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La commissione Affari istituzionali dell’Assemblea siciliana ha approva il disegno di legge, a firma di Claudio Fava, che obbliga i deputati e gli assessori regionali a dichiarare affiliazioni a logge massoniche. È la prima legge del genere a livello regionale in Italia. “Questo voto – dice il presidente della Commissione regionale Antimafia, Claudio Fava – segna un importante passo avanti nella direzione della trasparenza istituzionale. Siamo fiduciosi che adesso celermente il Parlamento vorrà votare e rendere effettiva la nuova norma. I recenti fatti di cronaca dimostrano quanto sia necessaria e indifferibile una norma che consenta a tutti gli elettori un giudizio compiuto e consapevole su amministratori ed eletti”.
   

Meno primari negli ospedali siciliani, mentre si moltiplicano i mini-primari, «i contentini che la politica concede alla sanità» sussurrano il molti tra i sindacati. Così la commissione Sanità all’Ars ha approvato la nuova rete ospedaliera targata Ruggero Razza, con alcune integrazioni rispetto alla bozza presentata dall’assessore. Se l’obiettivo del governo Musumeci era tagliare le unità operative complesse negli ospedali e dunque ridurre il numero dei primari, a restituire lustro ai reparti declassati ci pensa la politica, trasformando diverse Unità operative semplici in Unità operative semplici dipartimentali. Ovvero strutture guidate cioè da un dirigente medico facente funzioni primariali. Praticamente, per dirla con le parole dei sindacati, dei «mini primari».

Così a Sciacca diventerà dipartimentale Farmacia, a Gela Riabilitazione, a Caltagirone Emodinamica, a Enna Pediatria, a Milazzo Gastroenterologia (senza posti letto), a Mistretta Ortopedia, a Corleone Medicina Generale, a Partinicol’unità operativa di Malattie Endocrine; all’Ingrassia di Palermo Ostetricia e Ginecologia (neurofisiopatologia della riproduzione); al Civico e a TrapaniReumatologia; a Mazara Gastroenterologia (senza posti letto); a CastelvetranoChirurgia e, infine, a Messina Cardiologia pediatrica.

Tra le novità inserite nella rete approvata dalla commissione Sanità, viene previsto il servizio di Farmacia a Ribera mentre è stata inserita una unità operativa semplice di Farmacia a Licata. Ok a Caltagirone al reparto di Terapia del dolore con due posti letto, mentre a Lipari vengono aggiunti due posti letto a Pediatria e viene previsto il potenziamento del servizio ambulatoriale di Ginecologia e l’attivazione del servizio guardia attiva di Cardiologia per tutto l’anno. Al Papardovia libera all’unità operativa semplice per detenuti con quattro posti letto, invece l’ospedale di Corleone potrà contare sui reparti (Uos) di Cardiologia e Ortopedia. A Palermo, a Villa Sofia semaforo verde per il reparto di Neuroradiologia (Uos) e alla Gastroenterologia (senza posti letto) al Policlinico. Nel Trapanese, ad Alcamo, inserito il reparto di Urologia (Uos) con 4 posti letto; mentre torna Ginecologia a Petralia Sottana, sulle Madonie.

Boom di unità operative semplici a Castelvetrano: nel presidio ospedaliero sono previste una Pediatria con sei posti letto, una Ematologia con quattro posti letto, una Ostetricia con otto posti letto, una Neonatologia con due posti letto e una Riabilitazione con dodici posti letto. L’ospedale nel Comune trapanese raggiunge così i 116 posti letto. Depotenziate infine l’unità coronarica a Sciacca (da dipartimentale a semplice) e la cardiologia pediatrica all’Ospedale dei Bambini di Palermo. Con l’ok della commissione, la bozza voluta dal governo Musumeci raggiunge un nuovo traguardo, ma è ancora presto per cantare vittoria. L’ultima parola sulla rete (e sul totale dei posti letto) spetterà adesso alla ministra della Salute Giulia Grillo.

Non posso dire che questa sia un’Assemblea di lavativi, certo se la paragoniamo a quella di alcuni anni fa non ci sono deputati così preparati come Lauricella, D’Acquisto e Alessi. Ma ci sono giovani, in tutti i gruppi, con tanta voglia di fare e con i quali mi confronto. E’ una buona Assemblea, ora deve dimostrarlo facendo buone cose”. Così il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, alla cerimonia del ventaglio con la stampa parlamentare. Per Miccichè l’attività parlamentare, che finora si è limitata in buona parte all’approvazione di leggi finanziarie (in totale 12), “è in linea con l’inizio delle legislature passate”. “Il governo ha fatto quello che doveva fare sulla parte economica – sottolinea Miccichè – in ogni legislatura i primi sei mesi non sono stravolgenti dal punto di vista dell’approvazione di leggi e comunque non me ne frega nulla del numero, guardo alla qualità. In compenso all’Ars abbiamo fatto un lavoro enorme sulla riduzione dei costi”.

Grave situazione di disagio nell’agrigentino sui rifiuti, le irregolarità degli impianti che si è giustamente preteso che sì adeguassero alla legge vigente, non possono ricadere sui cittadini, con costi aggiuntivi. Ho investito del problema l’assessore Pierobon e il dirigente Cocina, vanno velocizzate al massimo le autorizzazioni in itinere, discarica di Enna in primis, e nelle more vanno trovate soluzioni alternative ad Alcamo che comporta costi abnormi oltre la tolleranza etica per tutti i Comuni ad est della provincia. Soprattutto per i Comuni virtuosi che fanno la differenziata, come vuole il Presidente Musumeci, vanno fatti tutti gli sforzi possibili e promosse le soluzioni che premino e non danneggino oltremodo caricando di costi intollerabili i cittadini.
Domani mattina avrò in commissione assessore e dirigente al ramo, mi auguro che riescano a mettere nero su bianco al più presto un provvedimento che, nonostante il momento emergenziale, trovi una soluzione adeguata, eventualmente anche diversificando il luogo di conferimento Comune per Comune. 

Sono cinque siciliane e due del Centro-Nord le imprese che hanno risposto alla manifestazione di interesse indetta dall’assessorato regionale. Gli interventi serviranno a effettuare alcuni trattamenti in una fase precedente al trasporto dell’immondizia

Sono sette le ditte che hanno risposto alla manifestazione di interesse indetta, a inizio giugno, dall’assessorato regionale ai Rifiuti nell’ottica d installare impianti mobili in cui effettuare le operazioni di pretrattamento – come l’apertura dei confezionamento, travaso, infustamento, impacchettamento – e biostabilizzazione dei rifiuti indifferenziati. Si tratta di una misura propedeutica all’avvio della riforma del settore – il cui piano ancora va redatto – con l’obiettivo di tirare fuori la Sicilia dall’emergenza

A farsi avanti sono state Ambientalia srl, società con sede a Dozza, in provincia di Bologna; la Traina srl di Cammarata, la siracusana Ecoambiente Italia srl – la cui presidente del consiglio d’amministrazione Maria Grazia Di Francesco è tra gli indagati dell’inchiesta sulla gestione dei rifiuti speciali a Camastra -, l’Entsorga srl di Tortona (Alessandria) ma legata all’omonima società che ha sede nella Virginia Occidentale, la Ecoimpianti srl di Floridia, la Gm srl di Cinisi e la Sereco, impresa che ha sede legale a Santa Flavia. Ognuna di esse ha dato la propria disponibilità in merito agli impianti in proprio possesso: per esempio, nel caso di Ambientalia, la società ha fatto sapere di essere produttrice di un impianto di biostabilizzazione, mettendosi a disposizione della Regione per la fornitura dello stesso.

Adesso bisognerà capire la Regione come deciderà di muoversi. Ovvero quanti impianti mobili prevedere e dove installarli, nella consapevolezza che si tratta di una scelta che rientra ancora nelle misure straordinarie per alleggerire lo stress sulle discariche. Tenendo comunque a mente che l’obiettivo dichiarato del governo Musumeci è quello di ridurre drasticamente i conferimenti, facendo crescere la differenziata. «Gli impianti mobili hanno una utilità in un contesto emergenziale – dichiara l’esperto Aurelio Angelini, che nei mesi scorsi ha collaborato con il governo regionale -. Innanzitutto servono a eseguire una serie di trattamenti meccanici sul rifiuto, che altrimenti vengono svolti negli impianti fissi che si trovano nelle discariche, ovvero in particolar modo quelli di Bellolampo, contrada Coda di Volpe a Lentini e, il più piccolo, di Sicula Castellana». 

Il primo risparmio, dunque, sarà sui trasporti. «A viaggiare sui camion sarà una maggiore percentuale di materiale che verrà realmente conferito – continua Angelini – Ma al contempo sarà migliorata la qualità di questi trattamenti, perché gli impianti mobili garantiscono il rispetto dei tempi richiesti dagli stessi con la conseguenza di rendere il rifiuto meno inquinante».

Le città metropolitane sono le principale interessate dalle direttive della Regione per sostenere la differenziata. Ma dopo il Tar che ha specificato che non è possibile ipotizzare la decadenza delle giunte, ora sono gli enti a sfuggire all’ultimatum del governatore

Quando mancano poco più di venti ore alla scadenza dei termini per la presentazione dei contratti con le ditte che dovranno portare i rifiuti fuori dalla Sicilia, negli uffici di viale Campania si sottolinea come il tempo ancora non sia scaduto. «Qualcuno ha già inviato la documentazione, altri la stanno preparando. Non sarebbe la prima volta che i Comuni rispondessero all’ultimo momento», commenta un funzionario. Ma nonostante l’ottimismo, un fatto sembra chiaro: quella del governo Musumeci più che una mossa per segnare il cambio di marcia rispetto al passato, potrebbe rivelarsi un mezzo flop. Un ultimatum non ascoltato, a cui seguiranno molto probabilmente delle proroghe

Stando alle direttive dell’assessorato, a dovere stipulare accordi con una delle quattro imprese disponibili a fare emigrare la spazzatura siciliana – servizio il cui costo ricadrà sui bilanci comunali – dovranno essere le amministrazioni che finora non sono state capaci di raggiungere stabilmente il 30 per cento di differenziata, con le spedizioni che dovrebbero partire a ottobre. Tra gli interessati buona parte dei capoluoghi, a partire dalle città metropolitane dove la questione è più che seria che altrove: infatti, oltre che produrre più rifiuti di tutti sono tra i Comuni più indietro con la differenziata. A Catania, per esempio, la differenziata a giugno ha superato di pochi decimale il sette per cento. Ciò significa che l’amministrazione guidata da Salvo Pogliese in queste settimane si sarebbe dovuta organizzare per spedire fuori circa il 23 per cento di ciò che va in discarica. Passo, però, che non è stato fatto e il motivo sta proprio nell’avere preso le redini dell’ente locale da troppo poco tempo: «Non abbiamo stipulato alcun contratto, abbiamo in mente di chiedere alla Regione una proroga – dichiara a MeridioNews l’assessore all’Ambiente Fabio Cantarella -. Ci siamo insediati da qualche settimana e abbiamo bisogno di tempo, almeno un paio di mesi, per fare salire la differenziata». Per Cantarella, l’indizione della gara ponte per l’affidamento del servizio di raccolta rifiuti potrebbe rappresentare la svolta. «Se ci danno il tempo, ce la faremo», garantisce l’assessore. 

A seguire l’esempio etneo, cercando di guadagnare tempo, saranno anche i Comuni di Messina e Trapani, fermi a maggio rispettivamente al 17,7 e al 24,2 per cento. Stando ad alcune indiscrezioni, però, dalle amministrazioni De Luca e e Tranchida la richiesta di proroga è stata accompagnata da un cronoprogramma su ciò che verrà fatto per innalzare la percentuale, a differenza di quanto fatto da Catania. «La gara ponte che ha in mente il Comune etneo non prevede il porta a porta, è inverosimile che la differenziata salga in maniera così importante solo perché una nuova giunta si è insediata», prosegue il funzionario. Tra i Comuni che nelle scorse settimane hanno ricevuto le lettere dal dipartimento regionale ci sono stati anche Ragusa Siracusa. I residenti del capoluogo ibleo possono però tirare un sospiro di sollievo: l’amministrazione Cassì, beneficiando dell’estensione del porta a porta avvenuto a maggio sotto la giunta Piccitto, a giugno ha visto superare abbondantemente il muro del 30 per cento previsto dall’assessorato, arrivando a sfiorare il 35. A Siracusa, invece, la soglia non è stata ancora raggiunta, ma ci sarebbero importanti miglioramenti rispetto al modesto 17,5 per cento di maggio. «Faremo in modo di risolvere la situazione», chiosa il primo cittadino Francesco Italia, senza specificare se l’ente ha chiuso un contratto per la spedizione dei rifiuti o se l’auspicio sia quello di ottenere la proroga. 

Infine c’è il caso di Palermo, dove la differenziata due mesi fa si è fermata al 15,9 per cento. Nel capoluogo panormita, il sindaco Leoluca Orlando non ha esitato ad attaccare il metodo proposto da Musumeci per spingere i Comuni a impegnarsi di più. «Rispetteremo i tempi e le regole previste dalle norme sulla trasparenza e dal codice degli appalti», replica l’assessore Sergio Marino MeridioNews, sottolineando che da Palazzo delle aquile non sarà inviato alcun contratto. 

E così, nel giro di pochi giorni, il governo Musumeci vede smussarsi il pugno duro per fare compiere alla Sicilia i primi passi verso l’uscita dall’emergenza. Se mercoledì scorso è stato il Tar a specificare che non sarà possibile prevedere la decadenza degli organi comunali inadempienti, specificando che il commissariamento potrà essere previsto solo per gli interventi riguardanti il servizio rifiuti, nelle prossime ore saranno i Comuni a fare cadere parzialmente nel vuoto il diktat del governatore. «Da subito abbiamo detto che l’intento della Regione non era punitivo, ma quello di stimolare la crescita della differenziata, nell’interesse di tutti», commenta una delle figure più vicine a Musumeci, anticipando una probabile rinnovata pazienza da parte di palazzo d’Orleans.

 

Una vera e propria autostrada fantasma. I caselli ci sono, i cartelli che segnalano di rallentare per il pagamento, pure. Come quelli per le uscite col Telepass. Ma è tutto finto. Succede lungo la famigerata autostrada Siracusa-Gela. O meglio, quella che doveva essere la Siracusa-Gela in Sicilia. Per costruire appena 65 chilometri non sono bastati 45 anni. E ogni chilometro è costato quasi otto milioni di euro.

«Il primo progetto fu redatto verso la fine degli anni sessanta prevedendo un collegamento autostradale tra Siracusa e Gela per favorire lo sviluppo industriale della Sicilia sud orientale stabilendo un rapido collegamento tra i poli petrolchimici di Siracusa e di Gela», ricorda la pagina Wikipedia. Ma dal 1973, quando avrebbe dovuta essere inaugurata, ad oggi il percorso non è mai stato completato.

Chi da Siracusa si dirige verso sud, può percorrere l’A18 fino al comune di Rosolini, poi stop. Si prosegue sulla rete stradale locale per arrivare fino a Gela. E lungo il tratto aperto, ci sono una serie di caselli incompiuti. Come quello di Noto, capitale del barocco siciliano, dove ogni anno transitano migliaia di turisti, molti dei quali provenienti dall’estero. Qui, come nel primo tratto, appena fuori dall’abitato siracusano, il casello c’è ma… non c’è e rischia quotidianamente di provocare incidenti tra chi, inconsapevole del fatto che non si deve pagare alcun pedaggio, rallenta fino a quasi a fermarsi scoprendo solo arrivato alla barriera che non nessun casellante è al lavoro o nessuna macchinetta self service è pronta per la riscossione dell’importo. A Noto, poi, il casello è addirittura di design, con campate in cemento armato e barriere new jersey per incolonnare i veicoli. Anche qui, però, il deserto: nessuno ha mai riscosso un centesimo di euro in pedaggi.

Negli anni i vari governi siciliani che si sono susseguiti, hanno sempre garantito la conclusione dell’opera, puntualmente non mantenendo gli impegni presi in campagna elettorale. Infinite le proteste dei residenti della zona, che si vedono tutto il traffico dirottato lungo la rete stradale locale.
Così oggi l’A18 Siracusa-Gela si è guadagnata l’appellativo diincompiuta d’oro. Purtroppo una delle tante con cui ci si imbatte nel sud Italia.

 Nuovi investimenti in arrivo per sei milioni di euro e, conseguentemente, anche possibili nuove assunzioni. Parmalat, colosso italiano del latte, continua a scommettere sulla Sicilia, regione «in cui contribuiamo al Pil in maniera anche superiore rispetto al dato italiano dello 0,098%, secondo quanto rilevato dallo studio “Sistema Paese” della Sda Bocconi». A tracciare i (grandi) confini dell’impegno di Parmalat nell’Isola, attraverso il suo marchio leader Sole, è il direttore generale dell’azienda, Giovanni Pomella. «Siamo presenti in Sicilia da oltre 60 anni con “Sole”, uno dei nostri marchi “gioiello” in Italia – dice il direttore generale -. Il latte che utilizziamo viene acquisito esclusivamente da produttori siciliani e la lavorazione è tutta siciliana: avviene in due stabilimenti, entrambi certificati ISO 9000, uno a Ragusa, specializzato nella produzione dei derivati lattiero-caseari (mozzarelle, ricotte, scamorze), e l’altro a Catania, specializzato nella produzione di latte fresco e UHT e panna».

Lo strano caso della Sicilia della raccolta differenziata, che aumenta i suoi ritmi e i livelli di raccolta specifica (anche se ancora lontani da quelli richiesti), prima ancora del diktat di giugno del governo regionale, finito al centro delle polemiche anche dopo la pronuncia del Tar siciliano che ha sospeso gli effetti della parte che prevedeva la decadenza dei sindaci inadempienti rispetto all’obbligo della scelta del contraente per portare i rifiuti fuori dalla Sicilia.

Tra i capoluoghi “brilla” Agrigento, attardate Messina e Siracusa, pesantemente indietro Catania e Palermo. Nel complesso, una realtà variegata: vediamo insieme i migliori e i peggiori

Numeri che riflettono una realtà variegata ma con cifre incoraggianti, in media, rispetto al passato. Sono 80 i Comuni siciliani che rientrano fino al 60% della differenziata. A 5 punti cioè dalla soglia che oggi rappresenta nella media “il magic number” per alleggerire le discariche dell’Isola. Settanta invece i Comuni tra il 50% di differenziata e il 40% e ben 39 Comuni sotto la soglia del 10%.

 

Risultati da migliorare anche per molti dei capoluoghi di provincia della Sicilia. Se infatti Agrigento “stampa” una buona performance con il 66,5%, attardate sono Messina e Siracusa (rispettivamente 17,7% e 17,5%). Indietro, pesantemente, Catania (7,1%) mentre per Palermo manca il dato di maggio e aprile si ferma al 14,7%. Nella proverbiale via di mezzo stazionano invece Caltanissetta (35,3%), Enna (34,4%), Ragusa (27,2%) e Trapani (24,2%).

Proprio le aree metropolitane di Catania, Messina e Palermo erano finite sul banco degli imputati, nell’ordinanza di Musumeci di giugno: «Le percentuali più basse di raccolta differenziata si riscontrano nelle 4 grandi città dell’isola (Palermo, Catania, Messina e Siracusa, con popolazione sopra i 100mila abitanti) che sommano al 25% della popolazione e al 30% dei rifiuti prodotti nell’isola e che si attestano al 10-11% di raccolta differenziata», era stata la sconsolante premessa. Sul podio, nella classifica che viene fuori dal report dell’Ufficio speciale per il monitoraggio e l’incremento della raccolta differenziata della Regione, vanno Joppolo Giancaxio (86,1%) Zafferana Etnea (85,2%) e Cattolica Eraclea (84,3%). Un punto in meno (83,5%) per Licodia Eubea. Percentuali di tutto rispetto anche per Rometta, (83,2%) e Prizzi (82.4%). Nella decina al top anche Santa Elisabetta, Limina, Longi, San Michele di Ganzaria e Ramacca.

Buono anche il risultato a maggio di alcuni centri della Sicilia interna come Ribera, al quattordicesimo posto (74,4%), o Belpasso (70,9%) al 29esimo posto. Misterbianco con i suoi 49.634 residenti arriva al 66esimo posto con il 64,3%. Tra i centri più popolosi spicca anche Carini (38.627 abitanti) che centra il 62,6% che vale il 75esimoposto.

Tra i dati dei principali centri turistici siciliani Taormina è sotto la soglia del 20% (17,4%) e Cefalù le rimane accanto (14,4%). Un po’ meglio (18,7%) San Vito Lo Capo. Indietro Licata, Troina, Godrano, Vicari o Barrafranca.

Storie diverse quelle raccontate dai territori siciliani che annaspano ancora, nonostante il rafforzamento di una crescita tendenziale. Dove l’intermediazione sociale ha funzionato e i modelli di organizzazione della differenziata (parrocchie “in primis”) hanno dato una marcia in più, la percentuale è stata ovunque mossa dal suo torpore. Il messaggio legato alla convenienza del cittadino a differenziare e all’aspetto motivazionale in grado di rompere il circolo vizioso di una mentalità del passato disabituata, rientra tra le azioni del “piano di attacco” di Alberto Pierobon, assessore regionale ai Rifiuti.

Stona nel panorama del consolidamento della Sicilia della differenziata il passo lento di Palermo e Catania, senza la cui crescita sarà difficile nel medio periodo, cambiare il finale di questa complessa e articolata storia.

Le rivelazioni sul fatto che un eminente cardinale Usa ha abusato sessualmente di seminaristi adulti hanno portato alla luce un evidente abuso di potere che ha scioccato i cattolici sulle due sponde dell’Atlantico. Ma il Vaticano è da tempo a conoscenza dell’equivalente eterosessuale – l’abuso sessuale di suore da parte di preti e vescovi – e ha fatto ben poco per fermarlo, ha rilevato un’analisi dell’Associated Press. I casi di suore abusate sono emersi in Europa, Africa, Sud America e Asia, mostrando che il problema è globale e pervasivo, grazie allo status di seconda classe nella Chiesa e alla loro sottomissione agli uomini che lo gestiscono.

Eppure alcune suore ora stanno facendo sentire le loro voci, sostenute dal movimento #MeToo e dal crescente riconoscimento che persino gli adulti possono essere vittime di abusi sessuali quando c’è uno squilibrio di potere in una relazione. Le suore stanno cominciando a denunciare pubblicamente anni di inerzia da parte dei dirigenti della Chiesa, anche dopo che importanti studi sul problema in Africa sono stati segnalati al Vaticano negli anni ’90. 

“Ha aperto una grande ferita dentro di me”, ha detto una suora all’AP. “Ho fatto finta che non fosse successo”. Indossando l’abito religioso e stringendo in mano il rosario, la donna ha rotto quasi due decenni di silenzio per riferire all’AP del momento nel 2000 in cui il prete al quale lei stava confessando i suoi peccati ha approfittato di lei con la forza, a metà del sacramento. L’assalto – e un successivo approccio di un altro prete un anno dopo – la portò a smettere di andare a confessarsi con qualsiasi altro prete che non fosse il suo padre spirituale, che vive in un altro paese.

La portata dell’abuso di suore non è chiara, almeno al di fuori del Vaticano. Tuttavia, questa settimana, circa una mezza dozzina di sorelle in una piccola congregazione religiosa in Cile sono uscite allo scoperto sulla televisione nazionale con le loro storie di abusi da parte di preti e di altre suore e su come i loro superiori non hanno fatto nulla per fermare tutto questo. Una suora in India ha recentemente presentato una denuncia formale della polizia accusando un vescovo di stupro, cosa che sarebbe stata impensabile anche un anno fa.

E i casi in Africa sono emersi periodicamente; nel 2013, ad esempio, un noto sacerdote in Uganda ha scritto ai suoi superiori un messaggio che menzionava “sacerdoti romanticamente coinvolti con sorelle religiose” – per la quale è stato prontamente sospeso dalla Chiesa fino a che non si è scusato, a maggio. “Sono così triste che ci sia voluto così tanto tempo perché ciò venisse alla luce, dal momento che ci sono stati rapporti già molto tempo fa”, ha detto in un’intervista all’AP Karlijn Demasure, uno dei massimi esperti della Chiesa sull’abuso sessuale e l’abuso di potere del clero. Il Vaticano ha rifiutato di commentare su quali misure, se del caso, siano state adottate per valutare la portata del problema a livello globale, o per punire i responsabili e prendersi cura delle vittime. Un funzionario vaticano ha detto che spetta ai dirigenti delle Chiese locali sanzionare i sacerdoti che abusano sessualmente delle suore.