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Dramma a Palermo. Un uomo di circa 60 anni è rimasto colpito da infarto mentre cercava di raggiungere un pirata della strada che pochi secondi prima aveva investito un motociclista.  I primi a soccorrerlo sono stati gli agenti delle volanti arrivati in zona. L’uomo poi è stato soccorso dai sanitari del 118 e trasportato all’ospedale Villa Sofia. Le condizioni sono gravissime. L’automobilista è stato bloccato dal personale della Capitaneria di Porto e dai carabinieri mentre tentava la fuga nelle viuzze del Borgo Vecchio.


I militari della Compagnia Carabinieri di Taormina, la scorsa notte, presso la Casa Circondariale di Siracusa hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.i.p.  Eugenio Fiorentino del Tribunale di Messina su richiesta del Procuratore Aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina-Dottor Sebastiano Ardita- e del sostituto Procuratore della Repubblica-Dottor Francesco Massara-, nei confronti di 2 esponenti di “Cosa Nostra” Etnea, e ritenuti responsabili – a vario titolo – di estorsione in concorso, con l’aggravante del metodo mafioso:

  1. Faranda Francesco Antonio, nato Catania, classe 1979, residente in Fiumefreddo di Sicilia, ritenuto appartenente  clan “Brunetto”, egemone nell’area sub-etnea nord-occidentale;
  2. Blanco Emanuele Salvatore, nato Catania e classe 1973, residente in Fiumefreddo di Sicilia (Ct), ritenuto appartenente  anch’egli al clan “Brunetto”;

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I provvedimenti di carcerazione sono scaturiti dalla prosecuzione una più complessa attività d’indagine svolta dall’Aliquota Operativa e convenzionalmente denominata Good Easter che portò nel mese di Aprile 2017 all’arresto anche di altri due esponenti di spicco di “Cosa Nostra” e che vide oggetto dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere anche Porto Carmelo, nato Catania nell’anno 1957, residente in Calatabiano (Ct),  ritenuto anche per pregresse vicende giudiziarie elemento apicale del clan mafioso “Cintorino”.
Nella prima operazione  i militari dell’Arma durante l’attività di prevenzione acquisivano da fonti confidenziali la notizia che appartenenti a clan mafiosi operavano anche nel Comune di Taormina tentando di sottoporre ad estorsione attività economiche e nello specifico rivendite di autovetture.
In questa circostanza invece i due soggetti arrestati per estorsione in concorso , con l’aggravante di aver agito con il  metodo mafioso sempre nell’Aprile scorso ponevano in essere atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere un imprenditore titolare di agenzia del luogo a concludere un contratto di assicurazione di autoveicolo con targa di prova, nonostante la targa non fosse registrata alla banca dati, condizione questa necessaria alla conclusione del contratto.
Nello specifico dopo che l’imprenditore   aveva comunicato ad uno degli aguzzini il rifiuto alla stipula del contratto di assicurazione, quest’ultimo telefonicamente minacciava la vittima dicendogli “….Sono problemi tuoi, forza il sistema, premi il bottone e fammi la polizza..” e poi ancora: “…senti tu non lo sai chi sono io? Quando ti chiedo una cosa chiudi l’ufficio e vieni subito a casa mia, non ci vieni?”, altrimenti avrebbe sistemato con le maniere forti la faccenda.
I militari operanti predisponevano tra le altre attività un servizio di vigilanza nei confronti della vittima e della sua compagna: i carabinieri notavano la presenza di un soggetto (prontamente riconosciuto in Blanco Emanuele Salvatore) che nel tardo pomeriggio di un giorno di Aprile si poneva davanti alla porta dell’agenzia della vittima e all’arrivo di quest’ultima vi faceva ingresso ivi soffermandosi per alcuni minuti: una volta uscito il Blanco si metteva alla guida della sua autovettura ma veniva bloccato ed accompagnato presso una Stazione Carabinieri dipendente dalla Compagnia di Taormina.
Le risultanze investigative condotte dai militari trovavano riscontro e risultavano concordanti con la Procura della Repubblica di Messina che analizzate le fattispecie di reato si riteneva la sussistenza di esigenze cautelari gravi ed attuali nei confronti di entrambe gli indagati e specificatamente un concreto e grave pericolo di reiterazione della medesima attività criminosa quale si ricava agevolmente dalle peculiari connotazioni oggettive della condotta delittuosa descritta. Determinante anche questa volta è risultato essere il coraggio, la determinazione e la collaborazione dimostrata dall’imprenditore che in piena sinergia con la Magistratura di Messina e con l’Arma dei Carabinieri ha permesso di assicurare alla giustizia 2 pericolosi malviventi.
La loro opera ha permesso agli inquirenti,  in tempi  brevissimi, di respingere il fenomeno criminale che cercava di trovare spazio nella fascia costiera dell’Ionio e nei vicini comuni limitrofi.  Si auspica che altri imprenditori possano con celerità rivolgersi alla magistratura inquirente e all’Arma dei Carabinieri in modo da poter mettere fine al fenomeno, purtroppo ancora presente, delle estorsioni sul territorio. Gli stessi imprenditori denunciando hanno permesso il brillante risultato, frutto di un certosino lavoro di squadra, e che ha saputo, ridare la libertà a loro stessi che da tempo si vedevano costretti a pagare con i loro sacrifici “il pizzo” al sol fine di non avere minacce e ritorsioni ulteriori.

Negli anni Novanta c’era un piano per destabilizzare l’Italia ma a portarlo avanti non e’ stata solo Cosa Nostra. La Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ha ricostruito – attraverso l’apporto di nuovi e fondamentali elementi raccordati e collegati fra loro – i moventi del duplice omicidio del 18 gennaio 1994 e dei due tentati omicidi dei carabinieri dell’1 dicembre 1993 e dell’1 febbraio 1994. Vicende che si inquadrano nel contesto della strategia stragista che ha insanguinato il Paese nei primi anni 90′ e in particolare nella stagione definita delle “stragi continentali”.
Protagonista di quella stagione, secondo quanto emerso dalle indagini, non fu solo Cosa Nostra (che ebbe il ruolo operativo fondamentale) ma anche la ‘ndrangheta, in una intesa che aveva come obiettivo l’attuazione di un piano di destabilizzazione del Paese anche con modalità terroristiche. Ritenuti mandanti degli attentati e raggiunti oggi da ordinanza di custodia cautelare, il siciliano Giuseppe Graviano, capo del mandamento mafioso di Brancaccio, coordinatore delle cosiddette “stragi continentali” eseguite da Cosa Nostra, attualmente detenuto in regime di carcere duro ed il calabrese Rocco Santo Filippone, 77 anni, di Melicucco (Rc), capo del mandamento tirrenico della ‘ndrangheta all’epoca degli attentati ai carabinieri.
A quest’ultimo è contestato anche il reato di associazione mafiosa per essere, anche attualmente, l’elemento di vertice dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta, localmente denominata cosca Filippone – direttamente collegata alla più articolata e potente cosca Piromalli di Gioia Tauro – al quale sono demandati compiti di particolare rilievo come quello di curare le relazioni e incontrare i capi delle altre famiglie di ‘ndrangheta e di aderire alla strategia stragista di attacco alle istituzioni dello Stato, attuata in Calabria, negli anni ’93 e ’94, in sinergia con Cosa Nostra attraverso il compimento degli omicidi e tentati omicidi dei carabinieri, materialmente eseguiti da Giuseppe Calabrò e Consolato Villani
VERITA’ SULL’OMICIDIO DEI CARABINIERI FAVA E GAROFALO Per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo della Dda di Reggio Calabria, sono loro i mandanti dell’omicidio dei carabinieri Antonio Fava e Giuseppe Garofalo, trucidati nei pressi dello svincolo di Scilla il 18 gennaio 1994, e dei due agguati che nei giorni successivi sono quasi costati la vita ad altri quattro loro colleghi, Bartolomeo Musico’ e Salvatore Serra, feriti alla periferia sud di Reggio Calabria il 1 febbraio, e Vincenzo Pasqua e Salvo Ricciardo, rimasti miracolosamente illesi dopo l’attentato subito il 1 dicembre del ’93.
STRATEGIA DI DESTABILIZZAZIONE Tutti delitti – ha svelato l’indagine coordinata dal procuratore Lombardo insieme al sostituto della Dna, Francesco Curcio – che si inscrivono in una strategia di attacco allo Stato, che dopo i brutali attentati costati la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha continuato a mietere vittime anche fuori dalla Sicilia. E non solo a Firenze, Roma e Milano. C’e’ stata una tappa calabrese nella strategia degli “attentati continentali”, concordata dai vertici delle mafie tutte. Un piano funzionale alla costruzione dello Stato dei clan.
PERQUISIZIONI IN TUTTA ITALIA Sono in corso di esecuzione anche numerose perquisizioni in diverse regioni d’Italia. Alle operazioni eseguite dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, dal Servizio Centrale Antiterrorismo e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, partecipano anche i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria. I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terra’ alle 11 nella sala convegni della Questura di Reggio Calabria, alla presenza del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Franco Roberti dei magistrati inquirenti e degli investigatori.
IL MOSAICO A oltre vent’anni di distanza dal brutale omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e dal ferimento rimasto senza perche’ dei loro quattro colleghi, si ricompone in un quadro inquietante quello che all’epoca fu considerato un delitto da balordi. Per arrivarci, i magistrati hanno ascoltato centinaia di boss, pentiti e non, hanno fatto sopralluoghi, cercato riscontri, incrociato informative. Perche’ fra le pieghe di indagini del passato, piu’ di un’indicazione era gia’ affiorata. Oggi pero’, tutti quegli elementi sparsi trovano unita’ in un quadro inquietante che tiene insieme le mafie tutte, pezzi deviati dei servizi, ambienti piduisti e galassia nera. Tutti responsabili – affermano i magistrati di Reggio Calabria – di aver tentato di sovvertire l’ordine repubblicano in Italia.
LE RIUNIONI Un piano che in Calabria e’ stato oggetto di almeno tre riunioni, la prima al villaggio turistico Sayonara di Nicotera, controllato dal clan Mancuso di Limbadi, legato a doppio filo al potentissimo casato mafioso dei Piromalli, le altre due a Oppido Mamertina. Al tavolo, c’erano i massimi esponenti dell’epoca della ‘ndrangheta calabrese e gli “emissari” siciliani di Toto’ Riina. Storicamente legato ai Piromalli, storico casato di ‘ndrangheta che vanta legami con la Sicilia fin dalle prime decadi del Novecento, il boss siciliano si era rivolto a loro per “convincere” i massimi vertici delle ‘ndrine ad aderire alla strategia degli attacchi continentali.
IL PROGETTO Questo tuttavia – emerge dall’indagine della Dda reggina – non era che un aspetto parziale di un piano ben piu’ ampio e complesso, da maturare in piu’ fasi. iniziato a maturare qualche anno prima. A svelarlo negli anni scorsi erano stati collaboratori di giustizia come Antonio Galliano e Pasquale Nucera, che avevano parlato ai magistrati del progetto delle mafie di ?destabilizzare lo Stato?. Un progetto cui la ‘ndrangheta non ha lavorato da sola.
LOGGE SEGRETE, SERVIZI DEVIATI E CALABRIA NERA Erano i primi anni Novanta, la Prima Repubblica aveva iniziato a scricchiolare sotto i colpi di Tangentopoli e il possibile avvento del Partito comunista al potere terrorizzava le mafie e non solo. In allarme all’epoca erano entrati militari e agenti di intelligence di estrazione piduista, in passato legati all’area di Gladio, e la galassia nera che con loro spesso e’ andata a rimorchio. A loro, guardava con interesse – hanno svelato diversi pentiti – anche rappresentanti del mondo economico. Insieme hanno progettato di sostituire la vecchia, ormai inaffidabile classe politica, con una di nuovo conio, ma sempre pronta ad assecondare i compositi interessi di mafie, logge, pezzi deviati di Stato e grande imprenditoria.
LE RIVELAZIONI CALABRESI DI SPATUZZA E’ in questo quadro che si inseriscono l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e i due attentati che all’epoca hanno colpito altri quattro loro colleghi. Il primo a dare precise indicazioni sulla corretta lettura di quegli attentati e’ stato il pentito Gaspare Spatuzza, braccio destro dei boss Graviano. Nel 2009, il collaboratore ha rivelato ai pm che il boss Giuseppe Graviano avrebbe dato l’ordine di commettere nuovi attentati per fare pressione sui referenti istituzionali dell’epoca. Perche’ i calabresi avevano gia’ “aperto le danze”.
GLI ORDINI DI GRAVIANO “Si deve fare per dare il colpo di grazia – mette a verbale Spatuzza -, Graviano mi disse che dovevamo fare la nostra parte perche’ i calabresi si sono mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri e quello era il luogo dove potevano essercene molti, almeno 100-150″. Si tratta dell’attentato che il 22 gennaio del ’94 avrebbe dovuto spazzare via due pullman di carabinieri allo stadio Olimpico, fallito solo per un malfunzionamento del telecomando. In Calabria, nei mesi precedenti a quel tentativo, gli uomini dei clan erano andati a segno.
LO SCACCHIERE CALABRESE Contrariamente a quanto fino ad ora noto, la ‘ndrangheta disse di si’ alla proposta di partecipare alla strategia stragista. O meglio, i massimi vertici della ‘ndrangheta dissero di si’. Per questo, i mandanti dell’attentato sono da cercare fra le grandi famiglie. A individuare i sacrificabili esecutori sono stati in due, Mimmo Lo Giudice, oggi deceduto, espressione dell’e’lite dei clan reggini, De Stefano-Libri-Tegano, e Rocco Filippone, uomo di vertice del clan di Melicucco, diretta emanazione dei Piromalli. Sono stati loro a forgiare e formare, Giuseppe Calabro’, nipote di Filippone, e Cosimo Villani, all’epoca minorenne e oggi pentito. Nonostante nel corso delle prime indagini sugli omicidi siano stati individuati altri complici, solo loro due sono stati condannati. Ma solo dopo molti anni dopo quella condanna hanno iniziato a raccontare la verita’.

Poteva essere una tragedia e per fortuna non lo è stata. Tutto per un’autovettura che, ieri, sbagliando ingresso, ha iniziato a percorrere contromano un tratto della S.S. 640, fino a a quando alcuni automobilisti sono riusciti a fermare il conducente. Il fatto è accanduto nei pressi del bivio per Favara, vicino al distributore Erg. Una segnalazione è arrivata ai centralini della polizia che hanno inviato una pattuglia sul posto. Dello sbadato automobilista, però, non vi era più traccia.

Clima rovente a Licata dove 16 consiglieri comunali, tutti di opposizione, hanno ufficializzato la richiesta di discussione della mozione di sfiducia al sindaco Angelo Cambiano. Due consiglieri del Pd non si sono uniti ai colleghi ed hanno detto non non volere sfiduciare il primo cittadino non sottoscrivendo il documento che se passasse porterebbe al decadimento dello stesso. Affinché accada questo, però, è necessario che i voti in aula consiliare siano almeno venti, dunque, se la maggioranza si compatterà, il tentativo di far cadere il sindaco a sua volta cadrà.

Coin una lettera inviata al governatore della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, il sindaco di Agrigento, Lillo Firetto, ripercorre la vicenda della Cattedrale di Agrigento e dei necessari lavori di consolidamento. La gara d’appalto di aggiudicazione degli stessi è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale ma l’iter burocratico procede molto lentamente. Nella lettera, inviata ieri, il primo cittadino sollecita il presidente della Regione ad attivarsi per la soluzione del problema-Cattedrale afficnhe si arrivi a “salvaguardare la sicurezza publica a monte come a valle, oltrechè l’importante monumento”.

Due ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti elementi di vertice della ‘Ndrangheta e di Cosa Nostra che, nel quadro di un’unica strategia mafiosa di attacco allo Stato negli anni ’93 e ’94, sono state eseguite nei confronti di due soggetti che sono ritenuti responsabili di essere tra i mandanti dei tre attentati compiuti in danno dei Carabinieri di Reggio Calabria, in cui persero la vita, il 18 gennaio 1994, gli Appuntati Antonino Fava e Giuseppe Garofalo; rimasero gravemente feriti, l’1 febbraio 1994, l’Appuntato Bartolomeo Musicò e il Brigadiere Salvatore Serra e rimasero miracolosamente illesi, l’1 dicembre 1994, il Carabiniere Vincenzo Pasqua e l’Appuntato Silvio Ricciardo. Sono in corso di esecuzione anche numerose perquisizioni in diverse regioni d’Italia. Alle operazioni eseguite dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, dal Servizio Centrale Antiterrorismo e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, partecipano anche i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria. Gi arrestati sono sono il capo mandamento del rione Brancaccio di Palermo Giuseppe Graviano, fedelissimo di Toto’ Riina, e Rocco santo Filippone, legato alla potente cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli di Gioia Tauro, i due boss arrestati nell’operazione della Polizia di Stato quali mandanti degli attentati ai danni dei carabinieri compiuti nel 1994 a Reggio Calabria.


Riaprono dopo più di trent’anni gli scavi alla villa romana di Durrueli a Realmonte grazie ad un progetto di ricerca congiunto fra la Soprintendenza di Agrigento e l’Università della South Florida.
Lo scavo ha avuto l’obiettivo di re-intepretare le intricate vicende edilizie attraverso cui la villa è andata incontro tra il I ed il III secolo d.C.,  facendo emergere un’importante fase di occupazione di epoca bizantina, del tutto sconosciuta fino ad ora, caratterizzata da una sostanziale modificazione di alcuni ambienti della villa.Grande importanza ha infatti la scoperta di un vasto complesso per la produzione della ceramica, incentrato sul riuso dei forni che alimentano le stanze calde delle terme come fornaci per la ceramica e delle stesse stanze come vani di servizio.
L’equipe è costituita da archeologi e tecnici della Soprintendenza di Agrigento,  della University of South Florida, di restauratori del Centro Regionale del Restauro, di geologi per la caratterizzazione delle pietre e dei marmi  e infine volontari dell’associazione Pro Loco “Scala dei Turchi” di Realmonte, che forniscono un prezioso supporto logistico.
Prima dell’inizio degli scavi, il Prof. Davide Tanasi ed il Prof. Michael Decker, direttore del Center for Virtualization and Applied Spatial Technologies di University of South Florida, hanno svolto la virtualizzazione dell’intero sito utilizzando laserscansione 3D terrestre ed aerea e la fotogrammetria digitale ad alta risoluzione di tutti i pavimenti a mosaico. Le elaborazioni 3D della villa saranno presto fruibili su piattaforme digitali.
Soddisfazione esprime il Soprintendente:
Un lavoro di grande interesse che evidenzia e promuove il ricco patrimonio culturale di Realmonte che comprende oltre alla Villa di età Imperiale, anche un sito di interesse geologico come quello della Scala dei Turchi e la Miniera di salgemma unico esempio visitabile di quella stratificazione di sale  testimonianza dell’evento naturale che è stata la crisi di salinità di 6 milioni di anni fa.


I primi mesi del 2017 tracciano una svolta in positivo nell’ambito della raccolta differenziata dei rifiuti. La strada verso la soglia ottimale è ancora in salita ma le percentuali in aumento progressivo sono confortanti. Dal 12,80% nel 2015, al 17% nel 2016, e adesso il 21% del 2017 con un aumento dell’1,5% al mese, e quindi in viaggio verso il 40% che è la cifra auspicata dai piani regionali entro il 2018. Però il rovescio della medaglia incombe: in Sicilia mancano gli impianti di compostaggio, che trattano la parte umida dei rifiuti. E ciò rende inutile il cammino virtuoso della differenziata, come se si remasse tanto e faticosamente quando invece la barca è bucata. E a causa di ciò in tanti Comuni siciliani, l’immondizia separata dai cittadini è gettata nelle discariche, insieme alla indifferenziata. E così conferma il dirigente regionale dell’Ufficio regionale speciale per la differenziata, Salvatore Cocina, che spiega: “In almeno 50 Comuni, soprattutto nella Sicilia orientale, l’immondizia separata in casa dagli abitanti è poi confusa con l’indifferenziata al momento di essere smaltita. A fronte della notevole crescita della differenziata, inaspettata per molti operatori ma prevedibile date le misure messe in campo, non è corrisposta la crescita della capacità di trattamento. Gli impianti di compostaggio in Sicilia sono pochi. E dunque gli sforzi per differenziare sono vanificati. E ciò accade per esempio a Ragusa, Belpasso, Misterbianco, Vittoria, in molti centri del Siracusano, Montalbano Elicona, e Randazzo” – conclude Cocina. Gli impianti di compostaggio attualmente attivi in Sicilia dovrebbero essere 47. Invece solo 8 sono in funzione: a Joppolo Giancaxio, Sciacca, Grammichele, Ramacca, Gela, Marsala, Trapani e Castelbuono. Alcuni degli 8 spesso si guastano per l’aumento improvviso di quantità di lavoro. E altri impianti di compostaggio, nonostante gli investimenti pubblici, sono chiusi, come a Ragusa, Dittaino, Castelvetrano, Trapani, Vittoria e Bisaquino. Un altro a Ciminna in provincia di Palermo non funziona, e un altro ancora, privato, a Catania, è sotto sequestro per violazione delle norme ambientali. Di altri o si sono svolte le gare, ma deserte, o si attende ancora lo smaltimento dei tempi burocratici per le autorizzazioni.
Fonte Teleacras

Assenteismo al Comune di Villafranca Sicula: il gup del Tribunale di Sciacca, Rosario Di Gioia, ha revocato la misura cautelare nei confronti di uno dei coinvolti nell’inchiesta, Vito Perricone, 61 anni, al quale è stato annullato l’ordine di presentazione alla polizia giudiziaria. Nell’inchiesta furono coinvolti dieci dipendenti comunali e un medico, l’unico a finire in manette e posto ai domiciliari.  La revoca per Perricone è arrivata dopo l’interrogatorio di garanzia. E proprio nell’interrogatorio di garanzia, Paolo Girgenti, 60 anni, anche lui dipendente al Comune di Villafranca e anche lui coinvolto nell’inchiesta, si è avvalso della facoltà di non rispondere, così come il medico Gaetano Montana, 63 anni, accusato di aver prodotto certificati medici a pazienti che non avrebbe visitato.