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Cinque autocompattatori della Sea, società che si occupa della raccolta dei rifiuti, sono stati incendiati durante la notte nella statale 410, a Canicattì, in provincia di Agrigento. I mezzi erano parcheggiati all’esterno del capannone della ditta sito in contrada “Giuliana”. I danni ammontano ad oltre 300 mila euro.

Nessun dubbio sull’origine dolosa del rogo che segue di pochi giorni quello del centro di conferimento rifiuti di contrada Calandra, sempre a Canicattì, che era posto sotto sequestro.

Il sindaco Ettore Di Ventura, dopo questo episodio, aveva lanciato un appello alla Prefettura chiedendo di occuparsi del caso rifiuti a Canicattì.

Stanotte il nuovo inquietante episodio. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e alcune squadra dei pompieri che hanno impiegato tre ore – dall’1 alle 4 – per spegnere l’incendio.

 

Una lite è avvenuta ieri sera nel quartiere di Piano Lanterna a Porto Empedocle.

Al culmine del diverbio un uomo di 35 anni, del luogo, è rimasto ferito al volto, sembra a causa di una coltellata sferrata da un conoscente, pare abitante nello stesso condominio.

L’uomo è stato portato in ospedale, al San Giovanni di Dio di Agrigento.

Sul posto dove è avvenuta la lite sono giunte le forze dell’ordine che hanno avviato le indagini.

 

Quattro giovani, di cui due ancora minorenni, hanno perso la vita questa mattina alle prime luci dell’alba a seguito di un incidente stradale avvenuto lungo la strada statale 121 che collega Paternò con Catania, nei pressi dello svincolo di Belpasso.

I 4 viaggiavano a bordo di una Seat Leon guidata da un 48enne che è rimasto ferito e ricoverato all’ospedale Cannizzaro di Catania.

Incerte ancora le cause del grave incidente. Sembra che l’uomo al volante abbia perso il controllo della autovettura che si è schiantata contro il guard rail.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco che hanno estratto non senza fatica i corpi dal veicolo.

Unitamente ai Vigili del Fuoco sono anche intervenuti i Carabinieri della compagnia di Paternò che hanno eseguito i rilievi dell’incidente e che adesso stanno indagando per stabilirne le cause.

Grave incidente sul lavoro nelle campagne di San Miniato, in terra toscana, dove a perdere la vita è stato un operaio di favara, Antonio Domante, 57 anni.

Il fatto è accaduto venerdì scorso e ha avuto risalto nazionale in quanto il numero di morti sul proprio posto di lavoro è in continuo aumento; in discussione, ancora una volta, la sicurezza.

Il favarese è rimasto schiacciato dal mezzo agricolo che stava conducendo e ferito dalle lame che vengono usate per tritare il legno. L’incidente mortale

L’uomo era dipendente di una ditta che aveva avuto in subappalto da Eni i lavori per la pulizia dei terreni intorno all’oleodotto e metanodotto che da Livorno arriva a Calenzano.

A dare l’allarme è stato un collega. Sul posto, nella campagna tra San Miniato e il bacino di Roffia, è arrivato anche l’elisoccorso per il trasporto in ospedale, ma per il 57enne non c’è stato nulla da fare.

La Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta.

 

Il Tribunale di Agrigento ha assolto con formula piena l’agrigentino G.M.L., imprenditore  di anni 45.
L’uomo era accusato di avere truffato nel 2014 diversi soggetti, offrendo loro un posto di lavoro e facendosi così accreditare delle somme dovute per effettuare il viaggio per sostenere il colloquio di lavoro.
L’uomo difeso dall’Avv. Luigi Troja ha invece sostenuto di essere estraneo alla vicenda, che non vi era stato alcun raggiro per ottenere le somme dovute a titolo di spese di viaggio e che comunque non si è dimostrato con assoluta certezza che le somme versate siano finite a lui.
Una delle persone truffate si era costituita parte civile. Al termine dell’istruttoria il Pubblico Ministero aveva chiesto una condanna a sei mesi di reclusione.
Il Giudice Antonio Genna, accogliendo invece le istanze difensive dell’Avv. Luigi Troja ha assolto l’agrigentino “perché il fatto non sussiste”.

Fanno chiasso le morti in divisa! Oserei dire che hanno un altro dolore.

Pierluigi Rotta e Matteo Demenego avevano poco più di trent’anni.

Alcuni colpi della loro stessa pistola se li sono portati via lo scorso venerdì 4 ottobre, quando Alejandro Augusto Stephan Meran, uno dei due fratelli portati in commissariato per il furto di un motorino, ha sottratto le armi agli agenti e li ha feriti a morte.

Quel pomeriggio i due agenti erano in servizio, a Trieste, quando quello che sembrava un fermo simile a molti altri si è trasformato in un’incredibile tragedia. Il come resta tuttora da chiarire.

Nella notte del 26 Luglio viene ucciso a Roma anche il carabiniere Mario Cerciello Rega. Altra divisa macchiata di sangue. Altra divisa che ha ricordato a tutti la fragilità di questo Stato.

Quello che dovrebbe essere un luogo di sicurezza e di garanzia del diritto come della Legge si è trasformato in un improbabile palcoscenico di violenza, di vite spezzate, di un sistema dannosamente deteriorato. Un sistema che non supporta gli agenti, spesso non tutelati, sottopagati.

E, così, un’altra questura ha fatto parlare di sé, ha imbrattato le sue pareti, ci ha chiarito che qui, in questo Paese, non si è mai al sicuro, dentro o fuori i commissariati, dentro o fuori i luoghi propri dello Stato.

A tal proposito, sembra uno strano scherzo del destino la concomitanza dei due omicidi con l’ennesima udienza del processo Cucchi. Nelle stesse ore, infatti, a qualche chilometro di distanza, diverse uniformi, in quel caso sporche di sangue altrui, erano sul banco degli imputati. Finalmente, dopo quasi dieci anni da quel terribile 22 ottobre, il Pm chiedeva una condanna per gli agenti coinvolti, cercava riscatto per un volto apostrofato in troppi modi, pretendeva verità e giustizia. Le stesse che si spera possano venir fuori anche per Cerciello Rega, Rotta e Demenego. Tre giovani, come Stefano, morti per una divisa.

Morti per e di Stato.

Lo stesso Stato che si è definito ferito dopo il vuoto delle istituzioni come quello della tutela dei cittadini. Con o senza distintivo.

In quest’anno sono stati almeno 5 gli agenti morti mentre erano in servizio. Un anno che ha visto le forze dell’ordine spesso al centro del dibattito malsano che caratterizza il nostro Paese e il suo rapporto con l’Arma. Un rapporto che accende gli animi e divide l’opinione pubblica al punto da aver creato quasi due diversi schieramenti: quello a cieca difesa della divisa e quello a cieco contrasto della stessa.

Nel Luglio del 2001 a Genova, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato il tricolore per la “macelleria messicana” parlando di tortura. Cos’è accaduto dopo, invece, è tuttora sotto i nostri occhi. Secondo un ordine di forza e non di forze dell’ordine, infatti, il G8 di Carlo Giuliani ha mutato il modo di guardare la divisa.

L’inferno a Genova, però, non si è fermato al 2001. Nel settembre del 2005 e nell’ottobre del 2008 persero la vita Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, altri due volti che hanno intensificato le distanze tra la gente comune e le forze dell’ordine, fin troppo spesso spalleggiatesi tra sé piuttosto che allontanatesi da chi ne storpiava il nome e la natura. Episodi mai dimenticati che hanno creato precedenti e scomodi passati, timori e antipatie, alimentando pregiudizi dannosi per il Paese e la sua incolumità. Come ha dimostrato, ad esempio, l’esultanza per la morte di Filippo Raciti, l’ispettore scomparso nel 2007 nel tentativo di sedare i disordini alla fine del derby di calcio Catania-Palermo e tristemente evocato anche adesso dalle frange più delinquenti delle curve d’Italia.

Ecco che allora le scomparse di Pierluigi Rotta, Matteo Demenego e Mario Cerciello Rega rientrano, purtroppo, in un’altra categoria, forse la sola che accomuna davvero gli italiani ovvero il precariato. Una condizione che, da Nord a Sud, sta facendo registrare sempre più decessi e con una frequenza da record.

Soltanto nei primi otto mesi di quest’anno sono state 685 le denunce all’INAIL di casi mortali,un vero e proprio bollettino di guerra, deceduti mentre erano in servizio.

Esattamente come gli agenti di Trieste o gli operai senza nome uccisi in fabbrica, sulle impalcature, nei campi coltivati con sangue e sudore.

Tutte morti in divisa, tutti morti di Stato.

Nel centro storico di Agrigento, precisamente in Via San Giacomo il cadavere di Calogero Avenia, di sessantanove anni è stato ritrovato nella sua abitazione.

A dare l’allarme è stato un vicino di casa che non lo vedeva da un paio di giorni.

Sul posto sono subito intervenuti i Vigili del Fuoco del comando provinciale di Villaseta unitamente agli agenti della sezione Volanti di Agrigento che hanno scoperto il cadavere sul letto come se il sessantanovenne fosse stato colto da malore.

Un particolare però ha destato sospetto agli agenti di polizia: il cadavere presenterebbe evidenti ematomi.

L’abitazione dell’anziano non riporta nessun segno di scasso.

A seguito di quanto accaduto, il medico legale ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione per il trasferimento del cadavere all’obitorio dove sarà eseguita effettuata l’ispezione cadaverica per cercare di risalire alle cause della morte.

Giuseppe Lattuca, padre di Gessica scomparsa il 12 Agosto del 2018 a Favara, ha ottenuto un risarcimento di 12.368 euro per la sua permanenza di 1546 giorni di carcere nelle sedi di Agrigento, Bolzano e San Cataldo.

Lo ha stabilito il Tribunale di Bolzano, che ha rigettato il reclamo del Dipartimento dell’amministrazione della giustizia, in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea per i diritti dell’uomo che proibisce il trattamento disumano e le torture.

Il Lattuca, assistito dal legale Giuseppe Barba, vince, così, la causa col Ministero per essere stato,  nel periodo compreso dall’1 Marzo 2011 al 6 ottobre 2016 e dal 22 Novembre fino al 6 Ottobre 2017, in carcere in condizioni di sovraffollamento in uno spazio inferiore a tre metri quadri.

Lo Stato pagherà questa cifra al 55enne favarese Giuseppe Lattuca, padre di Gessica, la ragazza, madre di quattro figli scomparsa nel nulla dall’agosto del 2018.

I reati che ha scontato erano per truffa ed evasione ed è tornato in libertà il 12 gennaio 2019.

Se il l’amministrazione vuole dare i numeri li deve dare tutti, non solo quelli che servono per avvicinarsi alle amministrative.

Per esempio deve dire che le ore a disposizione dell’ ufficio tributi per il ricevimento del pubblico sono 9 (nove) la settimana. Nel sito del Comune si legge che il pubblico si riceve nei giorni di: Lunedì dalle ore 9,00 alle ore 12,30 – Martedì dalle ore 15,30 alle ore 17,30 – Giovedì dalle ore 9,00 alle ore 12,30.

Questo è il motivo per cui gli appuntamenti , per avere conto e ragione delle proprie “bollette”, sono arrivati al 2020.

Quanti avvisi IMU e TASI è stato finora possibile esaminare? Quanti se ne devono ancora esaminare secondo le prenotazioni? Hanno idea di quante persone hanno rinunciato a fare la prenotazione perché oltre i tempi per il reclamo? Hanno idea di quante istanze in autotutela arriveranno?

Questi sono altri numeri che questa amministrazione dovrebbe dare affinchè il dato possa essere usato come valida propaganda e non propaganda fake.

Gli uffici tentano di rassicurare i cittadini dicendo che gli errori verranno annullati anche dopo i 60 giorni quindi per conoscere la bontà degli accertamenti inviati bisognerà aspettare ancora.

Intanto la zia Pippina, che non sa a chi rivolgersi, ha pagato l’ennesima bolletta.

Domani, domenica 13 Ottobre dalle 10.30 alle 13 saremo a Porta di Ponte con un banchetto dedicato alle bollette e alle zie Pippine che non sanno cosa fare.

Sulla S.s. 123, tra Canicattì e Campobello di Licata, si è verificato un incidente autonomo.

Una Fiat Punto con a bordo solo il conducente si è ribaltata. L’uomo, un anziano del posto, a seguito dell’incidente, ha riportato diverse ferite ma non sarebbe in pericolo di vita.

Tempestivo è stato l’intervento dei Vigili del Fuoco del distaccamento locale di Canicattì che hanno estratto l’uomo, rimasto incastrato tra le lamiere dell’utilitaria.

I sanitari del 118 hanno poi trasportato l’anziano signore al vicino ospedale Barone Lombardo di Canicattì.

Sul posto sono sopraggiunti altresì i poliziotti del commissariato di Canicattì.

Attimi di paura che hanno fatto pensare il peggio. Una prima ricostruzione della dinamica ha evidenziato come l’auto si sia capovolta più volte su stessa finendo la sua corsa su di un fianco.

Non risultano altre autovetture coinvolte.