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Ecco il discorso integrale che Papa Francesco ha rivolto questa mattina alle Chiese di Sicilia ricevute in Vaticano
Cari fratelli!

Sono contento di incontrarvi. Ricordo con gioia il mio viaggio a Piazza Armerina e a Palermo: non l’ho dimenticato. Ringrazio Monsignor Antonino Raspanti per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Tenendo presente la realtà che lui ha presentato, vorrei condividere alcune riflessioni. Un altro luogo che non ho dimenticato dei viaggi è Agrigento, il primo che ho fatto, davanti alla tragedia di Lampedusa.

Il cambiamento d’epoca nel quale ci troviamo a vivere richiede scelte coraggiose, anche se ponderate e, soprattutto, illuminate con il discernimento dello Spirito Santo. Questo cambiamento sta mettendo a dura prova soprattutto i legami sociali e affettivi, come la pandemia ha ancor più chiaramente evidenziato. L’atteggiamento responsabile con cui viverlo, come in altre fasi storiche, è accoglierlo con consapevolezza e con una «fiduciosa presa in carico della realtà, ancorata alla sapiente Tradizione viva e vivente della Chiesa, che può permettersi di prendere il largo senza paura» (Discorso al Simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, 17 febbraio 2022).

La Sicilia non è fuori da questo cambiamento; anzi, come è accaduto in passato, si trova al centro di percorsi storici che i popoli continentali disegnano. Essa ha spesso accolto i passaggi di questi popoli, ora dominatori ora migranti, e accogliendoli li ha integrati nel suo tessuto, sviluppando una propria cultura. Ricordo quando, circa 40 anni fa, mi hanno fatto vedere un film sulla Sicilia: “Kaos”, si chiamava. Erano quattro racconti di Pirandello, il grande siciliano. Sono rimasto stupito da quella bellezza, da quella cultura, da quella “insularità continentale”, diciamo così… Ma questo non significa che sia un’isola felice, perché la condizione di insularità incide profondamente sulla società siciliana, finendo per mettere in maggior risalto le contraddizioni che portiamo dentro di noi. Sicché si assiste in Sicilia a comportamenti e gesti improntati a grandi virtù come a crudeli efferatezze. Come pure, accanto a capolavori di straordinaria bellezza artistica si vedono scene di trascuratezza mortificanti. E ugualmente, a fronte di uomini e donne di grande cultura, molti bambini e ragazzi evadono la scuola rimanendo tagliati fuori da una vita umana dignitosa. La quotidianità siciliana assume forti tinte, come gli intensi colori del cielo e dei fiori, dei campi e del mare, che risplendono per la forza della luminosità solare. Non a caso tanto sangue è stato versato per la mano di violenti ma anche per la resistenza umile ed eroica dei santi e dei giusti, servitori della Chiesa e dello Stato.

L’attuale situazione sociale della Sicilia è in netta regressione da anni; un preciso segnale è lo spopolamento dell’Isola, dovuto sia al calo delle nascite – questo inverno demografico che stiamo vivendo tutti noi – sia all’emigrazione massiccia di giovani. La sfiducia nelle istituzioni raggiunge livelli elevati e la disfunzione dei servizi appesantisce lo svolgimento delle pratiche quotidiane, nonostante gli sforzi di persone valide e oneste, che vorrebbero impegnarsi e cambiare il sistema. Occorre comprendere come e in quale direzione la Sicilia sta vivendo il cambiamento d’epoca e quali strade potrebbe intraprendere, per annunciare, nelle fratture e nelle giunture di questo cambiamento, il Vangelo di Cristo.

Tale compito, pur essendo affidato all’intero popolo di Dio, chiede a noi sacerdoti e vescovi il servizio pieno, totale ed esclusivo. A fronte di questa grande sfida, anche la Chiesa risente della situazione generale con le sue pesantezze e le sue svolte, registrando un calo di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ma soprattutto un distacco crescente dei giovani. I giovani stentano a percepire nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali un aiuto alla loro ricerca del senso della vita; e non sempre vi scorgono la chiara presa di distanza da vecchi modi di agire, errati e perfino immorali, per imboccare decisamente la strada della giustizia e dell’onestà. Mi sono addolorato quando ho dovuto avere nelle mani qualche pratica che è arrivata alle Congregazioni romane per qualche giudizio su sacerdoti e persone di Chiesa: ma come mai, come mai si è arrivati a questa strada di ingiustizia e disonestà?

Non sono mancate, tuttavia, in passato, e non mancano ancora oggi, figure di sacerdoti e fedeli che abbracciano pienamente le sorti del popolo siciliano: come non ricordare i Beati don Pino Puglisi e Rosario Livatino, ma anche persone meno note, donne e uomini che hanno vissuto in ogni stato di vita la fedeltà a Cristo e al popolo? Come ignorare il silenzioso lavoro, tenace e amorevole, di tanti sacerdoti in mezzo alla gente sfiduciata o senza lavoro, in mezzo ai fanciulli o agli anziani sempre più soli? E a proposito dei sacerdoti che sono vicini ai vecchi, ho ricevuto poco tempo fa una lettera da uno dei vostri sacerdoti, che mi raccontava come aveva accompagnato il vecchio parroco negli ultimi tempi di vita, fino all’ultimo momento. Tornava stanchissimo dal lavoro, ma la prima cosa era andare dal “vecchio” e raccontargli le cose, farlo felice; e poi portarlo a letto, accompagnarlo fino a che si addormentasse… Questi sono gesti grandi, grandi! E questa grandezza c’è anche fra voi, nel vostro clero. La figura sacerdotale in mezzo al popolo, di bravi sacerdoti, è importante perché in Sicilia, si guarda ancora ai sacerdoti come a guide spirituali e morali, persone che possono anche contribuire a migliorare la vita civile e sociale dell’Isola, a sostenere la famiglia e ad essere riferimento per i giovani in crescita. Alta ed esigente è l’attesa della gente siciliana verso i sacerdoti. Non restare a metà del cammino, per favore!

Di fronte alla consapevolezza delle nostre debolezze, sappiamo che la volontà di Cristo ci pone nel cuore di questa sfida. La chiave di tutto è nella sua chiamata, sulla quale appoggiarci per prendere il largo e gettare ancora le reti. Noi non conosciamo nemmeno noi stessi, ma se torniamo alla chiamata, non possiamo ignorare quel Volto che ci ha incontrati e tratti dietro di sé, persino uniti a sé, come la nostra tradizione insegna quando afferma che nella liturgia agiamo addirittura “in persona Christi”. Questa unità piena, questa identificazione non possiamo limitarla alla celebrazione, bensì occorre viverla pienamente in ogni istante della vita, memori delle parole dell’apostolo Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Se allora, nel sentimento della gente di Sicilia, prevale l’amarezza e la delusione per la distanza che la separa dalle zone più ricche ed evolute del Paese e dell’Europa; se tanti, soprattutto giovani, aspirano ad andare via per trovare standard di vita più ricchi e comodi, mentre chi rimane si porta dentro sentimenti di frustrazione; a maggior ragione noi pastori siamo chiamati ad abbracciare fino in fondo la vita di questo popolo. Non dimentichiamo i profeti d’Israele, che rimasero fedeli al popolo per la fedeltà di Dio all’alleanza, e lo seguirono fin nell’esilio. Come pure i saggi e i pii che nella diaspora sostennero il popolo fedele. Stare accanto, essere vicini, ecco quello che siamo chiamati a vivere, per la fedeltà di Dio; per amore suo stiamo accanto fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, quando ad esse conducono le circostanze di giustizia, di riconciliazione, di onestà e di perdono. Vicinanza, compassione e tenerezza: questo è lo stile di Dio ed è anche lo stile del pastore. Lo stesso Signore dice al suo popolo: “Dimmi, quale popolo ha i suoi dei così vicini come tu hai me?”. La vicinanza, che è compassionevole, perdona tutto, è tenera. Abbraccia, accarezza.

Nell’“oggi” faticoso del popolo di Dio che è in Sicilia, i sacerdoti attingono quotidianamente questa forma di vita dall’Eucaristia. Lo dicevo parlando con voi a Palermo quattro anni fa: «Le parole dell’Istituzione delineano la nostra identità sacerdotale: ci ricordano che il prete è uomo del dono, del dono di sé, ogni giorno, senza ferie e senza sosta. Perché la nostra, cari sacerdoti, non è una professione ma una donazione; non un mestiere, che può servire pure per fare carriera, ma una missione» (Discorso al clero, ai religiosi e ai seminaristi, Palermo, 15 settembre 2018). E per favore, state attenti al carrierismo: è una strada sbagliata che alla fine delude, alla fine delude. E ti lascia solo, perduto.

E poi vi anima la grande devozione mariana della Sicilia, consacrata a Maria Immacolata, per la quale insieme, vescovi e sacerdoti, avete preso l’abitudine di celebrare una Giornata Sacerdotale Mariana: continuate con questo. Il primo valore che si sottolinea con questa pratica è quello dell’unità, davvero cruciale dinanzi all’individualismo e alla frammentazione, se non alla divisione che incombe su di noi tutti. L’unità, dono del sacrificio pasquale di Gesù, è rafforzata con il metodo della sinodalità, che anche voi avete adottato tramite i percorsi formativi impostati sul tema «Con passo sinodale». Nelle varie iniziative per la formazione regionale del clero, è bello il vostro proposito di fare esercizi di sinodalità vivificando la fraternità e la paternità sacerdotale, di “camminare insieme” narrando reciprocamente le esperienze umane e spirituali, le iniziative pastorali, con sincerità e naturalezza, con gratitudine e stupore per i passi compiuti con l’aiuto dello Spirito. Un cammino, certamente, che richiede apertura alle sorprese di Dio nella nostra vita e negli snodi esistenziali delle nostre comunità, con la consapevolezza che attraverso l’ascolto, umile e sincero, possiamo vivere un discernimento che raggiunge il cuore e ci modifica interiormente.

L’altro valore è quello dell’affidamento a Maria, donna della tenerezza e della consolazione, della pazienza e della compassione. Tra il sacerdote e la Madre celeste si intreccia giorno dopo giorno un segreto dialogo che conforta e lenisce ogni ferita, che soprattutto allevia negli alti e bassi della quotidianità ai quali egli va incontro. In questo dialogo semplice, fatto di sguardi e di parole umili come quelle del Rosario, il sacerdote scopre come la perla della verginità di Maria, totalmente dedita a Dio, la renda madre tenera verso tutti. Così anche lui, quasi a sua insaputa, vede la fecondità di un celibato, a volte faticoso da portare avanti, ma prezioso e ricco nella sua trasparenza.

Non vorrei finire senza parlare di una cosa che mi preoccupa, mi preoccupa abbastanza. Mi domando: la riforma che il Concilio ha avviato, come va, fra voi? La pietà popolare è una grande ricchezza e dobbiamo custodirla, accompagnarla affinché non si perda. Anche educarla. Su questo leggete il n. 48 della Evangelii nuntiandi che ha piena attualità, quello che San Paolo VI ci diceva sulla pietà popolare: liberarla da ogni gesto superstizioso e prendere la sostanza che ha dentro. Ma la liturgia, come va? E lì io non so, perché non vado a Messa in Sicilia e non so come predicano i preti siciliani, se predicano come è stato suggerito nella Evangelii gaudium o se predicano in modo tale che la gente esce a fare una sigaretta e poi torna… Quelle prediche in cui si parla di tutto e di niente. Tenete conto che dopo otto minuti l’attenzione cala, e la gente vuole sostanza. Un pensiero, un sentimento e un’immagine, e quello se lo porta per tutta la settimana. Ma come celebrano? Io non vado a Messa lì, ma ho visto delle fotografie. Parlo chiaro. Ma carissimi, ancora i merletti, le monete…, ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella “moda” liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no? Avete capito tutto, no?, avete capito. È bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, la santa madre Chiesa, e come la madre Chiesa vuole essere celebrata. E che la insularità non impedisca la vera riforma liturgica che il Concilio ha mandato avanti. E non rimanere quietisti.

Cari fratelli, vi ringrazio tanto della vostra visita. Vi benedico e benedico le vostre comunità, benedico il loro cammino. Mi raccomando: non dimenticatevi di pregare per me, perché ne ho bisogno.

Un’altra cosa… Questo non lo dico solo per la Sicilia, questo è universale: una delle cose che più distruggono la vita ecclesiale, sia la diocesi sia la parrocchia, è il chiacchiericcio, il chiacchiericcio che va insieme all’ambizione. Vi daranno uno scritto che ha fatto un Nunzio Apostolico sul chiacchiericcio, lo chiama “parola abusata”. Noi non riusciamo a mandare via il chiacchiericcio: anche dopo una riunione: Ciao, ci salutiamo, e incomincia: “Hai visto cosa ha detto quello, quell’altro, quell’altro…”. Il chiacchiericcio è una peste che distrugge la Chiesa, distrugge le comunità, distrugge l’appartenenza, distrugge la personalità. E mi piace tanto l’immagine che ha messo nella copertina – poi lo vedrete perché ve ne daranno uno per ciascuno – c’è il segno del dito, che è il segno dell’identità, e uno che lo sfila, perché con il chiacchiericcio ti toglie l’identità, ti toglie l’appartenenza: questo fa il chiacchiericcio, con noi. Scusatemi se predico queste cose che sembrano da prima Comunione, ma sono cose essenziali: non dimenticarle!

Adesso vi darò la benedizione.

Emergono altri particolari nell’ambito dell’inchiesta che ieri ha provocato l’arresto del candidato al Consiglio comunale di Palermo con Forza Italia, Piero Polizzi, del costruttore mafioso Agostino Sansone e del collaboratore Manlio Porretto. Un trojan è piazzato nel cellulare di Sansone. Lui il 10 maggio si reca nel comitato elettorale di Polizzi, e Polizzi si rivolge così a Sansone, sussurrando: “Se sono potente io, siete potenti anche voi. Ce la facciamo”. E Manlio Porretto afferma: “Però siamo stati iunco… ci siamo calati alla china! Perché noi bene abbiamo fatto! Non è che c’è qualcuno che può parlare male di noialtri!”. Secondo gli indaganti, Porretto si riferisce alla capacità di resistenza della famiglia mafiosa dell’Uditore, che, nonostante le numerose e continue condanne, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i sequestri, era riuscita a resistere. E i magistrati aggiungono: “Con ciò richiamando l’immagine della flessibilità del ‘junco’, descrivendo una ben precisa filosofia mafiosa: riemergere dalla necessaria e alle volte ineluttabile strategia di sommersione, per poi rialzare nuovamente il capo, al momento opportuno, e ritornare più forti di prima, riallacciando i rapporti con la politica, ripristinando le vecchie e attivando nuove alleanze con gli appartenenti alle istituzioni”.

La Fortitudo Agrigento e Akragas Calcio stanno per affrontare il momento più importante della stagione, entrambe le squadre pronte a giocarsi le finali e la promozione di categoria. Ecco perchè tutta la città deve sostenere i suoi Giganti Biancoazzurri sul parquet del Palamoncada e sul manto erboso dell’Esseneto.

Domenica 12 giugno alle ore 20.00 in occasione di gara 1 delle finali contro la Real Sebastiani Rieti  tutta la squadra e lo staff dell’Akragas assisteranno al mach ed il nostro capitano Albano Chiarastella e l’agrigentino Alfonso Cipolla, capitano del team biancoazzurro, si scambieranno le rispettive maglie e stringeranno un sodalizio che vuole promuovere lo sport agrigentino ed i suoi colori.

di Mariella Di Stefano
Si è svolta nei giorni scorsi al museo archeologico San Nicola di Agrigento una riunione sindacale di “Confintesa dipendenti regionali A e B”. Sindacato che come indica il nome è nato per difendere questa categoria di lavoratori.
Sono le fasce più basse tra le categorie dei lavoratori della regione siciliana, coloro che nella maggioranza dei casi svolgono lavori di fascia superiore e che da un ventennio sono inchiodati in queste qualifiche pur avendo acquisito professionalità e quindi essere cresciuti professionalmente e portando avanti la macchina amministrativa facendo raggiungere gli obiettivi ai dirigenti. Da 15 giorni circa questo sindacato, dopo la conta degli iscritti fatta appunto 15 giorni fa dall’Aran Sicilia sono finalmente rappresentativi avendo già 450 circa d’iscrizioni.

Il coordinatore provinciale del movimento politico “Servire Agrigento”, Raoul Passarello, denuncia come gravemente degradate le condizioni in cui versa la città di Agrigento, e aggiunge: “Pensare di candidare Agrigento a Capitale italiana della Cultura 2025, in un momento in cui la città è abbandonata, rassegnata e stretta nella morsa del degrado e dell’incuria, rischia di essere soltanto un clamoroso autogol. Agrigento è piegata su stessa, senza visione, incapace di offrire servizi efficienti a turisti e visitatori, che non riesce a dare risposte concrete ai cittadini, costretti tra l’altro a tollerare marciapiedi, strade, piazze e aiuole colme di erbacce e rifiuti. Di fronte ad una situazione ormai fuori controllo, e prima di pensare a qualsiasi candidatura, occorre un atto di buon senso definendo un Piano straordinario di pulizia della città. E poi: potenziamento del trasporto pubblico locale, blocchi e limitazioni alla circolazione nelle vie della movida, e più aree pedonali, per migliorare e rilanciare l’immagine di un territorio che per la sua storia e cultura millenaria meriterebbe più attenzione, più coraggio e più slancio”.

Ad Agrigento, a Fontanelle, è accaduto che una donna ha posizionato la figlia di 10 mesi sul seggiolino della sua automobile Suv, poi si è diretta verso lo sportello del lato guida per entrare anche lei, ma è scattata la chiusura centralizzata della vettura. Lei è stata assalita dal panico. Ha tentato di aprire, ma invano. Ha urlato. Sono sopraggiunti alcuni residenti. Hanno tentato anche loro di aprire. Inutile. Hanno telefonato ai Vigili del fuoco, prontamente intervenuti. Hanno subito risolto l’inconveniente.

Ad Agrigento, in via Esseneto, una coppia di quarantenni bussa alla porta di casa di una pensionata di 70 anni: “Abbiamo bisogno di un bicchiere d’acqua e zucchero. Lei sta male. Ha un calo di pressione”. L’anziana si reca in cucina, prepara il bicchiere con acqua e zucchero e lo serve alla donna. Lei beve. Lui nel frattempo rovista tra i cassetti della camera da letto e ruba gioielli e oggetti preziosi. Poi ringraziano e salutano. L’anziana entra in camera da letto e si accorge del furto. Telefona alla Polizia e sporge denuncia a carico di ignoti.

“Non si può pensare di sospendere momentaneamente o a lungo termine le attività di due reparti importanti dell’ospedale di Sciacca, come l’Ortopedia e l’Urologia, punto di riferimento per un vasto comprensorio. Oltretutto ciò accade in un momento in cui sia in città che nell’hinterland raddoppia la popolazione con l’inizio della stagione turistica. Ho parlato con il direttore sanitario dell’Asp di Agrigento e ho saputo che domani rientrerà il primario, ma è chiaro che non bastano la buona volontà e l’abnegazione al lavoro del primario ma servono altre unità per poter garantire che il servizio funzioni e che si possa riattivare l’Ortopedia. Ho ribadito che occorre urgentemente trovare una soluzione. L’ospedale di Sciacca è un DEA di primo livello e, in quanto tale, deve garantire una risposta sanitaria adeguata. Si può valutare l’ipotesi di stipulare convenzioni con altri ospedali più grandi, per esempio di Palermo, per consentire lo svolgimento dell’attività operatoria”.

Lo dichiara la presidente della commissione Salute dell’Ars, Margherita La Rocca Ruvolo, a proposito della nota con cui il responsabile dell’Area di Emergenza del nosocomio saccense ha chiesto alla Centrale Operativa del 118 di Caltanissetta di trasferire i pazienti di alcuni comuni limitrofi all’ospedale di Castelvetrano per l’impossibilità di espletare la terapia chirurgica nel reparto di Ortopedia. Sono stati sospesi anche i ricoveri nel reparto di Urologia.

Palermo, 8 giugno 2022

I giudici d’Appello della Corte dei Conti hanno condannato un dipendente dell’Ufficio Tecnico del Comune di Campobello di Licata, Francesco Gioacchino La Mendola, geometra, 58 anni, per danno di immagine, allorchè arrestato, e poi condannato, per avere preteso una tangente da 3mila euro dall’impresa Omnia srl, impegnata in un appalto di nettezza urbana, sotto il ricatto che non le sarebbero state pagate delle fatture e che non avrebbe più lavorato su incarico del Comune di Campobello di Licata. In primo grado La Mendola è stato condannato a pagare il doppio della tangente, ovvero 6mila euro. Siccome però ha diviso la tangente con un collega, in Appello gli è stato applicato lo sconto fino a 3mila euro.

Il giudice monocratico del Tribunale di Agrigento, Giuseppa Zampino, ha emesso sentenza nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta “Banda del ferro”, su una serie di furti ai danni di abitazioni, aziende, capannoni e una scuola, avvenuti tra Agrigento, e Porto Empedocle. Sono stati inflitti 3 anni e 8 mesi di reclusione a Salvatore Siracusa, 55 anni, di Porto Empedocle. Non doversi procedere, in quanto il reato è prescritto, per gli empedoclini Gino Mendola, e Giuseppe Mannella, poi Eugenio, Angelo e Carmelo Nobile, di Agrigento, e Carmelo Vaccaro di Cattolica Eraclea. Ai tre Nobile, titolari di un’azienda che si occupa di auto-demolizioni, è stato contestato solo il reato di ricettazione perché avrebbero acquistato ferraglia di provenienza furtiva, e altri materiali.