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Ad Agrigento sabato prossimo, 10 febbraio, in occasione della ricorrenza nazionale del “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, in Prefettura, alle ore 10, si svolgerà un incontro promosso in collaborazione con l’Ufficio scolastico provinciale, in presenza di autorità civili e militari della provincia, con la partecipazione di una rappresentanza di studenti che interpreteranno brani e poesie sul tema. L’evento sarà arricchito dalla testimonianza del professore Domenico Svettini, rimasto coinvolto nei tragici eventi dell’esodo giuliano-dalmata. Durante la cerimonia saranno consegnate le medaglie e i diplomi concessi dal Presidente della Repubblica in memoria di Francesco Virgadamo, appuntato della Polizia, originario di Burgio ed in servizio a Trieste, vittima delle foibe.

Capacità e professionalità agrigentine che brillano in ambito internazionale: è il caso di un giovane medico di Agrigento, Alberto Alongi, 27 anni, che, dal 19 al 24 febbraio, negli Stati Uniti d’America, a Seattle, nello Stato di Washington, sarà tra i relatori del Congresso mondiale di Medicina Legale, attività forense e discipline investigative. Alberto Alongi, in formazione specialistica all’Istituto di Medicina Legale del Policlinico di Palermo, è stato introdotto dal Direttore della Scuola di Medicina legale, la professoressa Antonina Argo, che lo ha anche proposto per l’ambitissimo Premio Internazionale “Young Forensic Scientist Award” contemplato all’interno della sessione giovani. Seattle sarà per Alongi molto più di una vetrina: si tratta di un consesso di respiro mondiale in cui, tutte le categorie che quotidianamente si occupano di medicina legale, si daranno appuntamento per alcuni giorni.

“Porto avanti una battaglia che non è solo la mia, ma è anche quella di Agrigento e di tutta la provincia”. Con queste parole ieri sera Giuseppe Sodano, candidato alla Camera nella coalizione di centro sinistra nel collegio uninominale di Agrigento, ha aperto un incontro coi cittadini nel quartiere del Villaggio Mosè.

“Dobbiamo trasformare lo scoramento verso la politica che non guarda ai territori in voglia di riscatto, Agrigento e la sua provincia – dice Giuseppe Sodano – non possono non essere fonte di ricchezza e bellezza comune. Se tutti abitiamo nella stessa città, tutti abbiamo lo stesso destino, per questo dobbiamo impegnarci insieme a rilanciare i nostri luoghi; questo sarà possibile – ha spiegato il candidato di Civica Popolare – anche restituendo alla politica il tradizionale significato di ‘politica’, quella che parla ed ascolta ogni persona come sto provando a fare io”.

Nei vari appuntamenti di questi giorni di campagna elettorale, Sodano sta raccogliendo tutte le criticità rappresentate dai cittadini. “La campagna elettorale è appena iniziata ed anche se i problemi della nostra terra sono evidenti, provo grande entusiasmo quando incontro e mi confronto con persone che credono in valori e battaglie che mi sento di voler rappresentare con determinazione per amore verso il mio territorio che, sono certo, non mi farà mancare il suo sostegno per rilanciare da Roma quanto di straordinario sono i nostri luoghi”.


Il blitz, ordinato nella notte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo con il nome in codice “Operazione Opuntia”, è stato eseguito da 100 militari, con l’ausilio di unità cinofile e di metal detector per la ricerca di armi.

Gli arrestati sono nello specifico:  Tommaso Gulotta, 52 anni; Cosimo Alesi  e Giuseppe Alesi, rispettivamente di 52 e 47 anni; Matteo Mistretta di 32 anni; Vito Riggio di 48 anni e Pellegrino Scirica di 62 anni, tutti di Menfi. Ordinanza di custodia cautelare in carcere anche per Domenico Friscia, 53 anni, di Sciacca.

Sono tutti ritenuti responsabili di appartenere all’associazione mafiosa armata denominata “Cosa Nostra agrigentina” e di aver perseguito, nella valle del Belìce, il controllo di attività economiche e di appalti pubblici. Documentati collegamenti con capi mandamento e capi famiglia di Sciacca (AG) e dintorni. Grandangolo
 

 

 

I Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento hanno eseguito sette Ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse nei confronti dei vertici e degli affiliati della famiglia mafiosa di Menfi (Ag). Il blitz, ordinato nella notte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo con il nome in codice “Operazione Opuntia”, è stato eseguito da 100 militari, con l’ausilio di unità cinofile e di metal detector per la ricerca di armi. Gli arrestati sono tutti ritenuti responsabili di appartenere all’associazione mafiosa armata denominata “Cosa Nostra agrigentina” e di aver perseguito, nella valle del Belìce, il controllo di attività economiche e di appalti pubblici. Documentati collegamenti con capi mandamento e capi famiglia di Sciacca (AG) e dintorni. Numerose perquisizioni sono ancora in corso.

Grandangolo

 Il boss Giuseppe Quaranta, ritenuto capomafia di Favara, ha deciso di parlare con i magistrati il 29 gennaio scorso dopo essere stato nuovamente arrestato il 22 gennaio nell’operazione ‘Montagna’ che ha colpito le cosche mafiose dell’agrigentino.

I boatos, negli ultimi tempi erano divenuti insistenti a tutti a Favara sapevano che con molta probabilità, Quaranta aveva deciso di saltare il fosso. Soprattutto la notizia aveva assunto i contorni della certezza quando ci si è resi conto dell’assenza contemporanea da Favara di tutti i parenti del nuovo pentito.

Giuseppe Quaranta, già indagato nell’inchiesta “Kronos” promossa dalla Procura della Repubblica – Dda – di Catania, arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Proelio” condotta dalla Procura della Repubblica di Ragusa, non sembrava un personaggio di spicco della mafia favarese. Anzi, al contrario, sembrava defilato. Poi, la conoscenza con Pasquale Alaimo, mafioso più volte arrestato e condannato, fedelissimo di Maurizio Di Gati, capo della mafia agrigentina per lungo tempo, spodestato da Giuseppe Falsone, al quale Quaranta aveva fornito assistenza durante la latitanza.

Il boss ha iniziato a collaborare con i magistrati della Dda di Palermo: Insisto nella volontà di collaborare con l’autorità giudiziaria e prendo atto degli obblighi e dei doveri che tale scelta comporterà. Faccio ciò per il bene della mia famiglia – ha detto – e mio personale, perchè sono stanco, ho avuto tante delusioni da queste persone Sono deciso a 360 gradi e pronto a riferire di quello che so, che ho sentito dire in giro e di quello che ho fatto. Penso  che a seguito  della  mia  scelta possa  essere esposta a pericolo  la mia famiglia che vi invito a tutelare. Cosa nostra è come un vortice che prima ti fa bello e poi ti risucchia tutto fino a non poterne più uscire”.

Giuseppe Quaranta ha raccontato di essersi occupato nel 2002-2003 della latitanza del capomafia agrigentino Maurizio Di Gati, trovando un casolare adatto a nasconderlo e portandogli il cibo.

E lo stesso Di Gati, interrogato nel 2007, aveva già svelato tutto trovando oggi adeguata conferma: “Ora lo riconosco, tutto il 2005 ho passato la latitanza con lui, Giuseppe Quaranta. Ho comprato con lui, a nome suo, una casa di un certo Lombardo Domenico di Agrigento, se l’è intestata Quaranta Giuseppe. Dopo che io me ne sono andato via da quella casa lui ha fatto lavori. I soldi ce li ho messi io. E’ vicino a Cosa nostra, l’ha avvicinato Pasquale Alaimo. Non è parente di Quaranta Vincenzo il compare di Pompeo Rosario di cui ho appena parlato. Invece ha un fratello che si chiama pure Quaranta Vincenzo che ha un deposito di materiali inerti, ed io lo conosco personalmente tramite Pasquale Alaimo, abbiamo anche mangiato insieme una volta a Castrofilippo da Angelo Alaimo, ed un’altra volta nella casa di campagna di Pasquale Alaimo, durante la mia latitanza, forse anche più volte. Questo Quaranta Giuseppe che ho riconosciuto lavora nella spazzatura a Favara, raccoglie le bottiglie di vetro nei bar, lavora mezz’oretta con Salvatore Coiro e poi non fa più niente. Formalmente l’impresa da cui dipende è di Peppe Gaglio di Porto Empedocle, che ha l’appalto a Favara. Questi due Quaranta Vincenzo e Peppe sono vicini a Cosa nostra. Recentemente Peppe Quaranta nell’ultimo anno si è avvicinato molto a Calogero Costanza “naschino” il figlio di Antonio….”

Quaranta – ha rivelato ai pm Claudio Camilleri, Calogero Ferrara e Alessia Sinatra ed al capitano dei carabinieri Luca Armao – sarebbe stato ‘combinato’ dal padrino di Santa Elisabetta Francesco Fragapane nel 2010. L’indagato ha ammesso di avere rivestito un ruolo di vertice della famiglia di Favara fino al 2013-2014 e ha parlato di estorsioni a ditte edili, ma anche di extracomunitari, traffico di stupefacenti, droga, armi, omicidi e politici collusi con la mafia. 

Proprio questi ultimi argomenti sono stati omissati dagli inquirenti e chiaramente si comprende che sono state avviate indagini delicatissime.

Quaranta ha anche fatto nomi e cognomi di chi, sullo sfondo la supremazia nel traffico di stupefacenti – sta combattendo una guerra cruenta sull’asse Belgio – Favara.

Il neo pentito ha spiegato ai pm della Dda che “l’unica famiglia mafiosa presente a Favara appartiene a Cosa nostra e ne fanno parte Vella Giuseppe, Pasquale Fanara, Valenti Stefano, Valenti Gerlando, Blando Giuseppe, Limblici Calogero, Pullara Luigi e Angelo Di Giovanni. Almeno questo succedeva nel periodo in cui c’ero io. Ci sono altri gruppi criminali che noi chiamiamo ‘Paraccari’ che hanno un capo e un sottocapo, ma se devono fare attività criminali devono chiedere a noi di Cosa nostra”.

Il boss sarebbe stato capo di Favara tra il 2010 e il 2013-2014. Poi fu “posato” perchè a un certo punto mi ero stufato e non mi facevo trovare da nessuno – ha detto – quindi non essendo più ‘produttivo’ fu informato Francesco Fragapane a cui fu detto che non ero più disponibile. Mi venne detto che non dovevo più ‘camminare’ a nome di Fragapane e io ne fui felice…”.

Per quanto riguarda le elezioni Quaranta ha riferito che “il candidato a sindaco di Favara non lo sceglie la famiglia mafiosa e di non essere a conoscenza di candidati che hanno chiesto voti”. Grandangolo

“Intere pagine copiate da Wikipedia, pagine di giornale, documenti di altri partiti, nel programma dei 5 stelle. La scoperta fatta, e dimostrata punto per punto, dalla stampa è sconcertante”.
 Lo dichiara la capolista di Forza Italia nel collegio Sicilia 3 Giusi Bartolozzi.
 “Qual è – aggiunge – la credibilità di un partito politico che dichiara di fare il programma con la partecipazione dei cittadini e poi lo fa con il copia e incolla da internet? È una presa in giro incredibile“.
 “Probabilmente sono davvero convinti che gli italiani siano come li ha definiti ieri l’esponente dei 5 stelle Di Battista“, ha concluso la candidata di Forza Italia.
 
 

Ad Agrigento i poliziotti della Squadra Volanti, capitanata dal vice Questore, Cesare Castelli, hanno arrestato Alessandro Rizzo, 25 anni, sorpreso in flagranza di reato di rapina e di rifiuti dell’accertamento dello stato di ebbrezza. Nottetempo i poliziotti sono stati allarmati da una telefonata al 113: un uomo è stato picchiato e rapinato della sua automobile da un conoscente. La Polizia ha prima soccorso il ferito, non gravemente, e poi ha rintracciato Alessandro Rizzo, colto in evidente stato di ebbrezza alcolica. Il 25enne è ristretto ai domiciliari.

Il deputato regionale del Partito Democratico, Michele Catanzaro, vice presidente della Commissione Attività Produttive che ha appena ascoltato i diretti dei Consorzi di bonifica, ritiene urgente intervenire per fronteggiare l’emergenza idrica incombente a causa delle scarse piogge. Catanzaro afferma: “La riduzione delle precipitazioni, ed il conseguente calo delle riserve idriche, rischia di influire negativamente sulle produzioni agricole e sull’intera economia del comparto nell’isola. Le riserve idriche all’interno degli invasi dei consorzi di bonifica si sono ridotte notevolmente nelle ultime settimane e rischiano di essere insufficienti per fronteggiare le esigenze irrigue durante la stagione estiva. La Commissione, ha accolto la mia proposta di richiedere al governo regionale l’istituzione, presso l’assessorato all’Agricoltura, di un’Unità i crisi . E’ indispensabile valutare nel più breve tempo possibile le misure necessarie per affrontare la grave crisi idrica che rischia di danneggiare in maniera irrimediabile l’intera produzione agricola”.

A Licata, in via Gela, un’automobile Fiat Stilo non ha obbedito all’alt imposto dalla paletta rossa sollevata dai Carabinieri impegnati in un posto di blocco per controlli. Il conducente dell’auto ha accelerato e ha quasi investito un Carabiniere. Si è scatenato l’inseguimento. Due gazzelle dei Carabinieri si sono subito piazzate alle spalle dei fuggitivi e dopo una corsa ad elevata velocità li hanno acciuffati lungo la statale 115. All’interno dell’automobile i militari dell’Arma hanno scoperto e sequestrato un coltello a serramanico e tre flaconi di metadone. Le quattro persone a bordo, tre uomini ed una donna, sono state arrestate ai domiciliari per porto ingiustificato di armi e oggetti atti ad offendere e resistenza a Pubblico Ufficiale.