Agrigento, elezioni nel caos: la politica cittadina affonda tra personalismi, risse di corrente e aspiranti leader che parlano solo a se stessi

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Ad Agrigento non è ancora arrivata la primavera, ma il clima politico è già incandescente. Mancano pochi mesi alle elezioni comunali di maggio e la città assiste, attonita, a uno spettacolo che più che una competizione democratica sembra una corrida improvvisata: partiti, partitini, movimenti e micro-associazioni che si spingono, si picchiano metaforicamente e si mordono tra loro, convinti ognuno di essere l’ago della bilancia, quando spesso non sono neppure l’ago.

La sinistra, manco a dirlo, si presenta nella sua versione peggiore: spaccata, lacerata, indecisa, come un gruppo di escursionisti che litiga sulla strada da prendere mentre precipita la notte. Da un lato c’è chi sogna il ritorno dell’ex sindaco Lillo Firetto, considerato da una parte del campo progressista l’unica figura in grado di ricompattare almeno un pezzo del fronte. Dall’altro, un gruppo minuscolo e rumoroso; anzi solo rumoroso che sostiene il giornalista Onofrio Dispensa, indicato da chi ne parla come la “sorpresa civica” di cui nessuno però sembra essersi accorto.

A far da megafono a quest’ultima mini-corrente, più mini che corrente, c’è Giuseppe Arnone, personaggio che nel dibattito cittadino continua a porsi come protagonista centrale della sinistra, mentre i tavoli decisionali, quelli veri, non sembrano neppure ricordarsi della sua sedia. Una discrepanza talmente vistosa da sembrare una gag comica: lui parla come se guidasse un popolo immenso, mentre secondo molti osservatori locali non avrebbe neppure un condominio disposto a seguirlo.

Eppure lui insiste, si agita, alza la voce, si autoproclama ascoltato, seguito, influente. Un’autoconvinzione talmente tenace che farebbe arrossire persino il più ottimista dei narratori motivazionali. E’ anche arrivato a dire di “essere il più amato dagli agrigentini…”. Circolano insistenti voci che il mitico Pinocchio lo stia cercando da un bel pezzo.

Il paradosso arriva quando l’ex avvocato Arnone strizza l’occhio e ama smisuratamente Totò Cuffaro e la sua Democrazia. Ma Cuffaro protagonista in questi ultimi mesi naviga in complesse vicende giudiziarie. Un’immagine che lascia perplessi anche i più navigati osservatori: la tradizionale retorica giustizialista che si mescola con il più classico corteggiamento politico. Una scena che si commenta da sola.

E mentre la sinistra litiga e si frantuma, il centrodestra non se la passa meglio: nomi che circolano da decenni, figure riciclate, candidati che sembrano usciti da un album di figurine degli anni 80-90 ripescato da una soffitta.

Ci sono aspiranti candidati che nel giro del centro città e delle periferie dell’iniziata campagna elettorale, hanno raccolto complessivamente 36 persone nel pubblico, tra parenti, amici stretti e qualche congiunto. Ma se sono contenti loro… E litiga anche con il “più amato dagli agrigentini” tra violenti scontri, opere di stalkerizzazione (consentitemi il nuovo conio), minacce di querele e bordelli vari. Quando i poveri non riescono a trovare la quadra in un…cerchio.

Tutti in attesa di capire che farà l’attuale sindaco Francesco Miccichè, che osserva lo spettacolo da posizione privilegiata, come un direttore d’orchestra costretto però a dirigere un gruppo di musicisti che suona ognuno il proprio spartito.

Nel frattempo, Agrigento resta lì: una città che avrebbe bisogno di stabilità, visione, programmazione. Una città che dovrebbe lavorare per risalire nelle classifiche della qualità della vita, non restare intrappolata in un eterno litigio da condominio fuori controllo.

Il quadro, oggi, è questo: una competizione elettorale che sembra una rissa, un campo politico che invece di parlare alla città parla a sé stesso, e un futuro amministrativo appeso all’incognita di alleanze ballerine e personalismi ingombranti.

Un caos politico talmente fragoroso da coprire perfino le voci dei cittadini, gli unici che in questa storia non hanno commesso alcun peccato se non quello, grave, di sperare in un po’ di normalità.

La speranza? Che prima del voto qualcuno ricordi una verità elementare: le elezioni non sono un reality show, e Agrigento non è il set di una parodia. Anche se, a giudicare dal cast attuale, sembrerebbe proprio il contrario.

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