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Sempre al vaglio dei magistrati le dichiarazioni del pentito favarese Giuseppe Quaranta, l’ex boss che ha deciso di collaborare con la giustizia dopo il suo arresto avvenuto nel blitz antimafia denominato Montagna. Per prima cosa l’uomo ha voluto specificare i motivi del suo pentimento poi è entrato nel dettaglio di quanto di sua conoscenza.

Il boss sarebbe stato capo di Favara tra il 2010 e il 2013-2014. Poi fu “posato” perchè “a un certo punto mi ero stufato e non mi facevo trovare da nessuno – ha detto – quindi non essendo più ‘produttivo’ fu informato Francesco Fragapane a cui fu detto che non ero più disponibile. Mi venne detto che non dovevo più ‘camminare’ a nome di Fragapane e io ne fui felice…”

 Ha parlato di estorsioni a ditte edili, ma anche a extracomunitari. A tal proposito racconta: “Relativamente a fatti di estorsioni sono in grado di riferire su due da me fatte:
– con Calogerino Giambrone e Morgante relativa agli extracomunitari. Ogni volta che vedeva un “negro” Giambrone diceva che erano 45 euro che camminano”, ha riferito di droga. Sarebbe principalmente proprio il favarese Quaranta ad occuparsi dell’approvvigionamento di sostanze stupefacenti nel territorio agrigentino per poi consegnare le stesse ai “suoi” uomini di fiducia che poi, a loro volta, si occupavano dello smercio tra Agrigento, Favara, Raffadali e Racalmuto. Quaranta avrebbe organizzato una rete di spacciatori ben collaudata con compiti e ruoli ben definiti. La “roba”, sempre secondo quanto emergerebbe dalle carte dell’inchiesta arrivava da San Cataldo, da Rosarno (Calabria) e da Comiso.
Tutto il commercio e lo smercio sarebbe avvenuto con il benestare di Cosa nostra. Gli investigatori hanno scoperto un importante traffico attraverso le intercettazioni telefoniche, di cocaina e hashish). Traffico che sarebbe stato gestito per conto della famiglia mafiosa di Favara e del mandamento della “Montagna”.

E’ accusato di estorsione e falsità commessa da incaricato di pubblico servizio e di questo dovrà rispondere dopo che è stato rinviato a giudizio. Pietro Galvano, 69 anni, di Raffadali, presidente della Cooperativa “Il Girasole” dovrà affrontare il processo, a disporlo il gup del Tribunale di Agrigento, Alfonso Malato che ha accolto la richiesta della Procura

La vicenda parte da una denuncia presentata da una donna, ex dipendente della cooperativa che si occupa di assistenza sociale, che ha raccontato di essere stata costretta a restituire in parte lo stipendio che formalmente le veniva corrisposto. La stessa ha affermato che in caso di rifiuto avrebbe perso il posto di lavoro.

 

Alcuni dipedenti si sono costituiti parte civile nel processo che dovrà essere celebrato e che inizierà il prossimo 5 giugno.

Gli agenti del Commissariato Frontiera di Porto Empedocle, diretti dal vice questore aggiunto Cesare Castelli, hanno individuato e identificato un giovane del luogo, di 23 anni, quale autore di un violento pestaggio, avvenuto lo scorso 5 febbraio nei pressi del Municipio della cittadina marinara, ai danni di un uomo che ha dovuto fare ricorso alle cure dei medici dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento che lo hanno giudicato guaribile in 30 giorni.

Per il ragazzo è scattata la denuncia, in stato di libertà, per l’ipotesi di reato di lesioni personali. Sconosciuto il motivo dell’aggressione al 43enne che fu trovato riverso sul selciato da alcuni passanti che chiamarono i soccorsi.

Il Gip del Tribunale di Palermo, Fabrizio Molinari, lo ha scarcerato ieri. Posto agli arresti domiciliari senza l’ausilio del braccialetto elettronico.

Per Amedeo Caruana, infermiere 50enne di Favara, l’aria di casa è tornata familiare.

 

L’aver detenuto un micidiale arsenale in luoghi di sua pertinenza e l’essere indicato dai carabinieri che l’arsenale hanno scoperto come probabile armiere e  artigiano delle armi tale da poter confezionare cartucce e modificare le armi stesse, non è circostanza così grave da poter tenere ancora oltre (otto mesi sono già passati restando in gattabuia) l’infermiere favarese in cella.

Quindi, arresti domiciliari che per il giudice vanno concessi perché sono meno importanti le esigenze cautelari divenute sbiadite dal trascorrere del tempo e perché la stessa carcerazione fungerà da deterrente e Caruana non commetterà altri reati.

L’indagato, tra l’altro,  nel corso del suo interrogatorio è stato parecchio convincente e si è dichiarato pronto a sottoporsi alla risonanza magnetica funzionale “l’unico esame certo” in grado di stabilire se una persona menta o dica la verità analizzando la cortezza cervicale.

Amedeo Caruana mè un personaggio sui generis. Lo scorso 20 giugno i carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile, insieme ai militari della Tenenza di Favara, – dopo 12 ore di perquisizione – gli trovarono un vero e proprio arsenale 4 pistole, 3 mitragliette, 1 moschetto, 2 carabine, 1 bomba a mano, 1 granata. E ancora, 8000 cartucce, decine di silenziatori e caricatori e arnesi per la fabbricazione di armi. L’infermiere, comparso due giorni dopo il suo arresto davanti al Gip, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

E i carabinieri, poco più di un mese dopo, individuano in un’altra abitazione alle porte di Favara, ma nelle disponibilità dello stesso insospettabile infermiere, una mitraglietta modello AK 47 “Kalashnikov” ed fucile calibro 12; circa 40 cartucce calibro 7.62 perfettamente funzionanti.

Un uomo di 27 anni, Salvatore Di Maria, ha patteggiato una pena di 1 anno e 4 mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena, per un furto d’acqua di cui era accusato. I 

carabinieri, infatti, lo hanno bloccato quando il giovane aveva già riempito una cisterna da 5 mila litri dopo aver effettuato un allaccio abusivo alla condotta idrica gestita dalla società Girgenti Acque.

Di Maria ha subito ammesso le proprie responsabilità

Ancora strage di cani avvelenati. Una situazione indescrivibile, in cui la soluzione al randagismo sembra essere diventata una lotta spietata contro i più deboli
Dopo Sciacca e Licata, questa volta tutto si è verificato a Canicattì, dove dei cuccioli di cani sono stati impiccati. A trovarli, Vittorio Russo, un giovane del luogo che da sempre si prende cura degli amici a quattro zampe, e che in questo momento si stava occupando di questi cuccioli di cane, che proprio questo venerdi dovevano essere trasferiti a Milano perchè avevano trovato casa.

Accogliendo le istanze presentate dalla referente del Gruppo Toponomastica Femminile, Ester Rizzo, e dalla Presidente del C.I.F., Donatella Tealdo, il Commissario Straordinario, Maria Gazia Brandara, sensibile alla storia ed al riconoscimento delle figure femminili, in vista dell’8 marzo, giornata mondiale della donna, ha disposto l’intitolazione di alcuni spazi all’interno della Villa Comunale Regina Elena, a donne scomparse prematuramente.

In particolare, l’intitolazione del piazzale centrale della più nota comunale villa comunale in “Piazzetta Otto Marzo”. Ha inoltre disposto di intitolare tre vialetti a:
1) “Emanuela Loi”, vittima della mafia nell’attentato al Giudice Borsellino del 19 luglio 1992;
2) “Clotilde Terranova” – nostra concittadina perita nell’incendio della fabbrica Triangle di New York, del 25 marzo 1911;
3) “Alina Condurache”, giovane ragazza rumena vittima di femminicidio a Palma di Montechiaro, il 3 dicembre 2014.

 

<<Con piacere ho accolto l’invito rivoltomi dalle due rappresentanti delle associazioni licatesi promotrici dell’iniziativa, in quanto degne di attenzione e di lode, anche in considerazione del fatto che i nomi proposti riguardano tre figure femminili , tutte morte in giovane età, a causa di modalità e circostanze diverse – è il commento del Commissario Straordinario Brandara – Tre donne accomunate soltanto da una morte violenta: Emanuela Loi, servitore dello Stato, vittima della mafia; Clotilde Terranova, giovane emigrata licatese in America, vittima di un tragico incendio nel posto di lavoro; ed infine, Alina Condurache, vittima di femminicidio uccisa nelle campagne della vicina Palma di Montechiaro.

Intitolare alcuni spazi in uno dei luoghi maggiormente frequentati della città, e dai giovani in particolare, ritengo sia una delle migliori forme di promozione di figure esemplari, per indurre a meditare sulla figura delle donna, e su alcune problematiche dei nostri tempi, il senso del dovere, la tragedia del lavoro, il fenomeno del femminicidio. Tre temi di estrema attualità, nonostante si tratti di tre casi avvenuti in tempi diversi e distanti tra loro; tre argomenti che devono aiutare la crescita civile della comunità ed allo stesso tempo indurci a riflettere sulla quella che è la realtà quotidiana in cui viviamo ed operiamo>>.  

La Cna incontra le categorie produttive di Casteltermini. Il responsabile della sede territoriale Angelo Ripepe ha promosso, ieri pomeriggio, un incontro informativo dal titolo “La sfida possibile”, lanciato con l’hashtag #sviluppocasteltermini. Alla partecipata iniziativa ha preso parte il segretario regionale della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa Piero Giglione. Il responsabile per il credito Emanuele Diana e la responsabile per la salute e la sicurezza sul lavoro Daniela Pisano hanno illustrato alcune opportunità attive ai numerosi operatori dei vari settori: da “Resto al Sud” all’azione 3.4.2 sull’Internazionalizzazione delle Piccole e Medie Imprese, dal bando Isi al Microcredito. Giglione, che ieri ha avuto una giornata intensa tra Palermo ed Agrigento, ha approfondito le tematiche dell’Ecobonus e del Sismabonus. “La nuova Legge di Stabilità 2018 – ha spiegato il segretario regionale della Cna – consente una detrazione fiscale, ossia, uno sconto IRPEF considerevole, per quei condomini che effettuano interventi di risparmio energetico e di adeguamento antisismico e di ristrutturazione. Finalmente in circolo saranno messe numerose risorse in grado di far ripartire l’imprenditoria dopo anni di stallo”.