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Al “concerto per Lilli”, una Chiara Civello fuori forma ed un po’ troppo “improvvisata”

Cosenza – L’atmosfera era come sempre delle più suggestive ed estremamente emozionante, per location ed intenzioni, considerato che ormai sono 2 anni che il concerto realizzato in onore di Lilli Funaro dall’associazione che porta il suo nome – gestita magistralmente dalla sua famiglia –  si svolge nella splendida cornice del Castello Svevo di Cosenza, tornato a nuovo splendore e capace di accogliere molte interessanti iniziative.

Chiara Civello e Mirko Onofrio - foto Mafalda Meduri

Sono 12 gli anni nei quali la famiglia Funaro, realizza questo concerto, che ha come interesse unico, quello di raccogliere fondi per sostenere la ricerca sul cancro, oltre alla volontà di realizzare borse di studio per ragazzi meritevoli, in nome di quella giovane Lilli,  strappata alla vita e alla sua famiglia, troppo presto.

La gente che ha risposto all’invito è stata tanta, sinonimo del fatto che non solo sempre più spesso ci si mostri attenti per le iniziative che raccontano “del buono”, ma anche perché ormai da anni, la famiglia Funaro ed il loro entourage, sa come mettere a punto ogni dettaglio della loro pregevole attività no profit, oltre a quei concerti che negli anni passati hanno visto artisti come Pino Daniele, Vecchioni, Mannoia, De Crescenzo, Capossela, De Gregori, e lo scorso anno, un trio d’eccezione formato da Peppe Servillo, Natalio Mangalavite e Javier Girotto. Un concerto che lo scorso anno, fu di un livello difficile da replicare, che incantò un pubblico accorso numerosissimo.

Anche quest’anno i cosentini, hanno raccolto l’invito per quell’appuntamento con la speranza, con la solidarietà, con la musica. Eppure accadde che non sempre gli artisti siano in perfetta forma, e forse è stato il caso di Chiara Civello, apprezzata cantautrice italiana, che ha modellato il suo stile con incursioni jazz, che canta la bossanova in maniera deliziosa, che ieri sera, ha provato a creare un’atmosfera modello “io, te e 250 amici”, ma che – a mio avviso – non è riuscita perfettamente nell’intento, malgrado insieme al lei, sul palco ci fosse un talentuosissimo Mirko Onofrio, polistrumentista della formazione Brunori Sas che sul palco del castello svevo, ieri sera ha portato un flauto traverso con testata curva, che gli ha permesso di creare delle vere e proprie incursioni sofisticate e mai banali, all’interno di repertorio scelto dalla Civello, che forse non si adatta perfettamente al suo solito “mood”.

Il concerto ha il via, dopo le parole accorate di Michele Funaro al pubblico presente, con “Vieni via con me”, seguito da “Che mi importa del mondo” cantata in portoghese, che la Civello canta imbracciando la chitarra, accompagnata dalle note soffiate e calde del flauto di Onofrio.

E’ alla fine del secondo brano che la cantante saluta il pubblico raccontando che quello è un concerto in formazione intima, nato proprio per tradire le scalette, mentre lascia che sia il cuore a guidare la performance tra canzoni scritte dalla stessa ed altre che lei stessa ammette, avrebbe voluto scrivere lei.

E così arriva il momento di “Resta” e “Un uomo che non sa dire addio”, due dei suoi più famosi pezzi, quelli che l’hanno fatta conoscere al grande pubblico.

Poi la stessa cantautrice si siede al pianoforte e vengono fuori pezzi che, da “Moon River” celeberrimo brano datato 1961, scritto da Henry Mancini, arriva  a “Veleno” del 1947, divenuto celebre nella versione portoghese, ma che Chiara canta in italiano, dopo aver raccontato dei suoi viaggi in Brasile, dove la sua musica è conosciuta ed apprezzata.

Eppure che la Civello non è in perfetta forma, lo si percepisce durante l’esecuzione del brano “Fortissimo”, scritto da Bruno Canfora per Mina, cantato anche da Rita Pavone  e che, nella esecuzione della Civello, perde molto del suo significato, perché sussurrato forse, dove invece le note sottolineano il senso di quel “che ti amo fortissimo”.

Il pubblico applaude, ma non sembra particolarmente coinvolto, neanche quando la cantante chiede la collaborazione dei presenti per accompagnarla in quel viaggio musicale, scelto forse, in maniera troppo “improvvisata”.

Canta “come una rosa”, di Capossela, dopo aver chiesto al pubblico se conoscesse o meno “Vinicio” e dopo aver ironizzato sulla sua parlata di donna romana, figlia di un papà siciliano e una mamma pugliese.

Imbraccia ancora la chitarra per cantare una fin troppo famosa “senza fine” e nella sua versione di “que reste t, de el nos amours”, cantata in francese, che Chiara mostra di non essere perfettamente in forma, mentre a sostenere quel pezzo così antico e al contempo così ricco di atmosfere, ci pensa il flauto di Mirko Onofrio, che le offre ottimi spunti per svisare quel tanto che basta per impreziosire la performance.

“Tre” è il blues, scritto a 4 mani con Rocco Papaleo, che la Civello esegue con un bel riff.

Scomoda Carosone e con la collaborazione del pubblico esegue “tu vo fa l’americano”, e sul finale, lascia andare “Il mondo”, ma sembra sbagliare tonalità tanto che la seconda strofa la canta un’ottava sotto, senza però riuscire ad eseguire per bene tutte le note, e allora sapientemente ripiega su “io che amo solo te”, con la quale saluta il pubblico, già in piedi, pronto a raggiungere l’uscita.

Capita.
Non sempre si può essere al massimo delle proprie possibilità, ma la serata era così pregna di buoni propositi e di amore, che alla fine, anche i più esperti in materia, hanno apprezzato tutto, come se fosse stato impeccabile.

Simona Stammelluti

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