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Giunte avrebbero dovuto firmare accordi entro luglio con ditteL’ordinanza del governo Musumeci che imponeva ai comuni di conferire i rifiuti all’estero se non raggiungevano il 30% di differenziata è stata sospesa dal Tar di Palermo. Il primo round dello scontro tra i sindaci e il governo Musumeci va ai primi cittadini. Il presidente del Tribunale amministrativo Calogero Ferlisi ha accolto la richiesta di sospensiva dell’ordinanza Musumeci presentata dai sindaci di Palermo e Catania. Secondo l’ordinanza gli accordi andavano firmati entro il 31 luglio pena la decadenza di sindaci e giunte. I sindaci, e l’Anci in generale, chiedono più tempo per firmare accordi per l’invio fuori regione dell’immondizia e contestano l’obbligo di dover firmare contratti con le quattro società individuate dalla Regione senza gara ma con un semplice avviso: si tratta di una ditta di Bolzano, della D’Angelo di Trapani, della Tech servizi di Floridia e della Sicula trasporti di Lentini.

Il riferimento si trova nel documento approvato dalla giunta regionale che chiede al ministero un aumento dei posti letto, perché «la Sicilia è sede di cospicui sbarchi di immigrati clandestini necessitanti di assistenza e cure primarie e di ricoveri ospedalieri»

«Gli immigrati clandestini incidono fortemente sulle risorse della sanità regionale». Non sono parole estrapolate da un comizio di Matteo Salvini, né di altri esponenti leghisti. È la frase, scritta nero su bianco, in un documento ufficiale della Regione siciliana, in particolare nella delibera approvata dalla giunta del governatore Nello Musumeci che accompagna il riordino della rete sanitaria. 

Nelle pagine che introducono il tema, presentando il contesto generale dell’attuale rete sanitaria, si legge: «Si rappresenta che la Sicilia è sede di cospicui sbarchi di immigrati clandestini necessitanti di assistenza e cure primarie e di ricoveri ospedalieri che incidono fortemente sulle risorse della sanità regionale e con un trend crescente».

In sostanza secondo l’assessorato alla Salute tutti i migranti che arrivano sulle coste siciliane, ancor prima di essere valutati in base al loro eventuale diritto di asilo, sono «clandestini». Va all’attacco il deputato Claudio Fava: «Ci sembra una caduta imbarazzante di stile e di verità provare a giustificare squilibri e carenze del sistema accusando non meglio specificati “migranti clandestini” di incidere “fortemente” sulle risorse della sanità regionale. Il segno dei tempi si legge anche nell’involuzione dei linguaggi». 

Non è la prima volta che l’assessorato regionale alla Salute tocca il tema delle cure di cui necessitano i migranti. Già sotto il governo Crocetta, il dipartimento aveva avviato un’interlocuzione con il ministero della Salute per valutare un aumento dei posti letto concessi alla Sicilia, anche sulla base delle cure offerte agli stranieri che sbarcano nell’Isola. Bisogna precisare che è la Croce Rossa a fornire la prima assistenza nei porti siciliani, e solo una piccola parte di chi arriva viene ospedalizzato per situazioni di emergenza. A questi si aggiungono i migranti che, dopo aver presentato domanda di asilo, attendendo risposta nei centri di accoglienza, hanno necessità di cure ospedaliere per eventuali patologie o disagi. Ma su questo l’assessorato non fornisce alcun numero.

Nella delibera approvata dalla giunta si fa riferimento genericamente «all’occupazione di posti letto da parte di migranti» che, «di fatto determina un’indisponibilità delle risorse necessarie ad abbattere, o quantomeno a ridurre, la mobilità passiva». Quest’ultima è rappresentata dal numero di siciliani che non si fidano dell’offerta sanitaria dell’Isola e che scelgono ancora di fare la valigia per andare a curarsi altrove. A questo dato dovrebbe contrapporsi quello della mobilità attiva, cioè di coloro che vengono in Sicilia da altre Regioni d’Italia per farsi curare. Nel rapporto tra le due statistiche, utile anche a stabilire quanti posti letto spettano alla Sicilia, la Regione chiede al ministero di contare anche i migranti. Cosa che finora non è stata fatta. «Si propone – si legge ancora nella delibera della giunta Musumeci – di conseguenza di aumentare il numero complessivo di posti letto fino al raggiungimento dello standard di tre ogni mille abitanti, compensando in tal modo la mobilità passiva con quella attiva determinata dall’occupazione dei posti letto da parte degli immigrati».

Secondo Fava si tratta di «una caduta di stile tentativo di giustificare carenze addossando colpe a migranti», all’interno di un piano di riordino che «così com’è presentato, non è giudicabile. Rappresenta – afferma il deputato di Cento passi per la Sicilia – solo una parte di ciò che una seria e urgente riforma del sistema sanitario regionale pretende». 

La evidente e lampante fase di stallo rispetto all’approvazione di regolamenti comunali che interessano diversi settori produttivi e che «oggi si trovano in preda alla confusione poiché posti davanti ad una città incapace di attrarre nuovi investimenti proprio a causa di questi vuoti normativi» induce Confcommercio Palermo, attraverso la sua presidente Patrizia Di Dio a prendere carta e penna per chiedere un incontro urgente al presidente del Consiglio comunale di Palermo Salvatore Orlando.

«Le rappresentiamo – scrive nella lettera la presidente Di Dio – la nostra inquietudine nel constatare come il grande risultato ottenuto dall’intera cittadinanza nel riportare Palermo alle cronache nazionali non più come capitale della mafia, bensì come Capitale Italiana della Cultura 2018, non sia supportato da un’attività del Consiglio Comunale adeguata a dare sostegno e ulteriore slancio ai risultati conseguiti».

«Teniamo a ricordare come nell’esercizio del proprio ruolo Confcommercio Palermo, in questi ultimi anni – sottolinea Patrizia Di Dio – non abbia mai fatto mancare il proprio apporto alle istituzioni cittadine, presenziando nei tavoli tecnici, nei lavori delle commissioni, e nei ripetuti confronti, e portando sempre, a seguito di approfondimenti tecnici con professionisti e coinvolgendo la base associativa, soluzioni e proposte elaborate dalla nostra struttura tenendo ben a mente le esigenze legittime delle imprese rappresentate, ma più in generale guardando ad uno sviluppo complessivo e sostenibile della nostra città negli interessi dell’intera collettività».

«I mercati storici, il mercato ittico, il mercato ortofrutticolo, i dehors, la “movida”, le medie strutture di vendita, la pubblicità sono temi dibattuti, discussi, approfonditi e che sembrano non essere la priorità per i lavori d’aula. Comprenderete – aggiunge Patrizia Di Dio – come sia, al contrario, necessario accelerare l’iter con l’impegno di tutti e di ciascuno in modo da giungere all’approvazione di regolamenti condivisi e che finalmente riescano a consegnare certezze a chi con coraggio ed un pizzico di follia continua a fare impresa nella nostra città».

«Per tale ragione – conclude -, nel dare ulteriore prova del nostro approccio concreto e costruttivo alle questioni da affrontare, senza scadere in sterili e populistiche polemiche, desideriamo essere convocati con urgenza in conferenza dei capigruppo alla presenza degli assessori e dei presidenti di Commissione consiliare interessati dalle proposte di regolamento, compatibilmente al calendario di sedute e lavori, tra il 30 luglio e il 3 agosto, per un confronto tecnico e programmatico che possa essere da impulso ai lavori del Consiglio Comunale così da consegnare, finalmente, risposte a chi sostiene l’economia del nostro territorio».

CISAL P163 2018

CISMA Ambiente SpA, la patata bollente resta nelle mani dei lavoratori!
Abbiamo ricevuto comunicazione da parte dell’Amministratore Giudiziario Avv. Francesco Carpinato dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo di n° 41 lavoratori su 81 dipendenti delle Società Cisma Ambiente SpA, Paradivi Servizi Srl e S.I.R.A.M. Srl, oltre alla necessaria riduzione dell’orario di lavoro per ulteriori 13 lavoratori, dichiara Paolo Magrì Segretario Regionale CISAL Terziario, esigenza dettata dall’impossibilità di espletare i servizi per mancanza di un parere autorizzativo da parte dell’Ente Regionale competente che sembra essere incapace di esprimersi, come si legge sulla nota inviata dall’ Amministratore Giudiziario.
Le Società del Gruppo sono note alla stampa e all’opinione pubblica per le vicende giudiziarie che hanno interessato gli Amministratori Paratore Antonino e Carmelo, e da allora poste in Amministrazione Giuìdiziaria hanno continuato la loro attività garantendo i livelli occupazionali e il funzionamento di un impianto all’avanguardia, oggi, continua Magrì, rischiamo che la vicenda diventi un disastro sociale ed ambientale, allertati dai dipendenti abbiamo già richiesto un incontro agli Amministratori Giudiziari delle Società che contemporaneamente hanno inviato comunicazione dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo, per questo abbiamo proclamato lo stato di agitazione ci stiamo immediatamente attivando per chiedere un incontro alla Prefettura di Siracusa e all’Ente Regionale affinche si possa fare fronte all’attuale crisi garantendo sia i livelli occupazionali sia i livelli di controllo dell’impatto ambientale che causerebbe il fermo dell’impianto.
Nutriamo una forte preoccupazione in merito alla vicenda non solo perchè temiamo che per l’ennesima volta saranno i lavoratori e le loro famiglie a fare le spese di vicende giudiziarie a loro totalmente estranee, ma anche perchè se non gestito l’impianto sarebbe una bomba ecologica pronta ed esplodere causando incalcolabili danni ambientali, di certo l’atteggiamento dell’ Ente Regionale non aiuta ad allentare la tensione tra i lavoratori che temono per il loro futuro e promettono aspre proteste.

 

Personale della Dia di Catania, diretta dal primo dirigente della Polizia di Stato Renato Panvino, sta eseguendo due decreti di sequestro beni emessi dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Catania su proposta avanzata dal Direttore della Dia, nei confronti di esponenti di spicco del clan Trigila, operante nel territorio di Noto (Siracusa). Il valore dei beni, mobili, immobili e somme di denaro, sottoposte a sequestro, è stimato in oltre 1.000.000 di euro.

Gli incendi continuano a devastare il territorio siciliano, a distruggere le aree naturali protette, l’ultimo attacco ieri alla Timpa di Acireale, e a minacciare sempre di più centri abitati ed attività economiche. Gli assetti organizzativi e logistici in atto nonché le attività di vigilanza e controllo del territorio mostrano tutti i propri limiti e non appaiono adeguati a prevenire e reprimere questo fenomeno che negli ultimi anni ha assunto connotati sempre più gravi, con danni incalcolabili per le comunità ed il territorio.

Sono certamente diverse le cause che concorrono ma appare evidente che non vi sia una efficace attività di prevenzione e repressione così come non esistono meccanismi davvero penalizzanti a dimostrare che l’incendio è un danno e non conviene a nessuno. Tutto questo è tanto più inaccettabile a fronte di un’ingente spesa che sostiene la Regione per il settore forestale e antincendio.

Alcune proposte di Legambiente Sicilia.

Innanzitutto chiediamo all’Assessore Regionale al Territorio e Ambiente di rivedere subito l’ organigramma del Corpo Forestale Regionale destinando a funzioni sul campo ed al potenziamento dei distaccamenti forestali il tanto personale in divisa che oggi è assegnato ad uffici le cui mansioni possono essere svolte da altro personale tecnico e amministrativo della Regione.

Chiediamo allo Stato di potenziare i reparti dei Carabinieri Forestali in Sicilia, occorre personale specializzato e ben organizzato per le attività di controllo del territorio e per le indagini su tali reati contro l’ambiente.

Chiediamo all’Assemblea Regionale Siciliana di varare urgenti norme sanzionatorie per impedire ogni utilizzazione economica delle aree percorse da incendi, perché oggi le pene sono rigorose sulla carta ma solo per la distruzione dei boschi, mentre ormai gli incendi interessano prevalentemente aree non boscate. Occorre dimostrare in concreto e con ogni mezzo possibile che la distruzione di un’area verde costituisce un danno collettivo, sperando così di stimolare comportamenti di controllo sociale.

Infine, chiediamo all’Assessore Regionale al Territorio e Ambiente di emanare un atto di indirizzo e disporre delle ispezioni a tappeto affinché i catasti comunali delle aree percorse dal fuoco vengano redatti in modo tempestivo e con contenuti esaustivi ai fini dell’applicazione dei vincoli, vengano resi pubblici sui siti web, sanzionando i Comuni e gli uffici inadempienti.

 

Il governo Musumeci ha mandato alla commissione Ars competente una bozza di decreto che ridisegna le regole per accedere al sussidio o ai servizi. Per la prima volta si prendono in considerazione non solo i gravissimi, ma anche i gravi. Tuttavia i nodi controversi sono molti

La soglia del reddito Isee fissata a 25mila euro, e non personale, ma familiare. L’obbligo di scegliere tra il sussidio economico e i servizi. E quello di ridiscutere tutto ogni anno. Infine la moltiplicazione degli enti a cui rivolgersi. Sono questi i punti controversi della bozza di decreto con cui il governo Musumeci intende ridisegnare l’accesso agli interventi finanziari per i disabili gravissimi residenti in Sicilia e, ed è questa una delle novità positive, anche per quelli gravi. «Riconosciamo a questo governo un merito – spiega Giovanni Cupidi, disabile gravissimo e membro del comitato Siamo handicappati, no cretini – prendere in considerazione tutti i disabili e non più solo i gravissimi. Cioè in totale una platea di 40mila persone». Tuttavia, per le associazioni, i giudizi positivi, finiscono qui. «Meglio che la buttano a mare questa proposta perché non risolve i problemi e crea confusione», taglia corto Pippo Giardina, presidente di Anffas Sicilia (l’associazione famiglie con persone disabili). 

La bozza di decreto, al vaglio della commissione competente, prevede che il fondo per la disabilità venga finanziato con dotazione annua, quindi sarà legato alle vicissitudini dell’annuale legge di stabilità. Ogni disabile dovrà presentare la dichiarazione Isee familiare (motivo che suscita le critiche delle associazioni che ricordano come «a livello nazionale si faccia riferimento all’Isee ristretto al singolo disabile, a meno che non sia sottoposto a tutela»). Se l’Isee del nucleo familiare supera i 25mila euro, il sussidio verrà ridotto del 30 per cento. 

Altro passaggio cruciale del documento è l’obbligo di scelta per i gravissimi tra ricevere l’assegno e i servizi. «Inoltre – precisa Cupidi – se una persona non ha un caregiver familiare (cioè un parente di primo grado che lo aiuta quotidianamente ndr), non può accedere a un assegno ma solo ai servizi. Un approccio sbagliato e che si discosta dalla legge nazionale che prevede la complementarietà delle due cose. In Sicilia invece, se questa bozza diventasse legge, l’assegno escluderebbe ogni altro beneficio, tranne quelli sanitari che fanno parte dei Lea (i livelli essenziali di assistenza)». Questo significa che, ad esempio, chi opta per il sussidio economico non potrebbe ricevere assistenza domiciliare nell’ambito di un progetto comunale. Dal comitato, inoltre, sottolineano che qualora si dovesse arrivare a una scelta obbligatoria, sarebbe al momento una scelta «al buio». «Nessun disabile ha infatti un piano individualizzato, quindi non sa a quali servizi potrebbe avere diritto, e dall’altra parte il decreto non quantifica l’ammontare del sussidio (che finora è stato, per tutti, di 1.500 euro ndr)».

Secondo Giardina, di Anffas, «non si possono dare i sussidi e lavarsene le maniperché si può andare incontro anche a situazione di abusi da parte delle famiglie che, senza controlli sulla spesa, potrebbero anche usare questi soldi in maniera errata. Serve – precisa – un sistema di controlli e di rendicontazione». Piuttosto, «si devono mettere le famiglie nelle condizioni di scegliere l’ente accreditato migliore per offrire i servizi di cui si ha bisogno». 

Si moltiplicano gli enti a cui presentare la domanda di accesso al fondo, in base al tipo di disabilità. I gravissimi dovranno far pervenire le istanze al Punto unico di accesso competente per territorio di residenza, o se questo fosse irraggiungibile, al Comune. «Ma i Pua non funzionano – attacca Giardina – e lo diciamo da tempo a gran voce: servono strutture uniche in cui le famiglie possano trovare sia il personale dell’Asp che quello dei servizi sociali, ed è necessario formare queste persone». I disabili gravi, invece, si dovrebbero rivolgere alle sedi del distretto socio sanitario di competenza per chiedere l’accesso all’assistenza sotto forma di Patto di servizio. Infine per i disabili psichici l’ente competente sarebbe il Comune. A questo si aggiunge che il Patto di cura per i disabili gravissimi e quello di servizio per i gravi dovrà essere rivisto ogni anno. «Questo combinato di cose – denuncia Cupidi – rischia di mandare le persone in tilt».

Il comitato Siamo handicappati, no cretini attende la convocazione in commissione per presentare le sue controproposte, intanto ha ricevuto un invito dall’assessore alla Salute Ruggero Razza. «Possiamo solo indicare buone pratiche – conclude Cupidi – non ci chiedano di fare sacrifici per far quadrare il bilancio. La mia impressione personale è che, con i paletti inseriti, si cerchi di diminuire la platea dei disabili gravissimi per trovare le risorse necessarie a sostenere anche quelli gravi».

Nell’ immagine d’archivio (marzo 1996) Giuseppe di Matteo.
Già 400 mila euro sono stati versati come provvisionale alla mamma, Francesca Castellese, e al fratello del bambino, Nicola

Il tribunale civile di Palermo ha stabilito un risarcimento di 2,2 milioni di euro alla mamma di Giuseppe di Matteo, Francesca Castellese, e al fratello del bambino, Nicola. Per il giudice Paoli Criscuoli – come scrive il Giornale di Sicilia – “è stata lesa la dignità della persona, il diritto del minore ad un ambiente sano, ad una famiglia, a uno sviluppo armonioso, in linea con le inclinazioni personali, ad un’istruzione. Beni ed interessi di primario rilievo costituzionale che, pertanto, trovano diretta tutela, anche risarcitoria”.

Già 400 mila euro sono stati versati come provvisionale alla mamma di Giuseppe di Matteo, Francesca Castellese, e al fratello del bambino, Nicola. Giuseppe Di Matteo fu tenuto sotto sequestro per oltre due anni e poi sciolto nell’acido dai boss mafiosi nel 1996. Il risarcimento è stato addebitato al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, a Benedetto Capizzi, Cristoforo Cannella, Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e al pentito Gaspare Spatuzza, tutti condannati per l’omicidio. Non disponendo beni (tutti sequestrati) i boss non potranno pagare e il denaro sarà attinto dal fondo speciale dello Stato per le vittime di mafia.

Il piccolo Di Matteo venne rapito il 23 novembre 1993 – quando non aveva ancora compiuto 13 anni – per intimidire il padre del bambino, Santino, che aveva deciso di collaborare con la giustizia.

Orgoglioso delle proprie origini siciliane, Sam Mugavero è stato importante nella vita della comunità dei corregionali a Sydney. «Un uomo fuori dal comune con Agira e la sua terra sempre nel cuore»

«Sarebbe bello se la sua Agira gli dedicasse una via. Farò il possibile perché ciò possa accadere. Un grande uomo come lui non può essere dimenticato». È la promessa che Pietro Paolo Poidimani, presidente dell’associazione nazionale Siciliani e italiani nel mondo, fa all’amico Sam Mugavero, una delle voci più significative della comunità siciliana e italiana in Australia, scomparso lunedì a Sydney. 

Parla con la voce rotta dall’emozione Poidimani e racconta a MeridioNews, la storia di un «uomo fuori dal comune con la Sicilia e Agira nel cuore». Maggiore di otto fratelli, Sam nasce 85 anni fa ad Agira, piccolo comune dell’entroterra siciliano in provincia di Enna. Dei primi anni della sua infanzia non dimenticherà, rivela l’amico «gli orrori della guerra e i bombardamenti del 1943». A 10 anni si occupa già dei fratelli più piccoli e della madre perché il padre lavora lontano da casa. Scopre presto la passione per la musica e comincia a esibirsi per aiutare economicamente la famiglia. 

Sam Mugavero
Sam Mugavero

Dopo un periodo come restauratore per conto della Soprintendenza ai monumenti, parte alla volta di Parigi. Ma la distanza dalla fidanzata Maria, che da Agira si è trasferita con la famiglia in Australia, diventa intollerabile. Decide, così, di raggiungerla per chiederla in sposa e convincerla a seguirlo nella capitale francese. I giorni diventano mesi e i mesi anni, fino alla decisione di restare, per amore della moglie, in quella nuova terra. «Era un tipo romantico, d’altri tempi», ricorda l’amico. 

A Sydney, Sam si cimenta nelle più svariate professioni: calzolaio, artigiano, incisore, assicuratore, fotografo. La sua condizione di immigrato, lo avvicina alle comunità italiane presenti in Australia. «Durante il terremoto del Belice del 1968, collaborò con mamma Ebe, immigrata bergamasca e punto di riferimento degli italiani in Australia, per aiutare i siciliani in difficoltà – racconta Poidimani – Pianificò una raccolta fondi invitando molti cantanti a esibirsi e l’evento fu un successo». 

L’amore per la propria terra lo spinge a fondare Trinacria e l’associazione Agira. Co-fondatore del Cas (Coordinamento associazioni siciliane a Sydney), direttore della testata Il Ficodindia, socio fondatore del Club Guglielmo Marconi e corrispondente del giornale La Fiamma ha dedicato tutta la sua vita alla promozione della cultura e delle tradizioni siciliane. «Ripeteva sempre di essere orgoglioso della sua città – afferma l’amico – che narrava come patria di Diodoro Siculo, il più grande storico dell’antichità. Da lì era passato Ercole che aveva compiuto una delle dodici fatiche, lì era giunto San Fulippuzzu detto u niuri, il più grande asceta della cristianità». 

Tra tristezza e commozione, l’amico ripercorre i momenti più belli della loro amicizia. «La prima volta che conobbi Sam – ricorda – rimasi colpito dal suo inguaribile ottimismo e dalla sua cultura. Non dimenticherò mai le nostre giornate trascorse insieme in giro per Sydney e dintorni, a intervistare i nostri connazionali immigrati in Australia. La sua morte è un vuoto incolmabile». 

Messaggi di cordoglio sono arrivati da tutto il mondo. A ricordarlo sui social network anche un post dei soci del Cas. «Curioso, altruista, sagace, poliedrico, amante della musica, dell’arte, della cultura italiana, Sam – si legge – ha scritto pagine importanti nella vita della comunità italiana a Sydney, dalla prima metà degli anni Sessanta a oggi. Per qualcuno se ne va un collega, per altri un confidente, un presidente, un artista. Per altri ancora un fotografo, un maestro, un mecenate, un editore, un direttore. Per tutti, un grande amico».

Come si vive nei paesi siciliani rimasti senza banche

La chiusura indiscriminata delle agenzie non ha interessato solo i capoluoghi o i grandi centri cittadini, ma anche i piccoli Comuni che sono rimasti completamente scoperti. Abbiamo raccolto le difficoltà quotidiane di chi vive in questa realtà ogni giorno

Lunghe file davanti agli sportelli degli uffici postali. «Quasi ci dobbiamo portare le sedie per aspettare nella speranza di riuscire a prelevale», si lamentano gli anziani. Li si riconosce anche da questo i paesi siciliani rimasti senza bancheLachiusura indiscriminata delle agenzie, infatti, non ha interessato solo i capoluoghi di provincia o i grandi centri, ma anche paesi medi o piccoli, disseminati in varie province, che si sono ritrovati completamente scoperti di sportelli e di bancomat in nome della digitalizzazione. Tutte le operazioni si potranno – anzi si dovranno – fare online. Una modalità che taglia fuori un numero significativo di correntisti che non sono di certo nativi digitali

Succede ad esempio a Gibellina, in provincia di Trapani, dove tutte e tre le filiali che erano presenti sul territorio hanno chiuso fra il 2016 e il 2017. «Qui con questa situazione si vive malissimo, è uno schifo», racconta a MeridioNews un commerciante locale. Il centro cittadino più vicino con uno sportello bancario è Santa Ninfa, a circa 15 chilometri di distanza. Per gli oltre quattromila abitanti, l’unica possibilità di prelevare senza doversi spostare resta lo sportello delle Poste. «Peccato che resta in funzione solo fino alle 22 – lamenta il commerciante – ed essendo vecchio, è spesso guasto. Oltre agli anziani che non hanno la possibilità di spostarsi con i propri mezzi, a pagarne le conseguenze peggiori siamo noi negozianti, perché qui denaro contante ne gira sempre di meno». Le banche chiudono e l’economia locale ne risente. Anche in un territorio che dovrebbe vivere di turismo. «Se ai turisti che arrivano qui non diamo nemmeno la possibilità di prelevare, è difficile che decidano di restare, di acquistare o di tornare. E da questo – denuncia il commerciante – è il sistema economico locale a essere maggiormente danneggiato».

Mezz’ora di autostrada da Palermo e si arriva ad Altavilla Milicia. Un paese che è una terrazza sul mare dove, oltre ai quasi novemila residenti, dagli anni Novanta in poi molte famiglie palermitane trascorrono i mesi estivi. Da un anno e mezzo, però, anche il centro del Palermitano è rimasto senza banche. «L’assenza, soprattutto dello sportello bancario, si sente eccome. Il disagio di rimanere senza contanti e non poter provvedere subito è grande». A lamentare la situazione dopo la dismissione delle filiali è Biagio Bucaro, 42enne lavoratore dipendente di un’azienda locale che ad Altavilla vive dodici mesi l’anno. «Da quando non c’è il bancomat – aggiunge – abbiamo notato che chi viene qui a villeggiare arriva con la spesa già fatta e con tutto quello che può servire già acquistato nel paese dove si sono fermati per prelevare». Difficoltà dei turisti che ricadono anche sui commercianti locali.

Il posto più vicino, a circa sei chilometri, è Casteldaccia. «È nella filiale di quel Comune – spiega Salvatore Dongarrà, altavillese di 55 anni dipendente della Fiat di Termini Imerese finché è stato attivo lo stabilimento – che hanno trasferito i propri conti tutte le piccole aziende che prima avevano le agenzie di Altavilla Milicia come punto di riferimento. Anche là tutto si è complicato – aggiunge – perché all’aumentare dei clienti non c’è stato anche un incremento del personale, quindi i tempi di attesa per qualsiasi operazione da fare allo sportello si sono dilatati». Il risultato più tangibile sono le lunghe file agli sportelli della banca e gli ingorghi di macchine parcheggiate davanti alla sede. 

Stessa sorte di Altavilla ha avuto Solarino, ottomila anime nel Siracusano. «Le lamentele ancora si sentono per tutto il paese», racconta un giovane libero professionista che vive in paese. Da febbraio scorso non c’è più nessuna banca «e tutti gli anziani, per non ritrovarsi scoperti, sono passati al conto corrente postale, compresi i miei familiari che, qualche volta, ho dovuto accompagnare a Floridia». Circa dieci chilometri di distanza che in macchina si percorrono in poco meno di dieci minuti «ma per gli anziani o per chi non ha un mezzo proprio diventano un problema. Un disagio, anche se minore – aggiunge –  è anche per chi, abituato a prelevare facendo una semplice passeggiata in paese, adesso ha dovuto forzatamente cambiare le proprie abitudini». 

A denunciare «la desertificazione bancaria» in tutta l’isola, sono anche i sindacati, che guardano più al lato occupazionale dela vicenda. «È comprensibile – afferma Gabriele Urzì, della segretaria nazionale First Cisl Unicredit – che i nuovi modelli organizzativi delle banche, il minore afflusso della clientela e i nuovi mezzi di pagamento, possano determinare la chiusura di alcune filiali, ma si dovrebbe agire con criteri razionali e senza lasciare piazze scoperte. È un gran regalo fatto a Poste Italiane». Un ritorno al passato che, secondo il sindacalista, rischia di aggiungere un ulteriore problema: «Alla lunga, tenuto conto del target di clientela presente in questi paesi, finirà che tante persone ricominceranno a tenere i soldi sotto il materasso con i consequenziali pericoli che ciò comporta».