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Il racconto shock di una giovane che lavora come sanitario in uno degli ospedali più virtuosi d’Italia

 

Ve lo ricordate il racconto di Michela e il suo papà (potete leggerlo qui) che abbiamo raccolto una settimana fa, che raccontava la malasanità all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, considerato da tutti un ospedale “virtuoso”?

In merito a quel racconto abbiamo ricevuto la testimonianza di una giovane che lavora come sanitario nella stessa struttura e che conosce bene quella realtà. È una vera denuncia di una realtà che a tratti fa orrore.

 

Purtroppo o per fortuna come sanitario riconosco la realtà nel racconto della signora Michela, lo riconosco ogni giorno da quando ho iniziato ad approcciarmi a questo mondo.
Viviamo in una sanità virtuosa che però subisce sempre più tagli, di ogni tipo, non ultima per colpa/grazie alla guerra ed all’aumento delle patologie virali poi le risorse sia materiali che farmaceutiche scarseggiano e non si riesce a far fronte alla richiesta. Siamo spesso costretti a modificare terapie antibiotiche poiché non si ha disponibilità (e non sempre è l’antibiotico ovviamente a cui il paziente risponde), siamo costretti a crearci il dosaggio magari che ci serve, siamo costretti a richiedere mille consulenze per valutare le nuove combinazioni di terapie e la loro possibilità di eventuali interazioni.
La scarsa qualità che si ha, sia di medici che di infermieri, è anche colpa dell’università, che permette a tutti di laurearsi nonostante magari non sia proprio corretto far proseguire alcune persone. Ho avuto compagni di corso, presso una Facoltà prestigiosa come quella di Bologna, che si sono laureati con me nonostante gli esiti negativi delle valutazioni in tirocinio, ma è solo la punta dell’iceberg dell’università.
Altra problematica è il sistema sia pubblico che privato, che permette a chiunque di lavorare anche se lo fa male e causa anche danno ai pazienti (se non la morte) grazie a mille sotterfugi, esempio lampante si ha in ambito chirurgico; se un paziente decede il trentunesimo giorno post intervento allora la morte non è riconducibile all’intervento. Sapete quanti pazienti vengono trascinati a quel fatidico giorno? Sapete purtroppo quanti parenti non sanno la realtà di cosa sia successo perché nei referti vengono omessi dettagli e si sentono dire “era un intervento chirurgico, poteva avere delle complicanze, com’è scritto nel consenso che è stato firmato?” E tu che ci lavori stai in silenzio, sperando che un giorno magari qualche parente capisca ed arrivino i NAS a far domande, perché sai che sono medici e strutture che alle spalle hanno il mondo e se fossi tu a denunciarli non resteresti mai anonima e non potresti più lavorare, ma comunque sia ti porti il peso di quei pazienti e di quei familiari addosso per tanto, perché ti senti complice anche tu di un “omicidio”.
Vi parla un coordinatore, una persona giovane che studia ogni giorno per migliorare e crescere e che comunque lotta quotidianamente con una direzione per avere/creare/migliorare, ma che puntualmente viene fermata per mancanza di risorse umane (infermieri e medici) o materiali, oltre che per la testardaggine delle persone “vecchie” che credono di saper fare il loro lavoro boicottando il cambiamento e l’innovazione perché “si è sempre fatto così”.
Questo purtroppo è solo lo specchio della sanità, oltre ai continui tagli, al continuo aumentare le responsabilità senza giusta tutela e giusto riconoscimento economico (motivo per cui la maggior parte scappa all’estero). Per non parlare del continuo carico di lavoro che viene aumentato per mancanze di risorse umane, doppi turni, riposi saltati ed abuso delle tanto discusse reperibilità: una persona che fa mattina ed ha un turno di reperibilità 20-7 per “urgenze ed emergenze” potrà esser chiamato alle ore 19 perché la sala operatoria sfora come orario e quindi l’elezione prosegue oltre l’orario previsto di fine semplicemente perché l’organizzazione delle sale operatorie viene pensata senza valutare la fattibilità di alcuni interventi da parte di alcuni chirurghi? Magari sono i reperibili che terminata alle 22 la chiusura dell’elezione, alle 2 di notte vengono richiamati per la reale urgenza e lavorano fino alle 7, aspettando il cambio e alle 13 devono ripresentarsi per coprire il turno del pomeriggio.
Noi giovani siamo davvero diversi nelle nostre generazioni, ma non siamo diversi dalle precedenti però, veniamo accusati di non aver voglia di lavorare e di pretendere solo, ma gli esempi che abbiamo quotidianamente…. ci hanno insegnato qualcosa di diverso o sono solo bravi a giudicare senza guardar il proprio orticello?

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