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La Guardia di Finanza della Tenenza di Nicosia, in provincia di Enna, ha sgominato un giro di usura. Ad imprenditori locali, in grave crisi di liquidità per l’emergenza covid, sarebbero stati prestati soldi con tasso di interesse del 200% l’anno. L’attività illecita sarebbe stata gestita da due fratelli di Leonforte che sono stati arrestati ai domiciliari. Disposto anche un sequestro preventivo di beni e denaro per circa 400.000 euro. Sono complessivamente 20 gli indagati, a vario titolo, per usura, estorsione, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, emissione di fatture false e dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Decisiva si è rivelata la collaborazione delle vittime costrette, in caso di mancato pagamento del debito, a cedere quote societarie, ricavi o proprietà.

Ad Agrigento il pubblico ministero, Maria Cifalinò, ha chiesto al Tribunale il rinvio a giudizio di Gerlanda Lauricella Luca, 35 anni, e Vanessa Spatola, 20 anni, entrambe di Favara, imputate di rapina aggravata e furto in abitazione. Le due donne avrebbero incontrato e picchiato in strada una donna di 48 anni per sottrarle le chiavi di casa e la batteria del telefono cellulare. E due giorni dopo avrebbero usato le chiavi dell’appartamento, di proprietà di un’anziana, per entrare e rubare oggetti preziosi. La presunta vittima si è costituita parte civile tramite l’avvocato Gianfranco Pilato. Le due imputate sono difese dagli avvocati Salvatore Cusumano e Ninni Giardina. L’udienza preliminare è in calendario il 27 marzo innanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli.

A Licata un uomo di 69 anni, senza fissa dimora, è stato picchiato e rapinato da un extracomunitario in corso Roma, nell’area di pertinenza della stazione ferroviaria. Gli ha rapinato il borsello con dentro 200 euro in contanti, il bancomat del reddito di cittadinanza, e il libretto postale. Poi l’immigrato è scappato. Sul posto sono intervenuti i Carabinieri. L’uomo è stato soccorso dai sanitari del 118 e trasferito all’ospedale “San Giacomo d’Altopasso”, dove i medici in servizio gli hanno riscontrato diversi traumi, con prognosi di 8 giorni. Indagini in corso.

Ad Agrigento venerdì nella Valle dei Templi una stele per Papa Giovanni XXIII “nel Giardino dei Giusti”. E sabato al museo “Griffo” il premio “Empedocle”.

Il Giardino dei Giusti

Ad Agrigento il prossimo 25 novembre, venerdì, alle ore 12, su iniziativa dell’Accademia di Studi Mediterranei, sarà riposta nel “Giardino dei Giusti” della Valle dei Templi, lungo la via Sacra, una stele in memoria di Giovanni 23esimo, Papa Angelo Roncalli, il “Papa Buono”. Ogni anno il “Giardino dei Giusti” si arricchisce di altri alberi e stele dedicati a personaggi che si sono resi protagonisti di gesti ed iniziative encomiabili in favore dell’umanità. Venerdì 25 novembre alle ore 9:15 monsignor Enrico Dal Covolo, presidente dell’Accademia di studi mediterranei, introdurrà i lavori nella sala conferenze di Casa Sanfilippo. Dopo i saluti delle autorità, tra cui il sindaco Franco Miccichè e l’arcivescovo Alessandro Damiano, saranno in scaletta diversi interventi di carattere soprattutto storico. Poi alle 12 nella Valle dei Templi la cerimonia della collocazione della stele. E poi sabato 26 novembre, nella sala Zeus del Museo archeologico regionale “Griffo”, alle ore 16, si svolgerà la cerimonia di consegna della 28esima edizione del premio internazionale “Empedocle” per le scienze umane in memoria di Paolo Borsellino, organizzato e assegnato dall’Accademia di studi mediterranei di Agrigento. I destinatari del prestigioso riconoscimento sono: il cardinale Luis Antonio Gokim Tegle, pro prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, l’ambasciatrice del regno del Marocco presso la Santa Sede, Rajae Naji, il

giornalista e scrittore Marco Roncalli, ed il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, per la sezione “Paolo Borsellino: Giustizia e legalità”. Tutti i premiati saranno impegnati in una “lectio magistralis”. Nella stessa occasione saranno consegnati riconoscimenti anche al prefetto Maria Rita Cocciufa, al questore Rosa Maria Iraci, al comandante provinciale dei Carabinieri Vittorio Stingo, al comandante della Guardia di Finanza Rocco Lopane, ed al comandante della Capitaneria di Porto, Antonio Ventriglia. La manifestazione sarà introdotta dal presidente dell’Accademia, monsignor Enrico Dal Covolo, e poi seguiranno i saluti delle autorità presenti.

La Procura Generale di Palermo ha proposto la conferma di quattro severe condanne inflitte dal Tribunale di Agrigento a quattro licatesi per torture e sevizie a disabili. I dettagli.

Lo scorso 10 dicembre, il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, a conclusione del giudizio abbreviato, riconoscendo anche il reato di tortura, ed è stata la prima volta in Sicilia, ha condannato a 9 anni di carcere Antonio Casaccio, 28 anni, poi 8 anni di reclusione sono stati inflitti a Jason Lauria, 27 anni, e 7 anni ciascuno a Gianluca Sortino, 25 anni, e Angelo Marco Sortino, 38 anni, tutti di Licata. Ebbene, adesso, in Corte d’Appello, il sostituto procuratore generale di Palermo, Carlo Lenzi, al termine della requisitoria, ha proposto ai giudici giudicanti la conferma delle quattro condanne inflitte in primo grado. A Licata, il 26 gennaio del 2021, i Carabinieri della locale Compagnia hanno eseguito degli arresti a carico di alcuni indagati di avere sequestrato, picchiato e umiliato, nella propria abitazione o in strada, delle persone disabili. In un’occasione, in strada, avrebbero legato con del nastro adesivo e picchiato con un bastone un disabile. E poi, lasciandolo legato, sarebbero andati via, e sarebbe stata una donna di passaggio a liberare il malcapitato. Poi avrebbero legato ad una sedia un altro disabile con un secchio in testa, e lo avrebbero altrettanto picchiato. In un’altra occasione ancora ad un disabile sarebbe stata gettata della vernice sul

volto, e una sostanza che gli avrebbe provocato poi la caduta dei capelli. Il tutto è stato filmato con i telefoni cellulari, e diffuso in rete, sui social network, con titoli di derisione. Stanchi delle vessazioni e dei pestaggi, sono state le stesse vittime a denunciare quanto accaduto, ed anche il padre di uno dei disabili ha raccontato agli investigatori quanto subito dal figlio. Il difensore di Antonio Casaccio, l’avvocato Giovanni Castronovo, nel corso della propria arringa, tra l’altro ha chiesto la riqualificazione del reato dal più grave di tortura al meno grave di lesioni, sostenendo inoltre l’insussistenza del reato di sequestro di persona. Il prossimo 30 gennaio sono in calendario le arringhe degli altri difensori, gli avvocati Santo Lucia e Giuseppe Vinciguerra, e poi la sentenza. Nel frattempo, nelle more di tale procedimento giudiziario, l’inchiesta dei Carabinieri è proseguita alla ricerca di altri presunti complici. Infatti, sono stati già identificati due minorenni ritenuti compartecipi delle sevizie. Si tratta di due 16enni presunti protagonisti il 24 marzo del 2021 di una violenta aggressione contro l’ex assessore del Comune di Licata, Paolo Licata, 63 anni, “colpevole” (tra virgolette) di averli rimproverati perché sorpresi a danneggiare vandalicamente la villa comunale “Regina Elena” a Licata. I due ragazzini avrebbero reagito colpendo l’ex assessore con un bastone, provocandogli ferite con prognosi di 30 giorni. Ed ancora più nel dettaglio, ai due giovanissimi si contesta di essere entrati nottetempo nell’abitazione a Licata di un disabile approfittando che fosse a letto a dormire. Lo hanno immobilizzato e, comprimendogli la testa con il piede e il collo sino quasi a soffocarlo, gli hanno tagliato i capelli con un rasoio elettrico cercando anche di bruciarglieli con un accendino, e scottandogli la pelle con una sigaretta. I due, inoltre, in un altro episodio sarebbero irrotti in casa di un uomo invalido e lo hanno schiaffeggiato, umiliato, gli hanno tirato la barba e gli hanno sputato addosso.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Sulla cassa della Regione Siciliana incombe lo spettro del giudizio di parifica della Corte dei Conti. Schifani e Falcone si difendono innanzi ai giudici contabili. Le prospettive.

Sulla cassa della Regione Siciliana, e di conseguenza sulle manovre di bilancio e finanziaria da approvare in Assemblea entro il 31 dicembre, incombe lo spettro del giudizio di parifica della Corte dei Conti. I magistrati contabili contestano l’avere disposto il pagamento a rate in 10 anni del disavanzo nel rendiconto del 2020, anzichè in 3 anni. Se la parifica, all’udienza del prossimo 3 dicembre, fosse negata a causa di ciò, bocciando il rendiconto del bilancio del 2020 firmato dall’ex assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, allora si tratterebbe di un colpo da ko per la contabilità di Palazzo d’Orleans. L’assessore all’Economia, Marco Falcone, si è appena difeso innanzi ai giudici contabili opponendo le proprie tesi, sostenute ovviamente anche dal presidente della Regione, Renato Schifani, che riferisce: “Nel corso dell’udienza di pre-parifica abbiamo rassegnato alla Corte i nostri chiarimenti e le necessarie, articolate controdeduzioni sui rilievi mossi a proposito del rendiconto 2020 della Regione. Rimaniamo fiduciosi, attendendo con serenità le decisioni della Corte. Ci stiamo prendendo cura dei conti della Regione nell’interesse dei siciliani”. Più nel dettaglio, l’oggetto della contesa è la spalmatura in 10 anni, anzichè in 3, per il pagamento di un maxi disavanzo da circa 1 miliardo di euro scoperto a fine 2018, e che comprende anche delle spese ritenute irregolari. In particolare, il disavanzo ammonta esattamente a 866.903.662 euro. E le spese irregolari, per 161.163.169 euro, riguardano il finanziamento delle autolinee pubbliche e private in forza di una legge poi dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale. Insieme ad altre contestazioni minori, il totale del debito che pesa adesso sul governo è di 1 miliardo e 100 milioni di euro. In dieci anni la Regione pagherebbe poco più di 100 milioni di euro all’anno. Se il 3 dicembre la Corte dei Conti boccerà la parifica, allora bisognerà sborsare in tre anni tre rate ciascuna da 366 milioni di euro, pregiudicando gravemente la capacità di spesa della Regione. Ecco l’incubo.

Giuliana Miccichè

Ad Agrigento il pubblico ministero, Paola Vetro, ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, anticamera della richiesta di rinvio a giudizio, ad Andrea Zabbarino, 23 anni, di Agrigento, indagato di lesioni personali gravi, assistito dall’avvocato Gianfranco Pilato. Lui, la sera del primo novembre del 2019, alla guida di una Citroen C4, s’è schiantato contro il muro di una villetta, in via Farag, nei pressi di Cannatello, e una delle due amiche a bordo con lui ha subito gravi ferite.

Innanzi al Tribunale di Agrigento il pubblico ministero, Cecilia Baravelli, ha proposto la condanna a 2 anni e 10 mesi di reclusione a carico di Cristian Poni, 42 anni, di Agrigento, imputato di maltrattamenti aggravati e stalking a danno della compagna. Lui, tra il maggio del 2019 e il luglio del 2020, avrebbe insultato, minacciato, e maltrattato la donna per impedirle di allontanarsi. In una circostanza lui l’avrebbe anche minacciata con un coltello.

Usura e mafia tra Villabate e Bagheria: il Tribunale di Palermo condanna 10 imputati, tra cui un avvocato poi collaboratore, nell’ambito dell’inchiesta “Araldo”.

Il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Palermo, Clelia Maltese, a conclusione del giudizio abbreviato, ha condannato 10 imputati nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta “Araldo”, sostenuta dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza, ruotante intorno a dei presunti usurai, “cravattari” che sarebbero stato favoriti dalla complicità di una funzionaria di “Riscossione Sicilia”. Lei, a conoscenza degli imprenditori in grave crisi economica, li avrebbe segnalati agli avvoltoi, cosicché loro piombassero sulle prede. Prestiti e tassi usurari al minimo del 140 per cento l’anno: e se poi non avessero pagato il debito, allora sarebbero intervenuti i “picciotti” del clan mafioso di Bagheria. Tra i condannati vi è l’ex avvocato Alessandro Del Giudice, 54 anni, che nel frattempo ha collaborato con i magistrati, al quale sono stati inflitti 5 anni e 2 mesi di reclusione anche per concorso esterno in associazione mafiosa ma con il riconoscimento delle attenuanti riservate ai collaboratori.

Giuseppe Scaduto
Atanasio Alcamo

Poi Giuseppe Scaduto, 76 anni, presunto capomafia di Bagheria, è stato condannato ad 1 anno di carcere e gli è stata restituita la libertà. Poi 5 anni e 8 mesi a Giovanni Di Salvo, 43 anni, ritenuto il capo della banda, 3 anni e 4 mesi all’imprenditore Simone Nappini, 50 anni, poi 3 anni e 2 mesi a Gioacchino Focarino, 70 anni, poi 2 anni e 8 mesi ad Antonino Troia, 58 anni. E poi hanno subito lievi condanne Giovanni Riela, 49 anni, 1 anno e 8 mesi, Antonino “Gino” Saverino, 67 anni, 6 mesi, Vincenzo Fucarino, 78 anni, 6 mesi, e Atanasio Alcamo, 46 anni, 4 mesi. Un solo imputato è stato assolto, Antonino Fiorentino. Nel processo l’associazione “Addiopizzo” ha assistito una vittima di usura che si è costituita parte civile e ha ottenuto un risarcimento di 4mila euro. L’avvocato Del Giudice sarebbe stato in collegamento con la funzionaria di “Riscossione Sicilia”, G V sono le iniziali del nome, che gli avrebbe fornito tutte le indicazioni su una quindicina di contribuenti in relazione ai loro debiti col fisco, ovvero le vittime a cui proporre i prestiti. “Io produco, me ne dai 2mila e produco 6mila”: così si vantava, intercettato, l’avvocato Del Giudice. Ed un suo stesso presunto complice, Simone Nappini, lo definiva “un delinquente”.

Del Giudice e Formoso

L’avvocato Del Giudice è stato coinvolto anche in un’altra inchiesta, la “Gioielli di famiglia”, da cui è emerso che sarebbe stato l’emissario del boss Pietro Formoso, trasferendo all’esterno del carcere anche i suoi “pizzini”.

La vicenda è ancora poco chiara ed ancora occorrono tanti elementi per determinare cosa in realtà sia accaduto la notte tra venerdi e sabato dinnanzi un locale della movida di Canicattì.

L’unica certezza è rappresentata dal ferimento di un giovane originario di Favara che si trova ricoverato all’ospedale Barone Lombardo.

Per questo motivo i poliziotti del commissariato di Canicattì, agli ordini del dirigente Francesco Sammartino, stanno indagando a trecentosessanta gradi per fare luce su quanto avvenuto. Al vaglio le immagini di alcune telecamere che insistono nella zona. Il fatto è avvenuto tra venerdì e sabato notte. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della locale Compagnia e il personale sanitario.