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Ieri 23 agosto, nell’ambito della rassegna estiva ArmonieD’ArteFestival guidata dall’eccellente direttore artistico Chiara Giordano, si è assistito a Tosca,  melodramma in tre atti di Giacomo Puccini, nella strepitosa cornice del Parco Archeologico Scolacium a Borgia (Cz)

L’evento, inserito nella sezione “non solo spettacolo“, con temi e personaggi che raccontano le problematiche che ancora oggi suonano come disagio, ha fornito innumerevoli spunti, dalla centralità della donna rispetto ad un mondo spiccatamente maschile, il ricatto, la molestia, la tortura e quell’amore che non sempre vince su tutto.  Temi intramontabili e facili da incastonare ancora nei nostri tempi e in quasi tutti i contesti sociali.

Tosca, è stata una produzione pensata per il Parco Scolacium, capace di diventare un pulsante laboratorio di ricerca registica e  produttiva, capace di far convivere grandi artisti con giovani talenti, oltre alle risorse del territorio che possono così confrontarsi, condividendo competenza e passioni.

Una splendida orchestra di 50 elementi diretta dal Maestro Leonardo Quadrini, che ha lavorato con artisti di fama internazionale come Cecilia Gasdia,  che ha diretto quasi tutte le opere liriche e che ieri sera è stato impeccabile anche nella direzione della soprano Dimitra Theodossiou (Tosca), e del tenore Francesco Anile (Mario Cavaradossi).

La regia è stata affidata a Marco Gandini che ha concepito l’installazione artistica sul palcoscenico, suddiviso in tre isole distinte per ognuna delle azioni sceniche, visiva e di art action, per ciascuno dei tre atti di Tosca. L’allestimento è stato pensato in modo che comprendesse la pittura, la scultura e la luce.

I tre atti dell’opera, suddivisi lungo un percorso nel tempo, che prevede la gelosia e la felicità che lascia il posto alla corruzione, per giungere a quella dimensione psichica e illusoria di Tosca, che vive un confine drammatico tra speranza e la spietata realtà.

Il sacrificio-suicidio, tema cardine dell’opera, sono legati al senso di fuga, che attraversa spesso l’animo umano rispetto al potere travolgente della vita.

Ottima e dinamica presenza scenica dei protagonisti, bravi nella performance. Vi è stata una scelta di modernizzare un po’ la scena, i carabinieri al posto dei gendarmi e poi la presenza in scena oltre ai protagonisti principali di figure estemporanee che – a mio avviso – avevano il compito di “mimare” in qualche modo i temi centrali dei tre atti.

I passaggi più famosi della Tosca di Puccini – pensiamo ad esempio alle arie come “E lucevan le stelle” – hanno inevitabilmente portato gli appassionati a ricordare la straordinaria interpretazione di Pavarotti. Ma mi preme dire che l’interpretazione di Francesco Anile è stata egregia.

Emozionante in diversi momenti, la performance della Theodossiou, che sul finale diventa struggente, in quell’attimo prima di scoprire che l’uomo che ama è morto per davvero, e non come le avevano fatto credere; in quel momento in cui invoca Mario di restare giù ancora un po’, fino a che i suoi esecutori fossero andati via. Quella speranza di riscatto totale, quel momento di altissimo valore, che precipita, collassa in una realtà spietata che a volte non lascia scampo.

Una realtà vecchia di 119 anni, eppure così attuale, così tagliente, così sfacciata.

E’ stato ancora un successo per la rassegna, che da 19 anni regala alla terra di Calabria, una opportunità di respirare la cultura e la bellezza dell’arte e noi esperti del settore, per questo, li ringraziamo ancora una volta.

 

Simona Stammelluti 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Acquaroli è tra gli interpreti di Adults in the Room, film del regista francese di origine greca Costa-Gavras. Il film, con Christos Loulis, Valeria Golino, Alexandros Bourdoumis, Ulrich Tukur e Francesco Acquaroli sarà presentato il 31 agosto alla Mostra del Cinema di Venezia (Sala Grande – Palazzo del Cinema – ore 22)

In “Adults in the room”, tratto dal libro omonimo di Yanis Varoufakis, si svolge una tragedia umana. Un tema universale: una storia di persone intrappolate in una rete di potere. La cerchia degli incontri dell’Eurogruppo, che impongono alla Grecia l’austerità. Una trappola claustrofobica senza via d’uscita, che esercita pressioni sui protagonisti e che alla fine li divide. Una tragedia greca nel senso antico. I personaggi non sono buoni o diabolici, ma guidati dalle conseguenze della loro stessa concezione di ciò che è bene fare. In questa tragedia dei nostri tempi, Francesco Acquaroli interpreta il ruolo di Mario Draghi, il governatore della Banca Centrale Europea.

Periodo molto intenso e gratificante per l’attore romano, che sarà anche tra gli interpreti di I migliori anni di Gabriele Muccino e Il mio nome è Mohammed di Goran Paskaljevic.

“Nel film di Pascaljevich sono Luciano – dichiara Francesco Acquaroli – il fratello del protagonista, che esprime quella diffidenza e repulsione per lo straniero che, purtroppo, va tanto di moda in questi tempi. Invece nel film di Gabriele Muccino, I Migliori Anni, sono un senatore di destra coinvolto nello scandalo “Mani pulite”.

Francesco Acquaroli sarà anche tra i protagonisti della quarta stagione dell acclamata serie americanaFargo, nella quale interpreterà il ruolo di Ebal Violante, il consigliere della famiglia mafiosa italiana Fadda. Le riprese cominceranno a metà ottobre. La serie è ambientata negli anni ’50 a Kansas City. Le riprese vedranno impegnato l’attore a Chicago per sei/sette mesi. 

Inoltre tornerà nel 2020 la terza stagione di Suburra, serie di successo di Netflix, in cui FrancescoAcquaroli ha riscosso un grandissimo successo personale interpretando il ruolo del “Samurai”, un criminale ossessionato da un progetto ambizioso: concludere l’acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia, passo obbligatorio per la costruzione del Porto Turistico, strategico per il traffico di droga. L’uomo, con un passato nelle file dell’estrema destra eversiva e le conoscenze politiche giuste è una sorta di Deus ex machina di tutta la vicenda.

Torna dal 4 all’ 8 settembre 2019 – presso il parco Anna Bracci –  Primavalle…mica l’ultima: la manifestazione, giunta all’ottava edizione. Alberto Laurenti, Luciano Lembo, Ariele Vincenti, Emilio Stella, Rino Gaetano Band, Orchestraccia, Tiziano Caputo e Agnese Fallongo, Maurizio Fortini e I Musici Romani, Daniele Coccia, The Raggae Circus di Adriano Bono saranno solo alcuni dei protagonisti dell’evento.

La festa, torna finalmente in scena dopo un anno sabbatico e si riprende lo spazio che merita.

“Dodici mesi di pausa racconta Simone Conte dell’associazione Vengo da Primavalle – utili per ricaricare le pile e ripartire dalle belle motivazioni che ci hanno accompagnato in questi anni. Organizzare un appuntamento di questa portata non è semplice, soprattutto se si vuole garantire il massimo della qualità e contemporaneamente offrire alla cittadinanza circa quaranta ore di eventi live a ingresso gratuito. Il nostro obiettivo è duplice: riqualificare le zone degradate e portare cultura in un quartiere considerato, troppo spesso, dormitorio. A distanza di tempo sono ancora le stesse finalità a darci la carica e a motivarci a crescere. Noi, non molliamo”.

L’iniziativa è parte del programma dell’Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale e realizzata in collaborazione con SIAE.

Primavalle … mica l’ultima! – che ha il patrocinio gratuito di ATER ROMA E ASL ROMA 1è la festa promossa dall’associazione “Vengo da Primavalle”, associazione nata da un gruppo di cittadini uniti dalla voglia di mostrare il volto migliore di Primavalle. 40 ore di programmazione live tra teatro, danza, comicità, concerti, dibattiti, e artisti di strada per rendere questa ottava edizione indimenticabile.L’elemento che rende la festa Primavalle…mica l’ultima! un appuntamento atteso dalla cittadinanza (avvicinando al parco Anna Bracci e agli eventi culturali le diverse fasce d’età) è senza dubbio la fitta programmazione di spettacoli dal vivo di generi diversi. Uno ricco spazio multidisciplinare di alta qualità. La scelta stessa del nome dell’evento rappresenta il desiderio di risvegliare l’orgoglio di una periferia troppe volte raccontata solo con immagini di degrado, che invece dimostra di essere luogo di produzione culturale, in grado di catturare l’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

Si parte in bellezza il 4 settembre con Mezzo Pieno Mezzo Vòto Maurizio Fortini e I Musici Romani in concerto con la partecipazione straordinaria di Daniele Coccia Paifelman, Cristiana Polegri e Rude MC. Grande appuntamento giovedì 5 settembre con  Tutte le strade portano ar core! di e con Ariele Vincenti, Er Pinto, Emilio Stella e a seguire Improvvisando di e con Alberto Laurenti e Luciano Lembo. Venerdì 6 settembre serata ricca di musica con Civico 33 e a seguire la Rino Gaetano Band. Sabato 7 protagonisti Bim Bum Band e subito dopo The Raggae Circus di Adriano Bono. Gran finale domenica 8: alle 20.00 andrà in scena Fino alle stelle scalata in musica lungo lo stivale di e con Tiziano Caputo e Agnese Fallongo, per la regia di Raffaele Latagliata; a seguire l’imperdibile concerto dell’Orchestraccia. 

 

PROGRAMMA GIORNALIERO DETTAGLIATO

Tutti i giorni dalle ore 18:00: Apertura stand. Laboratori artistici a cura dell’Associazione Cantieri dello Spettacolo. Animazione e intrattenimento a cura di CreatoriDiSorrisi.net. Concerti a cura di musicisti itineranti.​​​​

Da mercoledì a venerdì sarà presente la Asl Roma 1 per attività informative, di controllo e prevenzione

Presenteranno le serate: Claudia Portale, Chiara De Felice, Athenea Borgel e Silvano Passamonti

Mercoledì 4 settembre

19:00 Akuna Malata – I tamburi di strada in concerto

19:30 “Verano” di Armando Ottaiano e “Il decimo giorno” di Alberto Ventimiglia, a cura delle Edizioni Ponte Sisto. Intervista a cura di Marco Della Porta

20:30 Verrospia in concerto

22:00. “Mezzo Pieno Mezzo Vòto” Maurizio Fortini e I MUSICI ROMANI in concerto con la partecipazione straordinaria di Daniele Coccia Paifelman, Cristiana Polegri e Rude MC

Durante la serata lezione di bachata e animazione latina con i maestri Riccardo e Rebecca Rossi, scuola Salsa Easy

 

Giovedì 5 settembre

19:00 Accademia de I MUSICI in concerto

19:30 “C’è un fiume che passa” di Emanuela Sanna, a cura delle Edizioni Ponte Sisto. Intervista a cura di Marco Della Porta

20:30 “Tutte le strade portano ar core!” di e con Ariele Vincenti, Er Pinto, Emilio Stella

22:00. Il Puff presenta “Improvvisando” di e con Alberto Laurenti e Luciano Lembo

Durante la serata esibizioni di danze orientali con la maestra Ilaria Iajaa e di danze caraibiche con il maestro Fabio Locatelli, scuola Eleish Dance Academy

Venerdì 6 settembre

18:00 Passeggiata tra i murales guidata dai ragazzi del laboratorio “Street Art Trip” con il supporto del collettivo artistico “Invisibile – Ex Muracci Nostri”

19:00 Presentazione del progetto “RelAzioni a catena – comunità educante in movimento”. Dibattito sui temi della dispersione scolastica e valorizzazione del territorio, a cura di Associazione AIM. “RelAzioni a catena” è un progetto selezionato da “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

19:30 “Il pozzo delle nebbie” di Roberto Morassut e “Five” di Carmelo Lavorino, a cura delle Edizioni Ponte Sisto. Intervista a cura di Marco Della Porta

20:30 Civico 33 in concerto

22:00. Rino Gaetano Band

Durante la serata:

– esibizione di spettacolo del fuoco a cura di Le Khaleesi;

– show di Burlesque con Agnes V. Julie.

Sabato 7 settembre

19:00 “Note libere”, spettacolo musicale di teatro di figura a cura di Federica Mancini, Teatro La Casetta, Cantieri dello Spettacolo

19:30 “Battito di ciglia” di Giorgio Cameli, a cura delle Edizioni Ponte Sisto. Intervista a cura di Marco Della Porta

20:00 Dimostrazione di Boxe controllata a cura della Marco Aurelio Boxe

20:30 Bim Bum Band in concerto

22:00. The Raggae Circus di Adriano Bono

Durante la serata:

– esibizioni di danze orientali a cura dell’Accademia Bollywood Club. Direzione artistica Gabriella Singh;

– show di Burlesque con Agnes V. Julie

Domenica 8 settembre

19:00 GEO (Gift Economy Orchestra) di Primavalle. L’originale orchestra di quartiere in concerto

19:30 “Ordinaria diversità” di Elena Improta, a cura delle Edizioni Ponte Sisto. Intervista a cura di Marco Della Porta

20:00 “Fino alle stelle – scalata in musica lungo lo stivale” di Tiziano Caputo e Agnese Fallongo Regia di Raffaele Latagliata

22:00. Orchestraccia

23:30 Chiusura festa, Fuochi d’artificio

Durante la serata:

– esibizioni di danze orientali con la maestra Helena e di hip hop con la maestra Mary Neri, scuola Stile Danza e Fitness Center;

– show di Burlesque con Agnes V. Julie

 

Compie 80 anni, domani 20 agosto, Enrico Rava, sicuramente il jazzista italiano più conosciuto e apprezzato a livello internazionale.

Annunciata per il 6 settembre, l’uscita del suo nuovo albumper ECM, intitolato “Roma” e registrato dal vivo lo scorso novembre con Joe Lovano, all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Da sempre impegnato nelle esperienze più diverse e più stimolanti, Enrico Rava è apparso sulla scena jazzistica a metà degli anni sessanta, imponendosi rapidamente come uno dei più convincenti solisti del jazz europeo. La sua schiettezza umana ed artistica lo pone al di fuori di ogni schema e ne fa un musicista rigoroso ma incurante delle convenzioni.

La sua poetica immediatamente riconoscibile, la sua sonorità lirica e struggentesempre sorretta da una stupefacente freschezza d’ispirazione, risaltano fortemente in tutte le sue avventure musicali. Nella sua lunga carriera, Rava ha collaborato, non solo con i più grandi jazzisti mondiali, ma anche con personaggi di caratura come Andrea Camilleri, Michelangelo Pistoletto, Francesco Tullio Altane Bernardo Bertolucci.

 I festeggiamenti per l’ottantesimo compleannodi Enrico Rava sono cominciati ad aprile, con l’inizio del tour mondiale  Enrico Rava 80th Anniversary – Special Edition che toccherà, oltre l’Italia, anche gli Stati Uniti e l’Argentinain autunno, paesi dove Rava ha vissuto diversi anni alla fine degli anni ‘60. In questo tour, Rava ha voluto raggruppare i musicisti che più gli sono stati vicino negli ultimi anni, per rivisitare i brani più significativi della sua carriera, rivisti in un’ottica odierna e interpretare nuove composizioni scritte per questa occasione.

Dopo aver conquistato con questo tour le platee di tutta Europa e i principali Festival Jazz italiani, Enrico Ravasarà nuovamente in concertoad agosto, anche con altre formazioni, il 24 agosto a Geadara (PU), il 27 Eilat in Israele; a settembre, il 15 ad Alghero (SS), il 25 a Pisa; a ottobre, il 10 a Ingolstadt in Germania, il 20 a Soriano (VT), il 31 ottobrel’1 e il 2 novembre a New York per i 50 anni di Ecm, il 5 novembre a Milano, dal 15 al 17 novembre in Argentina, il 22 novembrein Belgio, il 4 dicembre a Bari e il 10 dicembre a Roma.

 Il nuovo album “Romadocumenta l’incontro tra il decano del jazz, Enrico Rava e Joe Lovano, magistrale sax tenore statunitense dalle origini siciliane, in occasione del loro penultimo concerto del tour europeo, avvenuto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nel novembre 2018. Qui, Rava e Lovano hanno alle spalle un vivace quintetto che comprende il pianista Giovanni Guidi, il batterista Gerard Cleaver, e il bassista Dezron Douglas (al suo esordio per ECM). L’album “Roma” suggella il rapporto con ECM, con cui Rava collabora e incide dal 1975.

 Sono passati ormai più di 50 anni da quando Enrico Rava apparve, dapprima sulla scena italiana e poi in quella mondiale, collaborando con artisti del calibro di Gato Barbierie Steve Lacy, con cui passò una breve stagione a Buenos Aires insieme ai sudafricani Johnny Dyani e Louis Moholo.

Poi venne il lungo soggiorno a New York dove incontrò e collaborò con artisti come Roswell Rudd, Carla Bley, John Abercrombie, Cecil Taylor, tra i tanti. Negli anni settanta il rientro in Italia e un inanellarsi di concerti e dischi con i gruppi a suo nome, l’incontro con l’Opera, da lui rivisitata in due splendidi album e quello con il Pop di Michael Jackson, la sua predisposizione a scoprire giovani talenti: nel corso degli anni Massimo Urbani, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Francesco Diodati, etc., e le collaborazioni con tanti artisti: Lee Konitz, Richard Galliano, Pat Metheny, John Scofield, Dave Douglas, Geri Allen, Cecil Taylor, Miroslav Vitous, Philip Caterine, Tomasz Stanko, Michel Petrucciani, John Abercrombie, Joe Lovano.

Enrico Rava, ha pubblicato anche due libri autobiografici: “Note Necessarie. Come un’autobiografia” in collaborazione con il giornalista Alberto Riva, edito da Minimum Fax nel 2004 e “Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz”, pubblicato nel 2011 da Feltrinelli. Infine, è del 2015 il film documentario“Enrico Rava. Note Necessarie” della regista Monica Affatato.

 Nel 2019 Enrico Rava è  stato insignito dell’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. L’Onorificenza italiana si aggiunge ad altre ricevute negli anni passati all’estero. Infatti, Enrico Rava è stato nominato anche Chevalier des Arts et des Lettresdal Ministero della Cultura francese e Doctor in Music Honoris Causaalla Barkleee School of Music di Boston. Inoltre, è cittadino onorariodella città di Atlanta in Georgia.

 

Bella l’estate, bello lo svago, belle le festività. Ma mentre in tanti si sono divertiti sulle spiagge dell’agrigentino e negli agriturismo dell’hinterland, c’e chi ha lavorato per la collettività.

E così dopo le dichiarazioni di compiacimento del sindaco circa l’efficienze a la celerità con la quale sono stati ripristinati i luoghi, viene da lodare  il lavoro impeccabile degli operatori ecologici della Iseda che non solo hanno lavorato alacremente nel giorno di ferragosto ritirando la spazzatura sin dalle prime ore del mattino, non lasciando dunque i cittadini con la spazzatura davanti le proprie abitazioni in un giorno di festa, ma sono stati in grado di riportare allo stato di decoro e pulizia i luoghi nel post festività, dimostrando quanto ben  organizzato ed efficiente sia il lavoro svolto con competenza ed abnegazione, al servizio della collettività.

Ci piace sottolineare come un servizio del genere possa costituire un fiore all’occhiello per la città e che l’esempio di efficienza consumatosi in queste ore piene di eccessi, possa essere applicato anche ad altri ambiti, non ancora così ben organizzati.

 

Simona Stammelluti

Ti accorgi subito di essere in Palestina, sia dal paesaggio che dall’architettura. Un deserto con 4 palme e due case, ti dice che sei in Palestina. Paesaggio che contrasta con il territorio israeliano che è sempre rigoglioso e abbondante di vegetazione. L’architettura israeliana è monotematica e monocromatica. Sembra di stare in una immensa caserma a cielo aperto, mentre in Palestina le case sono più elaborate dal punto di vista estetico – ma siamo lontani dal buon gusto – e dall’immancabile presenza di dossi artificiali.

Nei cieli palestinesi, non vola nulla che non sia israeliano o che gli israeliani non vogliano.

Ma la cosa che colpisce di più sono proprio i contrasti.
I palestinesi saranno pure più rozzi ma più affabili, gli israeliani stanno sempre lì con quell’aria austera che ti guardano dall’alto in basso, perché si sentono in cima ad una ideologica catena alimentare. Le scene sono quelle in cui la freddezza lascia il posto solo alla prepotenza, alla supponenza. Nei supermercati i militari e i civili armati israeliani, mostrano come in far west le armi, con atteggiamenti che ricordano il famoso personaggio interpretato da Lee Van Cleef.

Si pensi a Gerico: è deserto. Eppure sulla collina si intravede tra verde e palmeti la parte di territorio israeliano.

Questi i racconti di chi sul territorio si alterna, per lavoro, per turismo o per motivi umanitari. E anche se vai per motivi umanitari, però puoi fare ben poco, perché comunque non puoi far entrare in Palestina nulla che gli israeliani non vogliano. Si è dunque vittime dei capricci – o forse di esigenza? – degli israeliani che centellinano e razionano qualunque bene di prima necessità al popolo palestinese; dall’acqua all’energia elettrica, soffocando anche quel minimo di economia locale.

E poi c’è lei, Pina Belmonte, (leggi qui l’intervista) che vive da anni tra l’Italia e la Palestina dove lavora. La conosco e la stimo da un po’ di tempo ed è colei che con estrema lucidità mi racconta una realtà che è così tagliente da divenire invisibile.
Lei, che ha la possibilità di vedere cosa accade in Palestina, da vicino, vicinissimo.

Dal mese di maggio nella striscia di Gaza la situazione è sempre più complicata. Le notizie in Italia arrivano sempre un po’ distorte, quando arrivano.  Israele ha ristrutturato i check-point che sono più umani solo a livello estetico, ma la sostanza non cambia. Ristrutturati, con la musica di sottofondo, tutto computerizzato con la possibilità di un maggiore controllo da parte degli israeliani. Così quando un palestinese da Gerusalemme va a Betlemme, gli viene fatta la foto digitalizzata. Sui display le facce di tutti, anche quella di Pina che per fortuna mostra solo il suo passaporto senza essere passata letteralmente allo scanner.

I pellegrini non mancano mai, in quei luoghi, anche fuori dalle festività religiose. E’ una terra così bella, ma così tanto difficile – racconta Pina –  dove le maggiori religioni convivono per forza o per volere, insieme. E’ una terra che non si ferma mai, soprattutto Gerusalemme, tranne che un paio di ore a notte. E’ sempre in movimento, è un mix tra la preghiera del muezzin che si innalza, mentre sulla città vecchia di Gerusalemme nello stesso tempo suonano le campane, mentre gli ebrei vanno a pregare al muro del pianto.

Quando varchi la porta della città vecchia di Gerusalemme, potresti capire in quale quartiere ti trovi anche solo dagli odori, senza usare la vista.

E’ il luogo più sacro che possa esserci, eppure è bagnato dalla violenza, dal sangue.

E’ una terra piena di contraddizioni. La libertà religiosa non viene rispettata, nessun permesso è stato concesso ai cristiani per poter uscire dalla striscia di Gaza e recarsi a pregare a Gerusalemme. E’ la terra della violazione dei diritti umani. Le perquisizioni vengono fatte per strada, soprattutto ai palestinesi, dai 14 anni in su; alcune volte vengono fermati nelle postazioni, ma spesso vengono fermati per strada, sbattuti contro un muro e perquisiti, mentre i passanti guardano; e questa è una grande violazione dei diritti umani. Tutta questa violenza per semplici controlli.

Israele sta attento a garantire la sicurezza ai pellegrini e ai turisti, perché meno turisti arrivano meno soldi ci sono per Israele. Pina guarda oltre, si sofferma a guardare i soldati, a vedere cosa c’è oltre la divisa. Spesso è una scelta, poche altre volte no.

Per molti è una sorta di “previdenza sociale”. La maggior parte di loro a stento arriva a 20, 22 anni, e che imbraccia armi più grandi di loro e quasi ti viene da chiederti se siano realmente capaci di gestirle in piena sicurezza.

“Mi ha toccato una scena di un soldato – mi racconta Pina – Era in turno, in servizio. Era il venerdì della settimana santa ortodossa. C’era una marea di gente; ho notato questo soldato che si è messo in disparte e sotto il berretto aveva nascosto un libro e con la mano davanti alla bocca, pregava. Non so dirti di che religione fosse. Non penso fosse ebreo. Non tutti i soldati o poliziotti sono israeliani, ci sono anche arabi e te ne accorgi quando salgono sul pullman, perché sono più gentili e fanno la carezza ai bambini, anche”.

E poi ci sono quelli che abituati solo a dare ordini, non si aspettano il rimprovero di chi si cura del decoro dei luoghi, mentre viene detto loro che nel Santo Sepolcro non si può entrare con un gelato in mano.

E’ di domenica la notizia di incidenti e cariche di polizia sulla Spianata delle moschee. La Mezzaluna Rossa, riferisce di 20 palestinesi feriti e contusi. Attraversando la città vecchia di Gerusalemme, si respira un clima di perenne tensione. Polizia e soldati israeliani ovunque, dislocati anche sui tetti della città; tensione alla porta di Damasco, alla vigilia della festa islamica dell’Al-Adha. I Palestinesi protestano per il possibile ingresso – non autorizzato dalla polizia – di religiosi nazionalisti israeliani sulla spianata della moschea di Al Aqsa in occasione del Tisha B’av, la ricorrenza ebraica della distruzione del Tempio. Intanto coloni ed estremisti ebrei, hanno sfilato con le loro bandiere e canti, in prossimità della città vecchia.

Eppure gli occhi di Pina sanno scorgere sempre immagini di speranza, di piccoli dettagli di rispetto della vita. E così ci mostra le immagini di un mendicante che dona la sua elemosina, per omaggiare la bellezza della musica, suonata per strada, da una violinista.

E mentre Pina continua ad osservare con i suoi splendidi occhi neri, questa terra così bella e così piena di contraddizioni, il mondo, fa finta di non vedere.

Su questa terra a diritto alla vita, su questa terra, signora alla terra, la madre dei principi, la madre delle fini. Si chiamava Palestina si chiamava Palestina. Mia signora ho diritto, che sei mia signora, ho diritto alla vita.

[M. Darwish]

Di connubi così perfetti ne ho visti davvero pochi, durante la mia carriera.

Parlo del connubio perfetto tra location e kermesse, traArmonie d’Arte Festival e l’intenzione di promuoverla l’arte, la cultura, la musica nella sua forma più alta, in una terra come la Calabria, che ha bisogno impellente di iniziative culturali, di impegno e competenza per risorgere e per ritrovare la strada verso una crescita chepiù che necessaria, è indispensabile.

A rendere tutto questo possibile ci ha pensato il direttore artistico del Festival, Chiara Giordano che ieri sera, salutando il pubblico presente nella splendida location del Parco Archeologico Scolacium a Borgia (Cz) ha spiegato come questo Festival nasce proprio con l’intenzione di coltivare la cultura della bellezza nel suo significato etico ed estetico e in maniera collettiva, mentre ognuno fa la sua parte e mentre si lavora ormai da 18 anni “nell’arte e per l’arte”, attraverso diversi stili artistici, ognuno dei quali capaci di decretare anno dopo anno il successo di questo “lavoro d’insieme”.

Ieri sera l’esibizione della cantautrice portoghese Dulce Pontes, è stato un piccolo capolavoro, malgrado qualche problema di microfoni. Un piccolo capolavoro incastonato nella consapevolezza che il talento è molto simile ad una missione: va intrapreso, poi lasciato andare e in ultimo condiviso. La Pontes è una cantante che si esprime in tanti modi, che ha una spiccata personalità musicale, capace di catalizzare l’attenzione, e di portare l’ascoltatore nel suo mondo, fatto di note, di musica popolare, di fado, che è il suo vestito più bello. Una voce da mezzo soprano che sconfina in acuti a volte a voce piena a volte in falsetto, un’estensione vocale ampia, che racconta in maniera prorompente tutto quel “sentimento” quella “saudade” che narra di emigrazione, di lontananza, di separazione, di dolore, di sofferenza. In quel mood Dulce Pontes ha portato il suo pubblico, con quella padronanza della scena, mentre si muove e riempie lo spazio che condivide con due chitarre e un contrabbasso, con i suoi strepitosi musicisti, il chitarrista Daniel Casares e Yelsy Heredia al contrabbasso.

Sono tanti i momenti in cui la cantante portoghese incanta con i duetti voce e chitarra, quando lascia che il vibrato classico del canto della terra che fu di Cesaria Evora, si insinui tra il cambio di tempo e il controcanto che rende tutto così pulsante. Si apprezzano tutte le sue sfumature vocali, sia quando esplode il canto gitano, sia quando l’escursione vocale lirica, mette tutto a tacere.

Regala momenti di grande arte, con pezzi del suo repertorio, alcuni dei quali durano oltre 10 minuti, senza stancare mai; reinterpreta anche i temi famosissimi del Maestro Morricone con il quale ha collaborato.

Un’artista con la voce nelle sue radici, e il cuore altrove … lì dove serve, dove poi esplode, mentre lei resta costantemente in cammino, perseverando con originalità e talento.

Tutto perfetto ieri sera, mentre sogno una Calabria che possa trovare in un Festival come Armonie D’Arte, una porta dalla quale far entrare una chance, attesa troppo a lungo

 

Simona Stammelluti 

 

Sapevo che sarebbe stato difficile.
Non è un libro che si legge in una notte.
Se ci riesci vuol dire che non hai un cuore.

Prima di aprirlo, quel libro, lo tengo chiuso sulle gambe.
Guardo la foto di copertina, senza alcun ritocco.
Riconosco Luigi in quella sua espressione, nella quale c’è tutto il suo vissuto, c’è tutto quello che sa dire. Il titolo è esaustivo, penso di aver capito cosa mi attende. Ma sono una lettrice seriale, e so che spesso in quelle pagine sotto la copertina, c’è sempre qualcosa a cui non si è pronti.

Prima di incominciare, ripenso a come e quando ho conosciuto Luigi Leonardi; ricordo tutto, ogni dettaglio delle parole che ci siamo scambiati, e ho bene a mente la voglia che “resiste e persiste” di porgli ancora delle domande. Potrei scriverlo io, un libro su Luigi Leonardi; forse un giorno lo farò, perché la sua storia, non è uguale a tutti quelli che vivono sotto scorta. Ha in comune qualcosa con loro, ma la sua storia contiene dei dettagli che ti annientano, ti scorticano vivo, ti costringono quasi ad apprezzare tutto quello che hai. Quanto siamo banali, mentre detestiamo le nostre vite, a volte, alla continua ricerca di qualche “emozione forte” – penso.
Emozione forte, che può essere nel bene o nel male.

Ripenso a come alcuni incontri, possano cambiarti la vita.
Forse perché alcune vite sembrano avere una sceneggiatura intrinseca, mentre i protagonisti di quelle vite, vorrebbero solo avere un’esistenza come tutti gli altri.  Il libro ancora non l’ho aperto, e già la mia percezione del vivere è mutata.

Sono stata Luigi Leonardi per giorni; 12 per l’esattezza.

Sono stata Luigi Leonardi per tutti i giorni che mi sono serviti per leggere il suo libro “La paura non perdona“. Per tutti quei giorni in cui ho letto e riletto il suo libro, mentre ripercorrevo per scelta alcuni passaggi, facendomi sempre più male, sono stata Luigi Leonardi, sentendo su di me tutto il dolore, la paura, l’inquietudine, lo sconforto, lo sgomento, e poi il coraggio di un uomo che ha affrontato una vita diversa da come l’aveva immaginata, ma che non si è mai arreso, non si è mai piegato alle logiche che conducono un essere umano quasi sempre a fare le scelte più semplici, affinché si palesi una sorta di sopravvivenza indolore.

Il dolore, Luigi Leonardi, lo ha provato sulla sua pelle, nella sua esistenza, dentro il suo cuore. Poi lo ha fatto in mille e mille pezzi, lo ha fatto esplodere, scrivendo questo libro e lo ha donato ad ogni lettore affinché ne conoscesse i dettagli, affinché tutti si avesse contezza di come si può scegliere da che parte stare,  facendo i conti con la realtà che spesso ha i contorni di un incubo, e poi insegnando che ci si deve annientare a volte, per risorgere.

Cos’ha questo libro, dunque, in più o di diverso, da tutti quelli scritti in forma autobiografica da coloro che vivono come Leonardi, sotto scorta? Io li ho letti tutti, quindi posso rispondere con lucidità e cognizione di causa.

Intanto c’è una cosa che io sapevo già da tempo, ma adesso posso dirla con assoluta certezza.
Luigi Leonardi conosce l’arte della scrittura.
Sa scrivere meravigliosamente bene.
E’ un dono il suo, ed io sono contenta che abbia deciso di scrivere questo libro, perché leggere il suo modo di mettere insieme le parole è un vero piacere, oserei dire un privilegio.

Ma questo libro è bello anche per un altro motivo, forse il più importante.

Non è un libro romanzato. Non vi sono frasi d’effetto, non vi sono pezzi descritti ad arte per fare breccia nell’attenzione del lettore, non vi è la volontà di calcare la mano affinché si possa palesare una sorta di commozione. Quella arriva da sé, è così prorompente che ad essa ci si può solo arrendere. La bravura di Leonardi risiede nella capacità di raccontare la sua vita sin nei minimi dettagli, anche quelli più scomodi, ponendo il lettore sin da subito nella condizione di “farsi coraggio”, perché se non ne assumi alcune dosi, non ce la fai ad andare avanti nella lettura, non ce la fai ad arrivare alla fine. Ti dice tutto, Leonardi, ti sfida a conoscere la verità, quella che a volte fa così male che si fa finta non sia mai esistita, perché è più facile così.

E se nella vita vera, fuori dal libro, mai, neanche per una volta ho sentito Luigi Leonardi piangersi addosso per quella che è la sua vita sotto scorta, per le ingiustizie che ha subìto, per la sofferenza gratuita a cui è stato sottoposto, per il dolore che lo ha portato sul fondo, così nel suo libro è facile riscontrare tutta la sua personalità, il suo carattere, il suo coraggio.

Ma c’è anche altro.

C’è la sensibilità di un uomo che ha visto di tutto, che ha subìto di tutto, ma non si è mai incattivito; c’è la lucidità di chi sa che in alcuni momenti, il modo in cui agisci, decreta il giusto finale.

Questo libro è un racconto dettagliato di un imprenditore di successo, che vede la sua vita piegarsi sotto le richieste estorsive della criminalità organizzata. E il racconto di una esistenza che si sgretola quando incontra sulla propria strada la camorra, che viene giù a pezzi, che ti sotterra sotto un cumulo di macerie. E’ il racconto di un uomo che viene abbandonato e lasciato solo anche dalla sua stessa famiglia, che lo addita come “traditore” quando sceglie di denunciare, di fare la cosa giusta. E’ il racconto di ricordi che a volte sono così lontani ma così vividi da diventare taglienti, capaci di ferire. Ma Luigi è quello che si rimette sempre in piedi, che impara a soffrire e a trasformare quel dolore e tutte le delusioni che si susseguono, in una rivincita costante.

E’ un eroe dagli occhi belli, Luigi Leonardi, non è mai divo.
In molti lo diventano, sfruttando quella notorietà che inevitabilmente investe, quando si diventa un personaggio pubblico, quando si finisce negli articoli di cronaca e di approfondimento.

E’ un uomo che mette in fila giorni e ne disegna l’orizzonte, Leonardi.
Ha imparato a non arrendersi, anche quando lo Stato non ha saputo difenderlo per come avrebbe dovuto. Non ha mai gettato la spugna, non ha mai piegato la testa, non è mai sceso a compromessi … mai. L’ha inclinata all’indietro, a volte, la testa, per far scivolare via le lacrime, quelle che non si potevano mandare indietro, quelle che gli ricordavano di essere solo un uomo, davanti ad una macchina enorme e spietata chiamata camorra.

“La paura non perdona”, dice Luigi Leonardi dalle pagine del suo libro di cui consiglio vivamente la lettura.

Io leggendolo ho imparato che la verità deve contemplare anche i nostri propri errori, che quanto più guardiamo da vicino una cosa, tanto più perde potere sulle nostre paure. Ho imparato che la notte può essere assassina o madre, di quelle che danno la vita, senza rinnegare mai di averti messo al mondo.

 

Simona Stammelluti 

 

Ho letto davvero di tutto, in merito. Finanche descrizioni dettagliate del traffico cittadino, pur di non prendere una posizione netta, sul nuovo modo di fare musica di Thom Yorke, frontman dei Radiohead, in giro con il suo “Tomorrow’s Modern Boxes“, che ieri sera si è esibito a Roma nella cavea dell’Auditorium Parco della Musica.

Io non faccio fatica a dire con obiettività, che se non avete visto questo concerto, poco male, se invece non avete mai visto un concerto di Pat Metheny, forse sarebbe il caso di rimediare …  ed anche al più presto.

E adesso con calma vi dico perché questo concerto – al netto di alcune cose – non è destinato ad entrare nella storia.

Partiamo da un presupposto, ossia che un grande artista come Thom Yorke – perché tale è  – può permettersi tutto, anche il lusso di non piacere ad alcuni addetti ai lavori. In fondo non è difficile ricordare quanti grandi artisti, hanno presentato progetti che sono piaciuti ai fans, ma meno a chi fan non è, e dunque guarda ad un’opera con la lucidità di chi non deve per forza perdonare tutto al proprio idolo.

Thom Yorke è strepitoso. Questa è la prima cosa che va detta, a scanso di ogni equivoco e la sua voce, così delicata, sottile, ammiccante e intonatissima, sa sempre come lasciare un segno. Sembra solo, su quel palco, ma non lo è; insieme a lui, Nigel Godrich, produttore degli album dei Radiohead e un bravissimo Visual Artist olandese, che risponde al nome di Tarik Barri. Che ci fanno allora questi tre signori sul palco, se non vi è traccia in questa performance di ciò che è appartenuto al famoso gruppo?

Mi verrebbe da dire che chi come me è nato negli anni ’70, (Yorke è del 1968) non fa fatica a ricordare quello che accadeva nei primi anni ’90, nelle discoteche, quando la tecno dettava la moda, quando la musica nelle sale da ballo svisava verso la acid-house. Ecco, il muro di suono è più o meno quello. Il cantante fa un tentativo – a mio avviso non completamente riuscito – nel dimostrare di poter fare a meno di un gruppo. Campiona e riproduce tutti i suoni possibili, la base ritmica è completamente campionata, ogni tanto imbraccia la chitarra, altre volte – rare – siede al piano elettrico e dice al suo pubblico, con questa performance, che non c’è posto per la nostalgia. Non v’è traccia del repertorio dei Radiohead; viene proposto il repertorio di Thom Yorke solista. A prescindere se quel repertorio lo si conosca o meno, si fa fatica a capire dove finisca un brano e dove inizi l’altro, considerato che il ritmo scelto dal cantante, polistrumentista e compositore inglese è sempre lo stesso, i beat che battono non cambiano mai inclinazione.

Lui balla, è esagitato, balla a tempo, in quel ritmo sempre così serrato. Sembra di essere in una enorme discoteca sotto le stelle, di quelle tecno, nella quale però nessuno balla ma in tanti restano ipnotizzati. La sua voce è suadente, capace di non lasciare scampo al piacere che si nutre di quel suo essere così affascinante ed intonato. Suona la chitarra ammiccante, come se fosse uno strimpellatore di note a caso, e questa cosa mi è particolarmente piaciuta. Gli echi wawa sono suggestivi tanto quanto i  favolosi visual che sono la parte portante dello show di Yorke. I suoni e le immagini dialogano durante tutto il concerto. I Visual sanno essere morbidi e poi acidi, tenui e policromatici, eccitanti e meditativi. Ci sono tutti, e sono tutti stratosferici, ipnotici, convincenti.

E’ sicuramente una esperienza visiva e sonora di grande impatto. Yorke è a suo agio, e regge le due ore di concerto senza perdere un colpo. E’ generoso, Yorke, regala due bis. La scaletta la mette insieme un po’ come è sua consuetudine, ossia non regalando nulla che il pubblico si aspetti. Pesca nel suo repertorio da solista, in un excursus ampio dal 2006 al 2014, fino al suo ultimo disco “Anima” uscito pochissimi giorni fa. Non mi sembrava che i fans riuscissero a cantare qualcosa, ma sicuramente seguivano il pathos del loro beniamino, che sapeva come coinvolgerli.  Le mani erano spesso in alto, quasi come ad acclamare il loro messia. Questo è la dimostrazione di come quando si diventa un big, quando vi è un imprinting nel mondo della musica, ci si può permettere di sperimentare tutto quello che si vuole, perché la fedeltà si manifesterà sempre prorompente.

Parla in italiano, Yorke, forse facilitato dal fatto di avere una compagna italiana.  Ringrazia Roma, con la sua “siete straordinari, ci vediamo presto“. Nei bis Yorke regala “Suspirium” – colonna sonora del film remake firmato da Luca Guadagnino, e poi incanta seduto al piano elettrico con “Dawn Choruscon quella sua voce che chissà da quale meditazione arriva, ma finisce dritto dentro lo stomaco di chi ascolta e che chiude gli occhi per poi lasciarsi andare. C’è anche “Black Swan” tra i pezzi che esegue.

E’ tutto un filo conduttore, è tutto dentro un loop, che tiene tutto insieme, che porta la firma di un grande artista, che forse in quell’eccesso ha trovato la traduzione di ciò che di nuovo aveva da dire. O forse voleva dire solo che alla fine si finisce per immaginare tutto in quella dimensione tra fantascientifico e psichedelico, tra natura che diventa landa desolata e paesaggi lunari che restano ancora inesplorati.

Abbiamo visto tutto questo su quel wall, abbiamo sentito un progetto nuovo che ci vuole un po’ per capire se sia davvero efficace. Resta uno scenario artistico impalpabile, quasi sfuggente rispetto ad alcuni schemi, a tratti primordiale.

Ecco, c’è sicuramente una voglia di tornare indietro.

Ed io spesso ieri sera ho chiuso gli occhi, per fare un salto nel passato, ma lì, alla fine degli anni 80, non lo avevamo un artista pazzesco come Thom Yorke.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

E’ stato e resterà il più grande nome della musica brasiliana, perché anche tutti i bravissimi che sono venuti dopo – Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa e Roberto Carlos – si sono ispirati a lui, e agli inizi lo hanno preso ad esempio, imitandolo.

Fu un genio della bossa nova, la samba che incontra il jazz e che riesce a far entrare la musica brasiliana, nella mappa musicale del mondo.

João Gilberto ha cambiato e modernizzato la musica brasiliana nel 1958 presentando al mondo il diverso ritmo, quella che fu la sua bossa nova che è stata una vera e propria rivoluzione in fatto di cadenza del samba sulle corde della chitarra, quelle cadenze ridotte al minimo, mentre tirava fuori un suono leggero, originale, armonioso e raffinato, agilissimo com’era a ritardi e progressi armonici.

E’ stato un grande musicista, e anche quando cantava, con quella sua voce così morbida e perfettamente calibrata, si comportava come un musicista. La lezione al mondo la diede con i suoi tre album, una sorta di “santissima trinità” della discografia brasiliana. Chega de saudade (1959),  O amor, o sorriso e a flor (1960) e João Gilberto (1961) . Sono questi i dischi in cui un genio diventa mito. In questi tre dischi c’è la sintesi del ritmo samba che esce da quella sua chitarra che evocava sempre il suono ritmico del tamburo di quel particolarissimo genere di musica.

João Gilberto era un perfezionista, e forse proprio questa ricerca della perfezione lo ha reso così geniale. Eppure ebbe un carattere molto poco socievole, un temperamento particolarmente distaccato nei confronti del mondo. Era nel silenzio della solitudine infatti, che metteva a punto le sue canzoni. Lui, che ha avuto in vita l’orecchio assoluto, e che sapeva ascoltare più di chiunque altro, e “sentiva” ciò che nessuno ha sentito mai, e per questo è riuscito a cambiare la musica brasiliana, divenuta eterna nel 1958 con lo spirito della bossa nova.

Questo è anche il motivo per cui Caetano Veloso ha ragione quando dice che, “meglio del silenzio, solo João Gilberto“.

Molti jazzisti hanno incrociato il loro cammino artistico con Gilberto. Pensiamo al sassofonista Stan Getz, ,che invitò Gilberto e Jobim a collaborare a quello che divenne uno degli album di jazz più venduti di tutti i tempi, “Getz/Gilberto“. Il disco consacrò a livello internazionale anche Astrud Gilberto, moglie di João , grazie alla composizione di Jobim, “The Girl From Ipanema“, che la fece diventare un’icona della musica internazionale pur non essendo dotata di particolari doti vocali. Fu quello un disco di una leggerezza spiazzante, un’anestesia dalla grigia quotidianità; la morbidezza ovattata del cool jazz dei Getz, coniugata al ritmo della samba, che dona un concentrato di musica calda, imbastita sulla tipica venatura malinconica carioca, che dà al lavoro un sapore agrodolce, rendendolo assolutamente accattivante.

Lui è andato via, a 88 anni, in un giorno di luglio, ma a noi restano Insensatez, Aguas de março, Desafinado, Rosa Morena; a noi resta una narrazione tecnica, imbastita sull’amore e che sa di eternità.

Simona Stammelluti