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Fiammetta Borsellino: “Diserteremo il 19 luglio”

 

Fiammetta Borsellino: “Diserteremo tutte le manifestazioni ufficiali per la strage di via D’Amelio fino a quando lo Stato non ci spiegherà cosa è accaduto davvero, non ci dirà la verità”.

Il prossimo 12 luglio i giudici del processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage Borsellino, in corso a Caltanissetta, si ritireranno in camera di consiglio per emettere la sentenza. Ebbene, alla vigilia, la figlia minore del giudice, Fiammetta Borsellino, è intervenuta alla presentazione del libro scritto dal giornalista Piero Melati, intitolato “Paolo Borsellino, per amore della verità”, che raccoglie le testimonianze della stessa Fiammetta, del fratello Manfredi e della sorella Lucia. Lei ha ribadito rammarico, sconforto ma non rassegnazione. E ha affermato: “Uno Stato che non riesce a fare luce su questo delitto non ha possibilità di futuro. Dopo 30 anni di depistaggi e di tradimenti noi non ci rassegniamo e continueremo a batterci perchè sia fatta verità sull’uccisione di nostro padre. E’ per questo motivo che la mia famiglia ha deciso di disertare le cerimonie ufficiali sulle stragi del ’92, e non a caso mia madre non volle funerali di Stato, proprio perchè aveva capito…”.

E poi Fiammetta Borsellino ha ricordato quanto accaduto nei mesi successivi all’attentato: “La mia famiglia fu oggetto di un vero e proprio ‘assalto alla diligenza’ da parte di uomini dello Stato. Emerse quasi la necessità di svolgere una sorta di vigilanza nei nostro confronti, di tenerci buoni, di controllarci. A casa mia, da quando è morto mio padre, è entrato chiunque. Ma se all’inizio questa presenza continua era giustificata come forma di attenzione, poi alla luce di tradimenti e depistaggi ci ha fatto capire che c’era una forma di controllo, una necessità di una sorta di stordimento. Davanti a una finta attenzione non c’è stato un giusto percorso di verità. Per noi l’unico modo di fare memoria era attivare un giusto percorso di verità. Invece abbiamo avuto solo tradimenti e verità distorte”. E poi ha aggiunto: “Ci sono uomini che lavorano per allontanare la verità sulla strage di via D’Amelio. Oggi questa verità è negata non solo alla mia famiglia ma a tutto il popolo italiano, il primo a essere stato offeso. Diserteremo tutte le manifestazioni ufficiali per la strage di via D’Amelio fino a quando lo Stato non ci spiegherà cosa è accaduto davvero, non ci dirà la verità: nonostante tutte queste celebrazioni si è fatto un lavoro diametralmente opposto su questo barbaro eccidio”.

Poi la Borsellino si è riferita alla lettera che il magistrato indagante all’epoca, Ilda Boccassini, inviò ai colleghi della Procura di Caltanisetta rilevando la non attendibilità del pentito Vincenzo Scarantino. E ha commentato: “Una vicenda così grave non può essere liquidata con una lettera. Mio padre mi ha insegnato che in questi casi si fanno denunce pubbliche. A me è sembrato più che altro un volersi mettere il ferro dietro la porta da parte della Boccassini. Peraltro era stata proprio lei ad autorizzare i dieci colloqui investigativi nel carcere di Pianosa nel corso dei quali Scarantino sarebbe stato torturato per costringerlo a rendere quelle false dichiarazioni”.

E poi Fiammetta Borsellino ha concluso: “Abbiamo avuto magistrati che non hanno fatto le verbalizzazioni dei sopralluoghi nei garage dove Scarantino diceva di avere rubato l’automobile esplosa in via D’Amelio. Se fosse stato fatto un verbale ci si sarebbe resi subito conto della inattendibilità di Scarantino che non sapeva neppure come si apriva il garage. Se non avessero delegato parti di indagine ai servizi segreti, se avessero esercitato quel controllo previsto dalla legge sugli organi investigativi, il depistaggio non ci sarebbe stato. Tutto questo non può avvenire sotto gli occhi di chi invece deve controllare e coordinare, cioè i magistrati. Se un medico avesse sbagliato una operazione di questo tipo sarebbe stato messo subito alle sbarre. Qui invece non si è avviata nessuna indagine, né sul piano disciplinare o penale. E quel poco che si era fatto è stato subito archiviato. C’era la volontà della magistratura di non guardare dentro se stessa, perché si doveva partire da quella frase che disse mio padre quando definì la Procura di Palermo ‘un nido di vipere’. Mio padre non è stato ucciso solo da Cosa Nostra, ma il lavoro di Cosa Nostra è stato ben agevolato da persone che sicuramente hanno tradito”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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