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5 gennaio 1948, Peppino Impastato e la sua vita contro la mafia

Le date, le ricorrenze, quel potere forte che hanno le date di nascita, ma anche di morte, quando si ricordano uomini che sono vissuti come eroi ma senza saperlo, eroi come uomini tra gli uomini, come piccole macchine da guerra alimentate a dignità, verità, rispetto della giustizia, e coraggio.

Peppino Impastato vive nelle scelte di chi – così come fece lui – prende le distanze dal mondo mafioso, promuove attività culturali e musicali, in chi crede nel valore dell’informazione fatta senza omertà, senza servilismi, sfidando i poteri forti della mafia.

Peppino Impastato vive negli uomini e nelle donne che ancora sanno stupirsi, che non si arrendono all’abitudine e che non si rassegnano, perché rassegnarsi è come morire lentamente di stenti emotivi, mentre si ingurgitano bocconi amari di realtà irrancidita e andata a male, fatta di speculazione e di orrore.

Sembra facile raccontare Peppino Impastato, ma non lo è. Si può facilmente raccontare la sua vita, ma ci vuole forza e coraggio per raccontare come ha vissuto, cosa gli si muoveva dentro in quelli che furono anni particolari e crudi.

Gli toccò morire nello stesso giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, e il suo assassinio fu praticamente oscurato da quell’accadimento.

Un giornalista, siciliano, ucciso nella notte tra l’8 e il 9 di maggio del 1978 Il suo cadavere venne fatto poi saltare sui binari della tratta Palermo-Trapani.

I depistaggi sulla sua morte fecero scandalo, ma solo molto tempo dopo. Fu la mamma di Peppino, che fece emergere la matrice mafiosa circa la morte di colui che fu un uomo che combatté la mafia perché la conosceva da vicino, proveniva da una famiglia mafiosa.

Nella vita lo “salvò” – sembra quasi un eufemismo dirlo – la curiosità, la scoperta della dimensione dell’impegno politico, le battaglie di carattere sociale intraprese, e poi ancora l’esperienza derivante dalla cultura e dalla musica, il sostegno alla libertà delle donne, tutti valori ed esperienze che anche oggi, potrebbero “salvare” le nuove generazioni, tirandole fuori dall’imbruttimento di chi non si meraviglia più di nulla, di chi cerca scorciatoie, di chi resta a guardare.

Un destino segnato, il suo. Il destino di chi per la prima volta fa nomi e cognomi, senza reticenze, rompendo il tabù dell’intoccabilità dei mafiosi in un paese dove la gente si inchinava ancora al passaggio dei boss e che sapeva che non era prudente, pronunciare determinati nomi.

Il cinema, la musica si sono ispirati alla vita di quel piccolo grande uomo, simbolo di chi ha ideali e per quelli lotta.

Non nasce un Peppino Impastato proprio tutti i giorni, e di questi tempi  ce ne sarebbe davvero bisogno di persone che abbiano il coraggio e la voglia di resistere, di lottare e di gridare che la mafia “é una montagna di merda”.

Il 5 gennaio è un giorno sacro, nel quale ricordare colui che vivendo ci insegnò che “nessuno ci vendicherà, perché la nostra pena non ha testimoni“.

Simona Stammelluti

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