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Gli agenti del Commissariato hanno fermato l’uomo in Via Marsala. Sequestrati anche sostanza da taglio e un bilancino di precisione.

I poliziotti del Commissariato di pubblica sicurezza di Gela, nel corso di servizi finalizzati alla prevenzione e repressione del traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ieri hanno arrestato il trentasettenne gelese Tumminelli Giacomo nella flagranza di reato di detenzione ai fini di spaccio di 31,15 grammi di cocaina. L’uomo è stato fermato dagli agenti della sezione investigativa del Commissariato mentre, a bordo della propria autovettura, transitava per via Marsala. L’atteggiamento sospetto del Tumminelli ha determinato i poliziotti a sottoporlo a perquisizione personale e locale; nel corso di quest’ultima, occultati all’interno di un controsoffitto della camera da letto dell’abitazione del fermato, sono stati rinvenuti e sequestrati tre involucri di cellophane contenente 31,15 grammi di cocaina. All’interno della cucina sono, invece, stati trovati della sostanza da taglio e un bilancino di precisione. Tumminelli è stato condotto in Commissariato e, dopo gli adempimenti di rito, su disposizione del Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Gela, condotto agli arresti domiciliari a disposizione dell’A.G.

La Procura Distrettuale Antimafia di Palermo ha emesso un provvedimento di fermo di indiziato di delitto nei confronti di 16 indagati che sono stati tratti in arresto dai Carabinieri di Palermo questa mattina in quanto ritenuti a vario titolo responsabili dei delitti di associazione per delinquere di tipo mafioso, tentato omicidio, estorsioni consumate e tentate aggravate, danneggiamento seguito da incendio, minacce aggravate, detenzione abusiva di armi da fuoco.
L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore DE LUCA e dai sui sostituti, costituisce l’ennesimo risultato di un’articolata manovra condotta dal Nucleo Investigativo di Palermo sul mandamento mafioso di Tommaso Natale e, in particolare, sulle famiglie di Tommaso Natale, Partanna Mondello e ZEN – Pallavicino.
Nell’odierno provvedimento di fermo, sulla scorta di gravi indizi, i fatti vengono delineati come segue.
In generale l’attività ha permesso di riscontrare come la piena vigenza della ricostituita commissione provinciale di cosa nostra palermitana, riunitasi il 29 maggio 2018 dopo quasi trent’anni di inattività, abbia condizionato le dinamiche criminali del mandamento mafioso oggetto delle indagini. Infatti, in linea con le regole stabilite, il nuovo reggente del mandamento, Francesco PALUMERI, si è reso protagonista, non senza rilevanti frizioni interne, della riorganizzazione degli assetti della articolazione mafiosa, dopo il momento di criticità conseguente all’operazione CUPOLA 2.0.
Le risultanze restituite dall’indagine TENEO, che aveva portato agli ultimi arresti del 23 giugno 2020, avevano infatti dimostrato come il mandamento mafioso di Tommaso Natale, almeno fino a maggio 2018, era controllato da Nunzio SERIO. La famiglia mafiosa di Partanna Mondello era affidata alla reggenza di Francesco PALUMERI, mentre quella di Tommaso Natale era nelle mani di Antonino VITAMIA. Già in quel periodo si era compreso che il territorio della borgata dello ZEN, strategicamente determinante, era affidato alla reggenza di Giuseppe CUSIMANO. Questa era la composizione di vertice del mandamento di Tommaso Natale aggiornata al mese di marzo 2018, compagine comunque in continuo divenire, perché già il successivo 14 maggio 2018, Nunzio SERIO veniva nuovamente arrestato ed al suo posto subentrava Calogero LO PICCOLO, da poco rientrato a Palermo.
L’immissione di Calogero LO PICCOLO alla guida del mandamento di Tommaso Natale non apportava, di fatto, significativi cambiamenti. Le persone sopra richiamate, infatti, rimanevano saldamente alla guida delle rispettive articolazioni territoriali.
Il 29 maggio 2018, si teneva la riunione della neo ricostituita commissione provinciale di cosa nostra palermitana, la CUPOLA 2.0. A questo incontro, così come confermato dai collaboratori Filippo BISCONTI e Francesco COLLETTI, aveva preso parte il nuovo capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale, ovvero Calogero LO PICCOLO, che era stato accompagnato proprio da Francesco PALUMERI, il quale veniva individuato come suo portavoce, e dunque vice, del suo capo, poi tratto in arresto.
Tale circostanza assumerà un significato rilevante nella parte finale dell’indagine, perché Giulio CAPORRIMO, che durante la realizzazione dell’ambizioso quanto strategico cambiamento nell’assetto mafioso della provincia palermitana era detenuto, una volta riacquistata la libertà il 24 maggio 2019, si scontrava con la realtà di questa nuova componente del mandamento di riferimento e soprattutto con una nuova leadership, determinando un vero e proprio corto circuito.

Giulio CAPORRIMO, infatti, si vedeva sottoposto alla direzione di un Francesco PALUMERI che egli non riconosceva come suo leader e soprattutto non riteneva all’altezza di un simile incarico.
Allo stesso modo, non riteneva ammissibile quello che era accaduto con la riformulazione della commissione, perché le decisioni assunte al riguardo, secondo le sue valutazioni, andavano fuori da quella cornice di ortodossia mafiosa che caratterizza cosa nostra, essendo stata violata, secondo lui, una delle regole principali dell’organizzazione, ovvero quella che si sintetizza nel fatto che si è mafiosi fino alla morte e si mantiene il proprio incarico di vertice anche nel corso della detenzione.
CAPORRIMO, quindi, che non considerava PALUMERI un reggente, riottenuta la libertà, di lì a breve e dopo aver toccato con mano la nuova realtà associativa, decideva di stabilirsi a Firenze per prendere le distanze da questa nuova organizzazione che egli giungeva a definire non più come “cosa nostra” ma come “cosa come vi viene”.
Di contro, la decisione di defilarsi di CAPORRIMO ha dimostrato la piena operatività delle decisioni prese dalla nuova commissione provinciale. Francesco PALUMERI, in quanto portavoce e vice di Calogero LO PICCOLO, ha avuto quindi il titolo formale per imporsi su CAPORRIMO che, giocoforza, ha dovuto, almeno inizialmente, soccombere.
Cosa nostra, organizzazione verticistica disciplinata da regole precise, quindi, si trova davanti a un BIVIO: accettare il ricostituito organismo provinciale, oppure, rimettere in discussione tutto attraverso le persone più carismatiche che vengono nel tempo rimesse in libertà, come nel caso di CAPORRIMO.
E in effetti, CAPORRIMO, dopo aver trascorso un periodo di isolamento a Firenze, rientrava a Palermo in data 11 aprile 2020, riuscendo in poco tempo ad accentrare nuovamente su di sé le più delicate dinamiche dell’intero mandamento, senza i paventati spargimenti di sangue che pure era disposto ad affrontare. Risulta dimostrato che CAPORRIMO, appoggiato dalla sua base mafiosa sul territorio (si sono rivelati suoi fedeli alleati Antonino VITAMIA – capo della famiglia di Tommaso Natale, Franco ADELFIO – uomo d’onore di Partanna Mondello, e CUSIMANO – ai vertici della famiglia ZEN/Pallavicino) tornato a Palermo, ha ripreso in mano le redini dell’intero mandamento mafioso, sino al suo ultimo arresto avvenuto con l’operazione TENEO nel giugno 2020, che chiude di fatto l’attività investigativa sul suo conto.​ ​ ​

Nell’ambito delle dinamiche associative si è evidenziata la nascita di una nuova articolazione mafiosa nel mandamento di Tommaso Natale, ovvero la famiglia mafiosa di ZEN-PALLAVICINO, affidata alla gestione di CUSIMANO, con l’aiuto di L’ABATE Francesco.
Proprio tale articolazione è stata caratterizzata da problemi gestionali, dovuti all’esuberanza criminale e alla violenza di taluni gruppi di persone che, non affiliate formalmente a cosa nostra, hanno creato varie criticità sul territorio.
Fra i tanti momenti di tensione si è registrato, lo scorso settembre 2020, un grave episodio allo ZEN, allorquando due gruppi armati si sono sfidati “a duello”. I due gruppi, infatti, di cui uno composto da Andrea e Carmelo BARONE appoggiati da Giuseppe CUSIMANO, si sono affrontati armi in pugno, in pieno giorno e sulla pubblica via, esplodendo svariati colpi di pistola che solo per un caso fortuito non hanno provocato la morte o il ferimento dei contendenti o di passanti.
Tali fatti, assieme ad altri episodi, hanno indotto i vertici mafiosi a prendere provvedimenti nei confronti dei riottosi, meditando la soppressione di alcuni soggetti non allineati, la cui realizzazione è stata scongiurata grazie all’opera di prevenzione degli investigatori.

In tema di attività estorsive si è registrato, in tutto il territorio del mandamento, una pervicace e incisiva azione vessatoria in danno di imprenditori e commercianti, finalizzata, da una parte, a imporre i mezzi d’opera di alcuni affiliati mafiosi a tutti gli imprenditori impegnati in attività edili e dall’altra a riscuotere il “pizzo”, in maniera capillare, dai commercianti locali.
In caso di resistenze da parte degli operatori economici, gli affiliati non hanno esitato a porre in essere danneggiamenti, anche di rilevante entità, incendiando i mezzi d’opera.
Sono state ricostruite, infatti, in maniera analitica, 13 attività estorsive aggravate dal metodo mafioso (10 consumate e 3 tentate), nonché due danneggiamenti seguiti da incendio in danno di altrettante imprese.
Hanno collaborato con gli investigatori, denunciando i fatti, 5 imprenditori.

Sempre nel territorio dello ZEN, i vertici di quell’articolazione criminale hanno anche tentato di accreditarsi, in maniera concreta, quali referenti in grado di fornire aiuti alla popolazione in tempo di pandemia da COVID_19. Giuseppe CUSIMANO, infatti, ergendosi a punto di riferimento per le tante famiglie indigenti del quartiere, ha tentato di organizzare una distribuzione alimentare per le famiglie bisognose durante la prima fase di lockdown del 2020: tale circostanza dimostra come cosa nostra è sempre alla ricerca di quel consenso sociale e di quel riconoscimento sul territorio, indispensabili per l’esercizio del potere mafioso.

Inoltre, a rimarcare la costante pericolosità dell’organizzazione mafiosa, sono state registrate concrete progettualità in ordine alla pianificazione di alcune rapine (in danno di portavalori e di distributori di benzina), da commettere attraverso l’uso di armi (anche automatiche da guerra) e di esplosivo al plastico.
L’intento dei vertici della famiglia mafiosa dello ZEN era quello di assaltare, usando proprio le armi e l’esplosivo di cui evidentemente dispongono, un portavalori di una società di vigilanza non specificata, al fine di incamerare liquidità da riutilizzare per il sostentamento degli affiliati liberi e detenuti. Analoga progettualità emergeva in danno di un distributore di benzina, che usufruisce di vigilanza armata: in tale occasione il gruppo di CUSIMANO non avrebbe esitato a usare le armi per neutralizzare il vigilante e rapinare l’esercizio commerciale.

Ci saranno il cannolo, il passito e il Tempio della Concordia su una delle 15 monete della collezione numismatica 2021
Questa la dichiarazione del presidente della regione Sicilia, Nello Musumeci: «Alla Zecca dello Stato va l’apprezzamento mio personale e del governo della Regione per aver voluto celebrare la Sicilia attraverso i simboli di eccellenza della nostra tradizione e cultura millenaria. Questo periodo di pandemia ha messo a dura prova due settori produttivi, come quello dell’enogastronomia e del turismo, strategici per l’economia dell’Isola. Ma riconoscimenti come questo devono spronarci a fare ancora di più e meglio affinché, passato l’incubo del Covid, la Sicilia possa tornare a essere protagonista, ritagliandosi un ruolo di primo piano al centro del Mediterraneo».

Più che una biografia è una topografia a tracciare i sentieri umani, culturali e letterari di Leonardo Sciascia. La guida alla figura di uno dei maggiori scrittori del Novecento, nel centenario della nascita, non poteva che partire dal paese a cui era rimasto sempre legato: Racalmuto, il luogo della vita e della memoria.

E da qui comincia il viaggio dentro un universo di storie e di personaggi che Salvatore Picone e Gigi Restivo descrivono nel libro “Dalle parti di Sciascia” (Zolfo editore, 280 pagine, 18 euro).
Di Racalmuto sono non soltanto gli autori ma anche l’editore Lillo Garlisi e lo scrittore Gaetano Savatteri che firma la prefazione. Tutti appartengono a una generazione che con Sciascia si è inevitabilmente confrontata, anche sulle pagine del giornale locale “Malgrado tutto”, nella Regalpetra immaginaria (ma non troppo) dalla quale lo scrittore proiettava il suo sguardo, la sua ricerca, le sue eresie.
In quella Sicilia che scompare qualcosa si è salvato: è la casa di via Regina Margherita che Pippo Di Falco è riuscito a sottrarre al decadimento e a fare diventare un luogo in cui la memoria è stata ravvivata. In queste stanze lo scrittore è vissuto, è cresciuto, ha letto i suoi libri di formazione, ha scritto le sue prime opere. Questa è la prima tappa di un percorso che da qui si inoltra verso altri luoghi: le chiese, le varie “parrocchie” civili, la scuola dove Sciascia insegnò, il circolo Unione, il municipio, la piazza, il teatro ma soprattutto la casa di contrada Noce che d’estate diventava il cenacolo e il punto di incontro con scrittori come Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo, fotografi come Giuseppe Leone, registi come Francesco Rosi.
Il rapporto con il suo paese non racchiude però tutti i luoghi dell’anima sciasciana. Savatteri ne parla ricorrendo al gioco di spirali di una chiocciola ideale che ha portato lo scrittore ad allargare i confini di Regalpetra prima a Caltanissetta, poi a Palermo, alle sue gallerie e alla casa editrice Sellerio passando ancora per Roma, Milano, Parigi, Madrid, la Spagna. Ma tenendo sempre ferme le radici nel paese del cuore. “Ho tentato di raccontare – diceva – qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione”. Qui tutto oggi parla di Sciascia: la sua rete di amicizie che si va fatalmente assottigliando (il poeta Stefano Vilardo, suo compagno di scuola, è morto da poco), la fondazione che raccoglie le sue carte e la trama dei suoi rapporti con il mondo della cultura, perfino il cimitero. Sulla lapide della sua sepoltura ha voluto non a caso riprendere una frase di Claude Joseph Rouget de Lisle: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”

La Sicilia per il secondo giorno di seguito è sotto quota 900 per numero di nuovi contagi da Coronavirus.

Per la precisione, nella giornata odierna si registrano 885 positivi su 20.808 tamponi processati.

Questi dati hanno indotto il presidente della Regione Nello Musumeci a dire: “La zona rossa non è stata un capriccio, ma una necessità: eravamo arrivati a 1.970 contagiati e a oltre 40 morti al giorno. Siamo all’ultima settimana di zona rossa e per fortuna i dati cominciano ad essere incoraggianti, anche se il numero delle vittime rimane ancora alto. Sono fiducioso: se il calo dovesse essere costante potremmo anche revocare la zona rossa e tornare a respirare nella zona arancione”.

L’ufficio statistica del comune di Palermo dice: “emergono i primi segnali di rallentamento della pandemia in Sicilia: rispetto alla settimana precedente sono diminuiti i nuovi positivi e sono cresciuti meno i ricoverati e i deceduti. Sono però aumentati ancora gli ingressi in terapia intensiva. In particolare, nella settimana appena conclusa i nuovi positivi in Sicilia sono 9023, il 28,8% in meno rispetto alla settimana precedente, quando si era registrato il valore più elevato dall’inizio della pandemia. I tamponi positivi sono pari al 23,1% delle persone testate, in sensibile diminuzione rispetto al 29,9% della settimana precedente”

 

 

 

885 i nuovi positivi al Covid19 in Sicilia, su 20.808 tamponi processati con una incidenza del 4,2%.

La Sicilia è  terza per contagio dopo la Lombardia e l’Emilia Romagna. Le vittime sono state 34 nelle ultime 24 ore e portano il totale a 3.260. Il totale degli attualmente positivi è 48.001, con un incremento di 347 casi rispetto a ieri.

I guariti sono 504.

Negli ospedali i ricoveri sono 1.666, dei quali 227 in terapia intensiva.

I nuovi contagi per provincia.

Catania 208,

Palermo 386,

Messina 166,

Trapani 11,

Siracusa 26,

Ragusa 11,

Caltanissetta 74,

Agrigento 1,

Enna 2.

Il giudice monocratico del Tribunale di Agrigento Iacopo Mazzullo ha condannato ad un anno e quattro mesi (pena sospesa) un sessantenne di Raffadali – P.S. – accusato di aver appiccato fuoco al pavimento della propria abitazione in seguito ad una lite coniugale.Il raffadalese è stato condannato altresì al pagamento delle spese processuali.
Nel medesimo procedimento era imputata anche l’ex moglie – R. C- coetanea dell’uom, che però è stata assolta dall’accusa di lesioni lievi. La vicenda in questione risale al luglio del 2017. La moglie è stata difesa dagli avvocati Guido e Gianfranco Gueli.

Sempre più spesso ci si imbatte in soggetti che vivono a stretto contatto con un positivo al covid senza venirne contagiati.
Sui perché di questa dinamica gli scienziati sono all’opera, ma anche per capire perché siano più uomini che donne a contagiarsi e perché alcuni soggetti contraggono nuovamente il virus a stretto giro.

Gli addetti ai lavori stanno quindi cercando di capire come muta questo virus all’interno dell’essere umano, analizzando diversi casi, soprattutto quello di persone che – statisticamente ormai – non si infettano seppur avendo avuto contatti di convivenza stretta con un positivo. Cercano la spiegazione nel sistema immunitario, oltre quelle che sono le normali regole dettate dal protocollo ossia il distanziamento, la mascherina e l’igienizzazione frequente delle mani.

Un team di lavoro di scienziati e genetisti di Tor Vergata, con un consorzio internazionale, sta analizzando i casi e si avanza l’ipotesi che esistano geni che rendano alcune persone più protette dal contagio e quindi più resistenti, perché se il virus è lo stesso, la differenza la fa “chi lo ospita”. Lo studio è in corso ed è molto complesso perché servirebbero individui molto esposti al virus come il personale sanitario e i parenti dei positivi, che siano negativi sia al sierologico che al tampone.

E’ il genetista di Tor Vergata a Roma, Giuseppe Novelli a spiegare che “quando c’è una pandemia i fattori in gioco sono il patogeno, l’ospite e l’ambiente, ossia il contesto in cui si sviluppa l’infezione. Noi ci siamo concentrati sulla seconda, che è fondamentale”.

Poi continua: “Ci siamo prima concentrati sui malati gravi e abbiamo scoperto che esiste un 10-12 per cento di casi che hanno una caratteristica genetica particolare, non riescono cioè a produrre interferone che è la prima molecola di difesa. Sulla base di questa esperienza ci siamo chiesti se ci sono differenze genetiche in quelli che noi chiamiamo i resistenti cioè persone che quando convivono con un soggetto che è certamente positivo non solo non si ammalano, ma non si infettano nemmeno”.

Con molta probabilità le risposte che famiglia ed inquirenti cercano circa la drammatica morte della piccola Antonella Sicomoro, morta per aver partecipato ad una sfida lanciata sull’ormai famosissimo social Tik Tok, è contenuta nel suo telefonino, ricevuto in dono per il suo decimo compleanno.

Eppure il tutto diviene ancora più difficile perché ad oggi, gli inquirenti ancora non sono riusciti ad accedere a quel telefono cellulare, perché sembrerebbe che la piccola, senza dirlo ai genitori, avrebbe cambiato la password, mettendo così in difficoltà i tecnici informatici che dovranno prima individuare quello, per poi immergersi su tutto quello che il cellulare della piccola contiene.

Esiste per adesso solo una denuncia contro ignoti, per istigazione al suicidio, perché alla fine, solo dal contenuto del cellulare si potrà risalire non solo agli ultimi minuti di vita di Antonella, ma si potrà anche capire se la stessa fosse stata avvicinata da qualcuno affinché partecipasse a quella sfida estrema che l’ha condotta alla morte.

L’autopsia avrebbe intanto già confermato che la piccola è morta per asfissia, provocata da quella cinta che da sola si sarebbe stretta al collo, per vincere, quella orrenda sfida

 

Dopo nove giorni di ricovero all’ospedale “Sant’Elia” di Caltanissetta, è morto l’automobilista che lo scorso 15 gennaio, lungo la provinciale 24, nei pressi del bivio Tumarrano, a Cammarata, a bordo della sua automobile, una Fiat Punto, è stato travolto dal rimorchio di un camion che si è accidentalmente sganciato. Si tratta di Giuseppe Tatano, 57 anni, di Cammarata, ragioniere.