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Renato Schifani 

Sarebbe responsabile di fughe di notizie reiterate

Si aggrava la posizione di Renato Schifani, ex presidente del Senato coinvolto nell’inchiesta sul cosiddetto ‘Sistema Montante’. I pm di Caltanissetta, che nei giorni scorsi hanno chiuso l’indagine a carico dell’ex presidente degli industriali siciliani Antonello Montante e di altre 23 persone, hanno contestato a Schifani, finora accusato di favoreggiamento e rivelazione di notizie riservate, il reato di concorso esterno in associazione a delinquere. Sarebbe responsabile di fughe di notizie reiterate e continuate a favore dell’organizzazione a delinquere che ruotava attorno all’industriale. Montante è accusato di avere costituito una sorta di rete, con la complicità di importanti esponenti delle forze dell’ordine, per spiare le mosse della Procura di Caltanissetta che lo indagava per concorso in associazione mafiosa.

La stretta sui contributi della Regione alle organizzazioni che si occupano di contrastare l’usura e le estorsioni fa discutere, specie per le differenze rispetto agli elenchi delle prefetture. «A chi gioveranno queste restrizioni?», si chiedono alcune delle realtà siciliane

Due metri e due misure. O meglio due metri di misura per valutare le associazioni antiracket siciliane. Da una parte i criteri necessari per essere inseriti nell’elenco degli uffici territoriali delle prefetture, dall’altra i nuovi vincoli per l’accesso ai contributi messi a disposizione dalla Regione. «Questo crea una strana discrasia che non capiamo ancora a chi gioverà», dicono ad Addiopizzo Catania, una delle realtà che, pur restando nel registro prefettizio, non avrà più possibilità di accedere ai fondi regionali. Così come l’associazione palazzolese antiracket Pippo Fava, nata a Palazzolo Acreide, nel Siracusano, nel 1991 come movimento e formalizzata nel febbraio del 1992: «Stanno stringendo molto, ma non possono farci passare per distratti spendaccioni». 

Conti che non sanno se torneranno neanche dalle parti di Addiopizzo Palermo, dove dicono di non aver ancora valutato se hanno i requisiti per rientrare fra le associazioni che avranno accesso ai fondi. Nel 2017 la realtà palermitana ha ricevuto dalla Regione disponibilità per un totale di 17.313,43 euro. «Non abbiamo ancora avuto modo di approfondire queste ultime modifiche – dichiara il presidente Daniele Marannano – ce ne occuperemo nelle prossime settimane facendo anche una riflessione più generale su questi strumenti». Insomma, al momento, non rispondono sulla corrispondenza della loro realtà rispetto alle nuove misure previste dalla Regione.

La norma pubblicata in Gazzetta ufficiale lo scorso 13 luglio prevede non soltanto che le associazioni siano iscritte agli albi delle Prefetture, ma che non ricevano altri contributi da Enti locali, che abbiano un numero minimo di dieci soci, di cui almeno la metà imprenditori o commercianti che abbiano subito comprovate estorsioni e/o che si siano avvicinati all’associazione per avere assistenza, che dimostrino di essersi costituite parte civile in almeno un procedimento riguardante un proprio assistito negli ultimi dodici mesi. E ancora, le associazioni per accedere al fondo che quest’anno ammonta a circa 450mila euro, dovranno dimostrare di aver presentato nell’ultimo anno almeno un’istanza di accesso al fondo per vittime di estorsione; di aver assistito imprenditori o commercianti accompagnandoli alla denuncia, in almeno tre fatti estorsivi conclusi con rinvio a giudizio. Infine, devono aver svolto attività di sensibilizzazione con le associazioni di categoria di commercianti e imprenditori; o avere promosso campagne educative nelle scuole

«Noi di sicuro non potremo più accedere ai fondi – spiega Chiara Barone di Addiopizzo Catania – perché fra i nostri soci ci sono studenti, avvocati, lavoratori dipendenti, consulenti del lavoro e un solo imprenditore. Già solo per questo saremo esclusi». L’associazione che da circa 12 anni opera nel territorio etneo, solo due volte ha avuto accesso ai fondi regionali e già l’anno scorso non ha ricevuto nessun contributo. «Dell’esclusione – dice – ce ne faremo una ragione, anche perché abbiamo sempre fatto affidamento soprattutto sul cinque per mille e sulle donazioni spontanee, ma crediamo che i criteri di selezione siano teorici, astratti, riduttivi e non sufficienti a qualificare e restituire il lavoro delle associazioni». Concordano sui controlli rispetto a come vengono spesi i contributi, ma, dicono, «non ci interessa fare il gioco di chi ha più iscritti o di averne di una certa categoria. Della quantità – aggiunge Barone – abbiamo sempre fatto un valore al contrario, facendo anche una rigida selezione degli iscritti. Non ci limitiamo solo alle denunce degli imprenditori, ma quello della nostra associazione antiracket è soprattutto un lavoro culturale». 

«È vero che qualche associazione ha approfittato delle maglie che prima erano troppo larghe – afferma Paolo Caligiore, il coordinatore provinciale delle associazioni antiracket del Siracusano – ma c’è la preoccupazione che anche alcune realtà davvero meritevoli vengano tagliate fuori solo perché lavorano in territori piccoli. Noi, per esempio – sottolinea Caligiore – accompagniamo gli imprenditori dalla scelta della denuncia fino alla fine del percorso. Credo che basterebbe rifarsi alle liste sempre aggiornate e controllate dalle prefetture per avere dei criteri validi. La questione della costituzione di parte civile ai processi è giusta ma non può essere vincolante, perché bisogna tenere conto anche delle caratteristiche dei territori e della lentezza della giustizia e delle difficoltà che spesso si hanno nell’individuare i responsabili». L’anno scorso per la realtà del Siracusano, la Regione aveva preso un impegno per 10.388,06 euro. «Ma – precisa Caligiore – abbiamo avuto solo un rimborso spesa di 1.650 euro perché è difficile anticipare grosse somme, viviamo di volontariato». Insomma, la richiesta delle associazioni, che comunque vedono di buon occhio la stretta sull’accesso ai fondi, è che i criteri di selezione siano applicati su questioni più concrete. «È giusto escludere anche piccole realtà che lavorano bene? – si chiedono – La meritevolezza va stabilita su ciò che viene fatto e non sulla composizione dell’associazione».

Chi nell’ultimo anno ha ricevuto un impegno della Regione di oltre 17mila euro è l’associazione antiracket Gaetano Giordano di Gela, guidata da Renzo Caponnetti, che è anche referente della Fai Sicilia, Federazione italiana antiracket, una sigla sotto la quale si riuniscono diverse associazioni. Caponnetti annuncia che «non parteciperà alla richiesta di fondi regionali» col suo gruppo di Gela. Nata nel 2005, l’associazione Gaetano Giordano conta circa 175 soci, «di cui più della metà sonoimprenditori o commercianti che abbiamo accompagnato alla denuncia». 

Caponnetti è convinto che «a Gela il pizzo non esiste più», al punto che ha voluto fortemente mettere all’ingresso della città Gela città derackettizzata, un messaggio che però stride rispetto ad alcune operazioni delle forze dell’ordine eseguite negli ultimi anni nel comprensorio e nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia dove si sottolinea che la «Stidda, rappresentata dai clan Cavallo e Fiorisi di Gela (CL) e dal clan Sanfilippo di Mazzarino (CL), conserva una significativa influenza nei comprensori di Gela e Niscemi, dove si mantiene in accordo con le famiglie di cosa nostra Rinzivillo ed Emmanuello, assieme alle quali si spartisce i provenienti derivanti dalle estorsioni e dall’usura, dal condizionamento degli appalti e dal traffico degli stupefacenti».

Ma le varie associazioni Fai siciliane potranno continuare ad accedere ai fondi regionali? «Non me ne viene in mente nessuna che abbia meno di dieci soci – risponde Caponnetti – anche se non tutti hanno i requisiti richiesti da prefettura e Regione. Per esempio, il fatto che la metà dei componenti devono essere imprenditori che hanno subito estorsioni, in alcuni territori diventa più problematico perché, appunto, le estorsioni non hanno più i numeri di prima».

Vittoria, ad esempio, la Fai è nata nel 2014 e non ha mai avuto accesso ai fondi regionali. «Non abbiamo ancora nemmeno fatto richiesta – spiega la presidente Eliana Giudice – preferiamo autotassarci». I soci sono una ventina, fra cui un solo imprenditore che ha subito un attentato incendiario agli automezzi, episodio per cui le indagini sono ancora in corso. «Abbiamo seguito casi di usura – dice Giudice – ma non di estorsione. È vero anche che nel nostro territorio, negli ultimi anni, il pizzo non è più quello di una volta perché la mafia si è fatta impresa e guadagna imponendo servizi e beni alle aziende locali, ma bisogna procedere con i piedi di piombo prima di accogliere imprenditori o commercianti perché è necessario distinguere chi ha davvero subito da chi vorrebbe solo approfittare della situazione».

Negli ultimi anni, prima della stretta sui fondi regionali, molte restrizioni hanno interessato anche gli elenchi delle prefetture locali e sono state tagliate fuori associazioni che non avevano più i requisiti previsti dal decreto ministeriale del 30 novembre del 2015. Ovvero, la collaborazione con le forze dell’ordine«nell’individuazione dei fattori sociali di radicamento e sviluppo dei fenomeni criminali e delle strategie sul piano economico e produttivo ai fini dell’attività di prevenzione e/o contrasto al racket e all’usura», si legge nel documento. Poi, lacostituzione di parte civile in almeno un procedimento riguardante un proprio assistito, nell’ultimo biennio; e l’aver svolto attività di sensibilizzazione delle vittime al ricorso alla denuncia e la promozione di campagne educative e di diffusione della cultura della legalità. Altre sono state escluse semplicemente per «inattività». Fra queste anche realtà che hanno ricevuto fondi regionali che, nel 2017, sono stati complessivamente 435mila euro

La famiglia di Sergio Marchionne parla per la prima volta in una dichiarazione all’ANSA in cui conferma tra l’altro che il Gruppo Fca ‘non era a conoscenza delle condizioni di salute’ dell’ex Ad. ‘Alla fine della scorsa settimana – si legge nella nota della famiglia – Fca è stata informata che Sergio Marchionne non sarebbe più stato capace di tornare al lavoro, senza aggiungere altri dettagli’. La famiglia ringrazia tutti coloro che hanno mostrato il loro supporto e condiviso il suo dolore e chiede il rispetto della privacy.

Sergio Marchionne “da oltre un anno si recava a cadenza regolare presso il nostro ospedale per curare una grave malattia“. Lo precisa l’Ospedale Universitario di Zurigo dove l’ex ad di Fca è stato ricoverato. “Nonostante il ricorso a tutti i trattamenti offerti dalla medicina più all’avanguardia, il signor Marchionne è purtroppo venuto a mancare”, aggiunge esprimendo “il più accorato cordoglio” alla famiglia.

Fiat CEO Sergio Marchionne 

La fiducia dei/delle pazienti nei confronti del ricorso alle migliori terapie possibili e nella discrezione – spiega – è cruciale per un ospedale. L’Ospedale Universitario di Zurigo (Usz) attribuisce enorme importanza al segreto professionale, e questo vale in egual misura per tutti i pazienti e le pazienti. Lo stato di salute è materia del/della paziente o dei relativi familiari. Per questo motivo fino a questo momento l’Usz non ha preso posizione in merito all’ospedalizzazione e al trattamento del signor Sergio Marchionne. Attualmente l’Usz è oggetto di diverse voci tendenziose da parte dei media relativamente alla sua cura”. L’Ospedale spiega di avere diffuso il comunicato “per frenare il susseguirsi di ulteriori speculazioni

Addio Sergio Marchionne, il global manager che salvò la Fiat

Si è spento nella clinica di Zurigo 

Addio a Sergio Marchionne. Il manager è morto a Zurigo, nella clinica dove era ricoverato da fine giugno. Accanto a lui la compagna Manuela Battezzato e i figli Alessio e Tyler. “E’ accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato“, ha detto John Elkann annunciando la morte dell’ex ad di Fca. “Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il più convinto promotore“. “Un uomo speciale”, ha detto il nuovo ad di Fca Mike Manley che ha parlato oggi dopo la presentazione dei conti dell’azienda con il debito a zero come promesso da Marchionne.

Marchionne giovane( ft)
Nato a Chieti 66 anni fa, figlio di un maresciallo dei Carbinieri. Studi in Canada (tre lauree in Filosofia, Economia, Giurisprudenza e master in Business Administration), domicilio in Svizzera, due figli, Marchionne, l’uomo dal maglioncino nero, ha vissuto gli ultimi anni tra Torino e Detroit, guidando la ‘rivoluzione’ che ha portato in Borsa Cnh Industrial e Ferrari.
Un manager al centro anche delle relazioni politiche mondiali, da Obama a Trump, che in Italia ha respinto l’invito di Silvio Berlusconi a candidarsi con il centrodestra e ha avuto una lunga luna di miele con l’ex premier Matteo Renzi dal quale ha poi preso le distanze.
A Torino Marchionne lo aveva portato Umberto Agnelli, che lo aveva conosciuto in Sgs e lo aveva voluto nel consiglio di amministrazione. Il primo giugno 2004, pochi giorni dopo la morte di Umberto, è l’uomo scelto per guidare la rinascita, con Luca di Montezemolo presidente e John Elkann vicepresidente.

AL VIA LO SBLOCCO DEI PAGAMENTI DELLE MISURE A SUPERFICIE DEL PSR SICILIA. CASTAGNA (CIA SICILIA): “LE AZIENDE ANCORA IN ATTESA DI PERCEPIRE LE SOMME CHE GLI SPETTANO RICEVONO OGGI UNA NOTIZIA CONFORTANTE POICHE’ IL RITARDO DI TRE ANNI HA CAUSATO PROBLEMI INSORMONTABILI”

Si è tenuto oggi presso l’Assessorato regionale all’agricoltura il tavolo tecnico inerente i problemi legati al blocco dei pagamenti delle misure a superficie del PSR Sicilia.

La Cia è soddisfatta dal lavoro portato avanti dal dirigente generale Carmelo Frittitta e da tutti i funzionari che hanno mantenuto l’impegno assunto durante il precedente appuntamento: si giunti ad una svolta nella risoluzione della maggior parte delle anomalie bloccanti e auspichiamo che per tutte le anomalie vengano al più presto presto trovate le soluzioni tecniche.
“Le aziende ancora in attesa di percepire le somme che gli spettano ricevono oggi una notizia confortante – dichiara Rosa Giovanna Castagna, presidente CIA Sicilia – poiché il ritardo di tre anni ha causato problemi insormontabili. Il confronto instaurato attraverso il tavolo tecnico – continua Castagna – si è rivelato proficuo ed auspichiamo che il dialogo con l’amministrazione possa continuare nell’interesse generale degli agricoltori siciliani”.

 

Giunte avrebbero dovuto firmare accordi entro luglio con ditteL’ordinanza del governo Musumeci che imponeva ai comuni di conferire i rifiuti all’estero se non raggiungevano il 30% di differenziata è stata sospesa dal Tar di Palermo. Il primo round dello scontro tra i sindaci e il governo Musumeci va ai primi cittadini. Il presidente del Tribunale amministrativo Calogero Ferlisi ha accolto la richiesta di sospensiva dell’ordinanza Musumeci presentata dai sindaci di Palermo e Catania. Secondo l’ordinanza gli accordi andavano firmati entro il 31 luglio pena la decadenza di sindaci e giunte. I sindaci, e l’Anci in generale, chiedono più tempo per firmare accordi per l’invio fuori regione dell’immondizia e contestano l’obbligo di dover firmare contratti con le quattro società individuate dalla Regione senza gara ma con un semplice avviso: si tratta di una ditta di Bolzano, della D’Angelo di Trapani, della Tech servizi di Floridia e della Sicula trasporti di Lentini.

Il riferimento si trova nel documento approvato dalla giunta regionale che chiede al ministero un aumento dei posti letto, perché «la Sicilia è sede di cospicui sbarchi di immigrati clandestini necessitanti di assistenza e cure primarie e di ricoveri ospedalieri»

«Gli immigrati clandestini incidono fortemente sulle risorse della sanità regionale». Non sono parole estrapolate da un comizio di Matteo Salvini, né di altri esponenti leghisti. È la frase, scritta nero su bianco, in un documento ufficiale della Regione siciliana, in particolare nella delibera approvata dalla giunta del governatore Nello Musumeci che accompagna il riordino della rete sanitaria. 

Nelle pagine che introducono il tema, presentando il contesto generale dell’attuale rete sanitaria, si legge: «Si rappresenta che la Sicilia è sede di cospicui sbarchi di immigrati clandestini necessitanti di assistenza e cure primarie e di ricoveri ospedalieri che incidono fortemente sulle risorse della sanità regionale e con un trend crescente».

In sostanza secondo l’assessorato alla Salute tutti i migranti che arrivano sulle coste siciliane, ancor prima di essere valutati in base al loro eventuale diritto di asilo, sono «clandestini». Va all’attacco il deputato Claudio Fava: «Ci sembra una caduta imbarazzante di stile e di verità provare a giustificare squilibri e carenze del sistema accusando non meglio specificati “migranti clandestini” di incidere “fortemente” sulle risorse della sanità regionale. Il segno dei tempi si legge anche nell’involuzione dei linguaggi». 

Non è la prima volta che l’assessorato regionale alla Salute tocca il tema delle cure di cui necessitano i migranti. Già sotto il governo Crocetta, il dipartimento aveva avviato un’interlocuzione con il ministero della Salute per valutare un aumento dei posti letto concessi alla Sicilia, anche sulla base delle cure offerte agli stranieri che sbarcano nell’Isola. Bisogna precisare che è la Croce Rossa a fornire la prima assistenza nei porti siciliani, e solo una piccola parte di chi arriva viene ospedalizzato per situazioni di emergenza. A questi si aggiungono i migranti che, dopo aver presentato domanda di asilo, attendendo risposta nei centri di accoglienza, hanno necessità di cure ospedaliere per eventuali patologie o disagi. Ma su questo l’assessorato non fornisce alcun numero.

Nella delibera approvata dalla giunta si fa riferimento genericamente «all’occupazione di posti letto da parte di migranti» che, «di fatto determina un’indisponibilità delle risorse necessarie ad abbattere, o quantomeno a ridurre, la mobilità passiva». Quest’ultima è rappresentata dal numero di siciliani che non si fidano dell’offerta sanitaria dell’Isola e che scelgono ancora di fare la valigia per andare a curarsi altrove. A questo dato dovrebbe contrapporsi quello della mobilità attiva, cioè di coloro che vengono in Sicilia da altre Regioni d’Italia per farsi curare. Nel rapporto tra le due statistiche, utile anche a stabilire quanti posti letto spettano alla Sicilia, la Regione chiede al ministero di contare anche i migranti. Cosa che finora non è stata fatta. «Si propone – si legge ancora nella delibera della giunta Musumeci – di conseguenza di aumentare il numero complessivo di posti letto fino al raggiungimento dello standard di tre ogni mille abitanti, compensando in tal modo la mobilità passiva con quella attiva determinata dall’occupazione dei posti letto da parte degli immigrati».

Secondo Fava si tratta di «una caduta di stile tentativo di giustificare carenze addossando colpe a migranti», all’interno di un piano di riordino che «così com’è presentato, non è giudicabile. Rappresenta – afferma il deputato di Cento passi per la Sicilia – solo una parte di ciò che una seria e urgente riforma del sistema sanitario regionale pretende». 

La evidente e lampante fase di stallo rispetto all’approvazione di regolamenti comunali che interessano diversi settori produttivi e che «oggi si trovano in preda alla confusione poiché posti davanti ad una città incapace di attrarre nuovi investimenti proprio a causa di questi vuoti normativi» induce Confcommercio Palermo, attraverso la sua presidente Patrizia Di Dio a prendere carta e penna per chiedere un incontro urgente al presidente del Consiglio comunale di Palermo Salvatore Orlando.

«Le rappresentiamo – scrive nella lettera la presidente Di Dio – la nostra inquietudine nel constatare come il grande risultato ottenuto dall’intera cittadinanza nel riportare Palermo alle cronache nazionali non più come capitale della mafia, bensì come Capitale Italiana della Cultura 2018, non sia supportato da un’attività del Consiglio Comunale adeguata a dare sostegno e ulteriore slancio ai risultati conseguiti».

«Teniamo a ricordare come nell’esercizio del proprio ruolo Confcommercio Palermo, in questi ultimi anni – sottolinea Patrizia Di Dio – non abbia mai fatto mancare il proprio apporto alle istituzioni cittadine, presenziando nei tavoli tecnici, nei lavori delle commissioni, e nei ripetuti confronti, e portando sempre, a seguito di approfondimenti tecnici con professionisti e coinvolgendo la base associativa, soluzioni e proposte elaborate dalla nostra struttura tenendo ben a mente le esigenze legittime delle imprese rappresentate, ma più in generale guardando ad uno sviluppo complessivo e sostenibile della nostra città negli interessi dell’intera collettività».

«I mercati storici, il mercato ittico, il mercato ortofrutticolo, i dehors, la “movida”, le medie strutture di vendita, la pubblicità sono temi dibattuti, discussi, approfonditi e che sembrano non essere la priorità per i lavori d’aula. Comprenderete – aggiunge Patrizia Di Dio – come sia, al contrario, necessario accelerare l’iter con l’impegno di tutti e di ciascuno in modo da giungere all’approvazione di regolamenti condivisi e che finalmente riescano a consegnare certezze a chi con coraggio ed un pizzico di follia continua a fare impresa nella nostra città».

«Per tale ragione – conclude -, nel dare ulteriore prova del nostro approccio concreto e costruttivo alle questioni da affrontare, senza scadere in sterili e populistiche polemiche, desideriamo essere convocati con urgenza in conferenza dei capigruppo alla presenza degli assessori e dei presidenti di Commissione consiliare interessati dalle proposte di regolamento, compatibilmente al calendario di sedute e lavori, tra il 30 luglio e il 3 agosto, per un confronto tecnico e programmatico che possa essere da impulso ai lavori del Consiglio Comunale così da consegnare, finalmente, risposte a chi sostiene l’economia del nostro territorio».

CISAL P163 2018

CISMA Ambiente SpA, la patata bollente resta nelle mani dei lavoratori!
Abbiamo ricevuto comunicazione da parte dell’Amministratore Giudiziario Avv. Francesco Carpinato dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo di n° 41 lavoratori su 81 dipendenti delle Società Cisma Ambiente SpA, Paradivi Servizi Srl e S.I.R.A.M. Srl, oltre alla necessaria riduzione dell’orario di lavoro per ulteriori 13 lavoratori, dichiara Paolo Magrì Segretario Regionale CISAL Terziario, esigenza dettata dall’impossibilità di espletare i servizi per mancanza di un parere autorizzativo da parte dell’Ente Regionale competente che sembra essere incapace di esprimersi, come si legge sulla nota inviata dall’ Amministratore Giudiziario.
Le Società del Gruppo sono note alla stampa e all’opinione pubblica per le vicende giudiziarie che hanno interessato gli Amministratori Paratore Antonino e Carmelo, e da allora poste in Amministrazione Giuìdiziaria hanno continuato la loro attività garantendo i livelli occupazionali e il funzionamento di un impianto all’avanguardia, oggi, continua Magrì, rischiamo che la vicenda diventi un disastro sociale ed ambientale, allertati dai dipendenti abbiamo già richiesto un incontro agli Amministratori Giudiziari delle Società che contemporaneamente hanno inviato comunicazione dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo, per questo abbiamo proclamato lo stato di agitazione ci stiamo immediatamente attivando per chiedere un incontro alla Prefettura di Siracusa e all’Ente Regionale affinche si possa fare fronte all’attuale crisi garantendo sia i livelli occupazionali sia i livelli di controllo dell’impatto ambientale che causerebbe il fermo dell’impianto.
Nutriamo una forte preoccupazione in merito alla vicenda non solo perchè temiamo che per l’ennesima volta saranno i lavoratori e le loro famiglie a fare le spese di vicende giudiziarie a loro totalmente estranee, ma anche perchè se non gestito l’impianto sarebbe una bomba ecologica pronta ed esplodere causando incalcolabili danni ambientali, di certo l’atteggiamento dell’ Ente Regionale non aiuta ad allentare la tensione tra i lavoratori che temono per il loro futuro e promettono aspre proteste.

 

Personale della Dia di Catania, diretta dal primo dirigente della Polizia di Stato Renato Panvino, sta eseguendo due decreti di sequestro beni emessi dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Catania su proposta avanzata dal Direttore della Dia, nei confronti di esponenti di spicco del clan Trigila, operante nel territorio di Noto (Siracusa). Il valore dei beni, mobili, immobili e somme di denaro, sottoposte a sequestro, è stimato in oltre 1.000.000 di euro.

Gli incendi continuano a devastare il territorio siciliano, a distruggere le aree naturali protette, l’ultimo attacco ieri alla Timpa di Acireale, e a minacciare sempre di più centri abitati ed attività economiche. Gli assetti organizzativi e logistici in atto nonché le attività di vigilanza e controllo del territorio mostrano tutti i propri limiti e non appaiono adeguati a prevenire e reprimere questo fenomeno che negli ultimi anni ha assunto connotati sempre più gravi, con danni incalcolabili per le comunità ed il territorio.

Sono certamente diverse le cause che concorrono ma appare evidente che non vi sia una efficace attività di prevenzione e repressione così come non esistono meccanismi davvero penalizzanti a dimostrare che l’incendio è un danno e non conviene a nessuno. Tutto questo è tanto più inaccettabile a fronte di un’ingente spesa che sostiene la Regione per il settore forestale e antincendio.

Alcune proposte di Legambiente Sicilia.

Innanzitutto chiediamo all’Assessore Regionale al Territorio e Ambiente di rivedere subito l’ organigramma del Corpo Forestale Regionale destinando a funzioni sul campo ed al potenziamento dei distaccamenti forestali il tanto personale in divisa che oggi è assegnato ad uffici le cui mansioni possono essere svolte da altro personale tecnico e amministrativo della Regione.

Chiediamo allo Stato di potenziare i reparti dei Carabinieri Forestali in Sicilia, occorre personale specializzato e ben organizzato per le attività di controllo del territorio e per le indagini su tali reati contro l’ambiente.

Chiediamo all’Assemblea Regionale Siciliana di varare urgenti norme sanzionatorie per impedire ogni utilizzazione economica delle aree percorse da incendi, perché oggi le pene sono rigorose sulla carta ma solo per la distruzione dei boschi, mentre ormai gli incendi interessano prevalentemente aree non boscate. Occorre dimostrare in concreto e con ogni mezzo possibile che la distruzione di un’area verde costituisce un danno collettivo, sperando così di stimolare comportamenti di controllo sociale.

Infine, chiediamo all’Assessore Regionale al Territorio e Ambiente di emanare un atto di indirizzo e disporre delle ispezioni a tappeto affinché i catasti comunali delle aree percorse dal fuoco vengano redatti in modo tempestivo e con contenuti esaustivi ai fini dell’applicazione dei vincoli, vengano resi pubblici sui siti web, sanzionando i Comuni e gli uffici inadempienti.