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È morto Eugenio Scalfari, fondatore de L’Espresso. Aveva 98 anni e nessuna paura di morire – il racconto

 

È stato un intellettuale, uno scrittore e il più grande giornalista italiano, a lui le figlie hanno dedicato un documentario intitolato “A Sentimental Journey“, dal nome dello standard jazz tanto amato da Eugenio Scalfari che spesso suonava al piano, oltre ad essere il nome  della poesia da lui scritta, inserita nel suo libro “L’oro del blu” dove fa capire perché nonostante l’età e nonostante gli acciacchi lui fosse sempre così allegro.

Fondatore de L’Espresso e de La Repubblica, esperto di politica ed economia, laico, liberale, sempre attento alla questione morale ed appassionato di filosofia. Figlio di genitori calabresi, ebbe come amico di banco, Italo Calvino.
Patriarca in famiglia, fece grandi battaglie per i diritti delle donne.

Si è spesso raccontato da solo, ha scritto un’autobiografia, ma i suoi libri parlano di lui, delle sue esperienze di vita e culturali.
Era il “suo modo di essere”, uomo di carattere e ha avuto molto influenza sulla sinistra italiana.

Uomo del secolo scorso, padre a volte ingombrante, narcisista eppure autentico, sempre in equilibrio.

Emozionato davanti alla sua prima macchina da scrivere, è stato innamorato del suo prossimo, di uomini, situazioni e della società.

Quando le sue figlie erano piccole, lui, sposato con Simonetta De Benedetti, intraprende un’altra relazione con una sua collega, Serena, che sposerà dopo la morte di sua moglie. Aveva due vite parallele e le due donne erano consapevoli dell’esistenza dell’altra ed accettavano questa situazione.

Aveva una voracità di vita, l’ha avuta fino alla fine, dichiarava di non aver paura della morte, si commuoveva sempre raccontando la sua vita, e quando in una intervista gli chiedevano cosa fosse per lui l’agiatezza rispose:

“poter lasciare la luce accesa senza preoccuparsi della bolletta che arriverà”.

Ezio Mauro di lui dice: “ha cercato di liberare la sinistra da qualche errore, ma anche da qualche orrore”.

Fu amico del Papa, e portò le sue figlie Enrica e Donata a Santa Marta a conoscerlo.
Lui scrisse un articolo nel quale diceva che il Papa voleva una società modernizzata.
A 89 anni realizzò un’intervista a Papa Francesco e fu uno scoop mondiale e questo influì sul suo ego. Ma quell’incontro si trasformò in una straordinaria amicizia e ogni volta che si sentivano, era per Scalfari meglio di una flebo di vitamine.

A suo nipote Simone, ha insegnato i valori dell’Europa, e a scherzare sulle reazioni della gente.

La grande curiosità verso il mondo esterno, fu il psicofarmaco che lo ha sempre reso un uomo allegro e felice, mentre analizzava e scansava il grumo delle contraddizioni.

Era convinto che l’uomo e la sua memoria cambia di continuo.
A 18 anni era un giovane fascista e interpretava Nietzsche come lo interpretavano i fascisti, ossia come l’uomo che aveva teorizzato il superuomo il quale era animato dalla volontà di potenza.
20 anni dopo lo rilesse, e capì che la sua lettura era parziale e faziosa e capì che la vita e la cultura è piena di contraddizioni.

 “Paura della morte non ce l’ho. Su questo punto la penso in modo identico a Papa Francesco che dice: io attendo la morte con tranquillità, perché ovviamente poi sarà Dio che dispone. L’unica cosa che prego è di non soffrire durante la morte”.

 

 

 

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