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Il presidente della Regione, Nello Musumeci, nel corso di un confronto con la ministro alle Infrastrutture, Paola De Micheli, ha ribadito l’utilità del ponte sullo stretto di Messina. Lo stesso Musumeci afferma: “Il collegamento stabile sullo stretto di Messina è un’esigenza prioritaria per ridare un ruolo da protagonista alla Sicilia nella macro Regione del Mediterraneo. La nostra regione rivendica la funzione di base logistica per intercettare le merci che attraversano il bacino del Mediterraneo, un obiettivo che per essere raggiunto impone al governo centrale la realizzazione, in Sicilia, di infrastrutture strategiche portuali, aeroportuali, ferroviarie e viarie”.

Non c’è pace a Favara e, non solo per i casi di Covid 19. Dopo la protesta dei netturbini, rientrata da qualche giorno, scoppia quella dei mercatisti, in crisi profonda.

Aspettano da nove mesi di ritornare a lavorare e, questa mattina, hanno scelto la protesta pacifica e civile per dire basta alla perdita di tempo dandosi appuntamento  in via Capitano Callea a Favara. Decine e decine di furgoni hanno sfilato con tanto di caroselli in una Favara piovosa.

Tutto nasce dalla scelta dell’Amministrazione comunale di trasferire la sede del mercato in via Cicero e Di Francisca per abbattere l’abusivismo ormai fuori controllo. La nuova sede non è stata accettata dai mercatisti e da quel momento si è iniziato un tira e molla infinito.

Il debito accumulato negli anni dai commercianti verso il Comune è milionario e non è più accettabile per l’amministrazione comunale non incassare e, nello stesso tempo, non porre rimedio agli abusivi. Recentemente, è stato raggiunto l’accordo di utilizzare il sito di Via Ambrosini con certi limiti e la pianificazione dei debiti. Alcuni mercatisti ( per il Comune una cinquantina, per i sindacati oltre ottanta) hanno completato l’iter degli adempimenti e adesso vogliono iniziare a lavorare.

Ora se da un lato appare giusto lottare contro gli abusivi, dall’altro apparirebbe doveroso tutelare i diritti di chi rispetta le regole.

I quattro indagati di Palma di Montechiaro, nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia davanti il gip del Tribunale di Agrigento, Luisa Turco, si sono tutti avvalsi della facoltà di non rispondere. Si tratta di Alfonso Manganello, 49 anni; Antonino Manganello, 47 anni e i fratelli gemelli Enrico e Carmelo Marino, 38 anni, difesi dagli avvocati Lia Minio, Santo Lucia, Maria Crocifissa Licata e Giuseppe Zucchetto. I quattro, indagati per rapina aggravata in concorso, sono stati arrestati negli scorsi giorni dai carabinieri della Compagnia di Canicattì insieme ai colleghi della stazione di Racalmuto, perché ritenuti responsabili della rapina violenta ai danni di tre fratelli anziani avvenuta lo scorso 18 maggio in una zona di campagna di Racalmuto. Lo scenario, emerso dalla ricostruzione dei fatti e dai riscontri degli inquirenti, consegna uno scenario caratterizzato da violenza inaudita.

La rapina avviene nelle prime ore della mattina del 18 maggio, proprio il giorno dopo la fine del lockdown per il Covid-19. I quattro, a bordo una Fiat Stilo, si recano in una zona di campagna di Racalmuto dove vivono tre anziani fratelli. Tre dei quattro indagati fanno irruzione in casa mentre uno rimane ad attenderli a bordo dell’auto per guadagnare la fuga dopo il colpo. E così avviene. Una volta dentro i tre rapinatori riescono a immobilizzare gli anziani e legarli con del nastro adesivo e minacciarli: “State fermi, non denunciate niente, non chiamate i carabinieri altrimenti vi finirà male perché sappiamo dove cercarvi.” Così, senza che nessuno potesse disturbarli, sono riusciti a mettere a segno il “colpo grosso”: 50 mila euro il bottino quantificato tra soldi contanti, collane, monete d’argento, anelli, diamanti e perfino quattro buoni del tesoro. Poi la fuga ed il rientro in paese passando per Camastra.

Le vittime subito dopo gli avvenimenti avvisano i carabinieri, che giunti sul posto, trovano la casa sottosopra e gli anziani in stato di choc, ma capaci di raccontare alcuni particolari, considerato che i rapinatori avevano agito a volto scoperto.
L’auto usata dai rapinatori era stata notata sul territorio, e qualcuno aveva preso il numero di targa, e la stessa, era anche stata fermata ad un posto di blocco dalla polizia di Palma di Montechiaro.
Risaliti alla proprietà del mezzo, si è anche risaliti ai presunti responsabili.
Ulteriori riscontri sono arrivati dalle intercettazioni telefoniche che lasciano emergere come i quattro malviventi avessero inspiegabilmente cospicue disponibilità economiche, oltre al fatto che il giorno della rapina i cellulari dei rapinatori avevano agganciato tutti la stessa cella a Racalmuto.

I quattro, accusati di rapina aggravata in concorso, ora si trovano in carcere.

Per i soli fratelli Marino è contestato anche un furto ai danni dei tre anziani di venti mila euro avvenuto due mesi prima della rapina in questione. Ma per questo capo d’imputazione il gip ha rigettato la richiesta di applicazione di misura cautelare.

“La serie di provvedimenti restrittivi ha permesso di scoprire l’autrice dell’omicidio a scopo di rapina di un anziano di Palma di Montechiaro, una serie di almeno 15 o 20 furti in appartamento commessi da una banda di rom e una odiosa rapina di 50 mila euro in villa ai danni degli anziani fratelli di Racalmuto” ha evidenziato Patronaggio. La Procura e gli investigatori invitano i familiari di anziani o persone deboli, in questo periodo di crisi pandemica, “a stare piu’ vicino ai propri cari, spesso vittime di badanti improvvisate e di mirate osservazioni di malviventi pronti ad approfittare di ogni momento di solitudine e debolezza per perpetrare i propri crimini”.

Arrestate tre persone di Canicattì dalla Squadra Mobile di Caltanissetta accusate di essere gli autori della rapina con spaccata al bar-bingo “Opera” di Caltanissetta, nel quale hanno fatto irruzione alle prime luci dell’alba dello scorso 25 ottobre, sfondando con una autovettura la saracinesca dell’esercizio commerciale.

In manette sono finiti Leonardo Capizzi, 43 anni attualmente detenuto per furto e tentata rapina, il figlio 15enne di quest’ultimo –  e un altro minorenne. Tutti in carcere, accusati di rapina, tentata rapina in concorso e lesioni.

Capizzi aveva minacciato il titolare con una spranga di ferro, mentre uno dei due minorenni avrebbe prelevato mille euro, e l’altro faceva da palo.

Il provvedimento è stato firmato dal Gip presso il Tribunale dei minori Antonina Sabatino e dal gip del Tribunale di Caltanissetta David Salvucci su richiesta del procuratore Laura Vaccaro.

 

Risolto il giallo dello scambio di salme a Palermo insorto a Palermo la settimana scorsa. La salma di un anziano di 91 anni di Bagheria, che doveva essere cremata a Messina, è stata trovata nel cimitero di Roccamena, in provincia di Palermo, nella tomba che doveva essere occupata da una persona deceduta all’ospedale Civico di Palermo, dove si trova nell’obitorio. Il caso, risolto dai Carabinieri insieme ad un’impresa incaricata dalla Procura, è insorto quando la scorsa settimana un’agenzia di pompe funebri ha scoperto che dentro la sacca non vi era l’anziano da trasportare a Messina. La famiglia di Roccamena aveva celebrato il funerale del congiunto morto di covid, ma la salma era dell’anziano di Bagheria, deceduto anche lui per la stessa malattia. Adesso la riesumazione della salma e la scoperta dell’errore. Lo scambio di salma è avvenuto senza dolo, solo per lo scambio di due etichette.

Ad Agrigento, al palazzo di giustizia, il giudice monocratico del Tribunale, Antonio Genna, ha emesso la sentenza nell’ambito dell’inchiesta antidroga a Licata cosiddetta “Bazar”. Un condannato e 15 imputati assolti, tra assoluzioni nel merito e prescrizione. Nel dettaglio, 6 anni e 2 mesi sono stati inflitti a Giampiero Arrostuto, 39 anni, di Licata. Sono stati assolti i licatesi Rosario Consagra, 50 anni, Emanuele Marchione, 54 anni, Antonio Montana, 46, Diego Pelonero, 45, Calogero Bonvissuto, 31, Antonino Caruso, 49, Melchiorre Salvatore Alabiso, 44, Salvatore Paraninfo, 30, Filippo De Caro, 45, Francesco Semprevivo, 46, Giuseppe De Caro, 38, Antonino Davanteri, 65, Giuseppe Gueli, 38 anni. E poi Santa Loredana Giorgio, 38 anni, di Canicattì. E Giuseppe Tinnirello, 30 anni, di Paler

Ad Agrigento, al Viale della Vittoria, i poliziotti della Squadra Volanti, coordinati da Francesco Sammartino, hanno compiuto un controllo serrato all’interno della Villa Bonfiglio, dove hanno notato gruppetti di immigrati intenti a bivaccare. Due marocchini sono stati condotti in caserma e perquisiti. Addosso hanno nascosto modiche quantità di stupefacenti e sono stati segnalati alla Prefettura quali abituali consumatori di droga. I controlli proseguiranno sempre più frequenti, tra il Viale della Vittoria e via Atenea.

Il boss Salvatore Genovese, 77 anni, di San Giuseppe Jato, arrestato dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, nel 2000 e rinchiuso nel carcere di Opera a Milano, è morto in ospedale per complicanze da Covid. Genovese è stato ritenuto il padrino di San Giuseppe Jato ed è stato arrestato dopo un periodo di latitanza in un casolare di campagna in contrada Manara, al confine dei territori di San Giuseppe Jato e Monreale. La salma rientrerà a San Giuseppe Jato nei prossimi giorni.

Ennesimo caso di “furbetti del cartellino” a Palermo. I Carabinieri e la Polizia Municipale hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per 18 dipendenti comunali delle società partecipate del Comune Reset e Coime, indagati di falsa attestazione di presenza in servizio e truffa a danno dell’amministrazione. L’indagine, coordinata dalla procura, è iniziata dopo alcune segnalazioni anonime. Gli inquirenti hanno accertato un fenomeno di assenteismo di massa di quasi due decine di dipendenti dell’ufficio comunale che si occupa di impianti cimiteriali. In particolare, l’attività d’indagine svolta dal Carabinieri si è concentrata sulle assenze dei dipendenti, sia comunali che delle società partecipate Reset e Coime, che prestano servizio all’interno degli uffici dei Servizi Cimiteriali del Comune di Palermo, in via Lincoln. I militari hanno scoperto che gli impiegati sotto inchiesta avrebbero timbrato per altri colleghi per fingerne la presenza in servizio o consentire loro di assentarsi durante il lavoro. Nel corso di 5 mesi d’indagine, i militari hanno documentato quasi 2.000 “timbrature sospette”, di cui 240 sviluppate e contestate.