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“Depistaggio Borsellino”, requisitoria, severe condanne per tre poliziotti

 

La Procura di Caltanissetta invoca severe condanne a carico dei tre poliziotti imputati del depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio. I dettagli.

La Procura di Caltanissetta, dopo 70 udienze e l’ascolto di 112 testimoni al processo, ha concluso la requisitoria nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio contro il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, sono attualmente sotto processo, in primo grado a Caltanissetta, tre poliziotti, il funzionario Mario Bo, ex capo del gruppo d’indagine “Falcone – Borsellino”, e gli ispettori in pensione Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che si occuparono della tutela di tre falsi pentiti, Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci.

I tre poliziotti sono imputati di avere suggerito ai tre falsi collaboratori la versione da fornire agli inquirenti e i nomi da indicare quali responsabili della strage. La falsa verità, a cui tanti anni i giudici hanno creduto, è costata la condanna all’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati, e che si sono costituiti parte civile in giudizio. Ebbene, ecco le richieste: 11 anni e 10 mesi di reclusione a carico di Mario Bò, e 9 anni e mezzo di detenzione ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Il procuratore capo, Salvatore De Luca, e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto al Tribunale che sia riconosciuta anche l’aggravante di mafia. Lo stesso De Luca è intervenuto in occasione dell’ultima udienza riservata alle conclusioni della requisitoria condotta da Luciani. E ha dichiarato: “Io sono qui per testimoniare che le conclusioni di questa requisitoria non rappresentano il convincimento isolato di uno o due pubblici ministeri di udienza. Tutta la Procura di Caltanissetta le condivide. I plurimi e gravi elementi depongono tutti nel senso che il depistaggio ha voluto coprire delle alleanze, delle cointeressenze di alto livello di Cosa Nostra. Tutti sapevano alla ‘Guadagna’ che Scarantino era un delinquente di serie C. Invece i servizi segreti lo dipinsero in un’informativa come un grosso pregiudicato dalle parentele criminali illustri: o non hanno saputo fare il proprio mestiere oppure c’era dell’altro. E’ impensabile che i servizi di informazione, facendo il loro mestiere, cioè acquisendo informazioni sul territorio, non avessero capito che Scarantino era, per citare l’ex pubblico ministero Fausto Cardella, uno scassapagliaro di modestissimo spessore criminale”.

E il pubblico ministero Luciani ha aggiunto: “C’è stata un’anomala accelerazione per la bomba di via D’Amelio, che non era funzionale agli interessi di Cosa Nostra. I tempi erano invece funzionali ad ambienti esterni ai boss mafiosi. La strage di via D’Amelio presenta degli elementi che ci inducono a ritenere cointeressenze di queste collusioni. Sono presenze esterne che erano interessate all’agenda rossa di Paolo Borsellino. Quando Lucia Borsellino si accorse, nel novembre del 1992, che nella borsa del padre non c’era l’agenda rossa, uscì dalla stanza in cui c’era l’allora capo della Squadra mobile, Arnaldo La Barbera, sbattendo la porta. E La Barbera disse alla madre, la signora Agnese Piraino, che la figlia aveva bisogno di un supporto psicologico, perché delirava. Ma l’agenda rossa era scomparsa davvero.

Il capitano Giovanni Arcangioli, che prese la borsa di Borsellino dall’automobile Fiat Croma ancora in fiamme, non ha mai chiarito la circostanza sulla borsa. Tutto questo è inaccettabile e incredibile sotto ogni punto di vista, lo si dica una volta per tutte. Poi fu un ispettore di Polizia a prendere nuovamente la borsa e a portarla alla Squadra mobile. Lì dove restò per mesi, nella stanza di La Barbera, in bella mostra sul divano di colore beige. Non è mai apparsa ufficialmente negli atti, perché manca un verbale di sequestro. Una vicenda incredibile”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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