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Nell’ immagine d’archivio (marzo 1996) Giuseppe di Matteo.
Già 400 mila euro sono stati versati come provvisionale alla mamma, Francesca Castellese, e al fratello del bambino, Nicola

Il tribunale civile di Palermo ha stabilito un risarcimento di 2,2 milioni di euro alla mamma di Giuseppe di Matteo, Francesca Castellese, e al fratello del bambino, Nicola. Per il giudice Paoli Criscuoli – come scrive il Giornale di Sicilia – “è stata lesa la dignità della persona, il diritto del minore ad un ambiente sano, ad una famiglia, a uno sviluppo armonioso, in linea con le inclinazioni personali, ad un’istruzione. Beni ed interessi di primario rilievo costituzionale che, pertanto, trovano diretta tutela, anche risarcitoria”.

Già 400 mila euro sono stati versati come provvisionale alla mamma di Giuseppe di Matteo, Francesca Castellese, e al fratello del bambino, Nicola. Giuseppe Di Matteo fu tenuto sotto sequestro per oltre due anni e poi sciolto nell’acido dai boss mafiosi nel 1996. Il risarcimento è stato addebitato al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, a Benedetto Capizzi, Cristoforo Cannella, Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e al pentito Gaspare Spatuzza, tutti condannati per l’omicidio. Non disponendo beni (tutti sequestrati) i boss non potranno pagare e il denaro sarà attinto dal fondo speciale dello Stato per le vittime di mafia.

Il piccolo Di Matteo venne rapito il 23 novembre 1993 – quando non aveva ancora compiuto 13 anni – per intimidire il padre del bambino, Santino, che aveva deciso di collaborare con la giustizia.

Orgoglioso delle proprie origini siciliane, Sam Mugavero è stato importante nella vita della comunità dei corregionali a Sydney. «Un uomo fuori dal comune con Agira e la sua terra sempre nel cuore»

«Sarebbe bello se la sua Agira gli dedicasse una via. Farò il possibile perché ciò possa accadere. Un grande uomo come lui non può essere dimenticato». È la promessa che Pietro Paolo Poidimani, presidente dell’associazione nazionale Siciliani e italiani nel mondo, fa all’amico Sam Mugavero, una delle voci più significative della comunità siciliana e italiana in Australia, scomparso lunedì a Sydney. 

Parla con la voce rotta dall’emozione Poidimani e racconta a MeridioNews, la storia di un «uomo fuori dal comune con la Sicilia e Agira nel cuore». Maggiore di otto fratelli, Sam nasce 85 anni fa ad Agira, piccolo comune dell’entroterra siciliano in provincia di Enna. Dei primi anni della sua infanzia non dimenticherà, rivela l’amico «gli orrori della guerra e i bombardamenti del 1943». A 10 anni si occupa già dei fratelli più piccoli e della madre perché il padre lavora lontano da casa. Scopre presto la passione per la musica e comincia a esibirsi per aiutare economicamente la famiglia. 

Sam Mugavero
Sam Mugavero

Dopo un periodo come restauratore per conto della Soprintendenza ai monumenti, parte alla volta di Parigi. Ma la distanza dalla fidanzata Maria, che da Agira si è trasferita con la famiglia in Australia, diventa intollerabile. Decide, così, di raggiungerla per chiederla in sposa e convincerla a seguirlo nella capitale francese. I giorni diventano mesi e i mesi anni, fino alla decisione di restare, per amore della moglie, in quella nuova terra. «Era un tipo romantico, d’altri tempi», ricorda l’amico. 

A Sydney, Sam si cimenta nelle più svariate professioni: calzolaio, artigiano, incisore, assicuratore, fotografo. La sua condizione di immigrato, lo avvicina alle comunità italiane presenti in Australia. «Durante il terremoto del Belice del 1968, collaborò con mamma Ebe, immigrata bergamasca e punto di riferimento degli italiani in Australia, per aiutare i siciliani in difficoltà – racconta Poidimani – Pianificò una raccolta fondi invitando molti cantanti a esibirsi e l’evento fu un successo». 

L’amore per la propria terra lo spinge a fondare Trinacria e l’associazione Agira. Co-fondatore del Cas (Coordinamento associazioni siciliane a Sydney), direttore della testata Il Ficodindia, socio fondatore del Club Guglielmo Marconi e corrispondente del giornale La Fiamma ha dedicato tutta la sua vita alla promozione della cultura e delle tradizioni siciliane. «Ripeteva sempre di essere orgoglioso della sua città – afferma l’amico – che narrava come patria di Diodoro Siculo, il più grande storico dell’antichità. Da lì era passato Ercole che aveva compiuto una delle dodici fatiche, lì era giunto San Fulippuzzu detto u niuri, il più grande asceta della cristianità». 

Tra tristezza e commozione, l’amico ripercorre i momenti più belli della loro amicizia. «La prima volta che conobbi Sam – ricorda – rimasi colpito dal suo inguaribile ottimismo e dalla sua cultura. Non dimenticherò mai le nostre giornate trascorse insieme in giro per Sydney e dintorni, a intervistare i nostri connazionali immigrati in Australia. La sua morte è un vuoto incolmabile». 

Messaggi di cordoglio sono arrivati da tutto il mondo. A ricordarlo sui social network anche un post dei soci del Cas. «Curioso, altruista, sagace, poliedrico, amante della musica, dell’arte, della cultura italiana, Sam – si legge – ha scritto pagine importanti nella vita della comunità italiana a Sydney, dalla prima metà degli anni Sessanta a oggi. Per qualcuno se ne va un collega, per altri un confidente, un presidente, un artista. Per altri ancora un fotografo, un maestro, un mecenate, un editore, un direttore. Per tutti, un grande amico».

Come si vive nei paesi siciliani rimasti senza banche

La chiusura indiscriminata delle agenzie non ha interessato solo i capoluoghi o i grandi centri cittadini, ma anche i piccoli Comuni che sono rimasti completamente scoperti. Abbiamo raccolto le difficoltà quotidiane di chi vive in questa realtà ogni giorno

Lunghe file davanti agli sportelli degli uffici postali. «Quasi ci dobbiamo portare le sedie per aspettare nella speranza di riuscire a prelevale», si lamentano gli anziani. Li si riconosce anche da questo i paesi siciliani rimasti senza bancheLachiusura indiscriminata delle agenzie, infatti, non ha interessato solo i capoluoghi di provincia o i grandi centri, ma anche paesi medi o piccoli, disseminati in varie province, che si sono ritrovati completamente scoperti di sportelli e di bancomat in nome della digitalizzazione. Tutte le operazioni si potranno – anzi si dovranno – fare online. Una modalità che taglia fuori un numero significativo di correntisti che non sono di certo nativi digitali

Succede ad esempio a Gibellina, in provincia di Trapani, dove tutte e tre le filiali che erano presenti sul territorio hanno chiuso fra il 2016 e il 2017. «Qui con questa situazione si vive malissimo, è uno schifo», racconta a MeridioNews un commerciante locale. Il centro cittadino più vicino con uno sportello bancario è Santa Ninfa, a circa 15 chilometri di distanza. Per gli oltre quattromila abitanti, l’unica possibilità di prelevare senza doversi spostare resta lo sportello delle Poste. «Peccato che resta in funzione solo fino alle 22 – lamenta il commerciante – ed essendo vecchio, è spesso guasto. Oltre agli anziani che non hanno la possibilità di spostarsi con i propri mezzi, a pagarne le conseguenze peggiori siamo noi negozianti, perché qui denaro contante ne gira sempre di meno». Le banche chiudono e l’economia locale ne risente. Anche in un territorio che dovrebbe vivere di turismo. «Se ai turisti che arrivano qui non diamo nemmeno la possibilità di prelevare, è difficile che decidano di restare, di acquistare o di tornare. E da questo – denuncia il commerciante – è il sistema economico locale a essere maggiormente danneggiato».

Mezz’ora di autostrada da Palermo e si arriva ad Altavilla Milicia. Un paese che è una terrazza sul mare dove, oltre ai quasi novemila residenti, dagli anni Novanta in poi molte famiglie palermitane trascorrono i mesi estivi. Da un anno e mezzo, però, anche il centro del Palermitano è rimasto senza banche. «L’assenza, soprattutto dello sportello bancario, si sente eccome. Il disagio di rimanere senza contanti e non poter provvedere subito è grande». A lamentare la situazione dopo la dismissione delle filiali è Biagio Bucaro, 42enne lavoratore dipendente di un’azienda locale che ad Altavilla vive dodici mesi l’anno. «Da quando non c’è il bancomat – aggiunge – abbiamo notato che chi viene qui a villeggiare arriva con la spesa già fatta e con tutto quello che può servire già acquistato nel paese dove si sono fermati per prelevare». Difficoltà dei turisti che ricadono anche sui commercianti locali.

Il posto più vicino, a circa sei chilometri, è Casteldaccia. «È nella filiale di quel Comune – spiega Salvatore Dongarrà, altavillese di 55 anni dipendente della Fiat di Termini Imerese finché è stato attivo lo stabilimento – che hanno trasferito i propri conti tutte le piccole aziende che prima avevano le agenzie di Altavilla Milicia come punto di riferimento. Anche là tutto si è complicato – aggiunge – perché all’aumentare dei clienti non c’è stato anche un incremento del personale, quindi i tempi di attesa per qualsiasi operazione da fare allo sportello si sono dilatati». Il risultato più tangibile sono le lunghe file agli sportelli della banca e gli ingorghi di macchine parcheggiate davanti alla sede. 

Stessa sorte di Altavilla ha avuto Solarino, ottomila anime nel Siracusano. «Le lamentele ancora si sentono per tutto il paese», racconta un giovane libero professionista che vive in paese. Da febbraio scorso non c’è più nessuna banca «e tutti gli anziani, per non ritrovarsi scoperti, sono passati al conto corrente postale, compresi i miei familiari che, qualche volta, ho dovuto accompagnare a Floridia». Circa dieci chilometri di distanza che in macchina si percorrono in poco meno di dieci minuti «ma per gli anziani o per chi non ha un mezzo proprio diventano un problema. Un disagio, anche se minore – aggiunge –  è anche per chi, abituato a prelevare facendo una semplice passeggiata in paese, adesso ha dovuto forzatamente cambiare le proprie abitudini». 

A denunciare «la desertificazione bancaria» in tutta l’isola, sono anche i sindacati, che guardano più al lato occupazionale dela vicenda. «È comprensibile – afferma Gabriele Urzì, della segretaria nazionale First Cisl Unicredit – che i nuovi modelli organizzativi delle banche, il minore afflusso della clientela e i nuovi mezzi di pagamento, possano determinare la chiusura di alcune filiali, ma si dovrebbe agire con criteri razionali e senza lasciare piazze scoperte. È un gran regalo fatto a Poste Italiane». Un ritorno al passato che, secondo il sindacalista, rischia di aggiungere un ulteriore problema: «Alla lunga, tenuto conto del target di clientela presente in questi paesi, finirà che tante persone ricominceranno a tenere i soldi sotto il materasso con i consequenziali pericoli che ciò comporta».

Pentole, fornelli e piastre nei pressi Santuario colonia greca

 I resti di un’antica focacceria. E’ la nuova scoperta archeologica nell’antica colonia greca a Himera nel Palermitano avvenuta, durante la campagna di scavi realizzata dall’università di Berna, grazie alla convenzione con il polo regionale di Palermo per i parchi e i musei archeologici, che, a partire dal 2012, ha riportato alla luce alcune aree sacre che verranno indagate ulteriormente nei prossimi anni. Quest’ultima ricerca si è concentrata su uno degli spazi con tre altari dove si svolgevano i riti legati a funzioni religiose e alla preparazione e conservazione del cibo.
    È stato portato alla luce un vano adibito a dispensa per derrate alimentari – vino, frumento, acqua, olio. Con fornelli, marmitte e pentole che fanno supporre siano stati utilizzati per la preparazione di pizze e focacce per un numero elevato di persone che frequentavano il santuario

Ridiscutere Ceta e pure trattati con Marocco e Tunisia

“Basterà iniziare a dire qualche no ai tavoli europei e internazionali, come abbiamo cominciato a fare: il Ceta va rivisto per non abbassare il prezzo di grano e carne italiani. Dobbiamo rivedere i trattati con Marocco e Tunisia, che riguardano arance e olio. Ce lo siamo detti per anni come forza di opposizione e ora dobbiamo dettare le regole.
    Spero che si possa lavorare con gli altri Paesi per far sì che i nostri prodotti possano andare all’estero”. L’ha detto a Catania il ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio.
   

Nove le donne, una incinta. Mesi in Libia, ‘subito torture’

Quindici migranti sono arrivati ieri sera a Lampedusa a bordo di una piccola imbarcazione e sono stati soccorsi da una motovedetta della Guardia costiera a poche miglia dall’isola. I migranti, 6 uomini e 9 donne di cui una incinta, hanno detto di essere salpati dalla Tunisia. Quattro sono nordafricani mentre gli altri 11 provengono dal Congo e dalla Costa d’Avorio e hanno raccontato di aver trascorso tra gli 8 e i 10 mesi in Libia, dove hanno subito torture, prima di trasferirsi in Tunisia per affrontare la traversata. I migranti sono stati trasferiti nell’hotspot di Lampedusa.
   

 

Con avviso pubblico n.4/2017 l’Amministrazione regionale indiceva una procedura selettiva per la presentazione di candidature per l’attuazione dell’offerta formativa di Istruzione Tecnica superiore in Sicilia. Alla selezione avrebbero potuto partecipare gli organismi denominati ITS aventi natura di fondazioni costituende composte da un’istituzione scolastica e da altri soggetti tra cui anche un organismo di formazione professionale.E con riferimento ai requisiti di tali ultimi soggetti l’avviso richiedeva che gli stessi “di norma” fossero ubicati nella provincia sede della fondazione ; non potendosi in nessun caso fare discendere da una tale formulazione letterale una connessa prescrizione sanzionatoria consistente nell’esclusione dalla procedura selettiva per l’ipotesi di ubicazione dell’ente in provincia diversa rispetto a quella della fondazione. L’Istituto Scolastico “Filippo Re Capriata” con sede in Licata e la Green Life società cooperativa sociale con sede in Agrigento avevano partecipato alla selezione ; l’ente Green Life nelle more era stato accreditato ed aveva la propria sede direzionale sita in Palermo,Via Giuseppe Terragni. L’Amministrazione Regionale ha ritenuto inammissibile l’istanza di ammissione assumendo che l’ente in questione fosse sprovvisto del requisito di ammissione inerente la sede avendo la sede operativa in Palermo Via Terragni e non risultando nessuna sede di erogazione con ubicazione nella provincia di Agrigento sede della costituenda Fondazione. L’ente ha allora proposto un ricorso davanti al TAR Sicilia, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino e Lucia Alfieri, contro l’Assessorato Regionale dell’Istruzione, per l’annullamento,previa sospensione, del provvedimento di esclusione dalla selezione. In particolare gli avvocati Rubino e Alfieri hanno censurato il provvedimento impugnato sotto il profilo del l’eccesso di potere,atteso che l’avviso non onerava i soggetti partecipanti ad avere necessariamente una sede di erogazione nell’ambito provinciale della sede della fondazione. Il TAR Sicilia,Palermo,Sezione Prima, condividendo le censure formulate dagli avvocati Rubino e Alfieri, ha accolto la richiesta di sospensiva, disponendo l’ammissione con riserva della costituenda fondazione alla selezione.Pertanto,per effetto della sospensiva emessa dal TAR, la costituenda fondazione partecipera’ con riserva alla selezione in questione

Un percorso di formazione per favorire l’inclusione. Il progetto dello Sprar Don Bosco 2000 ha sollevato le critiche di alcuni studenti di Beni culturali. «È impensabile che ragazzi appena scolarizzati rubino loro il posto», rispondono dall’organizzazione

 

«Dopo tutto quello che ho passato, non avrei mai pensato di fare un tirocinio in un museo. Il mio compito è quello di mantenere in ordine le sale e pulire le vetrine espositive con la guida di un tutor». Sorride il giovane Fode, originario del Senegal, mentre racconta a MeridioNews l’attività che svolge per il museo archeologico di Aidone. Anche il maliniano Suleman, che arriva da un centro per minori non accompagnati di Catania, è stato accolto nello Sprar tre anni fa. Lui, invece, supporta gli addetti alla manutenzione del verde pubblico nell’area archeologica di Morgantina, insieme ad altri quattro ragazzi. «È un lavoro delicato – dice – perché questa è una città antica e importante». 

Suleman e Fode sono due dei sei richiedenti asilo dello Sprar Don Bosco 2000 di Aidone impegnati, da giugno, nelle attività di supporto alla manutenzione del museo e dell’area archeologica di Morgantina. «Il tirocinio formativo, dalla durata di cinque mesi, è frutto di una convenzione tra l’associazione Don Bosco 2000 e il museo archeologico di Aidone – spiega Monica Camiolo, educatrice e referente per l’orientamento al lavoro del centro Sprar – Lo scopo è quello di favorire l’integrazione e l’inclusione sociale attraverso dei percorsi di formazione. Tutti i ragazzi, seguiti da un tutor, ricevono un rimborso che è a carico dell’associazione mentre l’ente beneficiario, il museo, non versa nessuna quota».

Dopo l’annuncio pubblicato dal direttore del museo sulla pagina Facebook, sono arrivate le polemiche nei commenti lasciati da alcuni laureati in Beni culturali senza un impiego. «Io che ho una laurea in Beni culturali – commenta Giuseppe– non ho avuto la stessa opportunità». «Dare un posto ai migranti nei musei, che siano pagati o no – interviene Massimiliano – è uno schiaffo e una ingiustizia nei confronti di chi ha studiato e per poterci lavorare». Poi c’è chi, come Marcella «oltre alla Laurea in Beni culturali e archeologici, ho anche una qualifica come addetto alla manutenzione e gestione dei servizi museali e archeologici, ma – lamenta – sono a casa».

Le critiche, però, arrivano senza che si conoscano bene i fatti. «I nostri ragazzi sono appena scolarizzati – chiarisce la responsabile del centro Sprar, Roberta La Cara – È impensabile che possano occupare una posizione che spetterebbe a un laureato o specializzato. Il tirocinio è uno strumento per garantire ai richiedenti asilo una formazione da spendere una volta fuori dallo Sprar».

A chiarire la vicenda, interviene anche il direttore del museo. «Ho ampiamente risposto ai commenti – spiega Concetto Biagio Greco – postando due video del filosofo Diego Fusaro in cui emerge qual è la reale problematica dell’immigrazione che non si può racchiudere nella logica deviante del migrante nemico che ruba il lavoro agli italiani. Il vero nemico – sottolinea – è il potere a cui giova mantenere un livello di scontro verticale tra disoccupati italiani e migranti evitando che raggiunga un conflitto orizzontale verso i signori della finanza». In questo modo si perdono di vista i veri responsabili e si addita lo straniero come la causa di tutti i problemi. «Come si fa a non rendersi conto delle politiche colonialiste – si chiede il direttore del museo – che da secoli sfruttano i loro Paesi di provenienza costringendo queste persone a fuggire?».

Da parte del museo, per altro, non c’è stata nessuna assunzione. «Abbiamo accettato la proposta dello Sprar di avviare questi tirocini formativi a costo zero per il museo – precisa il direttore – utilizzando un’opportunità che la legge ci mette a disposizione. I ragazzi ci danno una mano svolgendo piccole mansioni. In un momento storico ostile, in cui le diversità culturali sono quotidianamente messe al bando da fatti di intolleranza e odio – conclude Greco – dare la possibilità a questi ragazzi di integrarsi sul territorio diventa un modo per restare umani».

Relazione su rendiconto generale per l’esercizio 2017

Il bilancio della Regione siciliana dovrà essere sottoposto ad una “apposita manovra correttiva”. Si legge nella relazione del giudice della Corte dei Conti per la Sicilia Francesco Albo, sul rendiconto generale per l’esercizio 2017. Albo ha segnalato nel suo intervento una serie di criticità del documento contabile e ha parlato di un “peggioramento del risultato di amministrazione rispetto al 2016”. La relazione descrive anche il “peggioramento della situazione contabile” degli enti locali siciliani questo peggioramento finisce, secondo Albo, per pregiudicare “il mantenimento degli equilibri di bilancio”

L’invito al dialogo che i carabinieri fecero arrivare al boss Totò Riina dopo la strage di Capaci sarebbe l’elemento di novità che indusse Cosa nostra ad accelerare i tempi dell’eliminazione di Paolo Borsellino. Lo sostengono i giudici della corte d’assise di Palermo che hanno depositato le motivazione della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.”Ove non si volesse prevenire alla conclusione dell’accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’ conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi, – scrivono – in ogni caso non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino”


Depositate le motivazione della sentenza del processo