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La Cassazione, accogliendo le argomentazioni difensive degli avvocati Giovanni Castronovo, Daniela Posante, Giacinto Paci, Chiara Proietto e Antonella Arceri, ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dai sostituti procuratori della Repubblica di Agrigento, Alessandro Russo e Paola Russo, che hanno riproposto la richiesta di arresto ai domiciliari dell’intero nucleo familiare Sferrazza e della commercialista agrigentina Graziella Falzone, nell’ambito dell’inchiesta sul presunto crack del gruppo commerciale “Pelonero”. Già il 18 agosto scorso il Tribunale del Riesame ha annullato gli arresti ai domiciliari disposti dal Tribunale di Agrigento il 30 luglio precedente, ritenendo insussistente il reato di associazione a delinquere e la non attualità delle esigenze cautelari. Adesso ciò è stato confermato dalla Cassazione.

Screening a campione sugli studenti e test mensili sul personale scolastico per contenere la diffusione del virus in Sicilia. È la strategia messa in campo dal governo Musumeci per garantire controllo e sicurezza nella ripresa delle attività scolastiche in presenza anche nelle scuole superiori. Una circolare dell’assessorato regionale della Salute, in accordo con l’assessorato regionale dell’Istruzione, è stata inviata ai direttori generali delle nove Aziende sanitarie provinciali, ai commissari Covid di Catania, Messina e Palermo, all’Anci Sicilia e al direttore dell’Ufficio scolastico regionale, per avviare adeguati strumenti in grado di monitorare l’evoluzione dell’epidemia e potenziare le capacità del sistema sanitario di intercettare e tracciare tempestivamente eventuali focolai.

Le Asp sono chiamate a predisporre piani di sorveglianza e di screening per il contenimento del contagio, attraverso una sorveglianza attiva sulla popolazione scolastica tramite le Unità speciali di continuità assistenziale scolastica (Uscas).

Nella sola giornata di ieri si sono verificati tre sbarchi in poche ore.
Tra la notte e le prime ore dell’alba sono approfati 169 migranti: 70, poi 25 e infine 74, tutti gruppi di varia nazionalità, trasferiti all’hotspot di contrada Imbriacola. E questi seguono ai 300 che già erano giunti tra mercoledì e giovedì appena trascorsi. Nella struttura ci sono al momento 288 ospiti, contro la capienza prevista di 192 e tra questi ci sono 105 minori non accompagnati.
130 sono stati imbarcati sulla nave quarantena Allegra, che si trova in rada a Lampedusa, e invece 150 in traghetto di linea per Porto Empedocle.

E intanto un altro barcone con 67 migranti di varia nazionalità è stato altresì intercettato nella acque antistanti Lampedusa

I carabinieri allertati dai medici dell’ospedale lo trovano in giro per Mazara del Vallo. E’ un paziente di 34 anni di Marsale, che è scappato dal reparto Covid dell’ospedale di Abele Ajello. I militari sono riusciti a scongiurare il peggio, e dopo aver ascoltato alcuni testimoni, sono riusciti a ricostruire tutti i contatti avuti dall’uomo, aiutati anche dai filmanti delle telecamere di videosorveglianza installati nella zona

 

 

Conclusa la prima settimana di zona arancione, il comune di Agrigento ha come obiettivo ridurre il rischio di assembramenti e stazionamenti soprattuto in aree individuate in Via Atenea, lungomare Falcone Borsellino nel tratto tra viale Viareggio e Piazzale Giglia, compresi i giardinetti di Via Nettuno.
Un’ordinanza studiata e firmata dal sindaco Franco Miccichè che veste il ruolo anche di autorità sanitaria locale, al fine di garantire “un particolare controllo da parte delle forze dell’ordine durante l’arco della giornata, che miri a scoraggiare tali fenomeni”.
Il provvedimento sarà vigente dal prossimo 8 febbraio fino al prossimo 21 febbraio, impone un divieto di assembramenti in quelle zone della città “a particolare rischio di diffusone Covid-19 considerato che nelle stesse si creano “occasioni di concentrazione e aggregazione di persone che possono favorire, per la loro naturale dinamicità, un’attenuazione, anche involontaria, del grado di osservanza sia delle misure riguardanti il distanziamento interpersonale, sia del divieto di assembramento”.
 

I Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Agrigento, hanno arrestato due ventenni, trovati in possesso di un pacco, ricevuto tramite corriere, contenente 500 grammi di sostanza stupefacente tipo hashish.

I dettagli saranno condivisi nel corso della conferenza stampa alle ore 10:30, tenuta dal comandante della Compagnia, Capitano Marco La Rovere.

Il sindaco di Agrigento, Franco Miccichè, interviene a seguito delle segnalazioni di presunto inquinamento ambientale ad opera di un impianto industriale operativo in contrada Piano Gatta. Miccichè afferma: “Subito dopo il mio insediamento, per mio riscontro personale e per le numerose sollecitazioni ricevute, nella mia duplice veste di responsabile della salute pubblica e di medico di Igiene pubblica, mi sono recato all’Arpa di Agrigento a chiedere la documentazione relativa allo smaltimento dei fumi dello stabilimento di Laterizi di contrada Piano Gatta. Balza, infatti, agli occhi di tutti la forte emissione di fumi che proviene da questo impianto, cosa che viene ritenuta segnale di un probabile inquinamento dell’aria. Apprendo in quella sede che l’Arpa di Palermo aveva già effettuato un sopralluogo ispettivo nello stabilimento per verificare l’adeguamento degli impianti di smaltimento dei fumi in emissione in relazione alla vigente normativa. E nelle ultime ore l’Arpa di Agrigento ha effettuato, sempre su mia sollecitazione, un ulteriore campionamento dell’aria circostante lo stabilimento. Pertanto, sono ora in attesa di ricevere sia la relazione dell’Arpa di Palermo, relativa al pregresso sopralluogo per verificare se sono state apportate quelle modifiche prescritte a suo tempo per consentire lo svolgimento dell’attività produttiva della struttura, e sia di quest’ultimo campionamento effettuato adesso. Di tutta questa vicenda mi sono già premurato di informare sua eccellenza il Prefetto che a sua volta rimane in attesa dello svolgimento delle indagini dell’Arpa di Palermo e di Agrigento per eventuali provvedimenti da adottare a difesa della pubblica incolumità”.

Con la formula del decreto penale di condanna, con pene pecuniarie comprese tra i 3.800 e i 7.200 euro, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, ha condannato 15 imputati di furto aggravato dall’utilizzo di un mezzo fraudolento. Si tratta dei 15 automobilisti che, approfittando di un guasto ad un distributore di benzina a Licata, in piazza Linares, avrebbero riempito il proprio serbatoio gratuitamente, anche per tre volte. Le telecamere di video-sorveglianza hanno registrato le immagini col numero di targa delle auto. Da qui l’identificazione e la condanna.

Al processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio risponde uno degli imputati. Le dichiarazioni del poliziotto Fabrizio Mattei.

Nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio contro il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, sono attualmente sotto processo, in primo grado a Caltanissetta, tre poliziotti, il funzionario Mario Bo, ex capo del gruppo d’indagine “Falcone – Borsellino”, e gli ispettori in pensione Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che si occuparono della tutela di tre falsi pentiti, Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci. I tre poliziotti sono imputati di avere suggerito ai tre falsi collaboratori la versione da fornire agli inquirenti e i nomi da indicare quali responsabili della strage. La falsa verità, a cui tanti anni i giudici hanno creduto, è costata la condanna all’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati e adesso parte civile. Ebbene, adesso uno dei tre imputati, Fabrizio Mattei, è intervenuto al dibattimento sotto esame dei magistrati, e, a domande rispondendo, ha dichiarato: “Sono entrato nel gruppo Falcone-Borsellino nel dicembre del 1992 e ci sono rimasto fino a giugno 1995 quando sono stato trasferito alla sezione di polizia giudiziaria di Palermo. Io mi relazionavo con l’ispettore Ricerca e lui si relazionava con i funzionari. Non mi sono mai occupato della strage di via D’Amelio, ma solo di quella di Capaci. Non sono mai andato a Caltanissetta dai magistrati. A San Bartolomeo a Mare, ovvero la località protetta in cui viveva Scarantino, avevamo il compito della scorta alla famiglia, con assistenza alla moglie e ai bambini, e a Scarantino quando andava a Genova. Per qualsiasi problema al di fuori del nostro servizio andavamo alla questura di Imperia. Ci andavo ogni giorno, mi facevo vedere, mi sembrava un atto doveroso quello di farsi vedere visto che eravamo in un’altra città. Da marzo a maggio del ’95 non sono più andato a San Bartolomeo a Mare. Vincenzo Scarantino ce l’aveva sempre con la vigilanza, soprattutto perché era geloso della moglie e sosteneva che gli agenti la guardassero. Lui parlava di altri problemi ma non di argomenti relativi alla collaborazione con la giustizia, cosa di cui con lui non ho mai parlato. Visto che era troppo geloso, quando la moglie doveva uscire la lasciavamo uscire con la collega. Quando la moglie non c’era dovevamo rimanere con lui. Senza motivo non rimanevamo mai in casa. La nostra era una presenza saltuaria. Andavamo la mattina a prendere i bambini per portarli a scuola. Neanche entravamo. Con noi Scarantino non parlava mai di telefonate. Le nostre interlocuzioni erano legate ai problemi della vita quotidiana. A volte trovavo una scusa per vedere come stava la moglie, perché la picchiava ed ero preoccupato per lei e per i bambini. A parte questo non avevo con lui alcuna confidenza. Non era persona con cui si poteva averla”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il Gip Stefano Zammuto, si è espresso circa la convalida dei fermi dell’operazione “Xydi” e ha motivano il provvedimento che conferma il carcere per l’avv. Angela Porcello, accusata di aver avuto un ruolo direttivo nella famiglia mafiosa oltre ad aver custodito la cassa dell’organizzazione criminale.

Nelle motivazioni: “un avvocato penalista capacità professionali non comuni che, col tempo, ha dismesso la toga per trasformarsi, in forza della sua cultura e delle specifiche competenze tecniche, in una sorta di consigliori della consorteria mafiosa”.
Zammuto si esprime anche contestando la tesi difensiva della donna  – che durante l’interrogatorio aveva detto al giudice di “aver agito solo come avvocato e solo per proteggere il compagno da iniziative giudiziarie -scrivendo che è merso che la Porcello ha strumentalizzato la sua nobile professione”, assumendo mandati difensivi solo per dare protezione ai mafiosi una volta diventati suoi clienti.

Il gip prosegue: “L’avvocato ha sfruttato ufficiali di polizia giudiziaria compiacenti a lei legati per acquisire informazioni coperte da segreto finalizzate ad eludere le investigazioni giungendo a commissionare atti finalizzati a danneggiare cosche concorrenti”.

Il giudice Zammuto, sottolinea anche come nel corso dei vari summit tenutisi nel suo studio, vero e proprio quartier generale del mandamento mafioso, la stessa manifestava tono risoluto e forte personalità che conclude spiegando come “gli indizi a suo carico superano ben oltre la gravità richiesta per la convalida”