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“Sorella Sanita”, le motivazioni delle condanne

 

Il giudice Clelia Maltese deposita le motivazioni della sentenza di condanna in abbreviato nell’ambito dell’inchiesta “Sorella Sanità”. I dettagli.

Lo scorso 5 agosto, il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Palermo, Clelia Maltese, a conclusione del giudizio abbreviato, ha condannato 7 imputati e ne ha assolto uno nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta “Sorella Sanità”. Sono stati inflitti 6 anni e 8 mesi di reclusione ad Antonio Candela, 56 anni, di Palermo, ex manager dell’Azienda sanitaria provinciale di Palermo, ed ex responsabile della Cabina di regia regionale per il contrasto al covid in Sicilia. E poi 6 anni e 6 mesi a Fabio Damiani, ex manager dell’Azienda sanitaria di Trapani e responsabile della Centrale unica di committenza degli appalti. E poi 5 anni e 8 mesi a Giuseppe Taibbi, ritenuto il “faccendiere” di riferimento di Candela, poi 5 anni e 10 mesi a Roberto Satta, responsabile operativo della “Tecnologie Sanitarie Spa”, poi 7 anni e 2 mesi a Francesco Zanzi, amministratore delegato della stessa società, poi 5 anni e 10 mesi a Salvatore Navarra, ex presidente del consiglio di amministrazione di “Pfe spa”, e 4 anni e 4 mesi al “faccendiere” Salvatore Manganaro, di Canicattì, ritenuto il referente di Fabio Damiani per gli appalti. Unico assolto è stato Angelo Montisanti, responsabile operativo per la Sicilia della società “Siram”. A Manganaro e Damiani è stata riconosciuta l’attenuante per avere collaborato con la magistratura.

L’indagine della Guardia di Finanza, sfociata negli arresti il 22 maggio del 2020, ruota intorno a presunte tangenti milionarie che sarebbero state incassate da burocrati della sanità per agevolare le imprese interessate ad appalti, del valore complessivo di oltre 600 milioni di euro, da assegnare per lo svolgimento di servizi e l’erogazione di forniture. Ebbene, adesso il giudice Clelia Maltese ha depositato le motivazioni della sentenza e delle sette condanne. Tra le 800 pagine la Maltese ha scritto: “E’ stata una ‘partita a scacchi’, giocata a colpi di tangenti e favori. Le nomine nella sanità, decise dalla politica, sono state merce di scambio, utilità del patto corruttivo. Fabio Damiani si destreggiava durante il lungo tempo in cui si sono svolti i lavori della commissione degli appalti da lui diretta, guidato sapientemente da Salvatore Manganaro che curava e manteneva contemporaneamente rapporti con soggetti rappresentanti di distinte aziende partecipanti alle gare. E Manganaro guidava Damiani, che gli forniva tutta la documentazione delle gare, affinché vincesse un’impresa piuttosto che un’altra. Si faceva credere a tutti che era pronto l’aiutino per vincere la gara, in spregio a qualunque principio e regola di buona amministrazione”.

E poi ancora: “Ivan Turola, rappresentante di una società di consulenza e servizi per le aziende, che lo scorso 4 febbraio ha patteggiato la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione, è stato favorito in una gara in cambio dell’interessamento dello stesso Turola per la nomina di Damiani a direttore dell’Azienda sanitaria provinciale di Trapani. Anche questa è un’utilità del patto corruttivo. In questo caso non era una utilità economica, forse comunque garantita a Manganaro nella misura di 250.000 euro, ma l’opera di mediazione posta in essere da Turola, con agganci politici determinanti, al fine di procurare a Damiani la nomina come dirigente di un’azienda ospedaliera”. Poi, ancora tra l’altro, Clelia Maltese si sofferma sui rapporti tra Antonio Candela e l’imprenditore Giuseppe Taibbi, il quale avrebbe ricevuto favori da Candela in cambio di soldi.

E dalle motivazioni emerge: “Non importa conoscere l’ammontare complessivo delle tangenti, ma i pagamenti ci sono stati. Taibbi avrebbe più volte prelevato soldi al bancomat prima di salire a casa di Candela. Candela ha agito con spregiudicatezza per consentire a Taibbi di guadagnare. Erano amici e lo dimostra il fatto che quando a Candela non fu rinnovato l’incarico di manager da Musumeci, Candela e Taibbi dicevano: ‘Ci ha preso in giro, ci siamo fidati, ci hanno ammazzato’. Parlavamo al plurale, emblema del fatto che i due agivano come membri di un’unica compagine. Taibbi pensò di mettere in atto un’attività di dossieraggio avente ad oggetto anche il presidente della Regione, i cui contenuti sarebbero stati anche trasmessi ad esponenti del Governo nazionale. Si trattava di attività intimidatoria che avrebbe a suo dire permesso a Candela di ottenere la nomina alla carica di assessore regionale. Candela non stoppò le intenzioni di Taibbi, ma, al contrario, le avrebbe avallate pronunciando le parole: ‘ma tu non mi devi dire: se tu vuoi. Tu, per il rapporto che noi abbiamo, tutto quello che tu puoi fare fallo, mi segui? Non mi devi dire se’. Quel giorno cadde per l’ennesima volta la maschera di Candela, insignito commissario straordinario, noto per la sua solo apparente specchiata moralità”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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