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Quando via Atenea si chiamava via Roma. Agrigento com’era un secolo fa

 

Il testo che presentiamo  è stato pubblicato dall’intellettuale agrigentino Gerlando Lentini quasi un secolo fa.  Descrive le strade e i monumenti principali del centro storico di Agrigento. I lettori vi troveranno pertanto anche conventi non più esistenti e la descrizione del Museo civico di piazza Municipio che da tempo ha chiuso i battenti. Nel descrivere i monumenti, ripercorre anche alcune tappe della storia della città

“Agrigento moderna, dal nome squillante, allegra allegra, si inebria dell’etere purissimo in cui si è giovanilmente slanciata.

La sinuosa via Roma — già Atenea — che, rotta da frequenti traverse, s’apre di continuo allo spettacolo improvviso del mare a distanza, con insensibile salita la corre per metà della sua lunghezza, da Porta di Ponte alla Piazza del Municipio.

Dalla Piazza del Municipio, attraverso una breve strozzatura, scende col nome di Garibaldi, al quartiere arabo, Rabato, e termina alla Porta dell’Addolorata.

Fregi gotici, archi, colonne, balconi settecenteschi un po’ dappertutto.

Gli Agrigentini, abbandonando nella pianura la loro antica gloriosa città, frantumata, e costruendosene una nuova con piazze piccole e viuzze strette sulla collina, non seppero dimenticare gli elementi architettonici del passato. Pur fra il timore delle guerre e delle incursioni piratesche, ai loro occhi balenarono sempre le colonne e i frontoni dei templi dorici.

La cittadina peraltro conserva il suo carattere medievale, che non rimarrebbe alterato, se anche la via Roma fosse allargata in parecchi punti, per respirare e ricevere senza ingorghi il ritmo nuovo di vita che la corre.

Respirerebbero anch’esse via Foderà e via S. Spirito, se corrette e rinnovate. Ne verrebbe fuori un’arteria felicissima che, spazzando verso la fine pochissime case a terreno, sboccherebbe dinanzi alla Badia grande, formando una piazza capace, la quale, vestita di oleandri e di verde, potrebbe denominarsi Piazza Marchisia Prefoglio, in omaggio a questa antenata dei Chiaramonte che fondò nel 1290 il monastero e la chiesa.

La Badia grande o monastero di S. Spirito con la chiesa è

un monumento di arte gotico-normanna. Rosoni, portali, bifore squisite; un giardino e una fontanella, d’epoca posteriore, che, tra mirti e rampicanti, commenta, nel silenzio, i restauri parziali recati all’edificio quadrato.

II suono d’una campanella, il ritmo lento d’una preghiera che vengono dalla chiesa, stupenda per i puttini del Serpotta, danno come un sussulto alla pace serena del chiostro, dal quale si esce con un’anima diversa. Si va con la mente piena del fasto e del nome chiaramontano, facendo voti che le ultime monache, le quali ne abitano solo un lato, possano essere concentrale in un altro monastero o il monumento ripigli intera la sua anima antica.

La città è sazia di storia; le orme dei secoli sono stratificate e incrostate nei vecchi muri anneriti delle case.

A Piazza Nicolò Gallo, un orologio, dalla torre snella d’un palazzetto gotico, non originale, regola la vita moderna. La campana, che batte le ore, è quella stessa dell’antico Comune, con il suo mollo rilevato sull’orlo: « Cives concio, divido tempus ». Chi chiamò a parlamento ? Tracce di sassate su una lapide incastrata nel muro. Sommossa? Ira di popolo già spenta?

A destra, dopo la Salita Lena, la via Bac Bac. Pare voglia dire, in arabo, Via del nano. In piena leggenda. Un difetto fisico dà il nome ad una via.

Un brano di vita fermato per secoli affiora da una lontananza irraggiungibile. Che godimento vedere sprizzare il passato da una denominazione ! aprire questo segno magico della parola ! decifrare questa sigla sigillata, per introdursi in un mondo fantastico, di cui allarghiamo i confini, arricchendolo di determinazioni ! Forse la polvere di coloro che fermarono tale momento della propria umanità si raccoglie  sui piedi nudi del venditore di anguille che si è recato per la loro pesca al fiume di Naro; ma le loro passioni squillano pure oggi.

Un nome, per gli echi larghi che desta, per le ripercussioni che non hanno confini, è come il frammento d’un canto d’amore, la parte d’un poema che non sarà letto intero, ma che resterà circonfuso da un’atmosfera più vaporosa.

Forse vale più il frammento che apre la via a imprevedibili possibilità, che non il poema intero.

I resti de« Le purificazioni » di Empedocle, avanzi di un grande naufragio, creano più vasti domini dell’arte. Nonostante ciò, non so liberarmi dall’ossessione di veder balzare il poema dalla terra acragantina, dove mi piace immaginarlo sepolto tra are e statue abbattute nella distruzione».

Ma tali frammenti, che divengono sempre più patrimonio di pochi, saranno sempre intesi? I segni, che nel loro linguaggio gridano la passione in essi chiusa, da qui a dieci, venti millenni diranno ancora la loro parola agli uomini che verranno?

Che sappiamo dei popoli vissuti di là dai limiti che diamo alla storia? Nulla; e se qualche segno grafico è arrivato fino a noi, è rimasto indecifrabile.

La via Bac Bac è solitaria, piena di sole. Una volta era fiancheggiata da robinie, ora non più. Un monastero sulla sinistra di chi la risale, quello di S. Vincenzo, con finestre munite di grate. Visioni fugaci di monache dai veli palpitanti.

Un visetto soave di educanda illuminato dal soggolo bianco. Guarda sulla campagna, poiché l’altro lato della strada ha soltanto qualche fabbrica bassa…lascia fuggire lontano l’anima che non può essere imprigionata. Penso a fanciulle arabe gelosamente custodite. Accanto al monastero un giardino. Due o tre alberi dalla folta chioma, e verde di pergole corse da fremiti impercettibili. Spezzatura freschissima del caldo e della solitudine. I merletti dei rampicanti, il rosseggiar dei gerani, son come il necessario compimento del fascino che si sprigiona dai palazzi vetustissimi, dalle mura sbocconcellate. Non sappiamo scompagnarli, vi scorgiamo un genere di poesia più ricco e sognante.

La strada sale verso la Bibirria, vasta terrazza aperta ai venti in tutte le stagioni. Che strane polifonìe, quando dalla montagna di Cammarata e dal Pizzo di Sutera muovono con violenza e riddano, fischiando vertiginosamente ! Non per nulla gli Arabi chiamarono questo luogo Bibirria, cioè Porta dei venti.

Svolto a sinistra per la via S. Vincenzo. All’altezza della chiesa omonima allargo con l’immaginazione la strada e la abbasso fino a raggiungere il suo naturale livello e a scoprire le basi del tempio di Atena. Abbatto, proseguendo, alcune caso che costringono la strada ad una curva, imbocco la via Magazziniere e arrivo al Duomo, che si spazia nel punto più alto della città.

È una costruzione del secolo XIV, tranne l’abside che è del secolo XVII, tutta foglie e fiori e grappoli e angeli e oro senza risparmio. La torre campanaria è incompiuta. Il tempio, deturpato con rivestimenti di calce e di stucco, è stato ricondotto all’architettura di una volta da Monsignor Bartolomeo Lagumina, vescovo della città e una delle figure più eminenti dell’episcopato italiano, per la profonda dottrina e coltura accoppiate ad un gusto finissimo.

Un fregio di capitello libero da incrostazioni fece balenare al suo occhio esperto il tempio nella sua primitiva bellezza, La calce e lo stucco caddero sotto il piccone e vennero fuori colonne ottagonali, fregi delicati, affreschi, cappelle di rara bellezza, stemmi chiaramontani.

Ripensa a Re Ruggero, a Gerlando di Besanzone, vescovo, venuto in Agrigento coi Normanni e divenuto Santo e patrono della città. La battaglia combattuta da Ruggero contro i Saraceni e la predicazione di Gerlando sono affrescate, l’una di fronte all’altra, nell’abside.

Il grande prelato, la cui statura aumenta sempre più, non fece in tempo a riattivare la porta primitiva di mezzogiorno e a fare imbrigliare la frana pericolosissima, sulla quale poggia l’ala di tramontana del tempio che era stato la creatura a lungo vagheggiata. (Il nuovo vescovo Monsignor Giovanni Peruzzo, che ha fatto trasportare l’altare maggiore nel transetto che  separa l’abside dalle tre navate e livellare i primi due piani dei tre che  costituivano il pavimento della chiesa, fermerà la frana nel suo inesorabile, se pur lento, progresso e aprirà sicuramente l’antica porta).

Lo vidi l’ultima volta durante la processione dell’olio, nel giovedì santo. Si trascinava, la sua carne era come appesantita, ma il suo occhio di tanto in tanto si volgeva amorosamente all’opera sua. Mi pianse dentro il cuore per quell’uomo, per il quale avevo avuto un culto e che se ne andava. Mi giunse la notizia della sua morte a Palermo. Il suo cuore aveva cessato di battere, i suoi occhi si erano chiusi alla bellezza, per sempre.

Monsignor Lagumina, giunto vescovo in Agrigento forte e pieno di vita, aveva attraversato la città sotto una pioggia di fiori; morto, la riattraversava ancora sotto una pioggia di fiori, nel silenzio attonito delle vie, tra la commozione dei cittadini, che rendevano l’ultimo tributo di affetto e di venerazione al loro vescovo.

Riposa nel Duomo. L’epigrafe è semplice, come semplice fu la sua vita, e come la volle lui: il nome, la data di nascita e quella di morte. Ma i suoi figli gli erigeranno un monumento entro la chiesa.

Accanto al Duomo grandeggia la massiccia costruzione del Seminario dei chierici, limitando la città dal lato di ponente. È l’antico Steri dei Chiaramonte, con un’aggiunta posteriore, il Collegio dei SS. Agostino e Tommaso, una scuola di perfezionamento voluta, nel 1700, dal vescovo spagnuolo Ramirez, che diede agli alunni un vistoso abito rosso.

Son visibili i merli della torre dal lato di mezzogiorno, aule con volte a crociera e colonnine impegnate agli angoli, stemmi chiaramontani e chi sa che non sieno anche qui, mascherati dalla calce, portali, bifore, rosoni. Lo stesso stile della Badia grande, che è alla punta estrema della città, dal lato di oriente.

Perchè non denominare Piazza Steri dei Chiaramonte la Piazza del Seminario ? E se tale cambiamento non piace, perchè non chiamare discesa Steri dei Chiaramonte la Discesa del Seminario, che porta all’Istituto Gioeni ? ( I castelli chiaramontani abbondano nella provincia di Agrigento; basta pensare a quelli di Favara, di Naro, di Racalmuto, di S. Angelo Muxaro, di Palma Montechiaro, di Siculiana. Quest’ultimo, con accanto la chiesa del SS. Crocifisso, domina la collina, che s’è coperta gradualmente dei fabbricati del paese. Poco lungi, il mare: una piccola insenatura, quattro case, poche barche di pescatori. Un quadro di bello effetto pittorico. Il barone Stefano Agnello Spoto, podestà del Comune e signore, farà presto restaurare il cadente edificio chiaramontano)

Dal Duomo alla via  Roma  la discesa è breve. Vi sboccano, come affluenti in un fiume regale, tutte le vie, serpeggianti o no, che vengono dalla parte alta di Agrigento. Per tutto ricordi medioevali: archi, finestre, porte, finché si arriva nella piazza triangolare del Municipio.

Il Museo archeologico ha il suo ingresso proprio in tale piazza, già alberata; le finestre s’aprono su la valle. Una posizione di privilegio.

In questo luogo si ricompone ad una unità quanto viene fuori dalle macerie di un mondo defunto. Ogni oggetto, pur essendo una sintesi in sé compiuta, obbedisce ad una sintesi totale.

«Piccolo ma prezioso » lo disse il direttore del Museo archeologico di Cartagine, Emile Paul Delatre, ch’io ebbi la ventura nei miei vent’anni di accompagnare in una visita ai monumenti. S’era fermato dinanzi ad una casside di bronzo che figura nella quinta sala. Non è più piccolo ora; oggi è ben altra cosa. E che disposizione sobria, elegante ! Che lindura ! Niente affastellamenti, niente ingorghi, ogni brano di questo mondo dissepolto ha la sua giusta collocazione.

Ceramiche preistoriche, vasetti votivi, maschere, testine, statuette votive, offerte alle divinità ctonie. Asce litiche a frammenti fittili dell’età preistorica. Primo sorgere della vita, primi gruppi di colonizzatori. Documenti di bisogni elementari domestici e religiosi. Vasi protocorinzii e corinzii, vetri fenici, vasi attici con figure nere e rosse. Anfora con Atena in quadriga, Apollo, Artemis ed Eros nel fronte. Apollo con la cetra fra Minerva e Diana nel retro. Cratere a campana, con scene di simposio.

Decorazioni fittili di tempii agrigentini. Matrici fittili con figure di Gorgone, di Ercole con il cinghiale, di Demetra e figure votive. Vasi cinerari, tipo orientalizzante con iscrizioni. Una Venere Afrodite mutila su una colonnetta. E anfore e crateri e Peleo che rapisce Teti, Ercole in lotta con Nesso, Eros su biga in uno stamnos. Monete d’oro, d’argento, di bronzo, collane, anelli, bracciali.

La città con un respiro ampio, con un ritmo di vita lussuosa. Riti funebri, vie affollate, cocchi di avorio, teatri, palestre, ginnasii, giardini pensili, la reggia ombreggiata da palme. Tiasi bacchici, sileni, menadi, flautiste, un fallo su un mattone. Il muletto di Dioniso con un vaso rotto nel dorso, ed un uomo che ne raccoglie il seme in una coppa. Una maschera da teatro.

Balenano le figure di Calcino tragico e di Dinoloco commediografo. Ci investe la vampata delle sfrenate Dionisiache.

I professori Giovanni Zirretta e Beniamino Sciascia richiamano l’attenzione su questo o quel ricordo, mentre il custode Calogero Imbrò, un simpatico vecchietto basso che vorrebbe vedere sempre più bella questa sua ricchissima casa, ci segue amorosamente, si dimentica, parlando.

Chi sa che armonie, la notte, gli giungono dalle sale superiori, accanto alle quali dorme, e da quelle basse verso le quali si avvia.

II prof. Sinatra armonizza il lavoro, unisce al Museo il campo delle esplorazioni sorvegliate da Antonio Arancio, ch’è anche un’ottima guida per gli stranieri.

Nelle sale basse teste di telamoni e tegoloni elegantissimi con disegni policromi, trovati nel tempio di Giove, ciò che potrebbe sfatare l’affermazione che quel tempio fosse rimasto incompiuto, grondaie a teste leonine, urne cinerarie, grandi anfore rustiche, incrostate, alcune, da conchiglie marine, col fondo appuntito, su treppiedi.

Appartennero a case di signori ? Quali cantine conobbero ? Che svolio di vesti femminili nei simposii ! Che fioritura di ghirlande e di rose profumate !

Quali forme leggiadre di donna accolse quella vasca con fregi ionici, godendone il contatto ? Par di sentire quasi i passetti leggeri di una piccola schiava con in mano vasettini di unguenti e lini bianchissimi. Scoppii di risatelle, tubar di colombe vicine.

Nessuno saprà mai quali mani sollevarono lo spioncino di quei tubi di spessa parete di terracotta per conduttura di acqua e quali occhi osservarono il loro regolare deflusso; se erano attaccati a quelli dell’acqua di Bonamorone, che scaturisce dalle vene della rupe Atenea e che ancora oggi gorgoglia limpida e suadente fra alberi fronzuti, o servirono ad altre acque.

Una fitta rete si svolgeva sotto il suolo della città e la rinfrescava, come il sangue, attraverso la ramificazione delle arterie, ristora il corpo. Seguendo il loro cammino segreto dal punto in cui furono scoperti, questi tubi rivelerebbero intera la pianta di Agrigento. Potere immettere per queste condutture, che furono ideate dall’architetto Feace, le acque delle antiche sorgenti e dare la voce a chi l’ha perduta! Che gridi solleverebbero nel loro precipitarsi per un cammino non più fatto per duemila anni !

Un mattone di terracotta con un’epigrafe, quasi appartato e che a molti sfugge. Piccolo il mattone, breve l’epigrafe: “Agli dei sotterranei. Teano visse anni 19. mesi 2, giorni. 12. La madre Sabina alla figlia, fanciulla pura dolcissima”.

Vicino ad altri sarcofagi, uno dei quali greco-dorico, elegante, degno di re, scavato in un sol pezzo di marmo pario, con triglifi nella parte superiore dei lati, un sarcofago lungo e sottile con un cuscino e sul cuscino un leggero incavo per la testa. È il sarcofago di Teano.

Qui la fanciulla quasi ventenne fu composta dalle pietose mani della madre Sabina. Bella? Bionda? Piace immaginarlo, l’epigrafe tace. Attorno a questa pietra chi sa quanto dolore!  Che lacrime! che visi impietrati di fronte all’oscuro mistero della morte!

Il coperchio si chiuse inesorabile sul viso cereo, sul corpo immobile della fanciulla pronto per il disfacimento, e sul coperchio la breve epigrafe della madre, impregnata di pianto.

Il sepolcro ora è vuoto, esposto agli occhi dei visitatori spesso distratti. Nessun frammento di ossa, non la monetina dell’obolo per il traghetto. Ma questo sepolcro contenne il suo corpo, ne sentì il contatto gelido; ma il mattone con l’appassionata leggenda è qua, poema di amore e di dolore, a richiamare i disattenti, che non sanno rifarsi un’anima, entrando in un museo, dove i rottami di una incalcolabile rovina rivivono una vita più intensa, se non più intera.

Non so pensare a questa fanciulla senza, vederla un po’ dappertutto,  nell’agorà, nei tempii, con amiche. Conobbe la figlia di Antistene che andò sposa tra la festa di tutta la città ? Nessuno può affermarlo, ma nessuno anche può negarlo. Forse assistette a quelle nozze con quell’inesplicabile senso di mistero che fa battere il cuore alle fanciulle. Forse vide con disgusto le Dionisiache.

«Pura» la dice la madre, incontaminata. Può essere orgoglio per la figlia dolcissima dalle membra sigillate o rammarico perchè non gustò le nozze. Quale il pensiero e il cuore in quelle supreme parole di affetto per la figlia, che entrava per sempre nel regno delle ombre ? Affidava agli dei sotterranei, perché l’accogliessero con amore, la dolcissima creatura che non avrebbe avuto più accanto la madre ? Questo pare vogliano significare le lettere scolpite sulla parte superiore del mattone.

Quante domande si affacciano alla nostra mente, senza risposta ! Un limite insuperabile si para dinanzi alla nostra ansia  di scrutare, di conoscere. Il nostro spirito urta contro il ferreo silenzio, in cui le ore, che tessono la vita umana con il loro inflessibile scattare, si profondano senz’eco, ordendo la trama del tempo incommensurabile.

Spesso bisogna indovinare. Una cosa però è sicura: che questa fanciulla respirò quest’aria che noi respiriamo.

Gli storici narrano di Pantea; Senocrate, Terone, Mida furono cantati da Pindaro: nessun ricordo di Teano. Ma di lei son qui le testimonianze più vive. Lasciatemi pensare che, sciolta nel ritmo dell’universo, sia ancora in questi luoghi, fusa in quest’aria; che in molecole invisibili oscilli leggera col polline tra i limpidi gigli, tra i giaggioli, gli acanti, e gli asfodeli che crescono tra le rovine, presso i templi.

Come era mio voto il suo sarcofago con accanto il mattone dell’epigrafe, chiuso in cornice per impedirne lo sgretolamento, è posto in una sala a parte per imporsi subito all’attenzione, come solo, nel piano superiore, è l’Efebo, ritenuto a lungo un Apollo.

Dalla sala, attraverso la finestra spalancata, l’Efebo mira lontano. Probabilmente adornò, con altre statue, una villa, quella di Gellia che ospitò in casa sua e rivesti del proprio cinquecento cavalieri arrivati da Gela in un giorno di tempesta. Qui sognerà il giardino fastoso, i placidi viali, i lucidi zampilli saettanti l’azzurro tenerissimo.

La giovine figlia del ricco e ospitale agrigentino avrà carezzato con la bianca mano il suo collo toroso, le sue membra leggiadre, gli avrà sorriso e dato fiori, vedendo forse chiuse in esso le forme di un efebo a lei caro. Cerca con occhi trasognati ne la campagna. Laggiù un’immensa festa di linee, di luce, di colori.

Dalla marina azzurra di Agrigento dal sorriso innumerevole su cui guardano i ruderi grandiosi, nelle ore mattutine, fresco sciacquio, sospiri fragili di arpe.

Ma quando il meriggio irrompe sfrenato e dilaga per l’aria, e la terra, a valli e a mammelloni, a collinette e a pianure, arborata, sparsa di vigneti, di stoppie aride e giallastre, da monte  Fauma, per monte Toro, a l’altopiano che, orlato di cespugli verdi, strapiomba bianco d’argille sul mare e termina nella curva armoniosa di Punta Piccola, e dall’altopiano, che costringe Porto Empedocle a crescere in lunghezza nella stretta spiaggia, fino allo Sperone, con la torre che parla, a Mosè, alle zolfare della Crocca, di Lucia, della Ciavolotta e via via a Monte Grande che si distende lungo sotto un velo sottilissimo di vapori violacei e limita con largo amplesso il paesaggio, è tutta una vampa tremolante, un grande coro solare, col vasto fragore delle onde abbaglianti che vanno a frangersi con lucide spume d’argento nella spiaggia, un canto melodioso si leva sulla festa della natura.

Viene dai frontoni spezzati, dai capitelli rotti, dai conci, dai tamburi di colonne strappati alla morta città gloriosa, divenuta per molti non più che un inesauribile serbatoio di pietre e buttati giù in mare, con mani profane, per la costruzione del molo di Porto Empedocle.

Da Punta Bianca a Capo Rossello, dove sorse l’antica Erbesso, le acque cerulee si popolano di triremi; i templi, le vie, la Reggia risplendono folte di un popolo armonioso. Sulla quadriga d’avorio, Terone, tiranno d’Agrigento, vincitore nelle gare di Grecia, avanza aprendo il corteo che si snoda maestoso verso la città.

L’ode alata di Pindaro allarga il volo per i cieli raggianti

Voglio piacere ai Tindaridi, amici degli ospiti, e ad Elena fulgida chioma, cantando l’illustre Agrigento, un cantico, fregio ai cavalli che vinsero a Olimpia, levando a Terone (Pindaro, Olimpia II, ).

 

Testo di Gerlando Lentini

Servizio a cura di Elio Di Bella

 

1COMMENTO
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    philips 26 Luglio 2020

    Meravigliosamente bello, peccato che abbiamo rovinato tutto e non c’è più modo di ripigliare le cose perdute

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