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Il ricorso per far annullare la sospensione è più grave del gesto ignobile e da bulli dei ragazzi

 

Mi sono presa un po’ di tempo per pensare e ripensare a questa vicenda.
Perché sono una giornalista che dovrebbe raccontare la cronaca ma anche una madre che fa i conti tutti i giorni con quel ruolo assai difficile e che ha come unico obiettivo, il bene dei propri figli.
Alla luce di questa mia ultima affermazione viene da domandarsi dove risieda il bene per i propri figli, quando si agisce come hanno agito quei genitori che a seguito del gesto gravissimo ed ignobile di quegli studenti che hanno “sparato” contro la prof di scienze, hanno fatto ricorso (vincendolo) per far annullare la sospensione (giusta) ai loro figli.
Ma facciamo un passo indietro.
È l’11 ottobre quando, dei ragazzi del primo anno (parliamo dunque di ragazzi di 14 anni) dell’Istituto Tecnico Viola-Marchesini di Rovigo (se fosse successo in Sicilia si sarebbe detto che quei ragazzi vivono in una terra di mafia, ed invece vivono e fanno i bulli al nord) creano un danno alla professoressa di scienze Maria Cristina Finatti (alla quale va tutta la mia solidarietà sempre) sparandole contro con una pistola ad aria compressa, ferendola alla testa. Tutto questo mentre un altro alunno filma la scena per poi postarla sui social (TikTok che è la negazione assoluta di ciò che può essere la cultura) allo scopo di fare visualizzazioni, followers e dunque avere una qualche notorietà.
Prima di addentrarci in tutte le conseguenze di questo gesto, proviamo ad analizzare tutte le cose sbagliate fino a questo momento.
Ragazzi 14enni entrano in classe con cellulari (che dovrebbero essere spenti e riposti appena entrati) e con una pistola ad aria compressa, con uno scopo ben preciso. Intanto dovremmo domandarci perché un 14enne possiede una pistola ad aria compressa, chi gliel’ha comprata e perché.

La prof denuncia tutti e 24 gli alunni, considerato che chi non prende le distanze da quella condotta, è complice.

Il 18 ottobre tra l’altro il consiglio di classe dispone la sospensione di 5 giorni  per lo studente che aveva sparato e altrettanti per quello che aveva ripreso la scena con il cellulare, due giorni invece per il proprietario della pistola e per l’alunno che l’aveva poi lanciata dalla finestra nel tentativo di sbarazzarsene. Punizioni decise ma mai attuate. Il motivo? La famiglia di uno dei giovani coinvolti ha presentato un ricorso interno alla scuola e il provvedimento è stato annullato: pare vi fosse un errore nella stesura del testo della sospensione.

L’attenzione però a mio avviso non è sull’annullamento del provvedimento (può accadere per innumerevoli motivi o vizi di forma), ma sulle motivazioni che spingono dei genitori a fare ricorso.
Altro che “vizio” c’è in questa condotta.
C’è una mancanza sostanziale nel ruolo di chi deve educare al rispetto, al rispetto delle regole e del ruolo di colui o colei preposto all’insegnamento e non solo. Perché il gesto sarebbe stato altrettanto grave se fosse stato commesso contro un altro compagno, un collaboratore scolastico, o un passante per strada.
C’è questo lassismo verso errori che hanno l’aggravante di essere premeditati, che sono incastonati in azioni che vengono studiate per altri scopi, che ledono non solo nel corpo ma anche la dignità altrui. L’educazione è un bene fondamentale per la crescita dei ragazzi e della società, e la mancata punizione, sostituita invece con quel ricorso, è la spia di un percorso formativo familiare che si è interrotto in maniera grave e forse irreparabile.
Dov’è finito il genitore che insegna il rispetto perché anch’egli rispetta il ruolo altrui?
Dov’è l’esame di coscienza da instillare nel giovane che in casi come questo non capirà mai di aver sbagliato?
Dov’è la punizione che serve a tenere alta l’attenzione su ciò che non si deve mai fare?
I giovani a cui si lascia fare qualunque cosa, se non messi davanti alle proprie responsabilità e alle conseguenze delle loro azioni, cresceranno con l’idea che possono fare tutto, tanto non esistono conseguenze.
Cosa c’era di sbagliato in quei 5 giorni di sospensione?
Erano giusti, quei giorni di sospensione. Soprattutto se in quei 5 giorni, i ragazzi fossero stati privati di quei mezzi che permettono loro di sentirsi potenti, importanti, “seguiti”. Sarebbero dovuti essere 5 giorni di studio, di riflessione, di faccende domestiche e di consapevolezza. Ma non può esserci consapevolezza a 14 anni se qualcuno preposto ad indicare la strada, ad insegnare cosa sia giusto e cosa no, non ne ha a sua volta. Perché dubito che quei genitori abbiano consapevolezza del danno che hanno procurato ai loro figli, vincendo quel ricorso.
Non si può rimettere a posto nulla, se non si applica la formula “chi rompe paga”, chi sbaglia, in qualche modo paga.
È fondamentale tenere in piedi quei sentimenti portanti, quei princìpi intellettuali e morali che mettono in correlazione i giovani con gli adulti, che sottolineano i ruoli, che creano empatia, che tengono in piedi le regole e il rispetto per esse.
Sarebbe interessante interrogare quei genitori e chiedere loro perché lo hanno fatto, perché hanno firmato quel ricorso, perché non hanno voluto quella sospensione; anche senza sospensione, anche se tutti faranno finta di niente, i figli restano dei maleducati, irrispettosi, bulletti irriverenti.
La “non sospensione” non lava via la colpa, anche a fronte delle mancate scuse all’insegnante.
Ma forse i genitori si sono sentiti – o forse dovrei dire si sentono – sotto esame, come se qualcuno avesse voluto “sospendere anche loro”, come se quella sospensione volesse giudicare la loro condotta.
Non era per loro, la sospensione, il giudizio; ma un esame di coscienza non farebbe loro male.
Io da madre, mi sarei sentita mortificata, delusa ed anche sconfitta.
Perché i comportamenti dei nostri figli sono un po’ la bussola, la cartina tornasole in quel mestiere così difficile che è quello di genitore. Non abbiamo libretti di istruzione, ma abbiamo una “sospensione” a dirci, forse, che qualcosa è da rifare.
Una bella lezione non guasterebbe.
Insegnare loro per esempio a gestire le emozioni, a fare qualcosa per gli altri, a vivere i propri anni senza la pretesa di possedere un potere che è solo figlio di ignoranza e di ignominia.

 

 

 

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