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A meno di 24 ore dalla conferma di un caso di coronavirus nel reparto di Cardiologia dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, il primario dott. Giuseppe Caramanno interviene con su quanto accaduto ieri sera e sulla ripartenza del reparto da lui diretto.

Dice: “Prima o poi quello che è successo in Cardiologia doveva accadere e probabilmente accadrà ancora, perché alcuni pazienti cardiopatici gravi, affetti da sindrome da Covid-19 inevitabilmente  potranno sfuggire al pre-triage e al triage, come ad esempio gli infarti acuti che vanno direttamente in sala di Emodinamica. Con sacrificio di tutti in 12 ore si è riusciti a ripristinare e sanificare i locali del reparto di Cardiologia; si è in attesa dei risultati dei tamponi effettuati ai pazienti, medici, infermieri e ausiliari che a vario titolo sono stati in contatto con la paziente positiva al coronavirus”.

“Si sottolinea – conclude Caramanno – che l’attività dei cardiologi dell’ospedale di Agrigento prosegue normalmente, assicurando le urgenze ed emergenze e gli eventuali ricoveri in unità coronarica, mentre sono sospesi quelli programmati come raccomandato dal recente decreto regionale per contrastare il contagio da coronavirus”.

“Le negative ripercussioni economiche che si registrano e che si registreranno nella nostra Regione a causa dell’emergenza sanitaria che ha colpito il nostro paese preoccupa notevolmente il sistema imprenditoriale siciliano”. A dirlo è il presidente regionale Confcommercio Sicilia, Francesco Picarella, che rivolge un appello al governatore Nello Musumeci al quale ha chiesto un incontro: “Si faccia in fretta per cercare di salvare il salvabile. Molte sono le imprese della nostra isola che, dopo questo periodo di emergenza sanitaria, si troveranno alle prese con un’altra emergenza, quella di mantenersi in vita. E non sarà un affare semplice. Anzi, comincerà un’altra battaglia per certi versi molto più dura. In cui ci sarà bisogno del sostegno delle istituzioni per evitare che siano mietute vittime di altro tipo, mandando a gambe all’aria un’economia, quella siciliana, per molti versi già precaria”. Il presidente Picarella afferma che i malati gravi sono i settori del turismo e dei trasporti. Per non parlare del fatto che la quarantena collettiva affonderà settori specifici del commercio, in particolare abbigliamento e tempo libero. E si aggiunga anche il settore della vigilanza privata, stracolma di lavoro in questa fase, e che quindi non può attivare alcun ammortizzatore sociale, con la consapevolezza che, però, difficilmente potrà essere pagata, almeno nel breve e medio periodo. “Possiamo ipotizzare – aggiunge – una perdita nell’ordine di 3-4 miliardi di euro con riferimento al consumo delle famiglie nella nostra isola. Stiamo affrontando la chiusura della saracinesca con la responsabilità di chi, chiudendo, sa di contribuire a uno sforzo straordinario per contenere la diffusione dell’epidemia non dimenticando la responsabilità di chi resta aperto per assicurare la distribuzione di generi alimentari e di prima necessità. Il fatto, però, è che restare a casa non può e non deve significare la rovina. Servono aiuti e risorse straordinarie, naturalmente più di quanto non sia già stato fatto”. Alla luce del Decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020, che all’art. 22 pone, in carico alle Regioni ed alle Province autonome, adempimenti per la fruizione della cassa integrazione salariale in deroga per i soggetti che non trovano copertura dalle misure nazionali, è necessario, spiega Picarella sollecitando Musumeci, procedere alla sottoscrizione del previsto accordo con le organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale per i datori di lavoro. “L’estensione della cassa integrazione alle imprese del commercio – continua il presidente regionale Confcommercio Sicilia – è una delle misure che possono garantire un po’ di respiro alle realtà del nostro settore, al pari dell’estensione del fondo di indennità salariale alle imprese sotto i 15 dipendenti oltre ad una indennità per i lavoratori autonomi e la sospensione delle rate dei mutui come il rinvio di altre scadenze fiscali, oltre a quelle già previste, che, per l’intera categoria diventa di cruciale importanza, questione di prolungamento dell’attività o di cessazione della stessa. Nessuno può fare previsioni su quanto durerà questo momento. Ma quando tutto sarà passato, ci si troverà dinanzi a uno scenario molto pesante, anche sul piano economico, e sarà necessario ripartire potendo contare sull’aiuto di tutti, soprattutto delle istituzioni”, conclude Picarella.

La sig.ra R. C., sessantenne di Agrigento, operatore socio sanitario orfana di vittima per causa di lavoro, nel 2016, chiedeva di essere assunta presso l’Asp di Agrigento, in quanto regolarmente iscritta nello specifico elenco dei lavoratori appartenenti alle «categorie protette» ai sensi dell’art. 18, comma 2, l. n. 68/1999.

Le assunzioni presso le Pubbliche Amministrazioni dei soggetti rientranti nella categoria protetta degli orfani dei caduti sul lavoro, infatti, ai sensi dell’art. 35 del T.U sul Pubblico Impiego, si effettuano mediante un sistema di collocamento obbligatorio che impone alle Amministrazioni l’obbligo di assunzione mediante chiamata nominativa con precedenza assoluta rispetto alle altre categorie protette.

Pertanto, nell’aprile del 2016, la sig.ra R. C. chiedeva all’Asp di Agrigento di essere assunta per chiamata diretta alla luce del proprio diritto all’assunzione presso la stessa Amministrazione, anche in considerazione del fatto che nell’Asp di Agrigento si riscontrava una scopertura organica pari a 10 unità lavorative, in quanto, a fronte di una quota riservata di 20 unità, l’Asp di Agrigento impiegava solo 10 lavoratori appartenenti alla categoria degli orfani di vittime sul lavoro.

Ciononostante, l’Asp di Agrigento denegava la richiesta di assunzione della sig.ra R. C., sostenendo che tali assunzioni non dovessero avvenire per chiamata diretta bensì per chiamata numerica attraverso le liste dei centri per l’impiego.

La sig.ra R. C., dunque, si vedeva costretta ad adire il Tribunale di Agrigento, Sez. Lavoro, al fine di vedersi riconosciuto il proprio diritto ad essere assunta presso l’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento.

Tuttavia, in pendenza del giudizio in questione, il Ministero del Lavoro pubblicava un nuovo prospetto informativo relativo alla quota di riserva dell’Asp di Agrigento, dal quale, questa volta, risultava che a fronte della quota riservata di 20 posti disponibili, l’Amministrazione, al 31.12.2018, avesse impiegato n. 28 lavoratori, precludendo, in tal modo, ogni ulteriore assunzione obbligatoria di lavoratori appartenenti alla categoria protetta in questione.

Ed allora, con istanza di accesso del 7.03.2019, la sig.ra R. C. chiedeva all’Asp di Agrigento le attestazioni INAIL dalle quali evincere il diritto all’inserimento tra i dipendenti rientranti nelle categorie protette per ognuno dei nominativi inseriti dall’Amministrazione.

Decorso inutilmente il termine di 30 giorni dalla richiesta di accesso, nel maggio 2019, la sig.ra R. C., con il patrocinio degli Avvocati Girolamo Rubino, Mario La Loggia e Rosario De Marco Capizzi, proponeva ricorso avverso il silenzio dell’Amministrazione, davanti al Tar Palermo, al fine di ottenere l’esibizione della documentazione richiesta.

Soltanto dopo l’instaurazione del suddetto ricorso, l’Asp di Agrigento provvedeva a riscontrare l’istanza di accesso della sig.ra R.C., denegandola espressamente, in quanto, a dire dell’Amministrazione, tale richiesta risultava arbitraria e priva di fondamento giuridico.

A questo punto, la sig.ra R. C., presentava motivi aggiunti al ricorso, chiedendo l’annullamento del provvedimento di diniego e, per l’effetto, la condanna dell’Asp di Agrigento ad esibire la documentazione richiesta.

In particolare, gli Avvocati Rubino, La Loggia e De Marco Capizzi, sostenevano l’illegittimità del provvedimento di diniego dell’Asp di Agrigento, in quanto il diritto all’accesso ai documenti, quando risulta strumentale alla tutela del diritto al lavoro, prevale comunque sulle esigenze di riservatezza riferibili alle persone i cui dati siano contenuti nei documenti di cui viene chiesto il rilascio.

Il Tar Palermo, sez. I, condividendo le tesi difensive degli Avvocati Rubino, La Loggia e De Marco Capizzi, con sentenza n. 637/2020, ha accolto il ricorso per motivi aggiunti, annullando il provvedimento di diniego dell’Asp di Agrigento ed ordinando all’Amministrazione di consentire l’accesso a tutta la documentazione richiesta dalla sig.ra R. C.

Con lo stesso provvedimento, inoltre, il Tar Palermo ha condannato l’Asp di Agrigento a pagare in favore della sig.ra R. C. le spese del giudizio liquidate in € 1.000,00.

Sono 25 i casi positivi da coronavirus in provincia di Agrigento. Ai 24 comunicati oggi dall’unità di crisi della Regione Siciliana nel consueto report giornaliero, si deve aggiungere in serata un operatore sanitario dell’ospedale di Sciacca.

Si tratta dell’ennesimo caso di tampone positivo riferito alla struttura sanitaria saccense, che porta così a 20 il numero tra sanitari e pazienti che hanno contratto il virus all’interno della struttura ospedaliera di Sciacca.

Rispetto a ieri, dunque, il numero sale a 25. Un alreo caso nel pomeriggio ha interessato Licata, dove i positivi sono adesso tre.  Intanto il commissario nominato dalla Regione sta cominciando ad incontrare i responsabili delle unità operative dell’ospedale di Sciacca.

Bloccati a Dublino e positivi al coronavirus. Si tratta di quindici ragazzi italiani che si trovavano in Irlanda per seguire un corso per assistenti di volo Ryanair. Cinque di loro sono siciliani. Ora si trovano in isolamento in una struttura messa a disposizione dalle autorità irlandesi, in quarantena fino al 26 marzo.

I giovani erano partiti il 2 marzo da Bergamo, diretti a Bari, e da lì si erano imbarcati il sabato successivo per Dublino. Una ragazza si è sentita male in albergo ed è stata portata in ospedale: i test sugli altri colleghi hanno evidenziato la positività.

Il numero elevato di denunce per violazione delle norme rischiano di determinare nuove strette da parte del governo, soprattutto per le attività all’aperto e le passeggiate, come annunciato ieri dai ministri Spadafora e Boccia. Si potrebbe inoltre prolungare il periodo di chiusura di negozi e scuole. Nel frattempo ieri è stato registrato il peggior bilancio di sempre in Italia, con 475 morti in un giorno: superato anche il record della Cina. Vi è stato anche il boom di guariti, 1.084.

Le lezioni sospese a scuola e le lezioni a distanza. L’assessore regionale all’Istruzione, Roberto Lagalla, annuncia: “La piattaforma siciliana per la didattica online, continualascuola.it, è stata scelta, sino ad oggi, da 187 istituti scolastici, con la registrazione di 1.534 docenti che hanno realizzato 1021 classi virtuali per le lezioni a distanza per evitare il contagio da coronavirus. E’ un dato positivo, verosimilmente destinato a crescere, tanto da rendere già necessario un ulteriore potenziamento del sistema al fine di garantire ancor più elevati standard di diffusione ed efficienza. I primi dati in nostro possesso sono incoraggianti e soprattutto in progressiva crescita. Da una situazione d’emergenza è scaturita l’accelerazione verso un inatteso cambiamento di metodo della didattica, sebbene si registrino diverse criticità che devono essere analizzate e superate nel tempo”.

di Gerlando Gandolfo

Valdobbiadene, 10 mila abitanti o poco più, in provincia di Treviso, in Veneto.
In sette giorni stanno riaprendo un ospedale chiuso più di dieci anni fa, il “Guicciardini”. In sette giorni saranno disponibili   ben 140 posti letto: ogni stanza per due o al massimo tre degenti, con bagno.
Lo ha stabilito il governatore Luca Zaia nell’ambito del piano che la regione Veneto ha predisposto per contrastare e fronteggiare l’emergenza Coronavirus, come i 2 milioni di mascherine (offerte da un imprenditore)  che – anche davanti ai supermercati – saranno distribuite gratuitamente a tutti i veneti.
Per chi finisce in terapia intensiva colpito da questo mostruoso virus, con la polmonite che spesso, purtroppo, non ti dà scampo, è terribile. A decine se ne stanno andando senza avere potuto la possibilità per un’ultima volta di stringere la mano ad un proprio caro, di guardare la moglie negli occhi, i figli o i cari nipotini che solo pochi giorni prima tenevano in braccio o portavano al parco. Storie ed immagini drammatiche, strazianti, che commuovono sino alle lacrime, che nessuno avrebbe mai voluto raccontare, sentire o vedere.
Ogni posto in ospedale allora – come ha detto un operatore sanitario – rappresenta una speranza vera, l’unica, un biglietto per la vita.
Ed allora ecco la mobilitazione a Valdobbiadene, come in tanti altri centri, in tanti altri ospedali dove si cerca di incrementare le terapie intensive, con decisioni e provvedimenti adottati rapidamente, da fare eseguire senza indugi.
In poche settimane è stato messo sù un piano per recuperare quanti più posti letto possibili, per aumentare il numero delle terapie intensive, o dove trasferire pazienti non positivi al Coronavirus, consentendo così di recuperare reparti e posti letto per accogliere – con nuove apparecchiature e ventilatori polmonari – altri casi di persone infette.
A Valdobbiadene se ne sta occupando la Protezione civile. Ma sono subito arrivati anche gli Alpini, insieme a decine e decine di volontari: falegnami, fabbri, idraulici, elettricisti….
Tutti al lavoro senza un attimo di sosta con l’ospedale pronto a riaprire. Domani la consegna all’Usl trevigiana: 140 posti letto che con pochi altri interventi possono diventare 200.

Ho visto le immagini: da non crederci.  Sembra un hotel a quattro stelle. Straordinario.

Qui a Bolzano   – tra l’altro – hanno pure provveduto a trasformare in pochi giorni un edificio  per le vacanze destinata al personale militare in struttura idonea ad accogliere persone che non possono trascorrere la quarantena in sicurezza a casa propria.
Ciò è stato possibile grazie all’intervento del presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher, presso il Dipartimento nazionale di Protezione Civile. La casa-vacanze si trova a Colle Isarco, a pochi chilometri da Bolzano, e già accoglie 14 persone senza sintomi, ma con sospetta infezione da coronavirus.

Non c’è tempo da perdere, in tanti se ne sono resi conto.  Per questo, ciò che stupisce e allarma, è il fatto che ad Agrigento, ma anche in tanti altri nosocomi siciliani, non si è provveduto – ed il tempo c’era –  a creare reparti, anche inizialmente  con pochi posti per la terapia intensiva, per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.
Sarebbe bastato poco, basterebbe ancora pochissimo. Se si sta facendo in tante regioni, in tantissimi comuni, come mai ad Agrigento tutto questo non è possibile?
E’ poi tanto chiedere – ma è meglio dire pretendere – che la politica di fronte a tanti decessi e a tante sofferenze – una volta per tutte –  metta da parte le logiche del profitto, degli interessi personali, delle lottizzazioni che hanno guidato ed ispirato tantissime delle scellerate scelte operate  nella sanità siciliana, basate spesso solo sulle economie di spesa, perdendo di vista i più deboli e bisognosi?
In Veneto in un mese hanno raddoppiato le terapie intensive portandole a 825.

Sì, proprio così: RADDOPPIATO LE TERAPIE INTENSIVE. Hanno RIAPERTO ben SEI OSPEDALI.

E’ avvenuto pure in Lombardia. Lo stesso stanno facendo in Campania, a Napoli.
Ad Agrigento, nell’Ospedale San Giovanni di Dio, la Regione non è riuscita invece nemmeno a fare arrivare uno solo ventilatore polmonare. Tutto ciò è sciaguratamente disumano e ingiusto.

Ed il tempo c’era e ci sarebbe ancora per ravvedersi. Ma bisogna fare in fretta.  Il tempo per ravvedersi c’è.

Ma se la politica  siciliana, i vertici sanitari, devono  correre, tutti quanti non dobbiamo scordare di rimare a casa.

A Bolzano (con 383 casi di positività e 12 vittime)  l’ultima decisione per tenere la gente a casa è stata adottata questa mattina, anticipando le decisioni che starebbe per prendere il governo nazionale.

Sono state chiuse le “passeggiate”, e decisione sino ad ora forse unica in Italia,  hanno “”sigillato”” tutte le panchine di Bolzano per evitare alla gente di andare a sedersi nei parchi, ma anche in città.

Sì, proprio, così. Vietato pure sedersi in una delle panchine disseminate in città e nei tanti parchi della città. Perché  nonostante i divieti c’è ancora tanta gente che se ne va in giro per i parchi. Ed invece bisogna starsene a casa e per ricordarlo ci sono mezzi della Protezione civile che vanno in giro per la città raccomandandolo con un potente altoparlante.
Sì, tutti a casa.
E perché no, come diceva mia madre, e non solo lei,  invocando il nostro Santo Patrono, non esitiamo a dire: “San Giullannu senza dannu”.

Gerlando Gandolfo

“Se non ora quando?”
Il Sindaco Lillo Firetto, torna a chiedere l’istituzione nell’ospedale di Agrigento di un Reparto Malattie Infettive.
“È il momento storico per realizzare nella nostra Città capoluogo il primo Reparto ospedaliero contro le malattie infettive.
Non si possono lasciare i cittadini senza un reparto di così vitale importanza, di cui già ieri c’era l’urgenza.
Oggi la nostra nazione vive il dramma della lotta tra la vita e la morte di molti pazienti.
Contro questo virus, che falcia tante vite, le uniche armi, oltre alla scienza, sono: prevenzione e cura.
Per la prima, i cittadini, in gran parte, collaborano e dovranno con ancor maggiore scrupolo, collaborare alle direttive date.
Ma per la seconda, la sanità deve a tutti una maggiore e migliore assistenza agendo con responsabile solerzia e creatività.
Sono inutili e peccaminosi indugi, come dice De André nella “Guerra di Piero”:
“E mentre gli usi questa premura
quello (il virus) si volta,
ti vede e ha paura ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia”.
Deve nascere un reparto contro le Malattie Infettive ad Agrigento.
Se non ora quando?”