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Militari della guardia di finanza del comando provinciale di Catania hanno scoperto che 19 imprenditori che avrebbero percepito il contributo Covid a fondo perduto a sostegno delle imprese e dei lavoratori autonomi nonostante fossero stati condannati, con sentenza definitiva, per associazione mafiosa o colpiti da interdittiva antimafia.
Dopo indagini del nucleo di Polizia economico finanziaria e dei reparti territoriali coordinati dal primo Gruppo di Catania cinque imprenditori sono stati denunciati alla Procura di Catania per indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.

Gli altri 14 imprenditori sono stati segnalati per il conseguente pagamento della sanzione amministrativa, perché il contributo indebitamente incassato è inferiore ai 4 mila euro.
I 19 avevano presentato la richiesta e ottenuto il “contributo a fondo perduto”, previsto dalla normativa nazionale per favorire la ripresa economica nel periodo dell’emergenza epidemiologica e, in particolare, le imprese e i lavoratori autonomi che a causa della pandemia avevano registrato un importante calo del fatturato.

Ad Haiti è stato liberato l’imprenditore catanese, Giovanni Calì, 74 anni, già assessore provinciale di Catania all’epoca di Musumeci presidente della Provincia, sequestrato lo scorso primo giugno da una banda di criminali comuni. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha scritto in un tweet: “Il nostro connazionale era stato prelevato presso il cantiere dove lavorava da un gruppo criminale locale. La liberazione, dopo 22 giorni, è stata possibile grazie al lavoro quotidiano della nostra intelligence e dell’Unità di Crisi della Farnesina, che ha mantenuto giorno dopo giorno i contatti con la famiglia in Sicilia”. Giovanni Calì è a lavoro ad Haiti per la costruzione di una strada per conto dell’impresa di costruzioni Bonifica Spa, con sede a Roma. Solo l’anno scorso ad Haiti sono stati compiuti 243 sequestri.

“Con Anas, CMC e le imprese affidatarie oggi nel cantiere di Bolognetta abbiamo fatto il punto riguardo i lavori della SS189”. Lo dice il Sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili Giancarlo Cancelleri .

“Abbiamo preso – aggiunge – un impegno ben preciso con questo territorio: consegnare l’asse principale di quest’opera entro la fine del 2021, e cosi’ sara’. Dei cinque semafori che rendono impossibile la viabilità di questa strada già in questi giorni uno è stato eliminato, a fine luglio finiremo alcuni lavori di riqualificazione e potremo toglierne altri due ed entro settembre a conclusione di una corposa apertura del tratto a doppia carreggiata potremo dismettere gli ultimi due. Ad ottobre ne rimetteremo uno per il periodo limitato ad alcuni lavori sugli incroci”. “Sono determinato a concludere i lavori entro l’anno – conclude – come promesso e verro’ spesso a fare dei sopralluoghi con le autorità locali e i responsabili dei lavori. I tempi sono maturi e dobbiamo dare risposte concrete non solo ai siciliani ma a tutti gli italiani”.

C’è un progetto per realizzare un santuario, centro congressi e museo della legalità in nome del beato Rosario Angelo Livatino su un fondo confiscato alla mafia a Canicattì. Lo hanno illustrato al sindaco Ettore Di Ventura l’Associazione amici del giudice Rosario Angelo Livatino, la Cooperativa Lavoro e non solo e il Centro Pio La Torre che con il comune di Canicattì condivide un protocollo per la legalità sottoscritto quattro anni fa. “A coronamento della beatificazione del giudice Rosario Angelo Livatino riteniamo indispensabile realizzare un santuario con annessi centro congressi e museo della legalità in un fondo confiscato alla mafia che ancora il Comune non ha assegnato alla comunità per il riutilizzo sociale previsto dalla legge”, si legge nel documento.
La struttura in un fondo confiscato a un boss in contrada Cuccavecchia
La struttura sorgerà in un fondo confiscato al boss Calogero Di Caro in contrada Cuccavecchia. Dista meno di un chilometro in linea d’aria dal primo ingresso a Canicattì sulla statale per Licata lungo la quale è l’accesso principale al terreno. La superficie è di circa 4 ettari in parte coltivati ad uliveto con piante secolari in stato di abbandono. Al centro del fondo insiste un caseggiato nobiliare edificato tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. La superficie dell’immobile, su due elevazioni, è di circa 250 metri quadri per piano. Al pianterreno ci sono i magazzini e al piano nobile una serie di ampie stanze con i servizi. Nel fondo e nelle adiacenze del corpo principale sono presenti altri magazzini, un antico pozzo-cisterna di accumulo ed altri beni strumentali definibili anche storici per l’importanza etno-antropologica nonché di archeologia agricola. Di recente è stato pubblicato il bando per affidare il fondo in concessione per il riutilizzo sociale i cui termini scadono a fine mese.

Il progetto di un santuario, un centro congressi ed un museo
“Ora il bene può risorgere a nuova vita con la realizzazione del Santuario per il Beato Rosario Livatino, un centro congressi e una struttura museale improntata ai valori della legalità e della lotta alla mafia che ospiterà diversi reperti, una biblioteca e anche l’auto su cui viaggiava il magistrato canicattinese ucciso dai mafiosi”, continua la nota. Il progetto verrà integrato con la Casa Museo Livatino in fase di realizzazione nell’abitazione dove visse il magistrato sino al giorno della morte. La casa, ubicata nel centro cittadino, conserva ancora libri e arredi come li ha lasciati il giudice Livatino quel giorno fatale in cui uscì per andare in tribunale ma cadde in un agguato mafioso.
Il flusso turistico religioso e di impegno civile
“Si aggiungano anche i naturali risvolti economici ed occupazionali dell’iniziativa per tutto il territorio – sottolineano i proponenti -. Il flusso turistico religioso e di impegno civile, collegato anche al santuario del venerabile Padre Gioacchino La Lomia per cui è in corso un’altra causa di beatificazione – e che già attira numerosi fedeli -, genererà la nascita di decine di attività imprenditoriali con strutture ricettive e di ristoro, gestione di servizi e produzione di prodotti culturali e d’informazione che orbiteranno nell’indotto”.

Individuate anche le possibili linee di finanziamento che il comune potrà utilizzare. L’opera potrebbe essere realizzata con i fondi del Pon Legalità gestito dal Viminale. Come l’Asse 3 che punta a favorire l’inclusione sociale attraverso il recupero dei patrimoni confiscati e di altri beni del patrimonio pubblico che ha una dotazione finanziaria pari a 55.720.000 euro cofinanziata dal FESR. O altri canali quali la Fondazione con il Sud che dispone di linee di intervento dedicate al recupero e alla valorizzazione per fini sociali dei beni confiscati. Non escluse specifiche attività di crowdfunding che si riterranno necessarie. Disponile anche lo strumento Elena della Bei. Alla Banca europea degli investimenti sono disponibili fondi pari a circa 100 milioni per lo strumento di assistenza tecnica European local energy assistance (Elena) avviato, congiuntamente alla Commissione europea, per la riqualificazione di edifici di particolare valore per la collettività.

In riferimento alle protezioni e compiacenze da parte delle Istituzioni di cui avrebbe goduto Girgenti Acque, la Procura di Agrigento rileva in particolare la condotta negativa da parte dell’Arpa protezione ambiente di Agrigento e da parte dell’ex Ato idrico, composto peraltro dai sindaci della provincia. E nel provvedimento di fermo tra l’altro si legge: “Dalle indagini emerge chiaramente l’assoluta assenza di qualsivoglia e affidabile attività di vigilanza da parte dell’Ato Idrico Agrigento 9 di Agrigento, composto dall’assemblea dei Sindaci, rappresentanti degli enti locali e dal presidente, che è stata una carica ricoperta dal presidente di turno della Provincia di Agrigento. Così come si palesa l’assoluta inadeguatezza e, conseguentemente, inattendibilità dei dati ambientali frutto dell’attività di controllo effettuata dall’Arpa protezione ambiente di Agrigento, da cui si evidenzia un’attività di controllo caratterizzata da pressappochismo e compiacenza, nonché l’atteggiamento di collaborazione e di vera e propria convergenza istituzionale tenuto dagli appartenenti all’ex Provincia”.

Tra le ipotesi di reato contestate nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta “Waterloo” a carico della società Girgenti Acque, vi sarebbe anche l’installazione di contatori idrici cinesi e di chiusini fasulli. Il procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, spiega: “Sono stati comprati contatori idrici che non misurano per come dovrebbero misurare, e che rilasciavano, almeno nella fase iniziale, metalli pesanti. I contatori costituivano un modo per truffare, che venivano acquistati in Cina per un determinato valore dalle società del gruppo Campione e poi rivenduti a Girgenti Acque per valori ben più importanti. Si tratta di contatori di dubbia provenienza che una consulenza tecnica ha definito potenzialmente pericolosi per la salute pubblica. Agli atti delle indagini vi sono le transazioni commerciali intercorse fra un’impresa del gruppo Campione e la Girgenti Acque proprio per l’acquisto, in Cina, tra il 2012 e il 2014, di contatori per acqua potabile. E ne sarebbero stati comprati almeno 37.800. Inoltre sarebbero stati comprati anche dei chiusini fasulli. Anziché acquistare nell’impresa che vende chiusini, hanno deciso di farseli fare finti in Cina e importarli come se fossero veri. Anche in quel caso guadagnandoci”.

C‘è di nuovo malumore e malcontento tra i lavoratori delle imprese che hanno in gestione il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani di Favara. Il motivo, e che lo diciamo a fare, è il mancato pagamento dello stipendio, anzi degli stipendi, le mensilità di Aprile e Maggio che ad oggi, 22 giugno 2021 non sono stati ancora corrisposti. Praticamente la storia si ripete in maniera ciclica, lo avevamo preannunciato senza voler essere delle funeste Cassandre.

Non hanno risolto niente a lungo termine e non hanno portato alcun miglioramento della situazione a breve termine, ne lo stato di agitazione ed i relativi scioperi, ne le riunioni in Prefettura o gli incontri con i responsabili delle imprese e l’amministrazione comunale; solo il pagamento di qualche mensilità scaduta a seguito della protesta. Lo stipendio non arriva regolarmente a fine mese, e non arriva neanche alla fine del secondo mese, con il terzo ormai in dirittura d’arrivo.

Oggi, a fine turno, pare ci sia stato un incontro (in verità gli incontri sono praticamente giornalieri) informale tra i netturbini e l’assessore Maria Laura Maggiore. All’esponente della Giunta comunale della sindaca Anna Alba, (che non è l’assessore al ramo ma essendo parte integrante dell’amministrazione ed essendo quella che gestiste le finanze comunali ha deciso di prendere di petto la vicenda e seguirla quotidianamente non solo dal punto di vista amministrativo-contabile, ma anche operativo) vista l’assenza sul campo del super assessore ai servizi ambientali Davide Romeo, gli operatori ecologici hanno manifestato tutto il loro malcontento, lamentando , appunto, il mancato pagamento delle mensilità e quindi il venir meno degli accordi che avevano portato i netturbini a riprendere ed incrementare il loro lavoro.

Le Ditte debbono assicurare il servizio pena una eventuale denuncia, ma è giusto evidenziare che anche a loro non vengono pagate con regolarità le fatture. Il Comune deve, infatti, liquidare i mesi di Gennaio, Febbraio, Marzo e Aprile già scadute e maggio di prossima scadenza. Quindi stando così le cose le Ditte hanno già anticipato ai loro lavoratori le due mensilità previste dal contratto, anzi ne hanno pagate 3 non ricevendo di contro il pagamento delle relative fatture da parte del Comune.

Dopo oltre un mese dalla nomina non si vede, o forse non c’è ancora stata, la cura prospettata da Davide Romeno all’atto del suo insediamento. In verità lui non si è visto neanche fisicamente considerato che giornalmente le cronache sanciscono la presenza sul campo dell’assessore Maggiore, che ancor prima che il sole si alzi in cielo, lei è in giro per le strade unitamente a Peppe Pullara e Gerlando Mazza visionare il lavoro dei netturbini.aria Laura Maggiore afferma che il miglioramento del servizio ha prodotto anche un aumento nel numero di cittadini che stanno pagando le rate della TARI. Queste entrate e le somme che saranno accreditate dal Fondo Perequativo serviranno a pagare le fatture emesse dalle ditte.

 

Sono 158 i nuovi positivi al Covid19 registrati in Sicilia nelle ultime 24 ore (ieri 133), su 12.465 tamponi processati (ieri 13.310). L’Isola anche oggi è prima in Italia per nuovi contagi, seguita dalla Lombardia (131 nuovi casi).

Le vittime in Sicilia sono 6 nelle ultime 24 ore e fanno salire il totale a 5.951. I guariti sono 453.

Il numero degli attuali positivi è di 4.908; di questi, negli ospedali i ricoverati con sintomi sono 206, quelli nelle terapie intensive sono 25, e 4.677 in isolamento domiciliare.

I DATI PER PROVINCIA
La distribuzione di casi registrati per province vede in testa al contagio Agrigento con 34 casi seguita da Enna con 27, Catania con 23 casi, poi Caltanissetta e Palermo 21, Siracusa e Ragusa 13, Trapani 5, Messina 1.

Il danno arrecato all’Erario, agli utenti, agli enti pubblici e all’ambiente è stato quantificato in una cifra che va dai 30 ai 40 milioni di euro. E’ emerso anche questo dalla conferenza stampa tenuta dal procuratore capo Luigi Patronaggio e dall’aggiunto Salvatore Vella sull’inchiesta incentrata su Girgenti Acque che ha portato all’esecuzione di 8 provvedimenti di fermo.

“La Girgenti Acque è la prima azienda in provincia di Agrigento, sia per fatturato che per numero di dipendenti ed era un’azienda che svolgeva anche le funzioni di stazione appaltante, quindi dava appalti di lavori pubblici senza doversi adeguare alle norme dell’evidenza pubblica, perché questo prevede la legge, utilizzando però fondi pubblici – ha spiegato il procuratore aggiunto Salvatore Vella durante la conferenza stampa – . Girgenti Acque sceglieva quindi a quali ditte far eseguire lavori e servizi, utilizzando le tariffe che pagavano i cittadini e fondi pubblici. Abbiamo accertato che questo sistema consentiva a Marco Campione – ha ricostruito il procuratore aggiunto Vella – di dragare liquidità della Girgenti Acque a favore delle sue aziende. Dal 2013 al 2017, circa 40 milioni di euro sono transitati dalla Girgenti Acque e Hydortecne a società del gruppo Campione. Non si tratta però di un gruppo costituito, perché è venuto fuori che il ‘dominus’ indiscusso era Marco Campione. Nella maggior parte di queste società, Campione non aveva nessun ruolo di amministratore, ma soltanto di socio. L’indagato ha creato una fitta rete di complicità illecite, stringendo legami anche con politici nazionali, con amministratori pubblici, con uomini delle istituzioni che si sono tutti adoperati per garantire a Marco Campione e al suo gruppo un’ampia tutela e – ha proseguito il procuratore aggiunto Salvatore Vella – per agevolare i suoi molteplici interessi economici, ottenendo in cambio utilità economiche e favoritismi di natura clientelare”. Vella ha parlato esplicitamente di “colletti bianchi”.

“Marco Campione è diventato presidente del Cda di Girgenti Acque nel 2010 e fa il colpo di Stato (diventa socio maggioritario) nel 2012, cioè – ha spiegato Vella – acquista la maggioranza della Girgenti Acque, acquistando quote di una società campana che fino a quel momento era dentro Girgenti Acque. Campione cessa dalla sua carica nel novembre del 2018 dopo l’interdittiva antimafia del prefetto Dario Caputo. Ha gestito la Girgenti Acque come se fosse esclusivamente sua, con la finalità – sottolinea il procuratore aggiunto – di portare via liquidità dalle casse della società alle sue aziende. Crea dunque la Hydortecne, nonostante il parere contrario dell’allora amministratore delegato Carmelo Salamone, che è stata una delle pochissime voci discordanti a questo impero Campione. Costruisce i Cda delle due società con uomini di sua stretta fiducia – spiega, ancora, Vella -, tutti ‘colletti bianchi’. Sceglie la società di revisione dei bilanci, che è una delle 4 società più importanti al mondo. Assume centinaia di dipendenti, oltre i limiti che gli consentiva la convenzione e destina questi soggetti quasi esclusivamente all’area amministrativa. Tutti negli uffici, nonostante Girgenti Acque sia uno strumento operativo che si occupa di acqua, di depurazione, di sistemazione delle strade dopo gli scavi. E tutto questo con una finalità importante perché i lavori tecnici li facevano le aziende del gruppo Campione che venivano appunto pagate per fare gli interventi. Alla Girgenti Acque impone di non fare magazzino – conclude il procuratore aggiunto Vella – . Quindi se serviva un tubo, un raccordo si andava in via Imera per comprare quello che serviva”.

A fronte di una provincia che grida sete e di una interdettiva pronunciata circa 5 anni fa, nel 2018 per la precisione, ad oggi non siamo andati oltre questa gestione commissariale. Ne prendiamo atto, ma dovevano essere date delle risposte un po’ piu’ concrete. Anche questi elementi ci hanno portato ad agire e ad accelerare i tempi di questa indagine”. Lo ha detto il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, in merito agli 8 provvedimenti di fermo eseguiti stamani nell’ambito dell’inchiesta – che ha pero’ 84 indagati – su Girgenti Acque. Alla base dei provvedimenti di fermo della Procura vi e’ la ritenuta esigenza cautelare “della possibilita’ di trasferire ingenti capitali all’estero”. “Anche per questo abbiamo effettuato i fermi – ha spiegato, durante la conferenza stampa, il procuratore capo Luigi Patronaggio – . Si tratta di soggetti che si muovono a livello internazionale, che hanno la capacita’ non solo di andare all’estero, ma anche di movimentare capitali su conti esteri”.

“Devo denunciare una vasta rete di compiacenze a livello amministrativo, ai piu’ alti livelli. Condotte che hanno fatto parte di imputazione precise per corruzione. E’ stato permesso alle societa’ facenti capo a Marco Campione di gestire in modo illegale e monopolista tutto il settore delle acque in provincia di Agrigento”, ha continuato il procuratore capo Luigi Patronaggio. “La sistematica e diffusa corruzione dei soggetti preposti ai doverosi controlli di gestione, alla correttezza e imparzialita’ di gestione, alla corretta concorrenza fra imprese, hanno permesso agli indagati, tutti appartenenti al disciolto Cda e ai vertici della societa’, di arricchirsi illegalmente, costituendo – ha incalzato Patronaggio – una vera e propria associazione per delinquere. Il reticolo di connivenze e compiacenze, create dagli 8 indagati, e’ andato oltre a quello che in un primo momento era stato definito come ‘assumificio’. Mi sento di parlare di una fitta rete di lobbying ai piu’ alti livelli, una capacita’ di penetrare all’interno dei meccanismi di controllo impressionante”.