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“Il potere del cane” di Jane Campion vince l’Oscar per la miglior regia: È un film ricco di significati

 

Un film che era candidato a 12 Oscar ma ne vince solo uno.
È un film che ti si svela piano. Un film affascinate e complesso.
Adattato sull’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage, racconta  -in oltre due ore – la storia di tre uomini, ognuno dei quali ha un passato che scalpita, che si manifesta attraverso comportamenti le cui motivazioni si comprendono un po’ alla volta.
E poi il ruolo della donna che esce dal binario di colei che sta accanto, e diventa spina nel fianco, ma che su di sé vive un tormento che si trascina dietro e che la rende vittima ed infelice, malgrado un nuovo matrimonio che la tira fuori dal ruolo di vedova e madre.
Il suo passato non è “passato” abbastanza e le crea un disagio costante.

Una sorta di sofferenza attraversa tutto il film nascosta dentro cose non dette, che lo spettatore scopre un passo alla volta scavando dentro ciò che apparentemente caratterizza i personaggi. Inconscio, tutto ciò che non si è rimosso, e poi l’eros raccontato sottilmente e l’aggressività che è figlia diretta della frustrazione.

Per quasi tutta la visione ci si chiede perché il film si intitoli “Il potere del cane” e solo sul finale si scopre avere a che fare con un versetto biblico, con il tradimento e la crocifissione di Gesù.
Ma vi è anche una immagine che si palesa agli occhi di chi “sa guardare” le colline che dominano in Montana.
Un cane si intravede, un cane che fa parte di un branco e che vive pulsioni e spirito di sopravvivenza.

Nel film vi è odio represso e amore nascosto. Vi è vendetta e solitudine, in un film corale nel quale ognuno interpreta paure e insicurezze.

Montana, 1924, nelle pianure del vecchio west, dove due fratelli George (Jesse Plemons) e Phil (Benedict Cumberbatch), completamente diversi in fisico, carattere ed identità, approcciano al cambiamento che sta arrivando, alla modernità che vorrebbe tirarli fuori dalla rozzezza in cui sono cresciuti. Ci sono locande che mostrano tovagliato raffinato, fiori di carta sui tavoli e pianoforti da suonare e musica da ballare.

Phil, il più giovane, il più colto ed il più bello, è anche quello più tormentato, rimasto intrappolato in quel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, un tempo impreziosito dalla presenza nella sua vita di un amico, un mentore, un amore, Bronco Henry, che gli ha insegnato a cavalcare, a diventare uomo e a nascondere la sua omosessualità ostentando un machismo che non gli appartiene.
Figura centrale in contrapposizione al fratello, che vive senza slancio e mai fuori dalle righe, uomo mite che sposa Rose (Kirsten Dunst), per non sentirsi più solo,  dopo essersi sentito solo per una vita intera. Lei, in rotta con il cognato, del quale vede solo il narcisismo, e che a sua volta la detesta perché gli ricorda che in lui alberga una parte femminile che ha sempre dovuto nascondere, considerato anche il suo ruolo da “capo branco” nel ranch di famiglia.
E poi Peter (Kodi Smit-McPhee), figlio di Rose, che appare in principio come l’anello debole della narrazione ma che a poco a poco mostra la sua reale natura.
Vittima di una storia finita tragicamente con la morte per suicidio di suo padre che era un alcolista, si trova a dover gestire una nuova vita dove il rapporto non è più a due, con sua madre, ma c’è la presenza di altri due uomini che hanno però posizioni differenti rispetto al suo modo di concepire la nuova esistenza. Prima denigrato e schernito da Phil che offende la sua parte “delicata”, finisce poi sotto la sua ala protettrice, trovando in quell’uomo così scontroso il suo mentore, per poi entrare letteralmente in quello spazio privato ed invalicabile della sua intimità.
Sarà Peter a prendere il ruolo del personaggio brutale e sottilmente sadico. Ben lontano da come il personaggio si mostra allo spettatore sul principio della narrazione, finirà per “intrecciare” ricordi nefasti con quel finale che non ci si aspetta.

La regia è da Oscar, è concepita per porre lo spettatore accanto ai personaggi, nella penombra degli interni e gli esterni luminosi, dietro spighe di grano, in groppa ad un cavallo, tra mosche e mandrie, tra mani insanguinate e corde che si intrecciano, come le vite dei protagonisti. Jane Campion con rigore ci insegna ad osservare, a saper guardare i dettagli, a “farci caso”, a passare dentro le forme rigide di interni per poi rifiatare nei panorami colorati di giallo oro e di marrone, che profumano di terra e di oblio.

 

 

 

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