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La Palestina non fa più notizia. Non si tratta di stare da una parte o dall’altra, ma dalla parte dei diritti umani

 

Il problema è quasi sempre della comunicazione.

E così per dovere di cronaca, faccio una chiacchierata con chi quella terra la conosce, la vive, la ama, ed ha l’indispensabile lucidità e obiettività, sulla vicenda. Perché sembra che la storia, ce la si sia dimenticati.

La Palestina, la Terra Santa, Gerusalemme così lontane da non poterle toccare, ma così vicine, se solo ci fosse chi quella terra la sapesse raccontare, e non solo nelle feste raccomandate (Natale, Pasqua), non solo in casi sporadici, non solo con notizie frammentarie.

I cronisti spesso, peccano di superficialità, gli inviati non sempre sanno riportare i fatti, quasi sempre perché farlo con dovizia di particolari significherebbe dover prima studiare dai siti arabi, informarsi in maniera approfondita, “vivere” alcune realtà che è molto più che inviare una velina, con su appuntate mezze verità.

C’è grande confusione sulle notizie, e la Palestina non fa più notizia.

E non si tratta di stare da una parte o dall’altra, ma si tratta di stare dalla parte dei diritti umani.

Forse non tutti sanno che da tempo tantissime famiglie di un quartiere di Gerusalemme, che si chiama Sheikh Jarrah, hanno ricevuto la comunicazione di sfratto, dovrebbero lasciare immediatamente le loro case, luoghi dove poi Israele costruirà altre case da dare agli israeliani. Quella gente ovviamente, da casa propria non vuole andar via e così hanno incominciato una protesta autonoma, ogni sera, con alcuni giornalisti che hanno poi incominciato a parlare di questa vicenda.

Ogni giorno c’è un morto, un ferito.
Ogni venerdì da un anno, i palestinesi  manifestano con una marcia di protesta nei territori occupati, proprio per questa situazione dell’espropriazione dei terreni, ma difficilmente sentiamo queste notizie ai Tg, compreso il numero dei feriti negli scontri.

Se cresce la rabbia, giunge sempre la violenza.

Lo sapevate che quando ci sono stati gli scontri nella spianata delle moschee, la Mezzaluna Rossa  è stata bloccata dai soldati israeliani, impedendo dunque il raggiungimento dei feriti da parte dei soccorritori, violando un diritto internazionale?
Anche la comunità europea, dovrebbe prendere atto di questa violazione.

Massimo rispetto per tutte e due le popolazioni, sempre, ma la conta dei morti pesa ogni volta da parte dei palestinesi.
Chi come Pina Belmonte, ha prestato servizio per anni ed anni in quei luoghi, anche per amore di quella terra e quella gente, sta dalla parte dei palestinesi, ma non dalla parte dei politici palestinesi, che sono i primi che hanno dimenticato i palestinesi stessi. Presidenti, ambasciatori, fanno comunicati stampa per denunciare la violazione dei diritti umani, ma l’autorità nazionale palestinese, non ha fatto mai gli interessi dei palestinesi.

Se si prova a parlare con i palestinesi su 10, 9 di loro non si sentono rappresentati dall’autorità nazionale palestinese.

Oggi leggere comunicati che parlano di “programmi internazionali, per difendere la gente“, da parte dell’autorità nazionale, fa un po’ sorridere.

I palestinesi abbandonati da tutti, dalla comunità internazionale, dai politici, scuotono la testa, quando sentono parlare il loro presidente.

Il lancio del razzo di Hamas per loro è stato come un segnale: “forse ancora qualcuno si ricorda di noi”.
Hamas però ha i missili, se lancia un razzo, e poi provoca 100 200 300 morti e centinaia di feriti, non può dire di amare i palestinesi.

Stare dalla parte dei palestinesi, della gente palestinese, non solo quando ci scappano i morti.
Sono più di 70 anni che esiste questa condizione, non è iniziata ieri, come sembra (visto come vengono montati i servizi dei Tg) e forse qualcuno lo ha dimenticato, sia la classe dirigente, sia il mondo, sia i giornalisti.
Chi è stato lì, ha visto ogni giorno accadere qualcosa di brutto, e i palestinesi vivono come estranei in casa loro. Ma ci pensate che per spostarsi da una zona all’altra della stessa terra, devono chiedere il permesso al governo israeliano che gli concede una sorta di visto che dura un mese o poco più?  Israele mantiene il controllo primario sui confini, lo spazio aereo, il movimento di persone e merci, la sicurezza e il registro dell’intera popolazione, che a sua volta impone questioni legali, status e idoneità per ricevere carte d’identità.Questo mentre noi con un visto di tre mesi, andiamo in qualunque parte del mondo, come turisti.

Ora la situazione è drammatica. I giornali danno i numeri (dei morti).
E gli appelli, alla fine li fanno i parroci, i volontari, coloro che aprono le parrocchie per chi non ha più una casa.

La patria deve essere per tutti, sennò non vale. 
Mai dalla parte della violenza, ma la conta dei morti pesa sempre da una parte.
Gli israeliani terrorizzati si rifugiano dentro i bunker.
I palestinesi i bunker non li hanno e stanno nelle loro case, gridano “Allah akbar”(Dio è Grande) sperando di non morire.

Tra poco tutto tornerà nel dimenticatoio, ma la gente resterà senza casa, senza figli. Sembrano cose scontate, ma le persone che abitano i social e che sporadicamente guardano i Tg,  non sanno nulla di quel che realmente accade perché la comunicazione da quei luoghi non arriva in maniera idonea rispetto alla realtà. Le scene vere, andrebbero viste in tutto il mondo, non censurate per salvaguardare l’umore del singolo, per non urtarne la suscettibilità. E non solo quelle di quando scoppiano le guerre che fanno saltare all’aria tutto e sono visivamente comprensibili.

C’è anche la questione della mediazione – mi racconta la mia interlocutrice. Senza mediatori, sono abbandonati a se stessi. E non dimentichiamo che in Palestina c’è ancora la pandemia da coronavirus, non è come in Israele che sono tornati alla quasi normalità.
Il virus ha spostato gli occhi del mondo altrove, non certo sulla Palestina, lasciata sola, senza turisti e senza osservatori internazionali che in qualche modo servivano a quella terra a “respirare” e a non restare in balìa degli israeliani … insomma senza testimoni.

Così scrivono da Gaza:

Restare calmi è un atto eroico.
Siamo qui, a ricevere le bombe e assistere alla distruzione. Stiamo qui assistendo a una delle più grandi ingiustizie del mondo, generazione dopo generazione. Non chiediamo la simpatia di nessuno. Vogliamo solo che il mondo ascolti e impari con mente e cuore aperti. Perché coloro che sanno già tutto e hanno il controllo non sono abbastanza coraggiosi da affrontare la verità e fare il cambiamento. La storia sarà comunque scritta. Anche la vita andrà avanti comunque, con o senza di noi.

E per chi avesse dimenticato la realtà, quella che i cronisti non sempre raccontano attraverso immagini, servizi, reportage, è che ad oggi tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, in un’area che comprende Israele e il territorio palestinese occupato – quest’ultimo composto dalla Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est  e la Striscia di Gaza – Israele è l’unica potenza di governo. L’obiettivo di mantenere il controllo ebraico israeliano sulla demografia, il potere politico e la terra, ha guidato a lungo la politica del governo.  Ed è nel tentativo di  perseguire questo obiettivo, che le autorità hanno espropriato, confinato, separato con la forza, e soggiogato i palestinesi in virtù della loro identità a vari gradi di intensità.  In alcune aree, queste privazioni sono così gravi da equivalere ai crimini contro l’umanità dell’apartheid e della persecuzione.

Alcune ipotesi dicono che l’occupazione è temporanea, che il “processo di pace” porterà presto la fine agli abusi israeliani, che i palestinesi hanno un controllo significativo sulle loro vite in Cisgiordania e Gaza e che Israele è una democrazia egualitaria all’interno  i suoi confini. 

Ma questa non è la realtà. La realtà è che esiste un radicato dominio discriminatorio di Israele sui palestinesi. 

Scriveva ieri Ibrahim Faltas da Gerusalemme:

Da quando sono iniziati gli scontri a Gerusalemme, alla porta di Damasco e alla spianata delle moschee, la protesta e la violenza si è scatenata tra la popolazione con più di 200 focolai di rivolta tra città e villaggi in tutto il Paese. Stiamo assistendo inermi, ad una violenza inaudita  uomo contro uomo, una violenza che sta esplodendo con tutta la rabbia da entrambi le parti, giovani israeliani e giovani arabi, forse ereditata dal grande fallimento delle risoluzioni applicate nel 1967, e dall’indifferenza della comunità internazionale di trovare una soluzione per il conflitto tra Israele e Palestina, che sembra ormai arrivato ad un tragico bivio: siamo sull’orlo di una guerra civile.
È scoppiato l’ennesimo conflitto in Medio Oriente con tutta la sua inaudita violenza dei bombardamenti tra Gaza e Israele, dove assistiamo inermi alla distruzione di case, di famiglie costrette ad abbandonare tutto, di tanti feriti e morti da entrambi le parti, e in contemporanea scoppia una guerra fatta di parole e notizie, che impatta in maniera altrettanto grave sulla vita delle persone che stanno vivendo questa tragedia […] In Cisgiordania vivono i palestinesi, possono essere cristiani o musulmani, e hanno un passaporto palestinese. A Gerusalemme, oltre ai cittadini israeliani, vivono i palestinesi, che non hanno nessun passaporto: possono avere una carta d’identità di Gerusalemme, se sono arabi del “67, oppure un lasciapassare.  Questo è  il mosaico di una popolazione che vive nello stesso territorio, ma che non ha gli stessi diretti.
Cosa sta accadendo ad Haifa, Nazareth, Ramle, Lod, Cana, Askelon Tel Aviv in Israele, e a Nablus, Bethlemme, Jenin, Betania, Hebron in Palestina, e in tante altre città? E’  scoppiata una vera guerriglia, un Inferno! Auto bruciate, linciaggi, incendi alle abitazioni, alle sinagoghe, ai luoghi di culto, il lancio di sassi sulle auto di passaggio, causando molti morti e feriti gravi. Una vera guerra di violenza tra coloni ebrei e arabi israeliani, nelle città israeliane, e lo stesso avviene nelle zone occupate della Cisgiordania.
La strada, è diventata il teatro di una guerra a colpi di bastoni e di sassi, mentre veniamo informati dettagliatamente delle strategie di guerra tra Hamas e Israele, che hanno già fatto molte vittime, non ci si sta rendendo conto del pericolo che il Paese sta correndo. La gente ha paura a uscire di casa, per timore di subire violenze, perché sei arabo, o se sei ebreo, rischi anche di morire!
Non è una guerra solo tra Israele e Hamas, come è stato nelle precedenti Intifada tra Israele e Cisgiordania, dove le parti possono decidere di cessare il fuoco e trovare un accordo.
Qui siamo di fronte a una popolazione inferocita, da entrambi le parti, che sta cercando di farsi giustizia da sola, e dove non c’è nessun interlocutore.
Faccio un appello a tutti i capi di stato, di invitare a far cessare il fuoco tra Hamas e Israele, e di intervenire con rapidità a riportare l’ordine nelle strade e nella popolazione ormai sfiduciata da lunghi anni di conflitto. 

E adesso con le bombe di Israele su Gaza che hanno distrutto il grattacielo sede di Al Jazeera, la dittatura vuole mettere a tacere tutto, anche ciò che il mondo deve sapere. Nessuno è al sicuro in quella terra.

Basta guerra.
La patria deve essere per tutti, sennò non vale.

Simona Stammelluti 

 

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