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Al teatro Pirandello di Agrigento, l’incredibile e “perpetua” danza dei Dervisci Rotanti, dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità

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E’ senza dubbio un’arte.
Ma non è un’arte facile da “tenere in piedi”, se non alimentata da una straordinaria concentrazione, e da una possente dose di spiritualità.
Momenti tra il mistico e lo stato “estatico”, nell’esibizione dei Dervisci Rotanti, che è andata in scena al teatro Luigi Pirandello di Agrigento, nella serata di mercoledì 9 marzo, in cartellone per la 71esima edizione della Sagra del Mandorlo in Fiore.

E’ uno spettacolo stano, il loro.

Non sai di cosa si tratti, fin quando non entrano in scena e si lasciano “possedere” dal proprio stato, indispensabile per “danzare”. Danzano, tutto in circolare, come se i 5 ballerini turchi, fossero un gigantesco carillion, alimentato solo dalla forza di volontà, da una straordinaria preparazione fisica e dalla capacità di “staccare” la mente da un corpo che risponde ad un impulso, ad una sorta di “carica” emotiva e sopratutto spirituale.

Uno spettacolo, che azzarderei chiamandolo “ipnotico”, durante il quale ci si chiede come facciano a non cadere in preda ad un capogiro, fin quando non si entra nella loro logica di vita, di preghiera, di amore per uno stato che rapisce e che incanta.

Sul palco, 15 elementi, provenienti dalla Turchia – terra di meditazioni, di misticismo e di spiritualità – divisi tra musicisti e ballerini. Che poi, chiamarli sono musicisti o solo ballerini è senza dubbio riduttivo, considerata la capacità di procedere ed “incedere” minuto dopo minuto come se per davvero potessero andare avanti all’infinito.

Musica riprodotta con tipici strumenti turchi, a corde, a percussione e a fiato, che hanno fatto da “tappeto” al rituale, seguendo diverse fasi: Una introduzione per mezzo di un flauto, l’ingresso del tamburo come ringraziamento a Dio per essere stati creati, e poi ancora il flauto chiamato Ney, per raccontare dolcemente il soffio divino affinché le creature possano avere vita, e dunque, ballare.

Un “rito” vero e proprio, per il quale era necessario un “religioso silenzio”, così come era stato richiesto in apertura di serata. Un silenzio che si è rotto esclusivamente a performance completata, attraverso un applauso sentito.

Un rito che prevede musicisti che recitano anche canti(lene) e preghiere tratte dal Corano per gran parte dello spettacolo, un maestro, che benedice ed introduce alla danza i danzatori – rigorosamente maschi – vestiti con abiti bianchi, unico coloro concesso, copricapo caratteristico turco in feltro marrone e dei mantelli neri, che vengono reindossati solo a danza ultimata.

Una danza che resta impressa, perché i ballerini percorrono in senso antiorario, girando su se stessi attraverso piccoli passi, per tre volte consecutive, tutto il perimetro; poi si fermano, senza un minimo di esitazione, e ci scambiano un saluto, come simbolo di mutua fratellanza tra le loro anime, e non tra i loro corpi, che ubbidiscono solo allo stato estatico raggiunto attraverso un profondo e non facile cammino spirituale, fondato sull’amore, sulla fratellanza, sull’abbandonando l’ego per il raggiungimento della perfezione, indispensabile per giungere a Dio. Ed è proprio da questo percorso che deriva il termine “derviscio”, che sta per “mendicante”, colui che percorre un cammino da asceta, per abbandonare ogni attaccamento alle passioni mondane e dunque terrene.

Tolleranza, purezza, trasparenza, in quel loro “roteare”, senza sosta, senza esitazione, ma con occhi chiusi, dietro i quali scorrono le immagini di uno stato distante anni luce, dal palco del teatro Luigi Pirandello, che mercoledì 9 marzo, ha assistito ad uno spettacolo, di grande caratura artistica.

Simona Stammelluti

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