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All’ospedale “Pugliese-Ciaccio” (Cz) più che un ticket può una latta di olio

 

Qualche tempo fa, scrivevo un articolo che raccontava “il giorno perfetto” ossia un giorno ideale fatto da tutte quelle persone che sono solite fare semplicemente il proprio lavoro, quello che hanno scelto, per il quale vengono pagati e grazie al quale possono vivere, quello che fanno con buona volontà, abnegazione, empatia, impegno, serietà ed onestà, e che grazie alla loro condotta rendono tutto quasi “sincronizzato” affinché ci sia un mondo migliore.

E così dall’operatore ecologico al poliziotto, dall’insegnante al medico, ognuno nel proprio piccolo realizzavano un purtroppo utopico giorno perfetto.

Non ho potuto non ripensare a quello scritto, dopo aver ricevuto il racconto di vita vera di un uomo, che tutte le settimane da diverse settimane, accompagna sua moglie presso il reparto di oncologia dell’Ospedale Ciaccio di Catanzaro, affinché possa sottoporsi alla chemioterapia.

Un racconto che lascia sgomenti e a tratti delusi, perché in questa terra martoriata dal malaffare, ci si aspetterebbe almeno nel momento tragico del bisogno, di non dover subire la condizione e l’umiliazione di “non essere figli di … amico di … paziente di …”.

Ed invece la storia di questo signore – di vita vera – è piena di situazioni che fanno indignare, che buttano inevitabilmente la sanità nel fondo torbido del privilegio, che favorisce qualcuno a discapito di altri. E ribadisco, che a nessuno piace frequentare reparti d’oncologia dove chi vi si reca cerca solo di essere assistito al meglio, curato al meglio, accolto al meglio.

La storia di questa coppia, che parte da Cosenza alle 5 del mattino, che prova ad avere un numero di ingresso tra i primi, affinché la giornata di terapia iniziata così presto non finisca con il buio, uguale a quello con il quale sono partiti al mattino.

Ebbene quei numeri, distribuiti alla porta del reparto, talvolta sono presi da addetti, per poi consegnarli agli amici, perché favorire qualcuno a discapito di altri, è pratica comune nella nostra società, e dunque anche negli ospedali, anche in questo ospedale. Ma due giorni fa, la coppia di cui riporto la storia, arriva per prima, prende il numero 1 e così ci si aspetta di essere i primi, ovviamente per il proprio percorso medico. Ma si troveranno ad accedere alla seduta di chemioterapia dopo il numero 42. Avete capito bene. 41 persone dopo, pur avendo il numero 1. Ore ed ore di attesa, dopo analisi di rito e quella visita dallo specialista, alla quale accedono paziente che a volte non seguono neanche il percorso stabilito, che sono pazienti privati di medici del servizio pubblico, o che hanno da consegnare contestualmente alle visite, doni, presenti, regali … insomma, chiamateli come volete.

Magari tutti vedono quella situazione, tutti sanno, ma tutti stanno zitti, perché ormai non ci si ribella più, nessuno si permette di dire nulla fuori posto per paura di una qualche reazione che poi va a discapito del malato che lì dentro, deve in qualche modo viverci, e non vuole eventuali ripercussioni.

Ma il protagonista (suo malgrado) della storia non ci sta e allora ritiene giusto rivolgersi alle forze dell’ordine, spiegando ciò che accade sotto i suoi occhi e chiedendo un intervento. Ma – udite udite – un graduato che è dell’altra parte del telefono gli consegna una risposta che lascia interdetto l’uomo e che lo convince che questa storia non deve restare privata, ma va resa pubblica. Il suo interlocutore gli risponde che “non reputa quella situazione degna di un eventuale intervento, a meno che lui non prenda a sprangate qualcuno lì dentro” – allora sì che manderebbe una voltante. Peccato per il graduato, che le telefonate sono tutte registrate e molto probabilmente quella telefonata, provocherà una qualche conseguenza.

Facciamo quindi un piccolo resoconto: un uomo che porta sua moglie a fare la chemioterapia, a 100 km da casa, si trova davanti a latte di olio che viaggiano da corridoi a studi, che attende un turno ipotetico che quasi mai è quello dei numerini, che denuncia ma che incappa nel graduato di turno, che lo istiga quasi a commettere un atto delittuoso, quasi a farsi giustizia da solo. E capite bene che quell’uomo non può farsi giustizia da solo, perché lui è uno di quelli che fa ogni giorno il lavoro e bene, perché deve e vuole essere il tassello del famoso “giorno perfetto”. Ma non sarà il suo, quel giorno perfetto, perché affinché sia tale, tutti dovrebbero fare il proprio di dovere, con coscienza ed onestà.

Io non faccio fatica a credere al racconto ed anche alle immagini che sono state mostrate a questo giornale e non faccio fatica non solo perché a tutti noi è capitato di vedere file saltate da medici con amici a braccetto mentre fanno visita al collega di turno, ma anche perché personalmente, accompagnando un’amica per un anno interno a fare la chemioterapia nella stessa città ma in altro ospedale, ho visto andazzi analoghi.

Ora la domanda che mi pongo e che vi pongo è: bisognerà sempre chiudere un occhio, anzi tutti e due per sempre? Bisognerà continuare ad avere paura di parlare, di denunciare metodiche comportamentali che vanno a discapito di qualcuno e a favore di altri? È normale che un preposto all’ordine pubblico, rifiuti di andare a guardare da vicino una situazione?

Noi oggi, abbiamo fatto il nostro lavoro, abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo accolto una testimonianza e abbiamo deciso di dare voce a questa coppia, che oltre al dolore, alla paura della malattia, alla stanchezza di un viaggio, allo svilimento di una giornata che non ha avuto i contorni della normalità (per come la normalità dovrebbe essere), ha deciso di raccontare ciò che hanno vissuto.

Io non so quante persone si riconosceranno in questo racconto, quanti annuiranno leggendo questo episodio, ma so anche che probabilmente qualcuno tra quelli che ha ricevuto il “dono natalizio” si riconoscerà in queste righe e mi auguro che in un momento di riflessione, rispolveri non solo il codice deontologico, ma anche il giuramento di Ippocrate, e che decida di ricevere i doni fuori dal reparto nel quale i pazienti sono tutti uguali (al netto della gravità di ognuno) e che se esiste un numero che “indica la via”, che sia quello e nulla più a pesare sulle sorti di un giorno che non sarà mai perfetto se gli anelli della catena si interrompono proprio lì dove necessità la condotta per un mondo migliore.

Ah dimenticavo … Volevo dire al Sig. Presidente della Regione  Calabria, Roberto Occhiuto che nello stesso giorno in cui i nostri protagonisti passavano un doppio calvario, dichiarava di “aver raccolto una sanità in macerie, governata da anni da commissari nazionali, spesso senza competenze” che se il materiale umano e il tessuto sociale medico calabrese è quello raccontato in questo articolo che riporta fatti realmente accaduti, molto poco si potrà fare e a nulla varranno commissari più o meno competenti; La Calabria resterà la terra del clientelismo e delle latte di olio che camminano da corridoi a studi, sempre con qualche ritorno.

 

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