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“Lo scaricabarile non serve più a nessuno”

foto di Giovanni Franco

Ma Di Maio frena

Primi interrogatori questa mattina dei 67 migranti sbarcati ieri sera a Trapani da nave Diciotti della Guardia costiera dopo essere stati salvati dal rimorchiatore Vos Thalassa. Saranno sentiti da personale della squadra mobile della Questura, dello Sco della polizia di Roma e da militari del Nsi della guardia costiera. Tra loro anche il sudanese Ibrahim Bushara e il ganese Hamid Ibrahim, i due indagati per violenza privata continuata ed aggravata in danno del comandante e dell’equipaggio del rimorchiatore Vos Thalassa.

Sulla Diciotti “andrò fino in fondo fino a quando qualcuno non verrà assicurato alla giustizia”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini a Rtl sottolineando di essere “ministro dell’Interno e farò di tutto per difendere la sicurezza degli italiani, quello che sto facendo è bloccare partenze, sbarchi e morti”.

Il presidente della Repubblica “non si è mai intromesso in quello che io ho fatto come ministro dell’Interno. Io non ho niente da chiarire; se comunque Mattarella vuole capire cosa ho fatto io sono a disposizione, ma la lotta ai clandestini è una delle priorità del Paese. L’unica cosa che mi farebbe arrabbiare è che tutti gli sbarcati della Diciotti finissero a piede libero, qualcuno deve pagare, ci deve esser certezza della pena. Mi auguro la procura faccia in fretta, non può finire a tarallucci e vino”, ha ribadito Salvini.

“Il lavoro dei magistrati della Procura di Trapani venga lasciato proseguire senza interferenze”. A chiederlo a proposito del caso della nave Diciotti l’Anm, che ritiene ogni richiesta di intervento “ingiustificata e non in linea con i principi di autonomia e indipendenza fissati dalla Costituzione, cui tutti devono attenersi”.

“Io credo che se il presidente è intervenuto bisogna rispettare le sue decisioni”. Così il vicepremier Luigi Di Maio, rispondendo ad una domanda sulla vicenda dei migranti sulla Diciotti ad Agorà su Rai tre.

Se Salvini “abbia esagerato o meno non mene frega niente, la cosa importante è che con l’intervento del presidente si sia sbloccata la situazione”. “Io penso – ha proseguito – che abbia competenza la magistratura, ma deve esserci un messaggio chiaro: i cittadini si aspettano che la giustizia trionfi sempre e in questi casi bisogna accertare che (se ci sono stati degli illeciti ndr) le persone siano individuate e perseguite”.

Attesa lunga, ma sbarco veloce. Sono scesi in poco più di 40 minuti dalla nave Diciotti i 67 migranti che erano stati soccorsi dal rimorchiatore Vos Thalassa e poi trasbordati sulla nave della guardia costiera. E’ stato determinante l’intervento del Colle che ha interloquito con Palazzo Chigi e che ha portato il premier Conte all’annuncio: “lo sbarco inizierà stasera”. E così è stato, anche se il Viminale ha espresso “stupore” per gli interventi del Quirinale. I primi a scendere nel porto di Trapani sono stati i due migranti indagati in stato di libertà dalla Procura per violenza privata continuata ed aggravata in danno del comandante e dell’equipaggio del rimorchiatore Vos Thalassa. Sono il sudanese Ibrahim Bushara e il ganese Hamid Ibrahim. Entrambi erano scortati dalla polizia. Per loro, twitta il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, “la pacchia è finita”. Il sindaco di Trapani, Giacomo Tranchida, ha definito la lunga attesa della Diciotti “una vicenda surreale, degna di una storia di Pirandello”. “L’importante per il momento – ha osservato – è che tutto è finito bene grazie anche all’intervento dei due presidenti” A bordo di nave Diciotti c’erano anche tre donne, due minorenni non accompagnati, un pakistano di 16 anni e un egiziano di 17. Il numero maggiormente numeroso era rappresentato da migranti provenienti dal Pakistan che sono 23. Sono 12 quelli che arrivano dal Sudan, 10 dalla Libia, sette dalla Palastina, 4 ciascuno da Marocco e Algeria, due dall’Egitto, e uno ciascuno da Ciad, Nepal, Yemen, Ghana e Bangladesh. Una delle donne ha una ferita a un piede. La sua condizione è sotto valutazione medica e potrebbe essere ricoverata in ospedale, assieme al bambino che è con lei. Gli altri saranno condotti nel Cie di contrada Milo. Lo sbarco è avvenuto sul molo Ronciglio davanti a circa 50 curiosi che hanno scattato foto e girato video con i telefonini, attratti dalle notizie arrivate in una città apparsa silente. E quando passa il bus con i migranti a bordo scatta un lungo e sentito applauso.

Trasferta a Lampedusa per il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci che ha effettuato un sopralluogo al Centro di accoglienza per migranti dell’isola. Accompagnato dal sindaco, Salvatore Martello, il governatore ha constatato lo stato della struttura, dove a breve inizieranno i lavori di ristrutturazione e dove al momento sono ospitati una ventina di tunisini. Poi, si è recato al Comune, dove ha incontrato la Giunta e il Consiglio comunale, per discutere le emergenze delle isole minori: dai rifiuti alla sicurezza dei porti, alla sanità.

Contestati anche ricettazione e danneggiamento con incendio

Un’ordinanza cautelare per undici indagati è in corso di esecuzione da parte di personale del Commissariato della polizia di Gela che ha sgominato banda dedita alla commissione di furti e al riciclaggio. Nei loro confronti il Gip ha emesso un provvedimento cautelare che ipotizza i reati di furto, ricettazione e danneggiamento a seguito d’incendio. Ulteriori particolari sull’operazione, denominata ‘Fast & furious’ verranno resi noti durante una conferenza stampa che si terrà alle 11.30 nella sala conferenze della Procura di Gela, alla presenza dei vertici della Procura e della Polizia.
   

Flop su aumento dei canoni, i conti non tornano

Gli oltre 1.500 chilometri di litorale fruttano alle casse dell’Isola solo 8 milioni di euro all’anno. Tre in meno della Liguria che ha un quinto dei chilometri. Crocetta aumentò i canoni del 600%, ma fece poi marcia indietro. Sfasando però tutte le previsioni di entrata

Circa tremila concessioni nelle coste siciliane e un totale di oltre settemila addettiche lavorano lungo le coste, dai poli petrolchimici fino alla ricettività turistica. Per un incasso annuo per le casse della Regione di otto milioni di euro, decisamente inferiore rispetto agli oltre 11 milioni che incassa una Regione come la Liguria, che però possiede un quinto delle coste dell’Isola. È la costellazione delle concessioni del demanio marittimo siciliano, finito ancora una volta nella bufera per via dei conti che non tornano. Alla Regione tentano di fare il punto sulle concessioni demaniali, incrociando i dati tra l’assessorato al Territorio, quello alle Attività produttive e quello all’Economia, ma l’aver individuato il bandolo della matassa non ha sciolto tutti i nodi, anzi.

Era l’aprile del 2013, infatti, quando un decreto dell’allora presidente della Regione, Rosario Crocetta, aumentava i canoni demaniali del 600 per cento. A ricordare l’episodio, che all’epoca fece ovviamente scalpore tra gli operatori, è stato l’assessore al Territorio Toto Cordaro, in audizione in commissione Ambiente. Un aumento che, nelle previsioni del governo, avrebbe comportato introiti nelle casse regionali per 40 milioni di euro, a fronte degli 8 milioni incassati invece con i contratti in vigore. Erano i giorni che precedevano la discussione a Sala d’Ercole della prima Finanziaria targata Crocetta, per intenderci, e quella previsione di introiti veniva inserita nella legge di stabilità regionale.

Peccato che, finite le polemiche attorno all’esame della Finanziaria, il 17 giugno dello stesso anno un altro decreto, questa volta a firma dell’allora assessore al Territorio, Mariella Lo Bello, riportava la situazione allo stato precedente. «A far data dalla pubblicazione della presente direttiva – si legge sul documento – tutte le concessioni demaniali per le quali è stato richiesto il rinnovo del titolo concessorio, sono rinnovate provvisoriamente d’ufficio fino al 31 dicembre 2015. Le concessioni rinnovate hanno validità alle stesse condizioni dell’atto a suo tempo rilasciato. I canoni da corrispondere saranno quelli segnati nella determina dei canoni trasmessa all’epoca. Con successivo provvedimento si provvederà al conguaglio dei canoni, tenuto conto del decreto 509 del 3 aprile 2013». La discrepanza tra i due provvedimenti ad oggi non è mai stata sistemata.

A lanciare l’allarme su questa vicenda, prima ancora che se ne occupasse l’Ars, era stata la Corte dei Conti, che per voce del procuratore Pino Zingale aveva parlato di «profili di danno erariale». Un danno che, nel tempo, avrebbe superato i 150 milioni di euro, considerato che da quei due decreti sono ormai trascorsi cinque anni, nel corso dei quali la Regione ha incassato una media di 32 milioni di euro l’anno in meno. Senza contare i morosi e chi quei canoni non li ha mai pagati, per un danno complessivo che supererebbe di misura i 200 milioni.

Nell’ultima Finanziaria, il nuovo governo aveva tentato la via di una prima regolamentazione, con una norma che prevedeva la possibilità di concessioni a titolo oneroso, anche cinquantennali, degli immobili «che insistono nelle aree marittime demaniali e che versano in condizione di precarietà accertata». Ma la norma, proprio ieri, è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri.

Eppure la stortura non finisce qui, perché, ovviamente le somme che la Regione aspettava di ricevere e che i titolari delle concessioni non ritengono di dover erogare alla luce della direttiva firmata Lo Bello, sono diventate cartelle esattoriali trasferite a Riscossione Sicilia, che a sua volta si trova «ingenti negativi di bilancio – denuncia la capogruppo del Gruppo Misto all’Ars, Marianna Caronia, componente sia della Commissione Ambiente che di quella Bilancio – proprio per i mancati introiti derivati dalle concessioni demaniali. Si tratta di milioni di euro sui quali la società partecipata conta per non restare in ginocchio». Ma che al momento sembrerebbe non doverle dare nessuno.

Gianfranco Miccichè 

Nei prossimi mesi l’Ars bandirà un concorso per 10 posti”. Lo ha annunciato il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gianfranco Miccichè, a margine della cerimonia di consegna dei titoli di dottorato di ricerca dell’Università di Palermo, che si è svolta nel pomeriggio nel cortile Maqueda di Palazzo dei Normanni. Il presidente ha ricordato anche che l’ultimo concorso all’Ars è stato bandito dieci anni fa proprio durante la sua precedente presidenza, destinato a laureati in Giurisprudenza, Economia e Scienze politiche. Miccichè, infine, ha lanciato un appello al rettore Fabrizio Micari e ai professori presenti alla cerimonia “affinchè l’Ateneo formi studenti preparati e motivati”.
   

Sentenza per i dieci imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Il blitz era scattato nel maggio del 2017. Tra i condannati anche Nicolò Sfraga, braccio destro di Rallo, che, intercettato, raccontava di aver visto nel 2015 il super latitante. «Si trova in zona», diceva

Il Gup di Palermo Nicola Aiello ha condannato dieci persone a oltre un secolo di carcere a conclusione del processo Visir ai fiancheggiatori del latitante Matteo Messina Denaro. Erano accusati a vario titolo di mafia ed estorsioni. 

Il blitz era scattato nel maggio del 2017. L’accusa era rappresentata in aula dai Pm Gianluca De Leo e Piero Padova. Queste le condanne del procedimento col rito abbreviato: 16 anni per Vito Vincenzo Rallo, considerato il presunto reggente della cosca marsalese; 14 anni per il suo braccio destro Nicolò Sfraga; 9 anni per Calogero D’Antoni; 12 anni e 8 mesi per Vincenzo D’Aguanno; 10 anni e 8 mesi per Giuseppe Giovanni Gentile; 12 anni per Simone Licari; 12 anni Ignazio Lombardo, detto il capitano; 12 anni per Michele Lombardo; 10 anni perAlessandro Rallo; 5 anni e 4 mesi per Massimo Salvatore Giglio. Disposti risarcimenti all’Associazione antiracket e antiusura Trapani, Sicindustria, Centro studi Pio La Torre, associazione La verità vive. La quantificazione dei risarcimenti è rimessa al giudice civile. 

L’operazione Visir aveva portato in manette 14 persone, ritenuti fedelissimi del super latitante. In particolare per gli investigatori capo indiscusso di Cosa Nostra marsalese sarebbe Vincenzo Rallo, fratello dell’ergastolano Antonino ex capo della cosca lilibetana. Secondo le indagini, Rallo in più occasioni avrebbe manifestato il suo potere imponendo agli affiliati i propri uomini, programmando l’eliminazione di soggetti scomodi e facendo da intermediario tra i mandamenti di Trapani e Palermo. 

Braccio destro di Rallo è considerato Sfraga, che avrebbe gestito per conto della famiglia le richieste di pizzo e le infiltrazioni negli appalti pubblici. È sempre Sfraga, stando all’ordinanza di arresto, che dice di aver visto, nel 2015, Matteo Messina Denaro. «Si trova in zona», dice riferendosi all’area di Marsala, nel corso di una conversazione intercettata dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani. «Ho avuto modo di conoscerlo qualche paio di volte». Parole a cui però gli investigatori non avrebbero trovato riscontri. 

La nomina di Sfraga diventa uno dei motivi del malcontento di una parte del gruppo criminale marsalese, capeggiata dal 57enne Vincenzo D’Aguanno, condannato oggi a 10 anni e otto mesi. Al punto che, stando alle intercettazioniè lo stesso Messina Denaro a doversi scomodare per mettere la pace, minacciando la guerra. Dopo molto tempo, è il primo segnale colto dagli investigatori della possibile presenza a Trapani del boss. 

La IV Commissione continua ad occuparsi di rifiuti, priorità del Governo Musumeci.
“Con oggi abbiamo terminato un ulteriore giro di audizioni, dalla prossima settimana lavoreremo sul testo della nuova legge sulla gestione dei rifiuti.” Dichiara la presidente On Giusi Savarino 
Con i territori, i sindacati, l’ANCI, i rappresentanti di categoria si è in particolare trattato il tema dei lavoratori, della definitiva liquidazione degli ato, della gestione delle società, dell’esigenza di semplificazione e da ultimo del riutilizzo dei materiali riciclati che possono creare economia come la terra derivante dal lavaggio della plastica delle serre. 
“La Commissione che presiedo si impegna a superare le criticità che la vecchia legge ha lasciato al palo soprattutto sul personale, sull’organizzazione territoriale, sulla grave situazione debitoria degli ex ato che tanti danni ha creato anche alle imprese.” E continua la presidente Savarino esprimendo un auspicio “Insieme alle altre forze politiche ci confronteremo per superare le criticità e mettere finalmente ordine nella gestione dei rifiuti. Serve una sinergia sana al di là dei colori politici di appartenenza perché in Sicilia i rifiuti non siano più un problema ma un’occasione per creare economia dal riciclo dei materiali, ovviamente nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute e delle norme poste alla loro tutela.”

Il documento inviato dall’assessorato lascia 20 giorni di tempo ai Comuni che non hanno raggiunto il 30% di differenziata per siglare accordi con le ditte che si occuperanno del trasporto oltre lo Stretto. Se non lo faranno, scatterà il commissariamento

 

Il conto alla rovescia è ormai iniziato e ai Comuni siciliani restano soltanto 20 giorni per sottoscrivere i contratti con le aziende private che si occuperanno del trasporto dei rifiuti fuori dall’Isola.

Troppa munnizza e il rischio concreto del collasso delle discariche hanno portato alla decisione di inviare una parte dei rifiuti fuori dalla Sicilia, naturalmente a spese dei cittadini. Il meccanismo è farraginoso: dal 1 ottobre 2018 i Comuni siciliani potranno conferire in discarica soltanto il 70 per cento dei rifiuti prodotti nello stesso mese nell’anno precedente. Se nel frattempo avranno portato la differenziata almeno al 30 per cento, allora non cambierà nulla. Ma qualora così non fosse, il rifiuto eccedente quel 70 per cento, sarà spedito fuori dalla Sicilia. Per cui intanto i Comuni che non differenziano almeno per il 30 per cento hanno tempo fino al prossimo 31 luglio per presentare alla Regione il contrattosottoscritto con una delle quattro aziende che hanno risposto alla manifestazione d’interesse, la siracusana Tech Servizi, la catanese Sicula Trasporti, la Vincenzo D’Angelo srl, di Alcamo, e la Pa Service srl, di Bolzano.

Ad esempio, il comune di Catania a giugno 2017 ha prodotto quasi 19mila tonnellate di rifiuti, differenziandone appena 1.500 tonnellate (il 7,9 per cento) e conferendone dunque in discarica circa 17.500 tonnellate. A giugno 2018 dovrebbe aver raggiunto il limite minimo di differenziata del 30 per cento, pari a oltre 5mila tonnellate di rifiuti. Qualora ci sia riuscito, bene, viceversa (ipotesi più realistica visto che ad aprile, ultimo dato utile, la percentuale di differenziata a Catania era inferiore al 10 per cento) il rifiuto eccedente non potrà essere consegnato alla discarica e sarà dunque spedito all’estero. A una tariffa di 200 euro a tonnellata, quasi il doppio di quella attuale.

«Come abbiamo scritto nella circolare ai Comuni – precisa il dirigente del dipartimento Acque e Rifiuti, Salvo Cocina – la nostra non vuole essere un’azione punitiva, per questo i dati verranno aggiornati mese per mese e confrontati con lo stesso mese dell’anno precedente. Per intenderci, i Comuni che non avranno differenziato almeno il 30 per cento dei rifiuti, entro il 31 luglio sono obbligati a sottoscrivere i contratti per l’invio della quota eccedente all’estero, ma se entro il 30 settembre saranno riusciti a portare al 30 per cento i livelli di differenziata, allora il restante indifferenziato sarà conferito nelle discariche siciliane, senza ulteriori costi».

Ma quello dell’aumento della Tari ai propri concittadini è soltanto uno dei problemi dei sindaci siciliani: la mancata trasmissione del contratto, infatti, comporterà il commissariamento dei Comuni. «È evidente infatti – si legge nella nota trasmessa ai Comuni – che la presenza di amministrazioni comunali non in grado di smaltire, con la raccolta differenziata o con il trasporto fuori Regione, almeno il 30 per cento del rifiuto totale prodotto, espone la comunità all’intollerabile rischio di grave danno per l’igiene e la sanità pubblica e impone conseguentemente all’amministrazione regionale di dichiarare la decadenza degli organi e di commissariare gli enti che avessero causato tale grave pericolo».

Verrà riesumato il 25 luglio e portato all’istituto di medicina legale di Pavia il corpo di Pier Paolo Minguzzi, il 21enne di Alfonsine (Ravenna), studente universitario, famiglia di imprenditori e carabiniere di leva alla caserma di Mesola (Ferrara) sequestrato il 21 aprile 1987 mentre rincasava e probabilmente ucciso quasi subito dai rapitori. In mattinata in Procura l’incarico per stabilire la causa della morte del ragazzo, e analizzare eventuali profili di Dna sui resti, è stato affidato al medico legale Giovanni Pierucci e al genetista Carlo Previderè.
    L’indagine di polizia, coordinata dai Pm Alessandro Mancini e Marilù Gattelli, vede tre persone indagate in concorso per sequestro di persona, omicidio aggravato e occultamento di cadavere: Orazio Tasca, 54enne originario di Gela (Caltanissetta) da tempo residente a Pavia; Angelo Del Dotto, 55enne nato a Palmiano e residente ad Ascoli Piceno e come il primo all’epoca carabiniere ad Alfonsine; l’idraulico 62enne di Alfonsine Alfredo Tarroni.