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La Corte di Cassazione ha stabilito la definitiva confisca dei beni di Andrea Puntorno, 41 anni, di Agrigento, residente nella città dei Templi ma da anni domiciliato a Torino. La Suprema Corte ha confermato l’applicazione nei confronti dell’uomo della misura di prevenzione personale della Sorveglianza Speciale di pubblica sicurezza con obbligo nel comune di residenza per 3 anni e il versamento di una cauzione di 2.000 euro. Al quarantenne sono stati confiscati: un appartamento a Torino del valore di 300 mila euro (intestato a lui e alla moglie), un’abitazione ad Agrigento, del valore di 200 mila euro (intestato alla moglie), una moto del valore di 7.500 euro. Puntorno è stato coinvolto, nel 2014, nell’inchiesta antidroga sun un presunto traffico internazionale di sostanze stupefacenti proveniente dall’Albania e giunti sulle piazze di spaccio di Agrigento e Torino. Il nome di Puntorno è entrato anche in un’inchiesta sugli affari legati al bagarinaggio allo Juventus Stadium. L’agrigentino è leader del gruppo ultras denominato “Bravi Ragazzi” e proprio così è stata denominata l’inchiesta nella quale Puntorno è stato coinvolto. Secondo i giudici “ermellini” vi sarebbe una accertata sproporzione tra reddito dichiarato e patrimonio posseduto dall’uomo.

Un cittadino somalo di 23 anni è stato arrestato dalla Polizia nell’hotspot di Lampedusa con l’accusa di essere fra i torturatori che sequestravano e seviziavano i migranti in attesa di imbarcarsi dalle coste libiche.
Nel fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura della Repubblica- Dda di Palermo, T.M.A. è accusato di associazione per delinquere, armata, di carattere transnazionale, dedita a commettere reati contro la persona – ed in particolare – tratta di persone, sequestro di persona, violenza sessuale, omicidio aggravato e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
In particolare T.M.A. è stato riconosciuto come uno dei responsabili di torture e sevizie perpetrati in Libia nella struttura nei pressi della zona agricola denominata Hudeyfà, nella zona di Cufrà, dove i migranti venivano privati della liberta personale prima di intraprendere la traversata in mare per le coste italiane.
“Al mio arrivo Mohamed il somalo era già nella struttura”, ha raccontato un migrante, “lui picchiava e si divertiva ad umiliarci e a farci pesare la sua supremazia. Mi ricordo che una volta lo stesso libico, a cui la struttura appartiene, lo ha ripreso perché ci picchiava così forte da ridurci in fin di vita”.
Le violenze avvenivano con tubi di gomma e sotto la minaccia di armi da fuoco.
Le indagini su T.M.A., avviate dal 27 maggio, giorno dello sbarco a Lampedusa, sono state condotte dalla seconda divisione del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, dalla Squadra Mobile di Palermo, diretta da Rodolfo Ruperti e dalla Squadra Mobile di Agrigento, diretta da Giovanni Minardi.
L’arrestato, a Lampedusa, avrebbe minacciato le sue vittime, anche minorenni, al fine di convincerle a non denunciarlo alla Polizia italiana.
Il fermato è stato associato alla casa circondariale di Agrigento a disposizione della competente Autorità giudiziaria.
Ulteriori particolari saranno diffusi nel corso di una conferenza stampa che si terra’ alle ore 11:00 presso la Questura di Agrigento.

Richiedenti asilo sfruttati nelle serre nel Ragusano.
La Polizia di Stato ha arrestato due imprenditori agricoli e denunciato un terzo, per sfruttamento della manodopera.
La Squadra mobile di Ragusa, applicando la nuova normativa per il contrasto al caporalato, ha accertato il reclutamento di 26 lavoratori (uomini e donne), costretti a svolgere le mansioni di braccianti agricoli e a vivere in condizioni degradanti. Diciannove migranti richiedenti asilo, cinque romeni e due tunisini venivano pagati 25 euro al giorno per otto ore lavorative, senza alcun giorno di ferie o altro diritto garantito previsto dal contratto collettivo dei braccianti agricoli. Le case abusive all’interno dell’azienda erano in condizioni definite da chi indaga disumane.
Ai domiciliari i fratelli Valentino Busacca, 31 anni e Angelo Busacca, 48 anni, per sfruttamento del lavoro, reato previsto dalla nuova legge e aggravato dal numero di lavoratori reclutati e dall’aver esposto i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo per le condizioni di lavoro.
Guarda il https://www.youtube.com/watch?v=UhWd8HTAwLw&feature=youtu.be
L’indagine è scattata su input del questore di Ragusa Giuseppe Gammino: la Squadra mobile, con l’ausilio della Squadra amministrativa del commissariato di Vittoria, dell’Ispettorato del lavoro e del Servizio igiene dell’Asp di Ragusa, ha effettuato un controllo presso diverse aziende agricole. I poliziotti si sono dunque appostati nei pressi dell’azienda agricola “Busacca”. Alle 5.30, le prime auto cariche di lavoratori sono giunte all’interno dell’azienda e l’attività di osservazione ha permesso di contare una trentina di uomini provenienti dal centro Africa. Alle 8.30 gli agenti hanno circondato l’azienda per evitare la fuga dei lavoratori. All’interno del terreno sottoposto a controllo, di circa 80.000 metri quadri, operavano tre aziende agricole specializzate nella coltivazione in serra di ortaggi.
Una delle ditte sottoposte a controllo non impiegava alcun operaio in quel momento, un’altra solo quattro tutti regolarmente assunti anche se pagati solo se prestavano l’attività lavorativa a 25 euro al giorno, pur avendo firmato un contratto che prevedeva il pagamento di 63 euro; il titolare è stato denunciato in stato di libertà. La terza azienda presente, i cui datori di lavoro sono i fratelli Busacca, al momento del controllo, impiegava ben 26 lavoratori nella raccolta di pomodori. Oltre a loro che sono stati bloccati e identificati, c’erano degli operai riusciti a darsi alla fuga, considerata la vastità del terreno sottoposto ad ispezione.
Le condizioni di lavoro e di vita all’interno dell’azienda, riferisce il capo della Mobile Antonino Ciavola, “erano non solo degradanti, ma umilianti per l’essere umano così come documentato dalla Polizia Scientifica. Nessuno dei lavoratori era stato mai sottoposto a visita medica pur dovendo lavorare in condizioni di forte stress fisico e nessuna delle prescrizioni previste dalla normativa sulla sicurezza sui luoghi di lavoro era stata rispettata”.
Gli alloggi fatiscenti costruiti abusivamente all’interno dell’azienda, davano ospitalità a 15 lavoratori “in condizioni del tutto incompatibili per l’essere umano”. Il resto dei lavoratori invece, veniva prelevato ogni mattina dai titolari che quindi si occupavano anche di reclutare, senza intermediazione, gli operai. Quanto accertato dalla Polizia di Stato è stato ammesso dai due datori di lavoro, affermando però di “non essere diversi dagli altri e che tanti operano in questo modo per abbattere la concorrenza”.
I medici hanno attestato che “i locali non sono inidonei per essere utilizzati come ambienti di vita”. Già nel 2015 avevano effettuato, insieme alla Polizia di Stato, un altro controllo presso l’azienda evidenziando le medesime carenze oggi riscontrate, e quindi mai sanate. Gli operai erano sprovvisti delle scarpe da lavoro e svolgevano la loro attività scalzi o in ciabatte; privi anche di magliette: indossavano solo pantaloni e nessuno possedeva abbigliamento adeguato così come previsto dalla tipologia di mansione a loro affidata.
Totalmente inesistenti impianti antincendio nelle serre e nelle abitazioni.
Gli operai, ascoltati dagli investigatori sono stati concordi nel riferire di lavorare presso l’azienda dei fratelli Busacca e che proprio loro li prelevavano presso i domicili, fornivano le indicazioni, impartivano gli ordini, organizzavano il lavoro all’interno delle aziende pagandoli pochissimo. Fortissimo il timore di essere licenziati, magari dopo avere richiesto un aumento della paga. Al termine delle indagini lampo durate 14 ore, i due arrestati sono stati sottoposti ai domiciliari su disposizione della Procura della Repubblica di Ragusa che segue il fenomeno del caporalato costantemente.
“La Polizia di Stato di Ragusa – conclude il dirigente della Squadra mobile – continuerà i controlli delle attività produttive della provincia iblea, a tutela dei lavoratori e dei tanti onesti imprenditori che rispettano le regole previste dalle norme vigenti”.


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E’ stato il saggio del trentennale di attività artistica ad Agrigento dell’apprezzata insegnante di danza, Giusy Liberto e come sempre è stato un successo. Giusy Liberto, che ha conseguito a suo tempo la laurea alla prestigiosa Accademia Nazionale di Danza di Roma, istituzione diretta dal Miur, opera nella città dei templi dal lontano 1987. Dalla sua scuola sono usciti diversi giovani artisti che  si sono dedicati chi all’insegnamento chi all’attività di ballerino professionista. E proprio per celebrare i 30 anni di presenza sul territorio, durante il saggio andato in scena al Teatro Pirandello di Agrigento, è stato proiettato un video di saluti e di auguri degli ex allievi dell’Accademy che della danza ne hanno fatto il proprio lavoro, raggiungendo, alcuni, importanti traguardi in  importanti compagnie nazionali. Tanta emozione  per una docente di danza che ha dedicato la sua vita alla nobile arte e la cui professionalità è ampiamente riconosciuta. Una vita dedicata a trasmettere ai ragazzi l’amore e la passione per l’attività artistica, opera portata avanti con grande competenza e serietà. Una famiglia quella dei Liberto che ha la danza nel sangue: la sorella Carmela e la nipote Clara, ma soprattutto il nipote Silvio Liberto, ballerino professionista che sta calcando prestigiosi palcoscenici italiani ed esteri. Un talento targato Agrigento, cresciuto a pane e danza, sotto la sapiente direzione di Giusy.
Questa città, fra tante ombre di subcultura e numerose carenze, riesce ad offrire spaccati di autentica passione e dedizione artistica che coinvolgono, seppur tra mille difficoltà,  operatori ed operatrici culturali che  lavorano in silenzio e con abnegazione, sfornando giovani che , al di fuori, del nostro depauperato contesto, sanno farsi valere ed apprezzare. Una di queste, è sicuramente Giusy Liberto.


Mercoledì 7 giugno alle ore 12,00 nella “Casa Sanfilippo”, nel Parco Archeologico di Agrigento,  si terrà la conferenza stampa per la presentazione della produzione del film “I  bambini della Croce bianca” di Andrea  Zaniol, tratto da un racconto del giornalista siciliano Carmelo Miduri che ricostruisce la storia, realmente accaduta, di un istituto di Bivona che fra il 1950 e il 1960 ha ospitato migliaia di bambini fra i sei e i dieci anni.  Erano tutti bambini con storie difficili, con genitori che emigravano, con problemi di salute, o con vicende familiari segnate da violenza. Ma nel racconto – e nel film – ci sono anche le storie di tanti siciliani mossi dalla solidarietà verso quei bambini, ed emerge anche un “giallo” che porterà alla scoperta del motivo per il quale i bambini venivano ospitati in quella struttura.
Il film verrà realizzato dal produttore romano Paolo Ghezzi e da altri coproduttori italiani e stranieri, e sarà girato per intero in Sicilia fra le province di Agrigento (Bivona) e Siracusa (Noto).
Alla conferenza stampa parteciperanno il regista Andrea Zaniol, l’autore del racconto Carmelo Miduri, il produttore Paolo Ghezzi, il sindaco di Bivona Giovanni Panepinto, l’assessore comunale alla Cultura Carmela Grano, il sindaco di Noto Corrado Bonfanti, il responsabile della Film Commission Corrado Di Lorenzo, il cine-operatore Peppe Migliara.
Del cast del film, ancora in costruzione, faranno parte anche attori siciliani come
Francesco Di Lorenzo, Lorenzo Falletti, Angela Nobile (rivelazione nella trasmissione “The Voice”), Gennaro Piccirillo. La realizzazione del film, le cui riprese sono previste in ottobre,  si avvarrà della collaborazione della Film Commission del comune di Noto e del Comune di Bivona, con il quale è previsto un gemellaggio.

Su delega della Procura Distrettuale della Repubblica di Catania, la Polizia di Stato ha dato esecuzione ad ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Angelo Fabio Matà ritenuto responsabile del reato di omicidio aggravato in pregiudizio della madre. Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile a seguito del rinvenimento avvenuto il pomeriggio del 7 gennaio 2014 all’interno del cimitero di Catania del cadavere di Maria Concetta Velardi , hanno consentito di acquisire univoci e concordanti indizi di colpevolezza nei confronti del figlio della vittima e svelare il movente dell’omicidio. Rilevante e’ stato il contributo fornito alle indagini dalla Polizia Scientifica, attraverso l’analisi del DNA su qualsiasi tipo di traccia biologica rilevata sul luogo teatro del fatto di sangue.
Maria Concetta Velardi fu trovata, nel pomeriggio del 7 gennaio del 2014, con la testa fracassata da un grosso masso di pietra lavica non distante dalla cappella di famiglia. A denunciare il ritrovamento fu suo figlio, Angelo Fabio Matà, 44 anni, sottufficiale della Marina militare, che sposto’ la grossa pietra, sporcandosi le mani di sangue, e chiese aiuto a un custode, che ha avviso’ la polizia. Agli investigatori disse che intorno alle 17 era andato a prendere un caffè al bar e che quando era tornato aveva trovato la madre per terra uccisa fuori dalla cappella, dove pero’ aveva lasciato, in modo ordinato, le sue scarpe. Fu escluso subito la rapina perche’ la donna aveva indosso una collana e un suo bracciale fu trovato vicino al masso. La vedova era abitudinaria: si recava tutti i giorni al cimitero per pregare e pulire la cappella della famiglia Mata’, dove sono tumulati anche suo marito Angelo e suo figlio Lorenzo, morto nel 2009 anni fa per un male incurabile.
Le indagini della squadra mobile della Questura, coordinate dalla Procura, si indirizzarono anche sul figlio che e’ stato indagato assieme ad altre quattro persone, poi uscite dall’inchiesta: due presunti ‘spasimanti’ della vedova e una coppia di romeni che frequentava il cimitero. Gli investigatori ritengono che adesso sono stati “acquisiti univoci e concordanti indizi di colpevolezza nei confronti del figlio della vittima e svelare il movente dell’omicidio”. Mata’ aveva anche, tramite i suoi difensori, esposto la tesi che al delitto avesse partecipato anche una donna e che ad assassinare la madre fossero stati in due. Aveva per questo chiesto la riesumazione della salma per verifiche su ferite alla schiena della vittima per verificare se fossero state provocate da unghiate. La richiesta e’ stata rigettata dal Tribunale.

Da domani, 28 maggio, fino al 1° giugno Agrigento per 135 studenti provenienti da ogni parte del mondo sarà “la città del Teatro Luigi Pirandello”. Sono più di una novantina i corti teatrali, ispirati alle novelle pirandelliane, che sono stati presentati da 85 scuole nel marzo scorso. Oltre una ventina potranno rappresentare la loro opera sul prestigioso palcoscenico, nel Centocinquantenario della nascita del drammaturgo.
Tra loro, ad esprimere la passione per lo scrittore e la gioia di condividere quest’esperienza in Sicilia, ci saranno i vincitori di Palermo, Verona, Beirut e Avellino, oltreché gli studenti di Istanbul, Madrid, Barcellona, Cluj-Napoca e Saint Germain en Laye, Rivoli, Chioggia, Sessa Aurunca, Reggio Calabria, Caltagirone. Già da questa mattina il gruppo di ragazzi francesi è ad Agrigento per prepararsi alle prime attività in programma: laboratori, prove di recitazione e di costumi e scenografie. Da Belo Horizonte e da Algeri sono già arrivati dei contributi video. Ma ne sono attesi da Istanbul e Asmara.
L’iniziativa del Concorso è del Ministero dell’Istruzione, con il Distretto Turistico Valle dei Templi e la Fondazione Teatro Pirandello ed è tra gli appuntamenti più importanti del Festival della Strada degli Scrittori attualmente in corso, che si concluderà il 7 luglio.
A coordinare i laboratori e le rappresentazioni sarà il regista Marco Savatteri, fondatore e direttore della Casa del Musical. Con lui anche Gabriel Glorioso, un performer, coreografo e insegnante di arti performative, siciliano di nascita ed inglese di adozione che opera fra l’Italia e Londra, nonché Giuseppe Orsillo, interprete del musical “Jersey Boys” per la regia di Claudio Insegno, che ha circuitato in Italia e in Francia, e che abbiamo visto nella fiction tv “Che Dio ci aiuti”, regia di Francesco Vicario, e al cinema in “Anni felici” regia di Daniele Luchetti.
La cerimonia di premiazione si svolgerà l’1 giugno, sempre al teatro Pirandello di Agrigento, con un intenso programma che vedrà la straordinaria partecipazione del presidente della Fondazione Teatro Luigi Pirandello, l’attore e regista Gaetano Aronica. Saranno presenti i massimi vertici degli enti organizzatori e in particolare il sottosegretario del Ministero dell’Istruzione Vito De Filippo. Ogni dettaglio sarà svelato nel corso della conferenza stampa prevista per il giorno 31 alle ore 11 nel foyer del Teatro.

Agrigento – Giornata di riprese al Caos, davanti alla casa natale di Luigi Pirandello per il Commissario Montalbano e la sua storica fidanzata Livia. Il regista Alberto Sironi ha pure girato una scena al pino di Pirandello. Il sindaco Lillo Firetto,  in mattinata si è recato sul set per salutare gli attori e ringraziare la Palomar per aver scelto questa location tutta agrigentina. “Un’efficace occasione di marketing culturale e territoriale – ha detto il sindaco, -Dopo le riprese al tempio di Giunone, la volta scorsa,in un episodio che ha registrato il record di ascolti nella storia del “Montalbano televisivo” ora Agrigento promuove le sue corde letterarie con la casa natale di Luigi Pirandello e la rozza pietra che ne custodisce le spoglie. Un omaggio al nostro Nobel nel 150° della nascita. Una celebrazione nelle celebrazioni!”

Quello che ad Andrea Pirandello (1925-2016), nipote del grande scrittore e figlio di Stefano, sembrava “un libro infinito”, è ora in parte racchiuso in queste pagine dove si narrano le vicende della famiglia Pirandello con particolare riguardo alle prime fasi del matrimonio di Luigi e Antonietta. La creatività di Luigi Pirandello si intreccia con i percorsi dolorosi dell’animo di sua moglie Antonietta, coinvolgendo i tre giovani figli in un modus vivendi del tutto originale. Quella singolare comunità di persone, guidata dall’inventiva amorevole e incessante di Luigi Pirandello, riesce ad aggirare mille ostacoli per poter vivere ed abitare uno spazio fisico comune fino al 1919, anno dell’improcrastinabile ricovero di Antonietta in una clinica psichiatrica sulla via Nomentana, a Roma. Frutto di una lunga e assidua conversazione con l’autore, Dina Saponaro e Lucia Torsello, hanno ricostruito una preziosa e inedita testimonianza “dall’interno” della famiglia Pirandello attraverso gli occhi di un partecipe osservatore che racconta, fin dagli anni dell’infanzia e via via nel tempo, la sua vicinanza affettuosa con il celebre nonno. Tra i suoi intenti c’è quello di chiarire il complicato rapporto tra Luigi e Antonietta mantenendo una doverosa imparzialità, lasciando parlare i fatti, i documenti. Dal racconto si manifesta sin da subito anche la voce di Stefano Pirandello protagonista e testimone diretto di quegli anni. È da lui che Andrea eredita in gran parte la narrazione di quelle vicende, sicché le voci si alternano e si sommano nella creazione di una scrittura che oltrepassa le pareti domestiche e diviene necessariamente memoria pubblica.
ANDREA PIRANDELLO, Luigi e Antonietta. Memorie di famiglia (1886-1919), a cura di Dina Saponaro e Lucia Torsello, Rocco Carabba Editore, Lanciano 2017


La Corte di Cassazione, respingendo il ricorso presentato dalla difesa, ha deciso: Gianni Melluso, meglio conosciuto come “Gianni il bello”, 59 anni, originario di Sciacca, resta in carcere. L’uomo fu condannato dalla Corte di Assise di Trapani quale mandante dell’assassinio di una giovane donna, Sabine Maccarrone, il cui cadavere fu rinvenuto in un pozzo artesiano in contrada S. Nicola a Mazara del Vallo, nel 2007. Del delitto si autoaccusò un uomo, Pietro D’Asaro che indicò in Melluso il mandante dell’omicidio. Gianni Melluso è noto per essere stato coinvolto nella vicenda riguardante il presentato televisivo Enzo Tortora.