche precise.

La bravura di chi scrive, sta nell’accompagnare il lettore nelle tre parti del libro: nella prima, “Spazi”, in cui spiega come i luoghi virtuali, al pari di quelli fisici, necessitano di alcune regole che possano aiutare il fruitore a gestire le diverse distanze, che sono pubbliche, sociali, ma anche personali ed intime; oltre che a gestire gli spazi comuni condivisi che inevitabilmente innescano una qualche minaccia.

Leggere questo libro aiuta a far luce su quei quesiti che di tanto in tanto ci poniamo, ma senza volerle per davvero le eventuali risposte.
E allora se le risposte non le vogliamo (perché è più facile così) perché dovremmo leggerlo questo libro? – direte.
Perché al suo interno non ci sono risposte, ma semplicemente un invito ad una riflessione su come si possa starealla meno peggio – dice Fadda – in un mondo dal quale non si deve e non si può sfuggire”.

L’autore attinge a citazioni, ad altri testi per spiegare alcune dinamiche, e poi spalanca le porte di mondi forse già attraversati, ma tracciando altri percorsi, interessanti e a tratti indispensabili – a mio avviso – per coloro che ancora non hanno compreso quanto stare tutti in uno stesso posto, a fare tutti la stessa cosa, può renderci vulnerabili, manipolabili e senza dubbio, meno indipendenti.

Emanuele Fadda

Nel libro si parla dei rischi che si corrono, ma non per come farebbe uno psicologo, un sociologo, un media trainer, ai quali l’autore non si vuole sostituire, non fosse altro perché i rischi di cui si parla sono principalmente quelli di quando si sbaglia la prossemica.  

Più siamo, meno distanza c’è tra uno e l’altro.
Una distanza virtuale è asfissiante quanto quella fisica?
Sì, spiega Fadda, anche se non si è fisicamente nello stesso posto, si disegna con la propria presenza una mappa di ciò che l’affollamento costituisce.

Alcune definizioni, in questo libro sono illuminanti, invitano ad entrare in una nuova dimensione, diversa però da quel mondo in cui viviamo ogni giorno, quell’ambiente digitale di cui non conosciamo alcuni anfratti, e non li conosciamo perché ci siamo stati sempre di dentro, da quando si è formato, come se fosse un acquario;  nuotiamo, ci spostiamo ma alla fine siamo sempre lì, dove l’identità personale si sbiadisce e il limite tra vita reale e virtuale si fa sempre più sottile.

Leggere questo libro è come uscire da lì dentro, insieme ad una guida che ti spiega cosa si nasconde spesso alla nostra consapevolezza, stanandone alcuni dettagli indispensabili.

Sorvegliamo o siamo solo sorvegliati?
Che cosa ci accade da quando siamo sempre in scena? E cosa accade nei retroscena?
Che vuol dire “metterci la faccia”, nel mondo virtuale?

Sembra facile rispondere a queste domande.

Provateci, e  poi leggete il libro; scoprirete che vi conoscete molto meno bene di quanto immaginiate e conoscete alcune dinamiche virtuali, molto meno bene di quanto non ne foste convinti fino a prima di leggerlo, questo libro.

C’è una seconda parte – che ho molto apprezzato –  in questa opera, che racconta quanto simili siamo ad alcuni primati e dunque al mondo animale, mentre dimentichiamo alcune norme base dello stare in gruppo, quando non calibriamo nel modo opportuno le distanze nella comunicazione interpersonale, quando siamo maldestri, come se non conoscessimo neanche l’esistenza, di un galateo.

Branchi” si intitola questa seconda parte.

Quanto vale ricevere likes?
Cosa comporta in fatto di potere sociale?
Chi sa cos’è il clickbaiting?

Così su due piedi magari non ne sapreste dare una definizione. Neanche io ne sono stata capace prima di erudirmi attraverso le pagine di questo libro. Eppure ci condiziona in una maniera che non immaginereste mai. Ci sono meccanismi che si attivano prima ancora che ce ne rendiamo conto. Ma se li si conosce, forse li si possono ridimensionare … forse, perché forse siamo ancora in tempo.

Quante situazioni risolviamo con il contatto fisico?
Anche i bonobo fanno così.

E come i bonobo nasciamo altruisti ma poi mutiamo, sospendiamo la fiducia generalizzata, impariamo ad essere indifferenti, un po’ anche per difenderci. Eppure restiamo istintivi. E più lo spazio e ridotto e più diventiamo aggressivi, abbiamo reazioni subitanee.

Ma da un semiologo, da un esperto di linguistica, ci si aspetta un finale che abbia un sapore prettamente empirico, una conclusione che si possa mettere in pratica, e che passi attraverso un segno.

“Segni”, la terza e ultima parte di questo volume, che mette al centro l’essere umano che governa le proprie azione perché parla, e perché in seno alla società, il umano nasce.

“Il linguaggio è il nostro campo di battaglia” – dice Fadda. E’ la lingua che costituisce l’immagine e il modello di ogni potere mediatico.

E’ vero, non è un manuale questo, ma insegna un bel po’ di cose. Per esempio a recuperare ragionevolezza e senso del limite, insegna come essere meno elefanti e a muoverci con più leggerezza in una dimensione piena di cose che cadono e che potrebbero finire in frantumi, e non sono oggetti.

E’ un libro che racchiude in se una forza … la stessa che appartiene a chi dell’uso corretto della parola e del linguaggio ne ha fatto uno significativo e raffinato stile di vita.

 

Simona Stammelluti 

La Compagnia InControVerso, nata da una fusione tra cultura teatrale italiana ed armena, porta sul palco del Teatro Cometa Off dal 13 al 18 novembre 2018, lo spettacolo A PORTE CHIUSE – quando il teatro respira a ritmo di tango… dal testo di Jean Paul Sartre, un dramma – coreografia, nuovo genere di prosa e danza, che farà rivivere sul palco l’inferno, attraverso il tango.

Protagonisti Sargis Galstyan, che è anche autore delle coreografie, Marine Galstyan, che firma anche la regia, Eleonora Scopelliti, Lorenzo Girolami, Vittoria Rossi, Federica Biondo, Lorenzo Zaffagnini.

Una rappresentazione del tutto originale che si fonde con il tango, sulle musiche di Astor Piazzolla, René Aubry, Gothan Project e Mariano Mores e restituisce all’opera dinamiche e ritmi accattivanti. Un canale espressivo più diretto per trasmettere l’angoscia e la disperazione dei personaggi, specie quando il dolore li rende muti. In assenza di parole il corpo si ribella e libera il suo linguaggio. Nasce una nuova ricerca teatrale che unisce diverse arti e le sintetizza in un unico stile espressivo.

La regia ha integrato il testo con numerose scene di danza, in cui il tango, nell’interpretazione più personale che tecnica della regista assume un ruolo dominante sia nella scelta della musica, sia nella qualità dei movimenti. La danza restituisce all’opera una dinamica, un ritmo ed un fascino accattivanti. Da questo esperimento nasce una nuova ricerca teatrale che unisce discipline diverse e le sintetizza in un nuovo stile espressivo: non si tratta né di sola prosa, né di un musical, né di uno spettacolo di danza. E’ un dramma- coreografia che contiene in sé elementi di ognuna di queste forme artistiche. 

L’inferno sono gli altri

Due donne e un uomo, Ines, Estelle e Garcin vengono spediti all’inferno: una stanza con una sola porta, chiusa, e all’interno tre sedie. Qui i personaggi s’incontrano e scontrano per la prima volta. Hanno storie diverse ma in comune la ragione per cui sono lì a condividere quel vuoto. Immaginavano l’inferno come un luogo di torture fisiche e in assenza di queste si credono per un attimo salvi. Ma la sofferenza non si fa attendere e presto si accorgono di quanto sia feroce l’espiazione. Inizia una lenta e crudele presa di coscienza della propria colpa e il dramma personale di ciascuno viene allo scoperto. Ecco il vero inferno! E’ tutto nella loro mente, è un dolore eterno che si consuma nella loro psiche.

NOTE DI REGIA

“La realtà busserà alla tua porta – come dice Sartre – tutti siamo liberi di poter scegliere, e compiendo le nostre scelte, scegliamo noi stessi, solo le azioni decidono chi siamo’.

A porte chiuse è quella realtà che si trova al di là della tua porta, prima o poi l’apriremo tutti e scopriremo la nostra vera e più profonda anima, quell’anima che per tutta la vita cerchiamo di celare. L’arte ha una missione: emozionare, colpire la sensibilità del pubblico, stupirlo e in un tempo relativamente breve, lasciare un segno indelebile nell’animo di ognuno”.

Il tema dell’opera è profondo, interessante, intrigante, ma soprattutto attuale e racchiude l’anima di tutti i tempi, passato, presente e futuro. Siamo all’inferno, osservatorio privilegiato della paura umana, dove si espiano le proprie colpe. L’uomo teme la tortura fisica e reagisce in base al suo istinto primordiale.

La paura di dover scontare le nostre colpe per mezzo di una sofferenza senza fine appartiene ad ognuno di noi e ci tormenta già durante il corso della vita. Perché il tango? Le dinamiche che s’instaurano tra i personaggi richiamano l’espressività intrigante e passionale del tango.

Marine Galstyan

E’ partita il 25 ottobre scorso una tournée nazionale che vede i SeiOttavi in scena nella nuova edizione dello spettacolo Le Rane di Areistofane, interpretato da Salvatore Ficarra e Valentino Picone, e che approderà a Napoli, Roma, Genova, Brescia, Empoli, Pescara e Ancora.

Da domani 7 fino al 18 novembre saranno al teatro San Ferdinando a  Napoli;
Dal 20 al 25 novembre al Teatro della Corte a Genova;
Dal 27 novembre al 9 dicembre al Teatro Eliseo a Roma;
L’11 dicembre al Teatro Excelsior a Empoli (FI);
Dal 12 al 16 dicembre al Teatro Sociale di Brescia;
Il 18 e 19 dicembre al Teatro Massimo  di Pescara;
Dal 20 al 23 dicembre al Teatro delle Muse a Ancona.

Il regista Giorgio Barberio Corsetti lo ha riallestito per i teatri all’italiana dopo lo straordinario successo al Teatro Greco di Siracusa.

Il riallestimento dello spettacolo, prodotto dall’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico, è curato dal Teatro Biondo di Palermo insieme al Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale e Fattore K.

I SeiOttavi sono un gruppo di sei voci che hanno fatto del contemporary a cappella il loro modo di esprimersi. L’esecuzione è caratterizzata, oltre che dalla polifonia, dalla riproduzione, con le soli voci, di effetti strumentali, sonori, onomatopeici e di mouth-drumming e beat-box.

Sono loro che firmano ed eseguono dal vivo le musiche che accompagneranno il viaggio dei due comici nell’oltretomba, vestendo i panni delle Rane e degli Iniziati.

Riuscire a far ridere con un testo di 2500 anni fa, il senso della scommessa è tutto qui: prendere il testo di Aristofane, un vecchio pezzo d’argenteria teatrale, e lucidarlo fino a farlo splendere nuovamente, come se fosse appena forgiato. Le Rane, sfrondato dagli anacronismi, dimostra che per il genere comico può esistere una manifattura a lunga conservazione, che consenta di ridere anche oggi, e consapevolmente, di un testo classico.

Aristofane ne “Le Rane” affronta la Commedia con toni sarcastici, sardonici e quasi sempre amari. Il tema è quello della Città, Atene, che vince la guerra contro Sparta, ma che, nei fatti, vive un periodo di profonda sconfitta, per decadenza, per abbandono dei principi sociali e morali. La disputa tra Eschilo ed Euripide, è il pretesto per la denuncia dell’allontanamento della società dai valori della poesia e dell’arte che regolano lo sviluppo dei popoli.

Nasce su questa premessa la musica de “Le Rane”: sonorità da commedia, certo, senza però trascurare una profonda “serietà” confacente ai temi trattati.

Quando intervengono le Rane a infastidire Dioniso nel suo viaggio verso l’Ade, la musica è sfottente e irritante; “saltella” da una modernità sciocca ad ammiccanti citazioni anacronistiche. Il suono rispecchia il gracidare a volte volgare e irriverente, a volte simpatico e scanzonato, a volte intimidatorio.

Il coro degli Iniziati invece ha tutto un altro sapore. Gli Iniziati sono il popolo critico e scontento. Arriva da lontano e si fa sempre più presente come un gigante che fa tremare la terra con il suo passo inesorabile. Ballano ma non sono felici, si ubriacano ma sono moralisti, intervengono quasi sempre contro il più debole e cambiano continuamente idea. A volte sono comici, ma la comicità ha dietro sempre qualcosa di serio, di grave.

I SeiOttavi nello sviluppare le atmosfere delle musiche di scena e dei cori, spaziano da sonorità più classiche, quasi da corale, a quelle più moderne. La varietà dei suoni non tradisce l’atmosfera generale della scrittura, che risulta essere sempre molto evocativa di un tempo lontano in cui però si tratta di temi di grandissima attualità.