Oggi Agrigento smette di essere Capitale italiana della Cultura 2025. Non finisce un percorso: finisce un’illusione. E non resta alcun orgoglio, nessuna eredità morale, nessun bilancio positivo. Resta solo una sensazione netta, amara, definitiva: questa città ha sprecato l’occasione della vita.
Doveva essere l’anno della svolta. È stato l’anno della vergogna nazionale. Doveva raccontare Agrigento al mondo, e invece ha raccontato al mondo tutta la sua incapacità cronica di governarsi, di programmare, di fare sistema. Un disastro annunciato, consumato lentamente sotto gli occhi di tutti.
Agrigento poteva avere tutto, tempo, fondi, visibilità e non è riuscita a trasformare nulla. Semmai ha restituito improvvisazione, ritardi, conflitti, mediocrità. Una Capitale della Cultura iniziata nel caos e finita nel ridicolo. E no, non esistono alibi. Sono tutti colpevoli.
La Regione Siciliana per prima. Il presidente Renato Schifani si è accorto dopo quattro mesi che la governance della Fondazione era inadeguata. Quattro mesi buttati. Quattro mesi persi irrimediabilmente. Quando ha deciso di intervenire, era già tardi. I vertici sono stati cambiati non per visione, ma per necessità. E chi è arrivato dopo non ha salvato nulla, limitandosi a gestire il fallimento. Di gran lunga superiore la prima governance con il duetto Minio-Albergoni che aveva davvero iniziato a fare cose grandiose, spezzate di netto dall’intervento “regionale”.
Poi il resto, diventato materiale da satira nazionale:
i tombini asfaltati di corsa, perché i soldi sono arrivati 48 ore prima della visita del Presidente della Repubblica. Una città costretta a rifarsi il trucco all’ultimo minuto, come se la dignità si potesse stendere a colpi di catrame.
E l’episodio dell’operaio Anas con le scritte sgrammaticate? Una figuraccia diventata simbolo. Ma il punto non era l’errore in sé. Il punto è che tutto appariva trasandato, approssimativo, raffazzonato. Come se Agrigento non meritasse nemmeno il rispetto del lavoro fatto bene.
Nel frattempo la stampa nazionale ha banchettato. Ha infierito, certo. Ma ha trovato terreno fertile. Perché quando offri solo disordine, contraddizioni e polemiche, non puoi lamentarti se il racconto è impietoso. Agrigento è stata demolita mediaticamente, e in larga parte per colpa propria.
Una città dilaniata da faide, protagonismi, rancori, silenzi colpevoli. Una classe dirigente incapace di capire la portata storica del momento. Una comunità che, invece di stringersi, si è divisa ancora una volta.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’occasione irripetibile gettata via. Perché questo titolo non tornerà mai più. Mai. Non tra dieci anni, non tra venti. Agrigento ha avuto il biglietto per il futuro e lo ha strappato con le proprie mani.
E adesso?
Adesso arrivano le elezioni comunali. Tornano le facce note, travestite da novità. Tornano le promesse, i proclami, le parole vuote. Gli stessi che c’erano prima. Gli stessi che hanno taciuto mentre tutto affondava. Gli stessi che oggi chiedono fiducia.
Ma la verità è una sola: nessuno ci crede più. Perché dopo il fallimento di Agrigento Capitale della Cultura 2025, è crollata anche l’ultima illusione. Questa città non ha perso solo un titolo. Ha perso credibilità, tempo e futuro.
E questa, più di ogni polemica, è la condanna più dura.
