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La delega ai Beni Culturali Siciliani, rimarrà ad interim a Nello Musumeci presidente della Regione Siciliana, delega rimasta vacante a seguito della scomparsa prematura del Prof. Sebastiano Tusa.
La delega rimarrà in capo al Presidente della Regione fino al marzo 2020 – primo anniversario della scomparsa di Tusa.
Ad annunciarlo e stato lo stesso Musumeci, a palazzo Abatellis durante la presentazione della
mostra di sette capolavori perduti e ricostruiti attraverso l’uso di tecnologie avanzate.
Il presidente della regione  e assessore ad interim ai Beni Culturali ha  aggiunto che promuovera’ un piano per la sicurezza e la riqualificazione dei musei siciliani. Il piano sulla sicurezza dei musei, prevede un bando internazionale e nasce dall’esigenza di tutelare una vasto patrimonio artistico esposto al rischio di razzie. Molti capolavori sono precariamente custoditi in strutture come chiese e oratori. E poi ancora, nel 2020 saranno banditi i nuovi concorsi per l’assunzione di nuovo personale addetto addetto alla vigilanza e saranno applicate nuove  politiche per unificare il  core business dei siti e poli museali – tutte le strutture osserveranno gli stessi orari di apertura e chiusura seguendo le stesse modalità.

Sebastiano Tusa assessore ai Beni Culturali, era tra le otto vittime italiane morte nell’incidente aereo del boeing 737 della Ethiopian Airlines precipitato il 10 marzo 2019 mentre era in volo tra Addis Abeba e Nairobi.
Archeologo di fama internazionale, Sovrintendente del Mare della Regione, era diretto in Kenia, per un progetto dell’Unesco, dove era già stato nel Natale.

“Sono indignato, queste accuse sono assurde. Dopo le mie denunce, e il mio lavoro per cacciare il malaffare che per anni ha rubato decine milioni di euro per l’informatica in Sicilia, l’assurdo è che l’unica persona che viene accusata è il sottoscritto, e cioè l’unico che ha bloccato lo sperpero di denaro pubblico. Ma io credo nella giustizia, e ho fiducia che alla fine la verità verrà fuori”, questo sono le parole di Antonio Ingroia dopo la richiesta di condanna a 4 anni, avanzata dai pm Pierangelo Padova e Enrico Bologna in rappresentanza della Procura di Palermo.

Antonio Ingroia si vede sotto processo, ingiustamente e le accuse avanzate risultano macigni. 

Il processo si sta svolgendo con il rito abbreviato, l’accusa è di peculato. Secondo la tesi accusatori Ingroia si sarebbe appropriato di somme non dovute durante il suo mandato da liquidatore della Sicilia e-Servizi, società partecipata della Regione Siciliana.

Il gup che presiede la procedura è Maria Cristina Sala.

La pubblica accusa evidenzia come lo stesso Ingroia nel 2013 avrebbe ricevuto   l’indennità spettante all’amministratore e non da liquidatore, e per solo un trimestre di attività avrebbe percepito il compenso per l’intera annualità, importo ottenuti in maniera illegittima senza la deliberazione dell’assemblea dei soci. 

Un altro commento amaro lascia trasparire lo stato d’animo di Antonio Ingroia ex pm ed ex collega di chi oggi lo accusa: “Mi aspettavo un grazie e invece mi sono ritrovato sotto processo. La richiesta della procura non mi sorprende dato l’accanimento e l’evidente ostilità nei miei confronti. Quello che è importante è che io so di aver operato nel giusto e di avere la coscienza a posto. Ho capito che c’è un’interpretazione alla rovescia dei fatti”.

 

Antonio Ingroia, avvocato, ha svolto il suo tirocinio professionale al Tribunale di Palermo con Giovanni Falcone. La sua esperienza, di grande spessore, continua con la sua nomina a sostituto procuratore a Marsala al fianco di Paolo Borsellino. Fu nominato componente della Procura distrettuale Antimafia di Palermo, successivamente gli viene conferito  l’incarico di magistrato della procura di Palermo, nella veste di Pubblico Ministero. 

Nel 2013 viene nominato liquidatore di Sicilia e-Servizi, incarico conferito da Rosario Crocetta, ex presidente della Regione Siciliana, tra le prime azioni da lui compiute nella sua nuova veste fu il licenziamento di tutti i soggetti in odor di mafia.

Il 1 ottobre 2019, il servizio di raccolta dei rifiuti nella nuova zona di Agrigento est (ex Favara ovest) è mutato. Sono ricomparsi i cassonetti!
Nella popolosa zona, sotto la gestione agrigentina, non vi è mai stato il servizio porta a porta come nel resto della città, ma c’era – fino al 30 settembre – un servizio, offerto dalla RTI Iseda,  che alla fine tutti invidiavano: un centro di conferimento dei rifiuti presidiato, composto da due operatori ed un mezzo o due (dipende dal calendario di conferimento), i quali oltre a garantire la qualità e il controllo del conferimento, hanno garantito anche la pulizia delle aree – per quello che potevano, servizio lodevole e di qualità!
Ma adesso qualcosa si è rotto. Il centro di conferimento presidiato e stato sostituito dai cassonetti in area comunale non presidiata. Area aperta H24, facilmente  raggiungibile a tutte le ore del giorno, ove conferiscono oltre ai cittadini agrigentini anche i cittadini  del vicino comune di Favara i quali combattono con il mancato ritiro dell’umido. Non esiste più un calendario, ognuno conferisce quello che vuole a qualsiasi ora del giorno. La differenziata ormai non esiste più. Solo indifferenziato, una montagna!
Abbiamo monitorato il centro di raccolta, nelle ultime giornate,  la situazione igienica è in costante declino, i sanitari del ASL sono già in preallarme.
Questa sera l’epilogo, qualche “buon tempone” avrà pensato di dare fuoco ai cassonetti e alla montagna di rifiuti per ritornare alla normalità o per intimidire chissa chi! L’intervento degli uomini del comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Agrigento ha riportato la situazione alla normalità!?!
Chiediamo al sindaco e all’assessore all’ecologia  di rivedere l’attuale modalità di raccolta dei rifiuti, e di attuare tutte le procedure atte ad evitare il ri-verificarsi di casi simili.

Fino al 31 dicembre 2018 il servizio di igiene ambientale della zona era servita dal comune di Favara in forza a una delibera del 1994. Il 31 dicembre dello stesso anno con un messaggio il primo cittadino della città dell’agnello pasquale con un messaggio sul social web  Facebook comunica la sospensione del servizio e il passaggio della competenza al comune di Agrigento con decorrenza 1 gennaio 2019. Dopo un paio di giorni di confusione e spiazzamento veniva istituito un punto di raccolta a servizio dei cittadini agrigentini.

La decisione della Cassazione non si è lasciata attendere: “Niente domiciliari per il boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca”.

Per quest’ultima istanza, di concessione degli arresti domiciliari, la Procura Nazionale Antimafia aveva data esito favorevole considerando Giovanni Brusca “ravveduto”. Di parere contrario era la Procura Generale della Cassazione in condivisione con  quello del Tribunale di Sorveglianza, che ha motivato il rigetto evidenziando che il Brusca Giovanni non dimostra un mutamento profondo e sensibile della personalità tale da indurre un diverso modo di sentire e agire in armonia con i principi accolti dal consorzio civile.

L’avvocato Antonella Cassandro difensore del boss, commenta così la decisione: non rifarebbe ciò che ha fatto ma indietro non si può tornare, oggi è un uomo diverso, un uomo ravveduto.

I familiari delle vittime tirano un sospiro di sollievo. Nicola Di Matteo fratello del piccolo Giuseppe, ucciso barbaramente e sciolto nell’acido, ha dichiarato: “Giovanni Brusca non ci ha mai chiesto scusa” ; Maria Falcone, sorella del Giudice Giovanni Falcone ucciso durante la strage di Capaci del 92 con Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, ha manifestato forti perplessità sul reale ravvedimento dell’ormai ex boss.

Giovanni Brusca, in arte “lo scannacristiani”, mafioso di seconda generazione, è stato uno degli esponenti di spicco di Cosa Nostra.

Ricordato dalla cronaca per la sua efferatezza e crudeltà.  Il Brusca si è reso responsabile di oltre 100 omicidi, ed è stato condannato all’ergastolo prima, e convertita in 30 anni dopo, per la sua collaborazione con giustizia, oggi detenuto presso il carcere romano di Rebibbia.

Il mafioso, oggi pentito, fu arrestato il 20 maggio 1996 ad Agrigento. Da allora ha trascorso 22anni in carcere, usufruendo di 80 permessi premio. La fine pena per Giovanni Brusca è prevista per il 2022

Giovanni Brusca, in arte “lo scannacristiani”,  mafioso di seconda generazione, è stato uno degli esponenti di spicco di Cosa Nostra.
Ricordato dalla cronaca per la sua efferatezza e crudeltà.  Il Brusca si è reso responsabile di oltre 100 omicidi, ed è stato condannato all’ergastolo prima, e convertita in 30 anni dopo, per la sua collaborazione con giustizia, oggi detenuto presso il carcere romano di Rebibbia.
Il mafioso, oggi pentito, fu arrestato il 20 maggio 1996 ad Agrigento. Da allora ha trascorso 22anni in carcere, usufruendo di 80 permessi premio.
Dal 2002, l’ormai ex boss di Cosa Nostra tenta la strada degli arresti domiciliari, in una località protetta, l’ultima istanza in ordine di tempo nel 2018 quando la Procura Nazionale Antimafia non lo considerò “ravveduto”.
Questa volta, nel 2019, qualcosa è cambiato, la Procura Nazionale Antimafia ha dato esito positivo, considerando Giovanni Brusca “ravveduto”! Di parere contrario rimane  la Procura Generale della Cassazione che ribatte il NO categorico e tassativo. Adesso la parola è passata alla Corte di Cassazione che emetterà il suo verdetto, atteso per domani 8 ottobre.

Il killer Giovanni Brusca è stato condannato tra le altre: per la strage di Capaci dove perse la vita il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro; per il rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso barbaramente e sciolto nell’acido con l’unico obbiettivo di fare tacere il padre Santino ex mafioso e collaboratore di giustizia.

La fine pena per Giovanni Brusca è prevista per il 2022.

La legge n.117 esiste dal 2018, ma non è mai entrata in vigore. Solo dopo l’ennesimo caso di cronaca registrato il 19 ottobre scorso arriva il decreto attuativo che la sbocca, ed entro Ottobre scatterà l’obbligo per le famiglie con figli minori entro i 4 anni dei seggiolini con il dispositivo anti abbandono o salva bebè.

La legge salva bebè, ha avuto un percorso spedito, se pur mancante del decreto attuativo, riscritto solamente il 21 gennaio scorso, ed inoltrato alla Commissione Europea per ricevere il benestare. Benestare arrivato solamente il 22 luglio a seguito di una richiesta di correzione del testo da parte della Commissione.

Ma prima dell’entrata in vigore, un nuovo quesito è da risolvere, come ha evidenziato il Consiglio di Stato, nel suo parere che ha evidenziato la carenza della relazione che affronta l’impatto economico sugli operatori economici e sui consumatori, e poi ancora i Giudici evidenziano nel parere: “il comma 1 dell’articolo 172 del nuovo Codice della Strada impone di assicurare con i seggiolini i bambini di statura inferiore a m 1,50 e cioè, ‘“secondo comune esperienza di età fino a 10 anni ed oltre”, mentre il comma 1 bis della legge sui seggiolini antiabbandono prevede l‘obbligo solo per i bambini di età inferiore a 4 anni”.

I nuovi seggiolini, saranno dotati di un sensore capaci di rilevare la presenza di un bambino. All’arresto dell’autovettura con la  chiusura a chiave delle portiere il sistema salva bebè, rileverà nuovamente la presenza del bambino, e se è il caso lancerà un allarme allo smartphone del genitore.

Un nuovo dramma si è registrato, ieri, a Palermo, il protagonista un bambino di un anno e mezzo, che è stato trasportato, in un primo momento dal padre e dalla madre all’ospedale Di Cristina, dove i medici hanno sollevato i primi dubbi sullo stato di salute della creatura, disponendone il trasferimento, immediato, all’ospedale dei Bambini, con il successivo ricovero nel reparto di rianimazione.
I sanitari dell’ospedale dei Bambini hanno fatto la triste scoperta. Il piccolo  ha ingerito hashish e cocaina, hanno chiarito i medici!
I genitori, in visibile in stato di shock hanno atteso per ore il bollettino medico.
La vicenda ha destato stupore, portando i medici a segnalare l’accaduto alle forze dell’ordine.
Gli agenti della Polizia intervenuti nel nosocomio, hanno raccolto il racconto del padre, il quale ha riferito che il figliuolo – di soli 18 mesi – giocando per strada ha ingerito qualcosa che ha trovato sul selciato.
Quanto raccontato dall’uomo, non ha convinto gli agenti, che hanno deciso di proseguire con una perquisizione domiciliare, ottenendone un esito negativo.
Gli agenti, a loro volta hanno segnalato la vicenda al Tribunale dei Minori.
A distanza di 24 ore, le condizioni del bambino sono migliorate, ma la prognosi è, rimasta, riservata.
Proseguono le indagini da parte degli Agenti e della Magistratura, che per adesso sono rivolte ad ignoti.

Quotidianamente gli avvenimenti di cronaca ci portano al “femminicidio”. I dati ISTAT chiariscono che almeno 49 mila donne si sono rivolte ai centri antiviolenza. Ma questi dati sono ancora parziali. Le proiezioni sono in crescente aumento, e il dato è allarmante.
Per la maggiore, questi casi hanno origine in ambito familiare, ma questa casualità non è la regola!
Nelle ultime ore due avvenimenti sono stati registrati in Sicilia, uno a Catania e l’altro a Palermo.
A Catania una ragazzina di appena 15 anni, veniva picchiata giornalmente dal suo compagno, di nove anni più grande.
La ragazza scoprendo di aspettare un figlio dal suo aguzzino, e con il timore delle continue vessazioni, che in futuro potevano essere dirette anche al nascituro, ha deciso di interrompere volontariamente la gravidanza e di rivolgersi alle forze dell’ordine. Il 24enne è stato arrestato.

A Palermo, ieri, una furibonda lite familiare, ha fatto riportare a una 44enne tagli e ferite alla mandibola, al braccio e un dente rotto al termine di una colluttazione con il marito 49enne.
Provvidenziale è stata la chiamata al 112, da parte dei vicini, che hanno sedato la lite e arrestato l’uomo con l’accusa di maltrattamenti e lesioni gravi.

Il “femminicidio” non indica solo l’”omicidio” della donna, ma in se porta un significato più ampio e articolato. Il “femminicidio” è “qualsiasi forma di violenza posta in maniera continuata sulle donne, al fine di sovrastarle”, e la sua reiterazione porta alla morte.
Per combattere la violenza sulle donne, non basta l’intervento delle forze dell’ordine o le compagne di sensibilizzazione. Per combattere la violenza bisogna ri-partire da “0”, dalle scuole, insegnando ai futuri uomini di domani le opportunità concrete di parità sociale.

E’ morto asfissiato, il bambino che per una fatalità del caso è stato dimenticato dal padre in auto.

Lui, il padre, un dipendente amministrativo del Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi di Catania, oggi doveva accompagnare il suo piccolo all’asilo, ma qualcosa è andato storto! Il bambino – dalle prime indiscrezioni – si sarebbe addormentato sul seggiolone, e da lì con addizione del sovrappensiero del padre, salta la sosta e fila dritto verso il luogo di lavoro, lasciando la macchina nel parcheggio della cittadella universitaria, dimenticandosi del tutto del figlio dormiente.

La nonna materna, che aveva avuto l’onere da parte della figlia, di andare a riprendere il nipotino dalla scuola dell’infanzia, non avrebbe trovato il piccolo, nessuno lo aveva visto. Da li i primi contatti telefonici con la figlia che poi avrebbe contattato il marito, quest’ultimo dopo aver sentito la moglie – intorno le 14.00 – ricorda del figlio! Fugge verso la sua utilitaria, la vista di quel corpicino inerme e collassato, l’estenuante corsa verso il Policlinico per aiutare quel piccolo angelo, ma nulla è piu’ possibile, è morto asfissiato, è rimasto in auto per cinque ore al caldo, sotto il sole cocente di Catania.

Per esattezza di cronaca, la dinamica è ancora in fase di ricostruzione da parte degli inquirenti.

Un forte tonfo ha rotto il silenzio della notte, la corsa dei Vigili del Fuoco e della Polizia, attimi di paura per chi viveva lì. E’ crollato il cornicio, portando con se parte del prospetto di un palazzo storico che contorna la centralissima piazza Cavour e costeggia il viale della Vittoria. Il distacco a sua volta a danneggiato gli alberi posti nel lato sinistro della piazza e  l’impalcatura che era montata a ridosso dello stabile (il quale era oggetto di opere di manutenzione straordinaria).
Il cedimento è avvenuto alle 4 circa. I soccorritori hanno riscontrato che non ci sono vittime.
Per quanto è trapelato, lo stabile è stato posta sotto sequestro, in attesa che i tecnici possano  capire le cause del cedimento. L’area antistante anch’essa interdetta dovrà essere messa in sicurezza.