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Il presidente della Regione, Nello Musumeci, è intervenuto a seguito dell’ennesima fuga di migranti, adesso dal centro d’accoglienza di Caltanissetta. E Musumeci ha scritto su facebook: “Avrete già letto dei 100 migranti scappati a Caltanissetta. Si aggiungono ai tunisini scappati a Pantelleria e a quelli evasi dall’hotspot di Pozzallo, i quali, a loro volta, si sommano a tutti gli altri. Nessuno dica che è responsabilità delle forze dell’ordine: fanno tutto quello che possono e siamo loro grati. E’ semplicemente sbagliato che si faccia finta di nulla da parte del governo di Roma e che si dica che tutto va bene. Pretendo rispetto per la Sicilia, non può essere trattata come una colonia. Abbiamo dato disponibilità e chiediamo reciprocità, ma vediamo che nella gestione del fenomeno migratorio c’è troppa improvvisazione e superficialità”.

di Filippo Cardinale

BURGIO-CALTABELLOTTA-MONTEVAGO-SAMBUCA.  In due mesi le aree boschive di Burgio, Caltabellotta, Montevago e Sambuca di Sicilia hanno perduto complessivamente 470 ettari di aree boschive e 50 a pascolo. Due mesi d’inferno in cui paesaggi meravigliosi, suggestivi, veri grandi polmoni di verde, sono stati distrutti. Gioielli di aree boschive distrutti dalla mano di criminali nei confronti dei quali, oltre agli effetti della giustizia, dovrebbe gravare l’esperienza diretta di cosa provano gli alberi avvolti dalle fiamme. Un quadro drammatico che coinvolge 4 Comuni Burgio, Caltabellotta, Montevago e Sambuca di Sicilia.

MONTEVAGO: A giugno piromani danno alle fiamme la splendida area boschiva Magaggiaro. Vanno in fumo 200 ettari.

SAMBUCA DI SICILIA: Attorno al lago Arancio vanno in fumo 30 ettari di boscoe altri 50 ettari di terreni a pascolo.

BURGIO: dapprima vanno in fiamme 10 ettari di macchia mediterranea in contrada Marco Lo Presti. Ma il danno più grosso si sviluppa dopo poche ore. A essere interessati dalla mano dei criminali sono 200 ettari di bosco nella località Serra di Biondo. Fiamme che hanno lambito anche il bosco di Palazzo Adriano.

CALTABELLOTTA: Il paese montano non è stato risparmiato dalla strage dei boschi. Circa 30 ettari di area boschiva in contrada Giraffe sono stati bruciati.

Un bilancio pesante, un disegno criminale che trova ragione solo nella mente malata chi di innesca gli incendi. Menti malate che stanno distruggendo il paesaggio, lo stanno modificando in peggio togliendo alla comunità polmoni verdi, suggestioni di paesaggi naturali davvero incantevoli.

Serve tutto quanto è utile per combattere tale impari guerra. Non bastano propositi. La Regione deve subito passare ai fatti spiegando mezzi, personale, tecnologie che possano evitare la distruzione di boschi. Ma soprattutto la mano dura nei confronti di criminali dalla mente perversa.

Filippo Cardinale

Il Tribunale di Palermo – Sezione Misure di Prevenzione, in data 20.07.2020, ha irrogato la misura di Prevenzione della Sorveglianza Speciale di P.S. con Obbligo di soggiorno nel Comune di residenza, per la durata di anni due e mesi sei, ad un agrigentino di 27 anni.

La proposta, formulata dal Questore di Agrigento, tramite la Divisione Polizia Anticrimine, ha analizzato le vicende processuali in cui era stato coinvolto il destinatario del provvedimento, il quale, si era reso protagonista di atti persecutori, nei confronti della ex convivente.

Il Tribunale di Palermo ha imposto, oltre alle normali prescrizioni per chi viene sottoposto ad una Sorveglianza Speciale, specifiche prescrizioni. In particolare:

di non frequentare i luoghi (residenza, dimora, lavoro, luoghi di vacanza o di viaggio o altro) normalmente frequentati dalla ex convivente;

di mantenersi in ogni caso ad almeno 200 metri di distanza dalla predetta e di allontanarsi immediatamente in caso di incontro occasionale;

di non effettuare, con ogni mezzo epistolare, telefonico, telematico o altro, qualsiasi comunicazione (o tentativo di comunicazione) con la persona offesa.

Nove anni di processi, con condanne in primo grado, finito in prescrizione dinanzi la Corte d’Appello. Non doversi procedere perchè tutti i reati sono estinti per prescrizione recita la sentenza emessa alcune ore fa a Palermo nel processo di secondo grado scaturito dall’operazione “Self service” che nel 2011 si pensò avesse sgominato un giro di tangenti all’Ufficio tecnico comunale di Agrigento in cambio di concessioni edilizie che imprenditori o professionisti avrebbero ottenuto scalzando altri che non pagavano.
L’operazione della Digos – al termine di un’indagine durante la quale sono stati intercettati gli uffici del Comune con telecamere nascoste e microspie, oltre che i telefoni degli indagati – è scattata il 29 novembre del 2011. Alcuni degli indagati hanno deciso di patteggiare la pena, per gli altri il processo si è trascinato per le lunghe. La sentenza di primo grado, addirittura, è stata emessa dal tribunale di Agrigento nel lontano 10 febbraio del 2016 e ci sono voluti 4 anni e 6 mesi per concludere il processo di appello senza che vi sia stata alcuna riapertura dell’istruttoria. Troppo per non fare prescrivere i reati di corruzione e abuso di ufficio.
I giudici, peraltro hanno rigettato l’appello del procuratore generale che chiedeva di ribaltare la sentenza di assoluzione per singole accuse. A quattro anni di reclusione era stato condannato l’architetto Luigi Zicari, 68 anni, funzionario dell’ufficio tecnico; 2 anni per l’ex dirigente dello stesso ufficio Sebastiano Di Francesco, 61 anni (ritenuto responsabile di abuso di ufficio ma non di corruzione), e per altri 3 imputati: Pietro Vullo, 50 anni, Roberto Gallo Afflitto, 50 anni, soci di fatto dello stesso studio. I giudici avevano condannato anche due vigili urbani – Rosario Troisi, 64 anni, e Calogero Albanese di 60 anni, nel 2010 nella squadra antiabusivismo della polizia municipale – e il veterinario Massimo Lorgio di 50 anni, per una vicenda parallela all’ipotizzato giro di tangenti e relativa ad un falso verbale di controllo eseguito in un cantiere. Troisi fu condannato a un anno e 4 mesi, Albanese a un anno e due mesi e Lorgio a 7 mesi di reclusione.

Le autorità marittime tunisine hanno sequestrato un peschereccio italiano, il «Nuova Maria Lucià’ di Marsala, che è stato trainato in mattinata al porto de La Goulette, di Tunisi, con l’equipaggio a bordo, tra cui due italiani.
L’imbarcazione, secondo le autorità tunisine, stava pescando nelle acque territoriali del Paese nordafricano. Della vicenda si sta occupando il Comando generale della capitaneria di porto di Roma in coordinamento con le istituzioni competenti.

Notte di sbarchi a Lampedusa dove, fra soccorsi realizzati nelle acque antistanti l’isola e approdi autonomi, sono giunte 15 imbarcazioni con 294 migranti.
Sei gli sbarchi autonomi – con un minimo di 8 tunisini e un massimo di 20 – avvenuti a molo Favarolo e al porto commerciale.
In un unico intervento, poco prima dell’alba, la Capitaneria di porto è riuscita a rintracciare tre barchini con a bordo 103 persone provenienti dalla Libia, dalla Tunisia e dal Bangladesh.
All’hotspot di Lampedusa, capace di ospitare nell’unico padiglione operativo massimo 95 persone, si trovano al momento 954 extracomunitari. La struttura d’accoglienza è in tilt, ieri erano stati trasferiti con i traghetti di linea per Porto Empedocle 280 migranti.

Lo stato attuale è drammatico. Non si sa cosa succederà d’ora in avanti.

La Corte dei Conti di Sicilia, in Appello, ha assolto l’ex presidente della Provincia di Agrigento, Eugenio D’Orsi, e i funzionari Ignazio Gennaro e Giuseppina Micciché, dall’imputazione di aver provocato un danno all’Erario a seguito di alcune spese di rappresentanza sostenute da D’Orsi e autorizzate da Gennaro e Miccichè per le quali è già intervenuta l’assoluzione in sede penale. In particolare, in sede penale i giudici non hanno condiviso la tesi dell’accusa secondo cui gli acquisti oggetto dell’incriminazione non sarebbero rientrati tra le spese di rappresentanza. Adesso la tesi è stata condivisa e sancita in sede contabile.

I FATTI

Nel 2014, la Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti per la Regione Siciliana, accogliendo parzialmente le istanze della Procura, aveva condannato in primo grado l’ex Presidente della Provincia regionale (oggi “Libero Consorzio Comunale di Agrigento di Agrigento”), prof.  Eugenio Benedetto D’Orsi, il vice segretario della Provincia, dott. Ignazio Gennaro e la funzionaria sig.ra Giuseppina Miccichè al pagamento, rispettivamente, di € 24.127,72, € 11.224,74 ed € 837,33, a titolo di risarcimento per varie partite di danno arrecate all’Ente, derivanti da presunti indebiti rimborsi di spese per cene e pranzi ed altre varie spese di rappresentanza che, secondo il Giudice di primo grado, non apparivano riconducibili ad attività istituzionali né supportati da congrue motivazioni.

Avverso la superiore sentenza, proponevano distinti appelli il prof. D’Orsi, con il patrocinio dell’Avv. Girolamo Rubino, il vice segretario Gennaro e la funzionaria Miccichè, rispettivamente assistiti dagli Avv.ti Alessandro Dagnino e Antonino Gaziano, contestando le statuizioni di condanna emesse a loro carico dal Giudice di primo grado ed evidenziando, tra l’altro, che i medesimi fatti contestati dalla Procura in sede di giudizio contabile costituivano oggetto anche di procedimenti penali, al tempo ancora pendenti con riferimento alle posizioni del prof. D’Orsi e del dott. Gennaro; ragion per cui, il giudizio d’appello pendente dinanzi alla Corte dei Conti veniva sospeso in attesa della definizione, con sentenze passate in giudicato, dei procedimenti penali pendenti, consideratane l’essenziale rilevanza nell’ambito del giudizio di responsabilità amministrativa per danno erariale dinanzi al giudice contabile.

Una volta tutti definitivamente prosciolti in sede penale con sentenze pienamente assolutorie, gli appellanti presentavano, allora, per il tramite dei rispettivi legali, rituale istanza di prosecuzione della trattazione dei giudizi contabili nel frattempo riuniti.

In particolare, i legali Rubino, Gaziano e Dagnino ribadivano la totale coincidenza tra i fatti materiali oggetto del complessivo e favorevole vaglio da parte del Giudice penale e quelli contestati dalla Procura della Corte dei Conti, ragion per cui le statuizioni di condanna al risarcimento dei danni in favore della ex Provincia regionale di Agrigento emesse in primo grado a carico degli appellanti dovevano essere integralmente riformate.

Il Collegio Giudicante, preso atto del tenore delle sentenze che avevano definitivamente prosciolto, “perché i fatti non sussistono”, il D’Orsi, il Gennaro e la Miccichè da tutte le imputazioni loro contestate e concernenti i medesimi fatti materiali oggetto del giudizio di responsabilità amministrativa, in osservanza dell’art. 652 del c.p.p., disciplinante “l’efficacia della sentenza penale d’assoluzione nel giudizio civile od amministrativo per le restituzioni ed il risarcimento del danno”, ha accolto gli appelli riuniti ed ha annullato le statuizioni di condanna rese in primo grado.

Con la medesima pronuncia, inoltre, la Corte dei Conti ha condannato il Libero Consorzio Comunale (ex Provincia regionale) di Agrigento al pagamento delle spese di difesa sostenute dagli  appellanti per entrambi i gradi di giudizio e liquidate nelle misure di complessivi: € 2.500,00, in favore del prof. D’Orsi, € 2.000,00, in favore del Gennaro, € 1.500,00, in favore della Miccichè, tutti da maggiorarsi degli accessori di legge (spese generali, I.V.A. e C.P.A).

La polizia di Stato ha smantellato una rete estesa di pedopornografia in 12 regioni italiane con 17 province coinvolte tra cui Agrigento (poi Bari, Foggia, Roma, Monza Brianza, Varese, Cremona, Siena, Palermo, Bologna, Fermo, Ascoli Piceno, Treviso, Chieti, Savona, Imperia e Torino). L’operazione è stata denominata “Pay to see” ed è stata condotta dagli investigatori della polizia postale di Bari e Foggia, coordinati dal Cncpo (Centro nazionale di contrasto alla pedopornografia online e protezione dei minori) del servizio polizia postale e delle comunicazioni. Ogni immagine, videochiamata o chat aveva un costo definito in base a durata e oggetto della comunicazione. Scatti e video pedopornografici venivano scambiati così, come un servizio commerciale qualsiasi, su chat di messaggistica istantanea. Sono state eseguite 21 perquisizioni nei confronti di minori e adulti per il reato di divulgazione di materiale pedopornografico. I provvedimenti sono stati emessi dal sostituto procuratore Curione e dal sostituto procuratore Plotino, rispettivamente della Procura della Repubblica presso il Tribunale e della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Bari.
Indagine è stata avviata dopo una segnalazione fatta dai genitori di un’adolescente che, insospettiti dall’intenso utilizzo di alcuni social network da parte della figlia, hanno notato sul suo telefono la presenza di una chat in cui inviava immagini sessualmente esplicite. I genitori si sono rivolti agli investigatori della polizia postale di Foggia, i quali, dopo accertamenti sul dispositivo telefonico della minore, hanno accertato “la presenza di una chat su una nota piattaforma social, al cui interno si rinveniva una sorta di listino prezzi per prestazioni di carattere sessuale on line, con tariffe differenziate a seconda delle richieste”.

“Sono lieto che la sentenza emessa dal tribunale di Messina riconosca il buon lavoro svolto dalla procura di Messina negli scorsi anni, cosa della quale non ho mai dubitato e che ho evidenziato anche in sede di votazione in commissione Antimafia dell’Ars.

Non sempre un’indagine, nonostante gli sforzi profusi, porta al risultato desiderato, ossia all’individuazione e alla condanna dei colpevoli. Spero vivamente che un giorno si riesca a fare completa chiarezza sull’attentato Antoci, al fine di assicurare alla giustizia mandanti ed esecutori”. Lo afferma il deputato M5S all’Ars, Antonio De Luca.

Continuano i casi in Provincia di Agrigento di veicoli pesanti che durante il controllo di pattuglia della Polizia Stradale vengono ritrovati con la manomissione dell’impianto antinquinamento e l’illecita installazione di un dispositivo elettronico di emulazione che consente al proprietario del veicolo di eludere la normativa europea, risparmiando sul costo dell’additivo ADBLUE, idoneo a limitare al massimo le emissioni di biossido d’azoto del motori diesel.

Nell’ultimo mese sono ben 8 i casi accertati e sanzionati.

All’apparenza i veicoli controllati rispettavano la normativa vigente, ma di fatto questa veniva totalmente elusa in quanto, tramite la centralina elettronica abusivamente apposta, veniva inibito il funzionamento di miscelazione dell’additivo AdBlue, oggi obbligatorio, provocando emissioni dei gas di scarico ben oltre la soglia consentita a livello europeo.

A seguito del ritrovamento dei vari congegni, differenti tra loro ma tutti adeguati alla finalità di cui sopra, i diversi conducenti sono stati sanzionati per le violazioni di cui all’art. 78 del Codice della Strada (alterazione delle caratteristiche tecniche costruttive del veicolo) di cui all’art.71 (emissioni inquinanti non conformi) di cui all’art.79 (inefficienza del dispositivo diagnostico di bordo del veicolo), per un totale di circa 600 euro.

I dispositivi elettronici sono stati di volta in volta rimossi e sequestrati, mentre le carte di circolazione dei veicoli sono state ritirate. I mezzo pesanti per poter nuovamente circolare, pertanto, dovrà essere sottoposti a visita di revisione presso la Motorizzazione Civile, dopo il ripristino della regolarità dell’impianto antinquinamento.

Nei giorni scorsi veniva, altresì, sanzionato un mezzo adibito al trasporto alimentare. Gli operatori accertavano durante il controllo che i prodotti lattiero caseari trasportati (formaggi vari e mozzarelle) erano privi di tracciabilità. Con il supporto di medici dell’Asp di Agrigento, i prodotti (per un totale di circa 35kg) venivano sequestrati per la distruzione ed al conducente del veicolo venivano irrogate sanzioni amministrative per un totale di circa 3500 euro.