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7 aprile: Ricordare la nascita della grande Billie Holiday per sentire forte la prorompenza del jazz e il profumo di gelsomino

Erano gli anni ’30 e nel panorama musicale di quel tempo c’erano due signori, Billie Holiday e Lester Young, che insieme realizzarono una  serie di cose memorabili.

Potrei fare alcuni esempi, di quelli che saltano subito alla memoria: “That Way”, “Travlin’ All Alone” e “Easy Livin”.

Questi sono solo alcuni dei pezzi che li hanno visti vicini e complici. Ma la collaborazione musicale e l’amicizia personale che ci fu tra i due titani del jazz, ebbe svariate sfumature. Billie e Lester ebbero un incredibile rapporto intuitivo, quando capirono che avrebbero dovuto fare musica, insieme. 

Ascoltando le loro registrazioni, è chiaro che si ispiravano a vicenda, musicalmente, portando però in quel connubio parte della  proprio vissuto, della propria personalità e del proprio bagaglio emotivo.  

Cantare, per Billie Holiday era un modo per sopravvivere.
LEI, Eleonora Fagan, era nata “povera e nera”, a Baltimora nella primavera del 1915. Era cresciuta a Harlem, insieme a sua madre che lavorava come domestica.
Billie sosteneva che la depressione per lei non fosse nulla di nuovo, perché aveva visto sempre e solo lei, durante la sua esistenza e con lei era cresciuta.
Billie aveva 15 anni, quando si presentò in un locale di Harlem per fare un provino per un posto di lavoro da ballerina. Le dissero che non era “abbastanza brava”  per essere una ballerina e allora provò a cantare, li sul posto e fu così che scopri che le piaceva così tanto farlo, che avrebbe anche potuto pensare di fare quello, come lavoro, per sopravvivere. 

Il suo cantare così incisivo e sofisticato, la portò ad esibirsi nei club di Harlem, nei primi anni ’30, quando fu  scoperta dal un produttore discografico, John Hammond. Da allora incominciò il successo come una delle più grandi interpreti vocali americane di jazz e blues.

 LUI, Lester Young, tenorsassofonista, proveniva da una famiglia di New Orleans, nella quale erano tutti musicisti.
Quando aveva dieci anni, Lester suonava il rullante nella banda di suo padre, viaggiando in tutto il Midwest, con uno spettacolo itinerante, nei tendoni.
Fu durante la sua adolescenza, che partorì l’obiettivo di fare per conto suo. 

All’inizio della sua carriera, Lester fu sollecitato a “smorzare” quel suo stile musicale così unico.
Si pensi a quando cominciò a suonare con l’orchestra di Fletcher Henderson, e la moglie del leader, lo costrinse ad ascoltare i dischi di Coleman Hawkins più e più volte, in un vano tentativo di convincerlo a rinunciare al suo approccio lirico e di imitarne lo stile.
Fu solo quando Lester si unì all’orchestra di Count Basie presso la Sala Reno a Kansas City nel 1934, che il suo stile ebbe la possibilità di fiorire.

Billie e Lester si incontrarono ad una jam session di Harlem nei primi anni ’30 e poi lavorarono insieme nell’orchestra di Count Basie, nei locali notturni di New York, sulla 52esima. Ad un certo punto della loro conoscenza, Lester si trasferì nell’appartamento che Billie Holiday condivideva con la madre, Sadie Fagan. La storia racconta che Lester era un grande appassionato di cucina casalinga e stanco di vivere a New York in stanze infestate dai topi d’albergo, decise di accettare l’invito di Sadie ad assaggiare le sue delizie e così lui decise di far parte di quella famiglia. 

Fu quello un piacevole cambiamento per Billie e sua madre, che si ritrovarono ad avere un uomo per casa, e Lester era sempre un vero gentiluomo. Tra Lester e Billie ci fu del “tenero”, in molti lessero un grande amore, anche se lei, ha sempre sostenuto che la loro relazione fu solo platonica. 

Fu lei a dare a Lester il soprannome di “Prez”, ossia “presidente” perché lui era l’unico in cima  nei suoi pensieri. Per Billie, Lester era il migliore, il più talentuoso di tutti, il più eclettico e insieme vissero gioie e dolori, trionfi e periodi di magra. A sua volta lui, diede a Billie il famoso soprannome, “Lady Day”.

E questo perché lei era una “signora”, sofisticata, schiva e schietta. E poi quel “Day” diminutivo di “Holiday”.

Quando a Billie fu chiesto di spiegare il suo stile di canto, rispose: “Non penso mai che sto cantando. Mi sento come se stessi giocando con un corno nel quale ci soffio di dentro. Cerco di improvvisare e quello che viene fuori è quello che sentite. Odio cantare “diritto”, devo sempre cambiare un brano a modo mio. Questo è tutto quello che so”.

E a proposito di Lester Young, Billie ha detto:“Per me Lester é  il più grande del mondo perché ama se stesso e la sua musica. I miei dischi preferiti sono quelli che ho fatto con Lester, perché mentre lui suona il suo sassofono tu lo ascolti e ci puoi quasi sentire le parole. “

 Lester Young e Billie Holiday erano entrambi anime particolarmente sensibili, facilmente ferite dai colpi duri del “music business” e dal razzismo palese, nell’America del 1930.  Per alleviare questo dolore, entrambi hanno trovato conforto nella droga e nell’alcool.

Lester Young morì il 15 marzo 1959 all’età di 49 anni. Billie Holiday lo seguì pochi mesi dopo, nel mese di luglio. Ne aveva 44, di anni.
Questi due vecchi amici finirono la loro vita in maniera tragica, insieme e il loro essere geni della musica e del jazz, fu logorato dall’uso pesante di droghe e alcool. 

Attraverso la loro eredità, lasciata in registrazioni e meraviglie – e che prossimamente vi racconterò –  Prez e Lady Day continuano a intrattenere il pubblico e di influenzare il corso della musica jazz.

 

Simona Stammelluti 

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