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I carabinieri del Nucleo Radiomobile della Compagnia di Agrigento hanno avviato le indagini, con il coordinamento della Procura della Repubblica, circa un incendio che ha distrutto due automobili in via Alghe Rosse, nel quartiere balneare di San Leone. Il rogo è avvenuto due giorni fa.

A bruciare una Peugeot 208 di proprietà di un agente di commercio agrigentino e una Fiat Punto risultata intestata ad un’azienda. A segnalare l’incendio, che pare di natura dolosa, i residenti del quartiere che hanno avvertito rumori e odore di bruciato. Sul posto oltre i carabinieri anche una squadra di Vigili del Fuoco del Comando Provinciale di Agrigento che hanno spento il rogo. Le due auto sono state letteralmente distrutte.

Si indaga per risalire alla causa del rogo.

 

“E’ un rogo a tutti gli effetti di natura dolosa, quello che la notte scorsa, ha distrutto cinque mezzi essenziali per il regolare e quotidiano svolgimento del servizio di raccolta rifiuti a Canicattì”. Lo ribadiscono le ditte del raggruppamento di imprese che hanno in appalto il servizio di raccolta differenziata a Canicattì, Sea, Iseda ed Ecoin, dopo l’ennesimo attentato a strutture e mezzi delle imprese.
“Evidentemente – spiega l’amministratore unico della Sea Gianni Mirabile – e alla luce di quanto continua ad accadere periodicamente, ci viene da pensare che siamo noi aziende a non essere ben volute a Canicattì. Tutti questi episodi, stanno accadendo proprio quando la situazione del comparto rifiuti era tornata ad una sostanziale normalità a dimostrazione che c’è qualcuno a cui non piace che siamo noi a gestire il servizio”.
Gli ignoti malviventi, in questa ultima occasione, hanno incendiato due mezzi lift che servono per la movimentazione dei cassoni scarrabili e presse ed una spazzatrice di ultima generazione oltre ad altri mezzi più piccoli, proprio per mettere in difficoltà le imprese nell’espletamento quotidiano del servizio.
“Ci uniamo al grido d’allarme lanciato nei giorni scorsi dal sindaco Ettore Di Ventura – aggiunge Gianni Mirabile – che ha chiesto aiuto alle istituzioni per quello che sta accadendo a Canicattì che si sta trasformando, pericolosamente, in una sorta di terra dei fuochi con ripercussioni gravissime per la salute dei cittadini. I roghi di rifiuti, come ormai tutti sanno, producono diossina che a sua volta provoca malattie cancerogene e mortali. La situazione è molto delicata e come aziende non possiamo che chiedere l’aiuto alle più alte autorità competenti”.

E’ fissata per il 12 dicembre la prossima udienza relativa all’omicidio di Gaetano La Corte, il 75enne affetto da disabilità psichiche, trovato morto all’interno di una comunità nel pieno centro del paese crispino. In quella data si terrà l’incidente probatorio.

I carabinieri della Compagnia di Sciacca, insieme ai colleghi della Tenenza di Ribera, per questo assassinio, hanno arrestato Salvatore Italiano, 62 anni, meccanico di Ribera. A confessare il delitto è stato lo stesso Italiano anche lui ospite della struttura.

Il giudice del Tribunale di Sciacca Antonino Cucinella ha incaricato un medico di effettuare una perizia psichiatrica su Italiano per stabilire la capacità di intendere e di volere e di stare in giudizio.

 

Cinque autocompattatori della Sea, società che si occupa della raccolta dei rifiuti, sono stati incendiati durante la notte nella statale 410, a Canicattì, in provincia di Agrigento. I mezzi erano parcheggiati all’esterno del capannone della ditta sito in contrada “Giuliana”. I danni ammontano ad oltre 300 mila euro.

Nessun dubbio sull’origine dolosa del rogo che segue di pochi giorni quello del centro di conferimento rifiuti di contrada Calandra, sempre a Canicattì, che era posto sotto sequestro.

Il sindaco Ettore Di Ventura, dopo questo episodio, aveva lanciato un appello alla Prefettura chiedendo di occuparsi del caso rifiuti a Canicattì.

Stanotte il nuovo inquietante episodio. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e alcune squadra dei pompieri che hanno impiegato tre ore – dall’1 alle 4 – per spegnere l’incendio.

 

Una lite è avvenuta ieri sera nel quartiere di Piano Lanterna a Porto Empedocle.

Al culmine del diverbio un uomo di 35 anni, del luogo, è rimasto ferito al volto, sembra a causa di una coltellata sferrata da un conoscente, pare abitante nello stesso condominio.

L’uomo è stato portato in ospedale, al San Giovanni di Dio di Agrigento.

Sul posto dove è avvenuta la lite sono giunte le forze dell’ordine che hanno avviato le indagini.

 

Quattro giovani, di cui due ancora minorenni, hanno perso la vita questa mattina alle prime luci dell’alba a seguito di un incidente stradale avvenuto lungo la strada statale 121 che collega Paternò con Catania, nei pressi dello svincolo di Belpasso.

I 4 viaggiavano a bordo di una Seat Leon guidata da un 48enne che è rimasto ferito e ricoverato all’ospedale Cannizzaro di Catania.

Incerte ancora le cause del grave incidente. Sembra che l’uomo al volante abbia perso il controllo della autovettura che si è schiantata contro il guard rail.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco che hanno estratto non senza fatica i corpi dal veicolo.

Unitamente ai Vigili del Fuoco sono anche intervenuti i Carabinieri della compagnia di Paternò che hanno eseguito i rilievi dell’incidente e che adesso stanno indagando per stabilirne le cause.

Grave incidente sul lavoro nelle campagne di San Miniato, in terra toscana, dove a perdere la vita è stato un operaio di favara, Antonio Domante, 57 anni.

Il fatto è accaduto venerdì scorso e ha avuto risalto nazionale in quanto il numero di morti sul proprio posto di lavoro è in continuo aumento; in discussione, ancora una volta, la sicurezza.

Il favarese è rimasto schiacciato dal mezzo agricolo che stava conducendo e ferito dalle lame che vengono usate per tritare il legno. L’incidente mortale

L’uomo era dipendente di una ditta che aveva avuto in subappalto da Eni i lavori per la pulizia dei terreni intorno all’oleodotto e metanodotto che da Livorno arriva a Calenzano.

A dare l’allarme è stato un collega. Sul posto, nella campagna tra San Miniato e il bacino di Roffia, è arrivato anche l’elisoccorso per il trasporto in ospedale, ma per il 57enne non c’è stato nulla da fare.

La Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta.

 

Il Tribunale di Agrigento ha assolto con formula piena l’agrigentino G.M.L., imprenditore  di anni 45.
L’uomo era accusato di avere truffato nel 2014 diversi soggetti, offrendo loro un posto di lavoro e facendosi così accreditare delle somme dovute per effettuare il viaggio per sostenere il colloquio di lavoro.
L’uomo difeso dall’Avv. Luigi Troja ha invece sostenuto di essere estraneo alla vicenda, che non vi era stato alcun raggiro per ottenere le somme dovute a titolo di spese di viaggio e che comunque non si è dimostrato con assoluta certezza che le somme versate siano finite a lui.
Una delle persone truffate si era costituita parte civile. Al termine dell’istruttoria il Pubblico Ministero aveva chiesto una condanna a sei mesi di reclusione.
Il Giudice Antonio Genna, accogliendo invece le istanze difensive dell’Avv. Luigi Troja ha assolto l’agrigentino “perché il fatto non sussiste”.

Fanno chiasso le morti in divisa! Oserei dire che hanno un altro dolore.

Pierluigi Rotta e Matteo Demenego avevano poco più di trent’anni.

Alcuni colpi della loro stessa pistola se li sono portati via lo scorso venerdì 4 ottobre, quando Alejandro Augusto Stephan Meran, uno dei due fratelli portati in commissariato per il furto di un motorino, ha sottratto le armi agli agenti e li ha feriti a morte.

Quel pomeriggio i due agenti erano in servizio, a Trieste, quando quello che sembrava un fermo simile a molti altri si è trasformato in un’incredibile tragedia. Il come resta tuttora da chiarire.

Nella notte del 26 Luglio viene ucciso a Roma anche il carabiniere Mario Cerciello Rega. Altra divisa macchiata di sangue. Altra divisa che ha ricordato a tutti la fragilità di questo Stato.

Quello che dovrebbe essere un luogo di sicurezza e di garanzia del diritto come della Legge si è trasformato in un improbabile palcoscenico di violenza, di vite spezzate, di un sistema dannosamente deteriorato. Un sistema che non supporta gli agenti, spesso non tutelati, sottopagati.

E, così, un’altra questura ha fatto parlare di sé, ha imbrattato le sue pareti, ci ha chiarito che qui, in questo Paese, non si è mai al sicuro, dentro o fuori i commissariati, dentro o fuori i luoghi propri dello Stato.

A tal proposito, sembra uno strano scherzo del destino la concomitanza dei due omicidi con l’ennesima udienza del processo Cucchi. Nelle stesse ore, infatti, a qualche chilometro di distanza, diverse uniformi, in quel caso sporche di sangue altrui, erano sul banco degli imputati. Finalmente, dopo quasi dieci anni da quel terribile 22 ottobre, il Pm chiedeva una condanna per gli agenti coinvolti, cercava riscatto per un volto apostrofato in troppi modi, pretendeva verità e giustizia. Le stesse che si spera possano venir fuori anche per Cerciello Rega, Rotta e Demenego. Tre giovani, come Stefano, morti per una divisa.

Morti per e di Stato.

Lo stesso Stato che si è definito ferito dopo il vuoto delle istituzioni come quello della tutela dei cittadini. Con o senza distintivo.

In quest’anno sono stati almeno 5 gli agenti morti mentre erano in servizio. Un anno che ha visto le forze dell’ordine spesso al centro del dibattito malsano che caratterizza il nostro Paese e il suo rapporto con l’Arma. Un rapporto che accende gli animi e divide l’opinione pubblica al punto da aver creato quasi due diversi schieramenti: quello a cieca difesa della divisa e quello a cieco contrasto della stessa.

Nel Luglio del 2001 a Genova, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato il tricolore per la “macelleria messicana” parlando di tortura. Cos’è accaduto dopo, invece, è tuttora sotto i nostri occhi. Secondo un ordine di forza e non di forze dell’ordine, infatti, il G8 di Carlo Giuliani ha mutato il modo di guardare la divisa.

L’inferno a Genova, però, non si è fermato al 2001. Nel settembre del 2005 e nell’ottobre del 2008 persero la vita Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, altri due volti che hanno intensificato le distanze tra la gente comune e le forze dell’ordine, fin troppo spesso spalleggiatesi tra sé piuttosto che allontanatesi da chi ne storpiava il nome e la natura. Episodi mai dimenticati che hanno creato precedenti e scomodi passati, timori e antipatie, alimentando pregiudizi dannosi per il Paese e la sua incolumità. Come ha dimostrato, ad esempio, l’esultanza per la morte di Filippo Raciti, l’ispettore scomparso nel 2007 nel tentativo di sedare i disordini alla fine del derby di calcio Catania-Palermo e tristemente evocato anche adesso dalle frange più delinquenti delle curve d’Italia.

Ecco che allora le scomparse di Pierluigi Rotta, Matteo Demenego e Mario Cerciello Rega rientrano, purtroppo, in un’altra categoria, forse la sola che accomuna davvero gli italiani ovvero il precariato. Una condizione che, da Nord a Sud, sta facendo registrare sempre più decessi e con una frequenza da record.

Soltanto nei primi otto mesi di quest’anno sono state 685 le denunce all’INAIL di casi mortali,un vero e proprio bollettino di guerra, deceduti mentre erano in servizio.

Esattamente come gli agenti di Trieste o gli operai senza nome uccisi in fabbrica, sulle impalcature, nei campi coltivati con sangue e sudore.

Tutte morti in divisa, tutti morti di Stato.