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Flop su aumento dei canoni, i conti non tornano

Gli oltre 1.500 chilometri di litorale fruttano alle casse dell’Isola solo 8 milioni di euro all’anno. Tre in meno della Liguria che ha un quinto dei chilometri. Crocetta aumentò i canoni del 600%, ma fece poi marcia indietro. Sfasando però tutte le previsioni di entrata

Circa tremila concessioni nelle coste siciliane e un totale di oltre settemila addettiche lavorano lungo le coste, dai poli petrolchimici fino alla ricettività turistica. Per un incasso annuo per le casse della Regione di otto milioni di euro, decisamente inferiore rispetto agli oltre 11 milioni che incassa una Regione come la Liguria, che però possiede un quinto delle coste dell’Isola. È la costellazione delle concessioni del demanio marittimo siciliano, finito ancora una volta nella bufera per via dei conti che non tornano. Alla Regione tentano di fare il punto sulle concessioni demaniali, incrociando i dati tra l’assessorato al Territorio, quello alle Attività produttive e quello all’Economia, ma l’aver individuato il bandolo della matassa non ha sciolto tutti i nodi, anzi.

Era l’aprile del 2013, infatti, quando un decreto dell’allora presidente della Regione, Rosario Crocetta, aumentava i canoni demaniali del 600 per cento. A ricordare l’episodio, che all’epoca fece ovviamente scalpore tra gli operatori, è stato l’assessore al Territorio Toto Cordaro, in audizione in commissione Ambiente. Un aumento che, nelle previsioni del governo, avrebbe comportato introiti nelle casse regionali per 40 milioni di euro, a fronte degli 8 milioni incassati invece con i contratti in vigore. Erano i giorni che precedevano la discussione a Sala d’Ercole della prima Finanziaria targata Crocetta, per intenderci, e quella previsione di introiti veniva inserita nella legge di stabilità regionale.

Peccato che, finite le polemiche attorno all’esame della Finanziaria, il 17 giugno dello stesso anno un altro decreto, questa volta a firma dell’allora assessore al Territorio, Mariella Lo Bello, riportava la situazione allo stato precedente. «A far data dalla pubblicazione della presente direttiva – si legge sul documento – tutte le concessioni demaniali per le quali è stato richiesto il rinnovo del titolo concessorio, sono rinnovate provvisoriamente d’ufficio fino al 31 dicembre 2015. Le concessioni rinnovate hanno validità alle stesse condizioni dell’atto a suo tempo rilasciato. I canoni da corrispondere saranno quelli segnati nella determina dei canoni trasmessa all’epoca. Con successivo provvedimento si provvederà al conguaglio dei canoni, tenuto conto del decreto 509 del 3 aprile 2013». La discrepanza tra i due provvedimenti ad oggi non è mai stata sistemata.

A lanciare l’allarme su questa vicenda, prima ancora che se ne occupasse l’Ars, era stata la Corte dei Conti, che per voce del procuratore Pino Zingale aveva parlato di «profili di danno erariale». Un danno che, nel tempo, avrebbe superato i 150 milioni di euro, considerato che da quei due decreti sono ormai trascorsi cinque anni, nel corso dei quali la Regione ha incassato una media di 32 milioni di euro l’anno in meno. Senza contare i morosi e chi quei canoni non li ha mai pagati, per un danno complessivo che supererebbe di misura i 200 milioni.

Nell’ultima Finanziaria, il nuovo governo aveva tentato la via di una prima regolamentazione, con una norma che prevedeva la possibilità di concessioni a titolo oneroso, anche cinquantennali, degli immobili «che insistono nelle aree marittime demaniali e che versano in condizione di precarietà accertata». Ma la norma, proprio ieri, è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri.

Eppure la stortura non finisce qui, perché, ovviamente le somme che la Regione aspettava di ricevere e che i titolari delle concessioni non ritengono di dover erogare alla luce della direttiva firmata Lo Bello, sono diventate cartelle esattoriali trasferite a Riscossione Sicilia, che a sua volta si trova «ingenti negativi di bilancio – denuncia la capogruppo del Gruppo Misto all’Ars, Marianna Caronia, componente sia della Commissione Ambiente che di quella Bilancio – proprio per i mancati introiti derivati dalle concessioni demaniali. Si tratta di milioni di euro sui quali la società partecipata conta per non restare in ginocchio». Ma che al momento sembrerebbe non doverle dare nessuno.

Gianfranco Miccichè 

Nei prossimi mesi l’Ars bandirà un concorso per 10 posti”. Lo ha annunciato il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gianfranco Miccichè, a margine della cerimonia di consegna dei titoli di dottorato di ricerca dell’Università di Palermo, che si è svolta nel pomeriggio nel cortile Maqueda di Palazzo dei Normanni. Il presidente ha ricordato anche che l’ultimo concorso all’Ars è stato bandito dieci anni fa proprio durante la sua precedente presidenza, destinato a laureati in Giurisprudenza, Economia e Scienze politiche. Miccichè, infine, ha lanciato un appello al rettore Fabrizio Micari e ai professori presenti alla cerimonia “affinchè l’Ateneo formi studenti preparati e motivati”.
   

Sentenza per i dieci imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Il blitz era scattato nel maggio del 2017. Tra i condannati anche Nicolò Sfraga, braccio destro di Rallo, che, intercettato, raccontava di aver visto nel 2015 il super latitante. «Si trova in zona», diceva

Il Gup di Palermo Nicola Aiello ha condannato dieci persone a oltre un secolo di carcere a conclusione del processo Visir ai fiancheggiatori del latitante Matteo Messina Denaro. Erano accusati a vario titolo di mafia ed estorsioni. 

Il blitz era scattato nel maggio del 2017. L’accusa era rappresentata in aula dai Pm Gianluca De Leo e Piero Padova. Queste le condanne del procedimento col rito abbreviato: 16 anni per Vito Vincenzo Rallo, considerato il presunto reggente della cosca marsalese; 14 anni per il suo braccio destro Nicolò Sfraga; 9 anni per Calogero D’Antoni; 12 anni e 8 mesi per Vincenzo D’Aguanno; 10 anni e 8 mesi per Giuseppe Giovanni Gentile; 12 anni per Simone Licari; 12 anni Ignazio Lombardo, detto il capitano; 12 anni per Michele Lombardo; 10 anni perAlessandro Rallo; 5 anni e 4 mesi per Massimo Salvatore Giglio. Disposti risarcimenti all’Associazione antiracket e antiusura Trapani, Sicindustria, Centro studi Pio La Torre, associazione La verità vive. La quantificazione dei risarcimenti è rimessa al giudice civile. 

L’operazione Visir aveva portato in manette 14 persone, ritenuti fedelissimi del super latitante. In particolare per gli investigatori capo indiscusso di Cosa Nostra marsalese sarebbe Vincenzo Rallo, fratello dell’ergastolano Antonino ex capo della cosca lilibetana. Secondo le indagini, Rallo in più occasioni avrebbe manifestato il suo potere imponendo agli affiliati i propri uomini, programmando l’eliminazione di soggetti scomodi e facendo da intermediario tra i mandamenti di Trapani e Palermo. 

Braccio destro di Rallo è considerato Sfraga, che avrebbe gestito per conto della famiglia le richieste di pizzo e le infiltrazioni negli appalti pubblici. È sempre Sfraga, stando all’ordinanza di arresto, che dice di aver visto, nel 2015, Matteo Messina Denaro. «Si trova in zona», dice riferendosi all’area di Marsala, nel corso di una conversazione intercettata dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani. «Ho avuto modo di conoscerlo qualche paio di volte». Parole a cui però gli investigatori non avrebbero trovato riscontri. 

La nomina di Sfraga diventa uno dei motivi del malcontento di una parte del gruppo criminale marsalese, capeggiata dal 57enne Vincenzo D’Aguanno, condannato oggi a 10 anni e otto mesi. Al punto che, stando alle intercettazioniè lo stesso Messina Denaro a doversi scomodare per mettere la pace, minacciando la guerra. Dopo molto tempo, è il primo segnale colto dagli investigatori della possibile presenza a Trapani del boss. 

La IV Commissione continua ad occuparsi di rifiuti, priorità del Governo Musumeci.
“Con oggi abbiamo terminato un ulteriore giro di audizioni, dalla prossima settimana lavoreremo sul testo della nuova legge sulla gestione dei rifiuti.” Dichiara la presidente On Giusi Savarino 
Con i territori, i sindacati, l’ANCI, i rappresentanti di categoria si è in particolare trattato il tema dei lavoratori, della definitiva liquidazione degli ato, della gestione delle società, dell’esigenza di semplificazione e da ultimo del riutilizzo dei materiali riciclati che possono creare economia come la terra derivante dal lavaggio della plastica delle serre. 
“La Commissione che presiedo si impegna a superare le criticità che la vecchia legge ha lasciato al palo soprattutto sul personale, sull’organizzazione territoriale, sulla grave situazione debitoria degli ex ato che tanti danni ha creato anche alle imprese.” E continua la presidente Savarino esprimendo un auspicio “Insieme alle altre forze politiche ci confronteremo per superare le criticità e mettere finalmente ordine nella gestione dei rifiuti. Serve una sinergia sana al di là dei colori politici di appartenenza perché in Sicilia i rifiuti non siano più un problema ma un’occasione per creare economia dal riciclo dei materiali, ovviamente nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute e delle norme poste alla loro tutela.”

Il documento inviato dall’assessorato lascia 20 giorni di tempo ai Comuni che non hanno raggiunto il 30% di differenziata per siglare accordi con le ditte che si occuperanno del trasporto oltre lo Stretto. Se non lo faranno, scatterà il commissariamento

 

Il conto alla rovescia è ormai iniziato e ai Comuni siciliani restano soltanto 20 giorni per sottoscrivere i contratti con le aziende private che si occuperanno del trasporto dei rifiuti fuori dall’Isola.

Troppa munnizza e il rischio concreto del collasso delle discariche hanno portato alla decisione di inviare una parte dei rifiuti fuori dalla Sicilia, naturalmente a spese dei cittadini. Il meccanismo è farraginoso: dal 1 ottobre 2018 i Comuni siciliani potranno conferire in discarica soltanto il 70 per cento dei rifiuti prodotti nello stesso mese nell’anno precedente. Se nel frattempo avranno portato la differenziata almeno al 30 per cento, allora non cambierà nulla. Ma qualora così non fosse, il rifiuto eccedente quel 70 per cento, sarà spedito fuori dalla Sicilia. Per cui intanto i Comuni che non differenziano almeno per il 30 per cento hanno tempo fino al prossimo 31 luglio per presentare alla Regione il contrattosottoscritto con una delle quattro aziende che hanno risposto alla manifestazione d’interesse, la siracusana Tech Servizi, la catanese Sicula Trasporti, la Vincenzo D’Angelo srl, di Alcamo, e la Pa Service srl, di Bolzano.

Ad esempio, il comune di Catania a giugno 2017 ha prodotto quasi 19mila tonnellate di rifiuti, differenziandone appena 1.500 tonnellate (il 7,9 per cento) e conferendone dunque in discarica circa 17.500 tonnellate. A giugno 2018 dovrebbe aver raggiunto il limite minimo di differenziata del 30 per cento, pari a oltre 5mila tonnellate di rifiuti. Qualora ci sia riuscito, bene, viceversa (ipotesi più realistica visto che ad aprile, ultimo dato utile, la percentuale di differenziata a Catania era inferiore al 10 per cento) il rifiuto eccedente non potrà essere consegnato alla discarica e sarà dunque spedito all’estero. A una tariffa di 200 euro a tonnellata, quasi il doppio di quella attuale.

«Come abbiamo scritto nella circolare ai Comuni – precisa il dirigente del dipartimento Acque e Rifiuti, Salvo Cocina – la nostra non vuole essere un’azione punitiva, per questo i dati verranno aggiornati mese per mese e confrontati con lo stesso mese dell’anno precedente. Per intenderci, i Comuni che non avranno differenziato almeno il 30 per cento dei rifiuti, entro il 31 luglio sono obbligati a sottoscrivere i contratti per l’invio della quota eccedente all’estero, ma se entro il 30 settembre saranno riusciti a portare al 30 per cento i livelli di differenziata, allora il restante indifferenziato sarà conferito nelle discariche siciliane, senza ulteriori costi».

Ma quello dell’aumento della Tari ai propri concittadini è soltanto uno dei problemi dei sindaci siciliani: la mancata trasmissione del contratto, infatti, comporterà il commissariamento dei Comuni. «È evidente infatti – si legge nella nota trasmessa ai Comuni – che la presenza di amministrazioni comunali non in grado di smaltire, con la raccolta differenziata o con il trasporto fuori Regione, almeno il 30 per cento del rifiuto totale prodotto, espone la comunità all’intollerabile rischio di grave danno per l’igiene e la sanità pubblica e impone conseguentemente all’amministrazione regionale di dichiarare la decadenza degli organi e di commissariare gli enti che avessero causato tale grave pericolo».

Verrà riesumato il 25 luglio e portato all’istituto di medicina legale di Pavia il corpo di Pier Paolo Minguzzi, il 21enne di Alfonsine (Ravenna), studente universitario, famiglia di imprenditori e carabiniere di leva alla caserma di Mesola (Ferrara) sequestrato il 21 aprile 1987 mentre rincasava e probabilmente ucciso quasi subito dai rapitori. In mattinata in Procura l’incarico per stabilire la causa della morte del ragazzo, e analizzare eventuali profili di Dna sui resti, è stato affidato al medico legale Giovanni Pierucci e al genetista Carlo Previderè.
    L’indagine di polizia, coordinata dai Pm Alessandro Mancini e Marilù Gattelli, vede tre persone indagate in concorso per sequestro di persona, omicidio aggravato e occultamento di cadavere: Orazio Tasca, 54enne originario di Gela (Caltanissetta) da tempo residente a Pavia; Angelo Del Dotto, 55enne nato a Palmiano e residente ad Ascoli Piceno e come il primo all’epoca carabiniere ad Alfonsine; l’idraulico 62enne di Alfonsine Alfredo Tarroni.

Operazione dei carabinieri tra Gela e Niscemi

Carabinieri stanno eseguendo, tra Gela e Niscemi, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e perquisizioni, disposte dalla Procura di Gela, per associazione a delinquere, circonvenzione di incapaci, induzione e sfruttamento della prostituzione. Nell’indagine, denominata San Giuseppe, i militari hanno ricostruito minacce e violenze subite da diverse vittime, nonché ingenti somme di denaro sottratte a anziani e spedite in Romania, smascherando l’associazione capeggiata da un italiano che si avvaleva di romeni. Particolari sull’operazione saranno resi noti durante una conferenza stampa che si terrà alle 11 alla Procura di Gela alla presenza del procuratore Fernando Asaro e del comandante provinciale dei carabinieri di Caltanissetta, colonello Gerardo Petitto.

L’orizzonte degli aeroporti siciliani è stato fissato dal governatore Nello Musumecidue società, una per la Sicilia occidentale, che gestisca gli scali di PalermoTrapani e delle isole minori di Lampedusa Pantelleria, l’altra per la Sicilia orientale che metta insieme Catania Comiso. Per poi procedere a una probabile privatizzazione. Ma nell’attesa che tutto questo avvenga, e si prevedono tempi lunghi, i due scali minori guardano alla loro imminente sopravvivenza, legata a una necessità impellente: a Trapani, far tornare Ryanair, o comunque una compagnia che garantisca un certo numero di destinazioni turistiche importanti; a Comiso, trattenere Ryanair. In entrambi i casi l’obiettivo passa dalla riproposizione dell’accordo di co-marketing. Se non si procederà ai nuovi bandi entro agosto, le speranze di programmare l’estate del 2019 saranno ridotte al lumicino, con il serio rischio di chiusura degli scali per inattività. 

Una prima mossa da parte di Soaco, la società che gestisce Comiso, è stata la manifestazione d’interesse per l’affidamento in gestione dell’aeroporto Pio La Torre. La scadenza era fissata a stamattina alle 10. Le offerte arrivate sono state tre. Di cui una, stando a quanto appreso da MeridioNews, è la Sac, la società pubblica che già gestisce lo scalo di Fontanarossa di Catania e che, tramite la controllata Intersac è già tra i soci di Soaco. Gli altri due nomi, «per motivi di privacy», rimangono al momento top secret. «Ma – spiega Giorgio Cappello, amministratore delegato di Soaco – ci fanno ben sperare, e ci rassicura la solidità del profilo degli interessati». Sembrerebbe quindi che, quantomeno alcuni dei soggetti che hanno presentato l’offerta, vantino già un’esperienza nel settore. Qualcuno aveva visto nell’operazione della Soaco una provocazione, una mossa disperata visto il momento delicato in cui versa lo scalo. «Le risposte invece – continua Cappello – ci dimostrano che il nostro è un territorio appetibile che può generare un incoming di flussi turistici». Il mandato esplorativo non è vincolante, né per Soaco, che dovrebbe procedere adesso a un bando per l’affitto del ramo d’azienda, né per le società che si sono fatte avanti, che ipoteticamente potrebbero anche non presentarsi al bando. 

Come si conciliano queste manovre con l’idea di una società unica con Catania delineata da Musumeci? «L’eventuale ipotesi di affitto d’azienda è solo temporanea – spiega Cappello – i tempi per la società unica sono lunghi: serve che il socio di maggioranza di Soaco, Intersac holding, metta a bando le sue azioni e che il nuovo socio sia nelle condizioni di ricapitalizzare l’azienda. Nel frattempo dobbiamo fare di tutto per scongiurare la chiusura e garantire la continuità». Sullo sfondo, ma di vitale importanza, resta il bando per l’accordo di co-marketing. Si tratta dello strumento usato finora per garantire la presenza di Ryanair sia a Trapani che a Comiso. In sostanza i Comuni mettono a bando (usando soldi della Regione, ma non solo) la promozione del loro territorio, attraverso pubblicazioni su riviste, siti, ecc. Così negli ultimi anni la Airport Marketing Service Limited, la società che gestisce il marketing di Ryanair ha potuto contare su decine di milioni di euro. E la low cost ha garantito rotte e turisti. 

Il precedente accordo è scaduto a marzo del 2018, ma la Soaco ha contrattato una proroga con la compagnia irlandese fino al 31 ottobre, con possibile prolungamento al 31 marzo 2019. Questo ha finora garantito, a differenza di quanto successo a Trapani, il mantenimento della presenza della low cost. Il nuovo bando, del valore di 8,8 milioni di euro (messi dalla Regione, dal libero consorzio, dalla Camera di commercio e dal Comune di Ragusa), dovrebbe assicurare il futuro dalla stagione estiva 2019. Il condizionale, però, è d’obbligo. 

Il progetto è, da oltre un mese, al vaglio dell’assessorato al Turismo che recentemente lo ha passato alla commissione competente dell’Ars. Lo stesso vale per Trapani Birgi. Lungaggini che hanno fatto perdere la pazienza al sindaco di Marsala, Alberto Di Girolamo, ente capofila tra i Comuni trapanesi interessati al co-marketing da 17 milioni già stanziati (a cui se ne dovrebbero aggiungere altri quattro per coprire il 2020), per lo scalo della Sicilia occidentale. Stamattina il primo cittadino marsalese ha incontrato i vertici Airgest (la società che gestisce Birgi) per chiedere chiarezza sui tempi di pubblicazione del nuovo bando. Tempi che, però, non dipendono più dalla società di gestione, bensì da quelli dell’assessorato. «Ci hanno detto che la quinta commissione darà il via libera la prossima settimana – dice Di Girolamo – ma ci credo solo quando lo vedrò, perché è passato troppo tempo». 

Il passo successivo dovrebbe essere la ricapitalizzazione di Airgest. Secondo fonti della società, l’assemblea potrebbe riunirsi entro il mese di luglio. Nel 2017 lo scalo di Birgi ha chiuso in perdita di oltre un milione di euro, nel 2018 sarà peggio, a causa del ridimensionamento di Ryanair. Di conseguenza, per appianare i debiti e permettere il funzionamento dello scalo, si stima che la ricapitalizzazione possa toccare i dieci milioni di euro, per cui la Regione dovrebbe attingere dall’apposito fondo per le società partecipate inserito nella Finanziaria. 

 

Nuovo scontro sui migranti nel governo dopo il recupero, da parte di una nave privata battente bandiera italiana di alcuni migranti in acque libiche. La nave Vos Thalassa, rimorchiatore a servizio di piattaforme petrolifere è, infatti, intervenuta ieri sera per recuperare una sessantina di migranti e “ha anticipato l’intervento della guardia costiera libica che era già stata allertata”. La posizione del ministro dell’Interno, si è appreso dal Viminale, è che non avrà l’autorizzazione ad avvicinarsi ai porti italiani.

Ma successivamente la nave ha lasciato i migranti a una nave della guardia costiera italiana, la Diciotti, “che pure era più lontana rispetto ai libici che stavano entrando in azione”, fa sapere il Viminale . A questo punto – però – si fa sepere dal Viminale la posizione del ministro dell’Interno “non cambia”. Il “problema politico” posto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini al premier Conte, al vicepremier Di Maio e al ministro Toninelli sulla vicenda dei migranti soccorsi dalla Vos Thalassa e poi trasferiti su nave Diciotti della Guardia costiera, fa sapere il Viminale, è il seguente: “la guardia costiera italiana non può sostituirsi a quella libica, soprattutto se i colleghi africani sono già entrati in azione“.

Orgoglioso della Guardia Costiera italiana – scrive su twitter Danilo Toninelli – che con nave Diciotti ha preso a bordo 60 migranti che stavano mettendo in pericolo di vita l’equipaggio dell’incrociatore italiano Vos Thalassa. Ora avanti con indagini per punire facinorosi”.

La Guardia costiera è intervenuta perché il comandante della Vos Thalassa ha segnalato una situazione di “grave pericolo” per l’equipaggio-tutto composto da italiani – minacciato da alcuni migranti soccorsi all’arrivo in zona di una motovedetta libica. Lo fa sapere la guardia costiera in merito all’intervento di ieri sera.

“Stiamo ragionando. Se qualcuno ha fatto qualcosa che va contro la legge appena sbarca in Italia finisce in galera e non in un centro di accoglienza“, fa sapere il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il trasbordo sulla Diciotti dei migranti soccorsi dalla Vos Thalassa è stato autorizzato dal comando generale delle capitanerie di porto. E’ quanto puntualizza il Viminale che non sta dando indicazioni sul porto d’arrivo dell’imbarcazione della Guardia costiera.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha convocato nel pomeriggio a Palazzo Chigi un vertice sul dossier migratorio. Presenti tra gli altri, si apprende in ambienti di governo, i ministri dell’Interno, Matteo Salvini, della Difesa, Elisabetta Trenta, degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi.

Intanto la Difesa smentisce tensioni con il Viminale. “Non c’è nessun caso Trenta-Salvini, il governo rema unito e compatto verso la stessa direzione”, Così fonti della Difesa sulle recenti polemiche in merito alla missione europea Eunavformed.

Una sessantina di persone soccorse e poi trasferite sulla nave Diciotti. Il Viminale non autorizza sbarco. Toninelli: ‘Abbiamo agito perchè equipaggio Von Thalassa era stato messo in pericolo di vita. Ora indagini’

Procura, titolari hanno legami con massoneria e antimafia

Foto generica Dia Catania

La Dia di Catania sta eseguendo arresti per presunte distrazione di fondi di titolari di casa di cura per anziani disabili. Titolari che sarebbero legati alla massoneria e ad associazioni antimafia. Il ‘buco’ nella gestione dell”Istituto’ sarebbe di 10 milioni di euro. Il provvedimento restrittivo, emesso dal Gip nei confronti di cinque indagati nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione di fondi regionali coordinata dal Procuratore Carmelo Zuccaro, è in corso di esecuzione da parte di personale della Dia di Catania, diretta da Renato Panvino, supportato dai centri operativi di Palermo, Reggio Calabria, Caltanissetta e dalla sezione di Messina.

E’ l’istituto medico  psico-pedagogico Lucia Mangano di Sant’Agata li Batiati di cui e’  presidente Corrado Labisi la struttura al centro dell’inchiesta 
‘Giano bifronte’ della Procura di Catania, coordinata dal  procuratore Carmelo Zuccaro, dall’aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto Fabio Regolo. La famiglia Labisi e’ nota per due noti premi internazionali antimafia: quello dedicato alla madre ‘Antonietta Labisi’ e il ‘Livatino-Satta-Costa’. L’istituto era stato al centro di una perquisizione. eseguita dalla Dia, per l’acquisizione di documenti e atti alla fine del settembre del 2017. 
Intanto personale della Dia di Catania, diretto dal  capocentro Renato Panvino, coadiuvato da colleghi di altri centri, sta eseguendo ispezioni in banche in cui sono accesi a conti correnti della casa di cura per anziani che, secondo la Procura ha un ‘buco’ di 10 milioni, per eseguire un sequestro preventivo per oltre 1,5 milioni di beni. Perquisizioni, disposti dalla Procura distrettuale di Catania, sono in corso anche in uffici e in sedi in cui gli indagati hanno eletto il loro domicilio alla ricerca di documenti utili all’inchiesta.

   Sull’indagine  il procuratore capo Zuccaro terrà un incontro con i giornalisti alle 10.30 nella sala conferenze della Procura.