Home / Articoli pubblicati daadmin

Dopo le videochiamate con otto partecipanti, WhatsApp si prepara a introdurre un’altra new entry: la possibilità di usare l’applicazione, con uno stesso account, su più dispositivi contemporaneamente. La novità, di cui la compagnia sarebbe al lavoro dal 2019, è stata scovata nel codice della app da WeBetaInfo.

 

La nuova funzione dovrebbe permettere di usare la app di WhatsApp anche sul tablet, oppure su due smartphone contemporaneamente. Adesso invece, quando si cambia telefono o comunque si vuole accedere a WhatsApp su un altro smartphone, la app smette di funzionare sul dispositivo precedente.

 

Fonte: https://www.tecnoblog.cloud/2020/05/05/whatsapp-stesso-account-su-piu-dispositivi/

Dopo Stati Uniti e Canada, Facebook lancia Messenger Kids in 70 nuovi paesi, ma non in Italia e in Europa. L’app è rivolta a ragazzini ‘under 13’ ed è controllata dai genitori. “Con le scuole chiuse e le persone fisicamente distanti, i genitori si rivolgono alla tecnologia più che mai per aiutare i loro figli a connettersi con amici e familiari – spiega il capo della sicurezza di Facebook Antigone Davis sul blog della società – Messenger Kids è un’app di videochat e messaggistica che aiuta i bambini a connettersi con amici e familiari in uno spazio divertente e controllato dai genitori”.

L’app è stata lanciata negli Stati Uniti nel 2017, poi estesa a Canada e pochi altri paesi e si rivolge agli ‘under 13’ il cui ingresso è vietato in Facebook. I genitori possono consentire ai propri figli di rendere visibili nome e foto del profilo, i bambini potranno inoltrare le loro richieste di amicizia. Con la funzione “amicizia supervisionata” viene consentito ai genitori di approvare le nuove connessioni. Così come è sotto il controllo dei genitori – assicura Facebook – anche la partecipazione dei bambini ai gruppi, come quelli scolastici o sportivi.

Negli Stati Uniti, alcuni attivisti sul fronte privacy hanno sostenuto che l’app potrebbe essere dannosa per i bambini assorbendoli troppo in attività online e potenzialmente raccogliendo dati.

In Europa, dove è in vigore da maggio 2018 la legge europea sulla privacy (Gdpr) è previsto per chi ha meno di 16 anni e vuole usare i servizi digitali che “un genitore o un tutore debba acconsentire a suo nome ai termini d’utilizzo”. I singoli Paesi membri possono decidere autonomamente di abbassare il limite d’età fino ai 13 anni. Limiti anagrafici spesso aggirati da bambini e ragazzi, a cui basta mentire dicendo di essere più grandi.

Fonte: https://www.tecnoblog.cloud/2020/04/23/facebook-espande-messenger-kids-lapp-per-under-13/

La parola d’ordine al giorno d’oggi è condivisione: che si tratti di automobili, appartamenti, divani o quant’altro non fa differenza, l’importante è mettere a disposizione degli altri qualcosa, in cambio di un piccolo tornaconto. A breve sarà possibile anche cedere una parte della propria connessione Internet domestica agli altri, per agganciarsi ai router di perfetti sconosciuti alla bisogna, quando non si vuole intaccare il proprio monte dati. È l’idea alla base del WiFi condiviso lanciato da Vodafone Italia, con cui tutti i clienti di rete fissa della telco potranno entro poche settimane accedere senza costi aggiuntivi a oltre un milione di hotspot presenti su tutto il territorio della Penisola. Non si tratta di punti pubblici, ma privati: sono proprio i vari apparecchi WiFi di casa che diventeranno ancore di salvataggio per telefonini alla ricerca di una connessione.

In realtà, Vodafone non arriva per prima: progetti analoghi hanno già fatto la loro comparsa in Italia e sono stati introdotti da Tiscali e da Fastweb, ma solo in via sperimentale e in aree circoscritte. La mossa dell’operatore britannico spariglia le carte in tavola. Per poter prendere in prestito la connessione agli altri clienti, tutti i sottoscrittori di contratti Fibra e Adsl con una Vodafone Station 2 o Revolution dovranno registrarsi al sito dedicato, collegando tutti i dispositivi mobili di cui dispongono alle reti della Vodafone WiFi Community.

Grazie al nuovo software presente nei router, realizzato dalla società spagnola Fon, sarà possibile appoggiarsi quando serve agli hotspot con smartphone, tablet e portatili, effettuando l’aggancio con l‘app Vodafone Station, l’applicativo che già permette agli utenti di gestire i servizi di rete fissa. Il software integrerà una nuova funzione dedicata alla comunità, con cui sarà possibile visualizzare su una mappa tutti gli hotspot disponibili in una zona e collegarsi. Dopo aver inserito le credenziali per il primo accesso, l’app riconoscerà l’utente e connetterà automaticamente il dispositivo quando si troverà nelle vicinanze di una rete facente parte del network.

Perfetti sconosciuti potranno quindi sfruttare la connessione domestica di altre persone, spesso sottoutilizzata dai “legittimi” proprietari, collegandosi con una sorta di account ospite e navigare in libertà. Ovviamente, la priorità verrà sempre data all’abitazione e verrà allocata soltanto la banda non sfruttata, in modo da non rallentare il traffico privato. Inoltre, la sicurezza dovrebbe essere garantita al cento per cento, perché le due reti WiFi saranno completamente separate e l’operatore potrà tracciare tutti i login effettuati, per essere sicuri che malintenzionati non utilizzino router di altri in modo improprio.

Con l’app Vodafone Station sarà possibile gestire i propri dispositivi mobili nella Community

Ogni dispositivo Vodafone potrà ospitare in contemporanea tre account guest e il servizio sarà accessibile anche all’estero: Fon ha infatti abilitato la soluzione in 15 Paesi, per un totale di circa 15 milioni di hotspot. Una buona base per navigare sul Web senza utilizzare il traffico dati, in attesa di vedere finalmente una diffusione più capillare delle reti davvero pubbliche anche in Italia.

 

Fonte: https://www.tecnoblog.cloud/2020/04/14/hai-finito-i-giga-la-tua-connessione-e-lenta-niente-paura-arriva-vodafone-community-per-condividere-il-wifi-di-casa/

L’obbligo delle mascherine in diverse province e città, ma anche il loro uso generalizzato, fa infuriare i cinesi per le incombenze quotidiane tramite i telefoni. E manda in tilt i sistemi governativi.

La Cina sta scoprendo un altro effetto collaterale del nuovo coronavirus che si abbatte sul riconoscimento facciale. Dal momento che le mascherine facciali sono obbligatorie in almeno due province cinesi, e comunque estremamente diffuse anche in molte altre zone, oltre che in diverse grandi città, i sistemi di riconoscimento facciale a ogni livello stanno facendo cilecca.

Le protezioni sono di fatto obbligatorie nelle province di Guangdong, nel sud del Paese, in quella di Jiangxi, al centro, oltre che nelle città di Nanchino e Ma’anshan nella provincia di Anhui e in quella di Xinyang nella provincia di Henan. Decine di milioni di persone che nascondono i propri connotati quando escono di casa e, come si è visto anche nel corso delle proteste di Hong Kong, le celano in questo modo anche ai sistemi di riconoscimento. Non solo quelli governativi, ma anche quelli per così dire consumer (spesso non meno scivolosi) che servono a svolgere operazioni di routine, dall’apertura dei portoni dei palazzi alle app bancarie, dall’imbarco in aereo in 200 aeroporti del Paese fino alla richiesta di cibo a domicilio o alla prenotazione di visite mediche passando per gli smartphone (basti pensare al Face ID di Apple o agli altri sistemi simili, ormai lo standard per quasi tutti i produttori) che d’altronde sono il cardine intorno a cui si basano molti di questi servizi.

Se lo smartphone non si sblocca, è un problema. Così come la transazione che non va a buon fine. E per questo sembra che le proteste si stiano diffondendo su Weibo, la Twitter cinese, almeno stando a quanto ha spiegato Abacus, testata di Hong Kong specializzata in tecnologia. La maggior parte delle lamentele si lega esattamente all’impossibilità di utilizzare il volto per gestire le operazioni sul telefono. Cupertino e Huawei, il campione cinese, hanno ovviamente confermato che non c’è modo che i loro sistemi possano funzionare in presenza di mascherine.

La sorveglianza in crisi

C’è poi il lato della sorveglianza: lo scorso dicembre il governo cinese ha approvato una legge che prevede che a ogni nuovo acquisto di una scheda telefonica Sim occorra sottoporsi a una scansione facciale. Formalmente, per “proteggere i diritti legittimi e gli interessi dei cittadini nel cyberspazio”, nella pratica per arricchire e ripulire ancora meglio lo sterminato database che tiene d’occhio il quasi miliardo e mezzo di cinesi. Ci sono perfino scuole che usano il riconoscimento facciale per segnare le presenze e addirittura stabilire il livello di coinvolgimento degli alunni e il loro comportamento. L’uso generalizzato delle mascherine li mette in profonda difficoltà.

Basti pensa che il mese scorso alcuni ricercatori della società californiana Kneron, che si occupa di intelligenza artificiale, sono riusciti a ingannare un sistema per effettuare pagamenti sulle piattaforme AliPay e WeChat. Come? Semplicemente indossando una mascherina. Figuriamoci cosa possa accadere con milioni di persone che, per proteggersi e proteggere dal coronavirus, circolano per il Paese col volto coperto. E se anche alcuni algoritmi sono già in grado di superare camuffamenti e altre problematiche, i sistemi non sono perfetti. Senza contare una serie di ostacoli, come i bias, i pregiudizi applicati dagli algoritmi (in particolare a volti asiatici ma anche di altre origini, come nativi americani e afroamericani) che rendono l’operazione non così chirurgica come si vorrebbe far credere, e a sua volta foriera di gigantesche discriminazioni e violazioni della libertà personale.

Tutti motivi per cui in molti Paesi, al di fuori della Cina, il riconoscimento facciale resta un terreno tra i più controversi del momento, tanto che pare che l’Unione Europea intenda bandirne ogni applicazione per i prossimi cinque anni. Negli Stati Uniti, ad esempio, monta la polemica, e le legittime richieste di trasparenza e interruzione delle operazioni, sul software Clearview AI utilizzato da oltre 600 dipartimenti di polizia, anche in Canada, e in grado di confrontare le foto caricate di volta in volta dagli agenti con un immenso database di oltre tre miliardi di immagini attinte dal web e dai social network, cioè anche da Facebook e YouTube. Tanto che Google si è appena mossa, chiedendo alla società che fornisce questi servizi l’immediata interruzione di questa ‘pesca’.

E in Italia una recente interrogazione del deputato Pd Filippo Sensi sul punto ha appena ottenuto dal ministero dell’Interno una risposta parziale che nulla dice sull’eventuale uso del software in questione. Ma rivela che nel database dell’Afis, l’Automated fingerprint identification system nazionale, sono conservati oltre 17 milioni di ‘cartellini fotosegnaletici’ di volta in volta interrogati dal Sari, il Sistema automatico di riconoscimento immagini in dotazione alle forze dell’ordine tricolori.

 

Fonte: tecnoblog.cloud

Nella giornata di giovedì 30 Gennaio i membri del Parlamento Europeo hanno ufficialmente votato in favore dell’adozione di un connettore di ricarica universale per tutti gli smartphone e la piccola elettronica di consumo venduti in Europa. Si spiana la strada dell’USB C per tutti.

Il motivo di questa votazione, che ha visto 582 favorevoli contro soli 40 contrari, non è tanto un fatto di avere tutti lo stesso connettore per avere un solo tipo di cavo in casa, ovviamente, ma è un fatto di rifiuti che il cittadino accumula. Avere un solo connettore universale per tutto vorrebbe dire averne sicuramente meno in casa e non doverne più buttare via ogni qualvolta esce uno standard nuovo.

E’ ovviamente tutto discutibile e opinabile, ma a tutti noi piacerebbe avere accessori che si ricaricano o alimentano esclusivamente tramite USB C, mentre spesso troviamo ancora auricolari, powerbank e casse che richiedono la Micro USB o, peggio ancora, la sempre più rara Mini USB.

Ovviamente in tutto ciò qualcuno in casa Apple starà tremando in quanto, Macbook a parte, si rifiutano categoricamente di installare le tanto adorate USB C sui propri iPhone e iPad in favore sempre del loro (inutile nonché obsoleto) Lightning.

Avremo prossimi aggiornamenti nel Q3 del 2020 quando con buone probabilità avremo una data certa di entrata in vigore della nuova legge.

Fonte: https://www.tecnoblog.cloud/2020/02/02/ue-passa-il-voto-per-il-connettore-di-ricarica-universale-apple-ai-ripari/