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Le città metropolitane sono le principale interessate dalle direttive della Regione per sostenere la differenziata. Ma dopo il Tar che ha specificato che non è possibile ipotizzare la decadenza delle giunte, ora sono gli enti a sfuggire all’ultimatum del governatore

Quando mancano poco più di venti ore alla scadenza dei termini per la presentazione dei contratti con le ditte che dovranno portare i rifiuti fuori dalla Sicilia, negli uffici di viale Campania si sottolinea come il tempo ancora non sia scaduto. «Qualcuno ha già inviato la documentazione, altri la stanno preparando. Non sarebbe la prima volta che i Comuni rispondessero all’ultimo momento», commenta un funzionario. Ma nonostante l’ottimismo, un fatto sembra chiaro: quella del governo Musumeci più che una mossa per segnare il cambio di marcia rispetto al passato, potrebbe rivelarsi un mezzo flop. Un ultimatum non ascoltato, a cui seguiranno molto probabilmente delle proroghe

Stando alle direttive dell’assessorato, a dovere stipulare accordi con una delle quattro imprese disponibili a fare emigrare la spazzatura siciliana – servizio il cui costo ricadrà sui bilanci comunali – dovranno essere le amministrazioni che finora non sono state capaci di raggiungere stabilmente il 30 per cento di differenziata, con le spedizioni che dovrebbero partire a ottobre. Tra gli interessati buona parte dei capoluoghi, a partire dalle città metropolitane dove la questione è più che seria che altrove: infatti, oltre che produrre più rifiuti di tutti sono tra i Comuni più indietro con la differenziata. A Catania, per esempio, la differenziata a giugno ha superato di pochi decimale il sette per cento. Ciò significa che l’amministrazione guidata da Salvo Pogliese in queste settimane si sarebbe dovuta organizzare per spedire fuori circa il 23 per cento di ciò che va in discarica. Passo, però, che non è stato fatto e il motivo sta proprio nell’avere preso le redini dell’ente locale da troppo poco tempo: «Non abbiamo stipulato alcun contratto, abbiamo in mente di chiedere alla Regione una proroga – dichiara a MeridioNews l’assessore all’Ambiente Fabio Cantarella -. Ci siamo insediati da qualche settimana e abbiamo bisogno di tempo, almeno un paio di mesi, per fare salire la differenziata». Per Cantarella, l’indizione della gara ponte per l’affidamento del servizio di raccolta rifiuti potrebbe rappresentare la svolta. «Se ci danno il tempo, ce la faremo», garantisce l’assessore. 

A seguire l’esempio etneo, cercando di guadagnare tempo, saranno anche i Comuni di Messina e Trapani, fermi a maggio rispettivamente al 17,7 e al 24,2 per cento. Stando ad alcune indiscrezioni, però, dalle amministrazioni De Luca e e Tranchida la richiesta di proroga è stata accompagnata da un cronoprogramma su ciò che verrà fatto per innalzare la percentuale, a differenza di quanto fatto da Catania. «La gara ponte che ha in mente il Comune etneo non prevede il porta a porta, è inverosimile che la differenziata salga in maniera così importante solo perché una nuova giunta si è insediata», prosegue il funzionario. Tra i Comuni che nelle scorse settimane hanno ricevuto le lettere dal dipartimento regionale ci sono stati anche Ragusa Siracusa. I residenti del capoluogo ibleo possono però tirare un sospiro di sollievo: l’amministrazione Cassì, beneficiando dell’estensione del porta a porta avvenuto a maggio sotto la giunta Piccitto, a giugno ha visto superare abbondantemente il muro del 30 per cento previsto dall’assessorato, arrivando a sfiorare il 35. A Siracusa, invece, la soglia non è stata ancora raggiunta, ma ci sarebbero importanti miglioramenti rispetto al modesto 17,5 per cento di maggio. «Faremo in modo di risolvere la situazione», chiosa il primo cittadino Francesco Italia, senza specificare se l’ente ha chiuso un contratto per la spedizione dei rifiuti o se l’auspicio sia quello di ottenere la proroga. 

Infine c’è il caso di Palermo, dove la differenziata due mesi fa si è fermata al 15,9 per cento. Nel capoluogo panormita, il sindaco Leoluca Orlando non ha esitato ad attaccare il metodo proposto da Musumeci per spingere i Comuni a impegnarsi di più. «Rispetteremo i tempi e le regole previste dalle norme sulla trasparenza e dal codice degli appalti», replica l’assessore Sergio Marino MeridioNews, sottolineando che da Palazzo delle aquile non sarà inviato alcun contratto. 

E così, nel giro di pochi giorni, il governo Musumeci vede smussarsi il pugno duro per fare compiere alla Sicilia i primi passi verso l’uscita dall’emergenza. Se mercoledì scorso è stato il Tar a specificare che non sarà possibile prevedere la decadenza degli organi comunali inadempienti, specificando che il commissariamento potrà essere previsto solo per gli interventi riguardanti il servizio rifiuti, nelle prossime ore saranno i Comuni a fare cadere parzialmente nel vuoto il diktat del governatore. «Da subito abbiamo detto che l’intento della Regione non era punitivo, ma quello di stimolare la crescita della differenziata, nell’interesse di tutti», commenta una delle figure più vicine a Musumeci, anticipando una probabile rinnovata pazienza da parte di palazzo d’Orleans.

 

Una vera e propria autostrada fantasma. I caselli ci sono, i cartelli che segnalano di rallentare per il pagamento, pure. Come quelli per le uscite col Telepass. Ma è tutto finto. Succede lungo la famigerata autostrada Siracusa-Gela. O meglio, quella che doveva essere la Siracusa-Gela in Sicilia. Per costruire appena 65 chilometri non sono bastati 45 anni. E ogni chilometro è costato quasi otto milioni di euro.

«Il primo progetto fu redatto verso la fine degli anni sessanta prevedendo un collegamento autostradale tra Siracusa e Gela per favorire lo sviluppo industriale della Sicilia sud orientale stabilendo un rapido collegamento tra i poli petrolchimici di Siracusa e di Gela», ricorda la pagina Wikipedia. Ma dal 1973, quando avrebbe dovuta essere inaugurata, ad oggi il percorso non è mai stato completato.

Chi da Siracusa si dirige verso sud, può percorrere l’A18 fino al comune di Rosolini, poi stop. Si prosegue sulla rete stradale locale per arrivare fino a Gela. E lungo il tratto aperto, ci sono una serie di caselli incompiuti. Come quello di Noto, capitale del barocco siciliano, dove ogni anno transitano migliaia di turisti, molti dei quali provenienti dall’estero. Qui, come nel primo tratto, appena fuori dall’abitato siracusano, il casello c’è ma… non c’è e rischia quotidianamente di provocare incidenti tra chi, inconsapevole del fatto che non si deve pagare alcun pedaggio, rallenta fino a quasi a fermarsi scoprendo solo arrivato alla barriera che non nessun casellante è al lavoro o nessuna macchinetta self service è pronta per la riscossione dell’importo. A Noto, poi, il casello è addirittura di design, con campate in cemento armato e barriere new jersey per incolonnare i veicoli. Anche qui, però, il deserto: nessuno ha mai riscosso un centesimo di euro in pedaggi.

Negli anni i vari governi siciliani che si sono susseguiti, hanno sempre garantito la conclusione dell’opera, puntualmente non mantenendo gli impegni presi in campagna elettorale. Infinite le proteste dei residenti della zona, che si vedono tutto il traffico dirottato lungo la rete stradale locale.
Così oggi l’A18 Siracusa-Gela si è guadagnata l’appellativo diincompiuta d’oro. Purtroppo una delle tante con cui ci si imbatte nel sud Italia.

 Nuovi investimenti in arrivo per sei milioni di euro e, conseguentemente, anche possibili nuove assunzioni. Parmalat, colosso italiano del latte, continua a scommettere sulla Sicilia, regione «in cui contribuiamo al Pil in maniera anche superiore rispetto al dato italiano dello 0,098%, secondo quanto rilevato dallo studio “Sistema Paese” della Sda Bocconi». A tracciare i (grandi) confini dell’impegno di Parmalat nell’Isola, attraverso il suo marchio leader Sole, è il direttore generale dell’azienda, Giovanni Pomella. «Siamo presenti in Sicilia da oltre 60 anni con “Sole”, uno dei nostri marchi “gioiello” in Italia – dice il direttore generale -. Il latte che utilizziamo viene acquisito esclusivamente da produttori siciliani e la lavorazione è tutta siciliana: avviene in due stabilimenti, entrambi certificati ISO 9000, uno a Ragusa, specializzato nella produzione dei derivati lattiero-caseari (mozzarelle, ricotte, scamorze), e l’altro a Catania, specializzato nella produzione di latte fresco e UHT e panna».

Lo strano caso della Sicilia della raccolta differenziata, che aumenta i suoi ritmi e i livelli di raccolta specifica (anche se ancora lontani da quelli richiesti), prima ancora del diktat di giugno del governo regionale, finito al centro delle polemiche anche dopo la pronuncia del Tar siciliano che ha sospeso gli effetti della parte che prevedeva la decadenza dei sindaci inadempienti rispetto all’obbligo della scelta del contraente per portare i rifiuti fuori dalla Sicilia.

Tra i capoluoghi “brilla” Agrigento, attardate Messina e Siracusa, pesantemente indietro Catania e Palermo. Nel complesso, una realtà variegata: vediamo insieme i migliori e i peggiori

Numeri che riflettono una realtà variegata ma con cifre incoraggianti, in media, rispetto al passato. Sono 80 i Comuni siciliani che rientrano fino al 60% della differenziata. A 5 punti cioè dalla soglia che oggi rappresenta nella media “il magic number” per alleggerire le discariche dell’Isola. Settanta invece i Comuni tra il 50% di differenziata e il 40% e ben 39 Comuni sotto la soglia del 10%.

 

Risultati da migliorare anche per molti dei capoluoghi di provincia della Sicilia. Se infatti Agrigento “stampa” una buona performance con il 66,5%, attardate sono Messina e Siracusa (rispettivamente 17,7% e 17,5%). Indietro, pesantemente, Catania (7,1%) mentre per Palermo manca il dato di maggio e aprile si ferma al 14,7%. Nella proverbiale via di mezzo stazionano invece Caltanissetta (35,3%), Enna (34,4%), Ragusa (27,2%) e Trapani (24,2%).

Proprio le aree metropolitane di Catania, Messina e Palermo erano finite sul banco degli imputati, nell’ordinanza di Musumeci di giugno: «Le percentuali più basse di raccolta differenziata si riscontrano nelle 4 grandi città dell’isola (Palermo, Catania, Messina e Siracusa, con popolazione sopra i 100mila abitanti) che sommano al 25% della popolazione e al 30% dei rifiuti prodotti nell’isola e che si attestano al 10-11% di raccolta differenziata», era stata la sconsolante premessa. Sul podio, nella classifica che viene fuori dal report dell’Ufficio speciale per il monitoraggio e l’incremento della raccolta differenziata della Regione, vanno Joppolo Giancaxio (86,1%) Zafferana Etnea (85,2%) e Cattolica Eraclea (84,3%). Un punto in meno (83,5%) per Licodia Eubea. Percentuali di tutto rispetto anche per Rometta, (83,2%) e Prizzi (82.4%). Nella decina al top anche Santa Elisabetta, Limina, Longi, San Michele di Ganzaria e Ramacca.

Buono anche il risultato a maggio di alcuni centri della Sicilia interna come Ribera, al quattordicesimo posto (74,4%), o Belpasso (70,9%) al 29esimo posto. Misterbianco con i suoi 49.634 residenti arriva al 66esimo posto con il 64,3%. Tra i centri più popolosi spicca anche Carini (38.627 abitanti) che centra il 62,6% che vale il 75esimoposto.

Tra i dati dei principali centri turistici siciliani Taormina è sotto la soglia del 20% (17,4%) e Cefalù le rimane accanto (14,4%). Un po’ meglio (18,7%) San Vito Lo Capo. Indietro Licata, Troina, Godrano, Vicari o Barrafranca.

Storie diverse quelle raccontate dai territori siciliani che annaspano ancora, nonostante il rafforzamento di una crescita tendenziale. Dove l’intermediazione sociale ha funzionato e i modelli di organizzazione della differenziata (parrocchie “in primis”) hanno dato una marcia in più, la percentuale è stata ovunque mossa dal suo torpore. Il messaggio legato alla convenienza del cittadino a differenziare e all’aspetto motivazionale in grado di rompere il circolo vizioso di una mentalità del passato disabituata, rientra tra le azioni del “piano di attacco” di Alberto Pierobon, assessore regionale ai Rifiuti.

Stona nel panorama del consolidamento della Sicilia della differenziata il passo lento di Palermo e Catania, senza la cui crescita sarà difficile nel medio periodo, cambiare il finale di questa complessa e articolata storia.

Le rivelazioni sul fatto che un eminente cardinale Usa ha abusato sessualmente di seminaristi adulti hanno portato alla luce un evidente abuso di potere che ha scioccato i cattolici sulle due sponde dell’Atlantico. Ma il Vaticano è da tempo a conoscenza dell’equivalente eterosessuale – l’abuso sessuale di suore da parte di preti e vescovi – e ha fatto ben poco per fermarlo, ha rilevato un’analisi dell’Associated Press. I casi di suore abusate sono emersi in Europa, Africa, Sud America e Asia, mostrando che il problema è globale e pervasivo, grazie allo status di seconda classe nella Chiesa e alla loro sottomissione agli uomini che lo gestiscono.

Eppure alcune suore ora stanno facendo sentire le loro voci, sostenute dal movimento #MeToo e dal crescente riconoscimento che persino gli adulti possono essere vittime di abusi sessuali quando c’è uno squilibrio di potere in una relazione. Le suore stanno cominciando a denunciare pubblicamente anni di inerzia da parte dei dirigenti della Chiesa, anche dopo che importanti studi sul problema in Africa sono stati segnalati al Vaticano negli anni ’90. 

“Ha aperto una grande ferita dentro di me”, ha detto una suora all’AP. “Ho fatto finta che non fosse successo”. Indossando l’abito religioso e stringendo in mano il rosario, la donna ha rotto quasi due decenni di silenzio per riferire all’AP del momento nel 2000 in cui il prete al quale lei stava confessando i suoi peccati ha approfittato di lei con la forza, a metà del sacramento. L’assalto – e un successivo approccio di un altro prete un anno dopo – la portò a smettere di andare a confessarsi con qualsiasi altro prete che non fosse il suo padre spirituale, che vive in un altro paese.

La portata dell’abuso di suore non è chiara, almeno al di fuori del Vaticano. Tuttavia, questa settimana, circa una mezza dozzina di sorelle in una piccola congregazione religiosa in Cile sono uscite allo scoperto sulla televisione nazionale con le loro storie di abusi da parte di preti e di altre suore e su come i loro superiori non hanno fatto nulla per fermare tutto questo. Una suora in India ha recentemente presentato una denuncia formale della polizia accusando un vescovo di stupro, cosa che sarebbe stata impensabile anche un anno fa.

E i casi in Africa sono emersi periodicamente; nel 2013, ad esempio, un noto sacerdote in Uganda ha scritto ai suoi superiori un messaggio che menzionava “sacerdoti romanticamente coinvolti con sorelle religiose” – per la quale è stato prontamente sospeso dalla Chiesa fino a che non si è scusato, a maggio. “Sono così triste che ci sia voluto così tanto tempo perché ciò venisse alla luce, dal momento che ci sono stati rapporti già molto tempo fa”, ha detto in un’intervista all’AP Karlijn Demasure, uno dei massimi esperti della Chiesa sull’abuso sessuale e l’abuso di potere del clero. Il Vaticano ha rifiutato di commentare su quali misure, se del caso, siano state adottate per valutare la portata del problema a livello globale, o per punire i responsabili e prendersi cura delle vittime. Un funzionario vaticano ha detto che spetta ai dirigenti delle Chiese locali sanzionare i sacerdoti che abusano sessualmente delle suore.

L’idea di sorteggiare parte dei politici che siedono a Roma è stata rilanciata dal fondatore del M5s. Anni fa un gruppo di studiosi siciliani ha presentato un modello che garantirebbe una maggiore rappresentanza delle fasce sociali e una produttività più alta

Tanto vale prenderli a caso. A quanti sarà capitato di pensare che affidarsi alla dea bendata sarebbe meglio che proseguire con quei politici che promettono mare e monti, ma poi, dopo essere stati eletti, finiscono per deludere ogni aspettativa? Tra chi sostiene quest’idea, nelle ultime settimane rilanciata da Beppe Grillo e da molti interpretata come l’approdo dell’antipolitica, c’è anche il sociologo catanese Cesare GarofaloAutore, nel 2012, del libro Democrazia a sorte. Ovvero la sorte della democrazia insieme agli economisti Maurizio Caserta e Salvatore Spagano e ai fisici Andrea Rapisarda e Alessandro Pluchino, Garofalo difende la tesi secondo cui l’introduzione del sorteggio all’interno dei meccanismi elettorali potrebbe migliorare la qualità degli organi legislativi, producendo al contempo effetti positivi anche sulla società e il concetto di cittadinanza attiva. 

«Esistono precedenti storici e applicazioni anche recenti in più parti del mondo – spiega il sociologo a MeridioNews -. Nell’antica Grecia così come nella Repubblica di Venezia il sorteggio dei rappresentati era una modalità utilizzata e apprezzata. Ma anche in epoca contemporanea gli esempi sono tanti: in Islanda la costituzione è stata scritta da mille persone scelte a sorte, stesso discorso in Canada per le leggi elettorali del Quebec e della Columbia britannica. Oppure in California dove hanno istituito i deliberative opinion poll, procedimenti di formazione di decisioni collettive». Per Garofalo i vantaggi per la società sarebbero evidenti: «Sorteggiare le figure chiamate a dare un giudizio su una proposta di legge significherebbe affidare la decisione a persone svincolate dalle logiche di partito, soggetti che non subirebbero i condizionamenti di chi è costretto a cercare il consenso», continua il sociologo, che poi sottolinea come lo scenario immaginato sarebbe diverso sia dai referendum che dagli esperimenti di democrazia diretta online attuati finora dal M5s. «La maggior parte delle persone che va alle urne in occasione di un referendum è poco o per nulla informata in merito alla materia su cui è chiamato a esprimersi. Il processo decisionale da noi proposto prevede, invece, una fase dibattimentale obbligatoria e fondamentale per consentire alle persone di formare la propria opinione. Confronti – va avanti Garofalo – in cui verrebbero affrontate tutte le possibilità in ballo, dando voce a tecnici e portatori di interesse».

La proposta avanzata dal gruppo di studiosi non nega in assoluto la rappresentanza politica così come oggi la conosciamo. «I sorteggiati andrebbero ad aggregarsi a una componente eletta, tramite normali consultazioni – chiarisce Garofalo -. Si possono immaginare i due rami del parlamento entrambi interessati da questo meccanismo oppure stabilire che uno sia composto solo da persone elette e l’altro da figure sorteggiate. Sarebbe però importante garantire il ricambio di queste ultime, così da fare sì che i giudizi siano il più liberi possibile». Per chi nutrisse dubbi sulla capacità del caso di garantire una copertura adeguata della popolazione nel suo complesso, la risposta arriva dalla statistica: «Con un campione di tremila persone si riesce a prevedere in maniera quasi perfetta il risultato di un referendum sottoposto a decine di milioni di persone – spiega il sociologo -. Questo ci dice che la composizione dei rappresentanti sorteggiati sarebbe sufficientemente variegata da garantire la presenza in parlamento tanto di dottori che di casalinghe, giovani e anziani. E poi – rilancia Garofalo – mi lasci dire che non mi sembra che oggi a Montecitorio e palazzo Madama siano seduti molti operai, studenti o disoccupati».

Altro motivo che potrebbe fare storcere il naso ai difensori della democrazia rappresentativa così come comunemente conosciuta sta nel rischio di dare in mano le sorti del Paese a persone che, nella quotidianità, non manifestano interesse per la cosa pubblica. Oppure – richiamando l’anatema di Umberto Eco contro i social network – a chi si ritiene esperto di ogni campo del sapere, senza che tale autostima sia suffragata da adeguati studi o peggio si fondi sulle sempre più diffuse fake news. «Questi timori non tengono conto del concetto di ignoranza razionale, ovvero la decisione del cittadino di non documentarsi adeguatamente su un tema nel momento in cui è consapevole che farlo non creerebbe effetti concreti – commenta Garofalo -. In altre parole, un cittadino che sa che il proprio voto incide pressoché nulla nel complesso delle decine di milioni di preferenze che vengono espresse non è spinto a informarsi su ciò che succede. Se invece lo si mette nella condizione di potere decidere realmente, vorrà saperne di più». 

Tra chi beneficerebbe di questa drastica riforma elettorale ci sarebbero anche i partiti. A riguardo Paolo Flores d’Arcais già anni fa ha fatto una proposta per bilanciare il peso dell’astensionismo. Per il direttore di Micromega, la percentuale di chi non va alle urne andrebbe rappresentata da cittadini nominati con il sorteggio. «Viviamo in un’epoca in cui non è possibile dire che il parlamento rappresenta la volontà della maggioranza dei cittadini – commenta Garofalo -. L’idea di Flores d’Arcais è stimabile perché spingerebbe i partiti a rigenerarsi,nella consapevolezza che tornando a occuparsi dei problemi collettivi e offrendo adeguate soluzioni porterebbero le persone a tornare a votare e così facendo – conclude il sociologo – si garantirebbero l’aggiudicazione di un maggiore numero di seggi».

Renato Schifani 

Sarebbe responsabile di fughe di notizie reiterate

Si aggrava la posizione di Renato Schifani, ex presidente del Senato coinvolto nell’inchiesta sul cosiddetto ‘Sistema Montante’. I pm di Caltanissetta, che nei giorni scorsi hanno chiuso l’indagine a carico dell’ex presidente degli industriali siciliani Antonello Montante e di altre 23 persone, hanno contestato a Schifani, finora accusato di favoreggiamento e rivelazione di notizie riservate, il reato di concorso esterno in associazione a delinquere. Sarebbe responsabile di fughe di notizie reiterate e continuate a favore dell’organizzazione a delinquere che ruotava attorno all’industriale. Montante è accusato di avere costituito una sorta di rete, con la complicità di importanti esponenti delle forze dell’ordine, per spiare le mosse della Procura di Caltanissetta che lo indagava per concorso in associazione mafiosa.

La stretta sui contributi della Regione alle organizzazioni che si occupano di contrastare l’usura e le estorsioni fa discutere, specie per le differenze rispetto agli elenchi delle prefetture. «A chi gioveranno queste restrizioni?», si chiedono alcune delle realtà siciliane

Due metri e due misure. O meglio due metri di misura per valutare le associazioni antiracket siciliane. Da una parte i criteri necessari per essere inseriti nell’elenco degli uffici territoriali delle prefetture, dall’altra i nuovi vincoli per l’accesso ai contributi messi a disposizione dalla Regione. «Questo crea una strana discrasia che non capiamo ancora a chi gioverà», dicono ad Addiopizzo Catania, una delle realtà che, pur restando nel registro prefettizio, non avrà più possibilità di accedere ai fondi regionali. Così come l’associazione palazzolese antiracket Pippo Fava, nata a Palazzolo Acreide, nel Siracusano, nel 1991 come movimento e formalizzata nel febbraio del 1992: «Stanno stringendo molto, ma non possono farci passare per distratti spendaccioni». 

Conti che non sanno se torneranno neanche dalle parti di Addiopizzo Palermo, dove dicono di non aver ancora valutato se hanno i requisiti per rientrare fra le associazioni che avranno accesso ai fondi. Nel 2017 la realtà palermitana ha ricevuto dalla Regione disponibilità per un totale di 17.313,43 euro. «Non abbiamo ancora avuto modo di approfondire queste ultime modifiche – dichiara il presidente Daniele Marannano – ce ne occuperemo nelle prossime settimane facendo anche una riflessione più generale su questi strumenti». Insomma, al momento, non rispondono sulla corrispondenza della loro realtà rispetto alle nuove misure previste dalla Regione.

La norma pubblicata in Gazzetta ufficiale lo scorso 13 luglio prevede non soltanto che le associazioni siano iscritte agli albi delle Prefetture, ma che non ricevano altri contributi da Enti locali, che abbiano un numero minimo di dieci soci, di cui almeno la metà imprenditori o commercianti che abbiano subito comprovate estorsioni e/o che si siano avvicinati all’associazione per avere assistenza, che dimostrino di essersi costituite parte civile in almeno un procedimento riguardante un proprio assistito negli ultimi dodici mesi. E ancora, le associazioni per accedere al fondo che quest’anno ammonta a circa 450mila euro, dovranno dimostrare di aver presentato nell’ultimo anno almeno un’istanza di accesso al fondo per vittime di estorsione; di aver assistito imprenditori o commercianti accompagnandoli alla denuncia, in almeno tre fatti estorsivi conclusi con rinvio a giudizio. Infine, devono aver svolto attività di sensibilizzazione con le associazioni di categoria di commercianti e imprenditori; o avere promosso campagne educative nelle scuole

«Noi di sicuro non potremo più accedere ai fondi – spiega Chiara Barone di Addiopizzo Catania – perché fra i nostri soci ci sono studenti, avvocati, lavoratori dipendenti, consulenti del lavoro e un solo imprenditore. Già solo per questo saremo esclusi». L’associazione che da circa 12 anni opera nel territorio etneo, solo due volte ha avuto accesso ai fondi regionali e già l’anno scorso non ha ricevuto nessun contributo. «Dell’esclusione – dice – ce ne faremo una ragione, anche perché abbiamo sempre fatto affidamento soprattutto sul cinque per mille e sulle donazioni spontanee, ma crediamo che i criteri di selezione siano teorici, astratti, riduttivi e non sufficienti a qualificare e restituire il lavoro delle associazioni». Concordano sui controlli rispetto a come vengono spesi i contributi, ma, dicono, «non ci interessa fare il gioco di chi ha più iscritti o di averne di una certa categoria. Della quantità – aggiunge Barone – abbiamo sempre fatto un valore al contrario, facendo anche una rigida selezione degli iscritti. Non ci limitiamo solo alle denunce degli imprenditori, ma quello della nostra associazione antiracket è soprattutto un lavoro culturale». 

«È vero che qualche associazione ha approfittato delle maglie che prima erano troppo larghe – afferma Paolo Caligiore, il coordinatore provinciale delle associazioni antiracket del Siracusano – ma c’è la preoccupazione che anche alcune realtà davvero meritevoli vengano tagliate fuori solo perché lavorano in territori piccoli. Noi, per esempio – sottolinea Caligiore – accompagniamo gli imprenditori dalla scelta della denuncia fino alla fine del percorso. Credo che basterebbe rifarsi alle liste sempre aggiornate e controllate dalle prefetture per avere dei criteri validi. La questione della costituzione di parte civile ai processi è giusta ma non può essere vincolante, perché bisogna tenere conto anche delle caratteristiche dei territori e della lentezza della giustizia e delle difficoltà che spesso si hanno nell’individuare i responsabili». L’anno scorso per la realtà del Siracusano, la Regione aveva preso un impegno per 10.388,06 euro. «Ma – precisa Caligiore – abbiamo avuto solo un rimborso spesa di 1.650 euro perché è difficile anticipare grosse somme, viviamo di volontariato». Insomma, la richiesta delle associazioni, che comunque vedono di buon occhio la stretta sull’accesso ai fondi, è che i criteri di selezione siano applicati su questioni più concrete. «È giusto escludere anche piccole realtà che lavorano bene? – si chiedono – La meritevolezza va stabilita su ciò che viene fatto e non sulla composizione dell’associazione».

Chi nell’ultimo anno ha ricevuto un impegno della Regione di oltre 17mila euro è l’associazione antiracket Gaetano Giordano di Gela, guidata da Renzo Caponnetti, che è anche referente della Fai Sicilia, Federazione italiana antiracket, una sigla sotto la quale si riuniscono diverse associazioni. Caponnetti annuncia che «non parteciperà alla richiesta di fondi regionali» col suo gruppo di Gela. Nata nel 2005, l’associazione Gaetano Giordano conta circa 175 soci, «di cui più della metà sonoimprenditori o commercianti che abbiamo accompagnato alla denuncia». 

Caponnetti è convinto che «a Gela il pizzo non esiste più», al punto che ha voluto fortemente mettere all’ingresso della città Gela città derackettizzata, un messaggio che però stride rispetto ad alcune operazioni delle forze dell’ordine eseguite negli ultimi anni nel comprensorio e nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia dove si sottolinea che la «Stidda, rappresentata dai clan Cavallo e Fiorisi di Gela (CL) e dal clan Sanfilippo di Mazzarino (CL), conserva una significativa influenza nei comprensori di Gela e Niscemi, dove si mantiene in accordo con le famiglie di cosa nostra Rinzivillo ed Emmanuello, assieme alle quali si spartisce i provenienti derivanti dalle estorsioni e dall’usura, dal condizionamento degli appalti e dal traffico degli stupefacenti».

Ma le varie associazioni Fai siciliane potranno continuare ad accedere ai fondi regionali? «Non me ne viene in mente nessuna che abbia meno di dieci soci – risponde Caponnetti – anche se non tutti hanno i requisiti richiesti da prefettura e Regione. Per esempio, il fatto che la metà dei componenti devono essere imprenditori che hanno subito estorsioni, in alcuni territori diventa più problematico perché, appunto, le estorsioni non hanno più i numeri di prima».

Vittoria, ad esempio, la Fai è nata nel 2014 e non ha mai avuto accesso ai fondi regionali. «Non abbiamo ancora nemmeno fatto richiesta – spiega la presidente Eliana Giudice – preferiamo autotassarci». I soci sono una ventina, fra cui un solo imprenditore che ha subito un attentato incendiario agli automezzi, episodio per cui le indagini sono ancora in corso. «Abbiamo seguito casi di usura – dice Giudice – ma non di estorsione. È vero anche che nel nostro territorio, negli ultimi anni, il pizzo non è più quello di una volta perché la mafia si è fatta impresa e guadagna imponendo servizi e beni alle aziende locali, ma bisogna procedere con i piedi di piombo prima di accogliere imprenditori o commercianti perché è necessario distinguere chi ha davvero subito da chi vorrebbe solo approfittare della situazione».

Negli ultimi anni, prima della stretta sui fondi regionali, molte restrizioni hanno interessato anche gli elenchi delle prefetture locali e sono state tagliate fuori associazioni che non avevano più i requisiti previsti dal decreto ministeriale del 30 novembre del 2015. Ovvero, la collaborazione con le forze dell’ordine«nell’individuazione dei fattori sociali di radicamento e sviluppo dei fenomeni criminali e delle strategie sul piano economico e produttivo ai fini dell’attività di prevenzione e/o contrasto al racket e all’usura», si legge nel documento. Poi, lacostituzione di parte civile in almeno un procedimento riguardante un proprio assistito, nell’ultimo biennio; e l’aver svolto attività di sensibilizzazione delle vittime al ricorso alla denuncia e la promozione di campagne educative e di diffusione della cultura della legalità. Altre sono state escluse semplicemente per «inattività». Fra queste anche realtà che hanno ricevuto fondi regionali che, nel 2017, sono stati complessivamente 435mila euro

La famiglia di Sergio Marchionne parla per la prima volta in una dichiarazione all’ANSA in cui conferma tra l’altro che il Gruppo Fca ‘non era a conoscenza delle condizioni di salute’ dell’ex Ad. ‘Alla fine della scorsa settimana – si legge nella nota della famiglia – Fca è stata informata che Sergio Marchionne non sarebbe più stato capace di tornare al lavoro, senza aggiungere altri dettagli’. La famiglia ringrazia tutti coloro che hanno mostrato il loro supporto e condiviso il suo dolore e chiede il rispetto della privacy.

Sergio Marchionne “da oltre un anno si recava a cadenza regolare presso il nostro ospedale per curare una grave malattia“. Lo precisa l’Ospedale Universitario di Zurigo dove l’ex ad di Fca è stato ricoverato. “Nonostante il ricorso a tutti i trattamenti offerti dalla medicina più all’avanguardia, il signor Marchionne è purtroppo venuto a mancare”, aggiunge esprimendo “il più accorato cordoglio” alla famiglia.

Fiat CEO Sergio Marchionne 

La fiducia dei/delle pazienti nei confronti del ricorso alle migliori terapie possibili e nella discrezione – spiega – è cruciale per un ospedale. L’Ospedale Universitario di Zurigo (Usz) attribuisce enorme importanza al segreto professionale, e questo vale in egual misura per tutti i pazienti e le pazienti. Lo stato di salute è materia del/della paziente o dei relativi familiari. Per questo motivo fino a questo momento l’Usz non ha preso posizione in merito all’ospedalizzazione e al trattamento del signor Sergio Marchionne. Attualmente l’Usz è oggetto di diverse voci tendenziose da parte dei media relativamente alla sua cura”. L’Ospedale spiega di avere diffuso il comunicato “per frenare il susseguirsi di ulteriori speculazioni

Addio Sergio Marchionne, il global manager che salvò la Fiat

Si è spento nella clinica di Zurigo 

Addio a Sergio Marchionne. Il manager è morto a Zurigo, nella clinica dove era ricoverato da fine giugno. Accanto a lui la compagna Manuela Battezzato e i figli Alessio e Tyler. “E’ accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato“, ha detto John Elkann annunciando la morte dell’ex ad di Fca. “Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il più convinto promotore“. “Un uomo speciale”, ha detto il nuovo ad di Fca Mike Manley che ha parlato oggi dopo la presentazione dei conti dell’azienda con il debito a zero come promesso da Marchionne.

Marchionne giovane( ft)
Nato a Chieti 66 anni fa, figlio di un maresciallo dei Carbinieri. Studi in Canada (tre lauree in Filosofia, Economia, Giurisprudenza e master in Business Administration), domicilio in Svizzera, due figli, Marchionne, l’uomo dal maglioncino nero, ha vissuto gli ultimi anni tra Torino e Detroit, guidando la ‘rivoluzione’ che ha portato in Borsa Cnh Industrial e Ferrari.
Un manager al centro anche delle relazioni politiche mondiali, da Obama a Trump, che in Italia ha respinto l’invito di Silvio Berlusconi a candidarsi con il centrodestra e ha avuto una lunga luna di miele con l’ex premier Matteo Renzi dal quale ha poi preso le distanze.
A Torino Marchionne lo aveva portato Umberto Agnelli, che lo aveva conosciuto in Sgs e lo aveva voluto nel consiglio di amministrazione. Il primo giugno 2004, pochi giorni dopo la morte di Umberto, è l’uomo scelto per guidare la rinascita, con Luca di Montezemolo presidente e John Elkann vicepresidente.

AL VIA LO SBLOCCO DEI PAGAMENTI DELLE MISURE A SUPERFICIE DEL PSR SICILIA. CASTAGNA (CIA SICILIA): “LE AZIENDE ANCORA IN ATTESA DI PERCEPIRE LE SOMME CHE GLI SPETTANO RICEVONO OGGI UNA NOTIZIA CONFORTANTE POICHE’ IL RITARDO DI TRE ANNI HA CAUSATO PROBLEMI INSORMONTABILI”

Si è tenuto oggi presso l’Assessorato regionale all’agricoltura il tavolo tecnico inerente i problemi legati al blocco dei pagamenti delle misure a superficie del PSR Sicilia.

La Cia è soddisfatta dal lavoro portato avanti dal dirigente generale Carmelo Frittitta e da tutti i funzionari che hanno mantenuto l’impegno assunto durante il precedente appuntamento: si giunti ad una svolta nella risoluzione della maggior parte delle anomalie bloccanti e auspichiamo che per tutte le anomalie vengano al più presto presto trovate le soluzioni tecniche.
“Le aziende ancora in attesa di percepire le somme che gli spettano ricevono oggi una notizia confortante – dichiara Rosa Giovanna Castagna, presidente CIA Sicilia – poiché il ritardo di tre anni ha causato problemi insormontabili. Il confronto instaurato attraverso il tavolo tecnico – continua Castagna – si è rivelato proficuo ed auspichiamo che il dialogo con l’amministrazione possa continuare nell’interesse generale degli agricoltori siciliani”.