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Quando i carabinieri in borghese lo hanno avvicinato ha detto: “Sono Matteo Messina Denaro”. Ecco perché

 

Gli applausi che si sono sentiti quando è stato arrestato sono probabilmente significativi di una terra che ha voglia ancora di riscatto, della volontà di liberarsi dalla prepotenza mafiosa, della privazione di libertà in tutti i campi, gli stessi dove la mafia ogni giorno si infiltra diventando invisibile.
Dopo l’arresto di stamane del super-latitante Matteo Messina Denaro, viene da pensare che alla fine (meglio tardi che mai) la giustizia arriva, si palesa e dunque non esiste l’impunibilità e l’invincibilità della mafia.
Giovanni Falcone era solito dire: “la mafia è un fenomeno umano e come tale ha avuto in inizio e avrà anche una fine”.
La mafia ha però sempre giocato sul mito della invincibilità, ma oggi con questo arresto esemplare, questo mito non c’è più.
Ma ci sono voluti trent’anni prima che questo giorno arrivasse perché il mafioso gode dell’appoggio di tutto un ambiente che lo favorisce; Matteo Messina Denaro era considerato un “benefattore” nella sua zona di competenza, e quindi nessuno lo avrebbe mai tradito. Probabilmente il boss ha preferito non diventare il capo assoluto, non un “capo dei capi” (come fu Totò Riina) proprio per mantenersi nel suo territorio, con i suoi affari per poter garantirsi al massimo questa latitanza. C’è voluta una malattia grave per spingerlo verso Palermo, per curarsi in una delle migliori cliniche private palermitane, sotto falso nome (Andrea Bonafede), per poter avere dunque una falla, nella sua rete di protezione.
Ma chi l’ha curato, sapeva?
Le ipotesi – come ha detto Piero Grasso – sono due: o c’è un favoreggiatore che l’ha favorito per farlo curare, o c’è un traditore che lo ha tradito per farlo arrestare. Il favoreggiatore se c’è, prima o poi verrà scoperto, il traditore non lo scopriremo mai.
Arrestato quest’oggi mentre faceva colazione, durante una brillante operazione che non ha coinvolto nessuno all’interno dell’ospedale; i carabinieri in borghese – che in un primo momento hanno fatto fatica a riconoscerlo, che non erano sicurissimi che fosse lui – lo hanno preso a braccetto dicendogli “venga con noi, le dobbiamo parlare” e lui ha detto subito detto “sono Matteo Messina Denaro”. In ambito mafioso chi ti avvicina non puoi sapere subito se sono forze dell’ordine o avversari ed è per questo che ha subito detto il suo nome, e una volta capito che lo stavano arrestando non ha opposto resistenza.
Matteo Messina Denaro sa tante, tantissime cose del periodo stragista.
È stato lui uno dei componenti del commando che era stato mandato da Riina nel febbraio del ’92 a Roma per seguire, pedinare e uccidere Falcone con armi comuni mentre era al ristorante. Quell’attentato non andò a buon fine perché ci fu un errore di ristorante. Il commando andò al ristorante “La matriciana” al quartiere Prati, mentre Falcone andava spesso al ristorante “La carbonara” a Campo dei Fiori, dietro il ministero della giustizia. Spesso finendo tardi al ministero, liberava la scorta e faceva due passi a piedi. Giovanni Falcone a Roma si sentiva sicuro.
È stato il figlioccio di Riina, cresciuto sulle sue ginocchia, da lui ha imparato ad uccidere, ne  ha custodito e ne custodisce i segreti e le confidenze. Condannato per essere tra i mandanti degli attentati mafiosi avvenuti tra il 1992 2 il 1993. Quindi la strage di Capaci, di Via D’Amelio, gli eccidi di Roma, Firenze e Milano. Ha compiuto tredici omicidi tra cui quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido nel 1996.
Messina Denaro era proprio il preferito di Riina, quando i corleonesi si presero Palermo.
La domanda che in molti si stanno ponendo in queste ore è se Messina Denaro parlerà. Chi conosce bene lui e l’ambiente mafioso (parliamo di magistrati) pur sperandolo, ritiene che non lo farà, considerato il fatto che i grandi capi di Cosa Nostra non hanno mai parlato. Provenzano e Riina si sono portati segreti nella tomba.
E chissà se avrà mai un rimorso di coscienza, per tutto quello che ha ideato e ha contribuito a provocare, mettendo da parte l’omertà mafiosa. Forse allora potrà raccontare tutti i dettagli delle stragi, tutti i contatti che ha avuto insieme a Bagarella per tutte le stragi commesse.
Si dice che lui sia stato quello più “acculturato” rispetto ai suoi pari grado; infatti era lui ad individuare i beni culturali ed artistici da colpire per incominciare ad avviare le trattative con lo Stato.
Se diventerà un collaboratore di giustizia, probabilmente avverrà perché ha un pentimento intimo, non per avere dei benefici.
Per Piero Grasso non è tipo da utilizzare la legge dei pentiti.
Ma la mafia non è finita con questo arresto, continua a tramare nell’invisibilità, tra traffici e profitti.

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