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Un architetto con la passione per il cinema, intervista a Roberto Tedesco

 

di Giuseppe Maurizio Piscopo

A Termini Imerese durante lo spettacolo Notti Clandestine, un appuntamento di arte, musica, cinema e teatro sotto la direzione artistica del regista Rocco Mortelliti incontriamo l’architetto Roberto Tedesco un personaggio che ha una storia legata all’architettura e alle scenografie cinematografiche. Si è laureato nel 1998 e si è specializzato in Tecniche urbanistiche per le aree metropolitane, presso l’Università La Sapienza di Roma. Nel 2011 ha conseguito la seconda laurea in Pianificazione Territoriale presso l’Università di Palermo.

Ha collaborato nei reparti di scenografia in diverse produzioni cinematografiche tra le principali:

  • L’ora legale, (regia di Ficarra e Picone), 2016 – lungometraggio;
  • Gelone, la spada e la gloria(regia di Gianni Virgadaula), 2017 –docu-film;
  • Vite da sprecare, (regia di Giovanni Calvaruso), 2018 – lungometraggio;
  • Idda(regia di Giovanni Sclafani), 2018 – cortometraggio;
  • La mafia non è più quella di una volta(regia di Franco Maresco) 2018 – lungometraggio;
  • Greta(regia di Alberto Culotta) 2019 – cortometraggio;
  • Il delitto Mattarella(regia Aurelio Grimaldi) 2019 – lungometraggio;
  • A qualcuno piace caldo (regia di Valentina Gebbia) 2019 – lungometraggio;
  • L’avvocato Loquace (regia di Roberto Tedesco2019 – cortometraggio;
  • Un pugno di amici(regia Sergio Colabona) 2019 – lungometraggio;
  • La particella fantasma (regia William Lombardo) 2019 – cortometraggio.
  • E dalla “follia e la stravaganza” degli architetti che inizia la nostra intervista.

 

Qualcuno ha scritto:gli architetti sono personaggi strani e stravaganti. Quanto c’è di vero in questa affermazione?

Non posso nasconderti che è tutto vero! Permettimi di aggiungere che essere “strani” è un aspetto che alimenta la creatività, non è un caso che le più importati architetture nascono dalla “pazzia” degli architetti, che oltre a progettare sono un po’ artisti, viaggiatori e scrittori. Un esempio per tutti “La sagrata famiglia” di Antonio Gaudì è il frutto di un visionario spregiudicato che ha controllato con estrema abilità le leggi della gravità!

Perché non basta una laurea per fare un architetto?

Oggi è necessario differenziarsi per riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro. Dopo la laurea in architettura ho avuto la possibilità di specializzarmi alla Sapienza di Roma in “Tecniche Urbanistiche”, ricordo che sono stati due anni intensi ma pieni di soddisfazione anche perché arricchiti da importanti confronti professionali. Poi a quarant’anni ho conseguito la seconda laurea in “Pianificazione Urbana” e in quella circostanza mi sono dovuto adeguare alla nuova tecnologia che avanzava. Ricordo che nel giro di un decennio passai dalla matita all’utilizzo dei CAD, questo mi permise di ottenere delle competenze che mi agevolarono nel mondo del lavoro.

La scuola di Architettura in Italia era molto nota negli anni 80, oggi è totalmente scomparsa?

In quegli anni costruire palazzi era uno dei principali obiettivi delle amministrazioni locali spesso avallate dagli organi sovracomunali. Poi per fortuna la normativa urbanista negli anni novanta è stata fortemente, condizionata dai movimenti ecologici, che hanno limitato la cementificazione delle coste e delle periferie, anche se tutt’oggi la volontà di costruire palazzi è spesso condizionata dagli speculatori. Perché progettare nuove periferie prive d’identità architettonica e sociale quando i centri storici sono vuoti? Quest’ultimi hanno una potenzialità che spesso supera l’immaginazione un esempio per tutti: il Farm Cultural Park di Favara in provincia di Agrigento ne è la prova tangibile. Avrebbe avuto lo stesso successo se fosse stato concepito tra i palazzi di cemento armato della periferia? Io credo di no!

Quali sono le contraddizioni delle periferie nei piani urbanistici delle grandi città?

Abbiamo agevolato le politiche per la realizzazione di immensi contenitori abitativi che sono privi di ogni soddisfacimento sociale. Spesso in queste aree non ci sono scuole, mancano i parchi urbani e per andare a lavoro occorre spostarsi per diverse ore. Una follia che solo il genere umano poteva concepire!Ecco perché i quartieri periferici delle grandi città sono gabbie che rendono le persone infelici e nevrotiche.

Come funziona la mente di un architetto quando progetta una chiesa, un teatro, un ponte, un parco-giochi?

Generalmente si parte da un’emozione che si prova durante una lettura, guardando un film o dopo aver fatto un viaggio. E’ come se si concretizzasse un immagine nella propria mente, poi quando è necessario quel ricordo emerge come per magia: si fa uno schizzo, si controllano le dimensioni dello spazio e si verifica la fattibilità statica dell’edifico. Da quel momento in poi si inizia a disegnare studiando anche i dettagli. Questo è quello che succede a me. Anche un semplice oggetto come un posacenere può essere stimolante alla creatività, l’importante è personalizzare l’idea con le proprie emozioni.

In che cosa hanno sbagliato gli architetti?

Spesso ci siamo lasciati influenzare dalle logiche  temporali che non permettono di progettare il dettaglio dell’opera. Un tempo le colonne dei templi greci venivano realizzate tenendo conto delle correzioni ottiche per fare in modo che l’occhio umano non vedesse degli errori. Per esempio le linee rette dei templi, come quelle dello stilobate risultavano curve verso l’alto, o verso l’interno, proprio per questo venivano rettificate, in modo che l’occhio umano li vedesse diritte.Oggi nelle costruzioni moderne questa “sensibilità progettuale” è venuta meno ed è impensabile tenerne conto considerato che il tempo è denaro!

L’architettura e il potere.

Soprattutto negli 20’ del secolo scorso secolo, l’architettura statale doveva essere imponente perché rappresentasse la magnificenza dello Stato. Il Palazzo delle Poste di via Roma a Palermo è un esempio tangibile di come gli edifici pubblici erano concepiti in quegli anni: spazi enormi con forti richiami al mondo classico. Oggi è decisamente diverso: spazi sempre più piccoli e quasi sempre tutti omologati.

Tra le tue grandi passioni c’è il Cinema.Quando l’hai incontrato?

E’ sicuramente una delle mie passioni che ho da quando ero bambino, non è un caso che la mia cineteca è insuperabile! Poi nel 2016 incontrai la scenografa Paola Bizzari (vincitrice nel 2012 del David di Donatello per la migliore scenografia nel film Habemus Papam di Nanni Moretti) dovevo accompagnarla in alcuni sopralluoghi in giro per Termini Imerese. Una volta mi confessò che non voleva fermarsi in città perché convinta che si facessero solo le automobili e non ci fosse nulla di interessante dal punto di vista cinematografico. Ricordo che la sceneggiatura richiedeva una piazza dove ci fossero un municipio, una chiesa, una scuola e un chiosco. Piazza Duomo sembrava fatta proprio per quella storia! Per tre mesi la città si trasformò in un set cinematografico dove attori, comparse e troupe invasero piacevolmente le vie della tranquilla cittadina di provincia. Qualche mese dopo uscì nelle sale cinematografiche di tutta Italia il film “L’ora Legale” del popolarissimo duo siciliano Ficarra e Picone. Da quel momento da semplice fruitore mi ritrovai coinvolto sempre di più nella realizzazione di diverse costruzioni scenografiche.

Che cos’è il cinematografo per te?

E’ unapassione che in questi ultimi anni si è trasformata in un’opportunità di lavoro. Poter contribuire nella costruzione delle scenografie che successivamente vedrò al cinema mi riempie di orgoglio. Ecco perché adesso quando guardo un film lo osservo da un punto di vista che non è più quello di uno spettatore tradizionale.

Perché sono scomparsi i cinema nei paesi?

Ritengo che l’offerta nelle piattaforme televisive invogli sempre di più i telespettatori che comodamente dal proprio divano possono scegliere un film in qualsiasi momento della giornata. Tutto ciò ha drammaticamente svuotato le sale in particolare quelle dei piccoli centri che non potevano competere con le più organizzate multisale delle grandi città dove i servizi non si limitano alla sola visione del film.

Oggi molti dicono di avere il cinema in casa e vedono i film in una tv di 75 pollici. Ma il cinema è un rito collettivo che va visto insieme agli altri e senza interruzioni pubblicitarie. Sei d’accordo?

Assolutamente si. La visione di un film al cinema non può essere paragonabile a quella del divano di casa propria. Sarà decisamente più comoda ma, non riuscirà a coinvolgere allo stesso modo del cinema. Il fascino della sala cinematografica è insuperabile. Quando si spengolo le luci della sala lo spettatore è come se facesse parte integrande della storia.

Che cosa fai esattamente durante le riprese di un film?

Il mio reparto di riferimento è la scenografia. Durante la produzione di un film è quello che arriva per primo e finisce per ultimo, infatti dopo aver allestito il set bisogna predisporre il ripristino della location. Oltre alla costruzione degli ambienti il reparto di scenografia deve reperire gli arredi e gli oggetti (fabbisogni) necessari affinché la scena si possa “girare”. Un lavoro complesso che deve rimanere fedele alla sceneggiatura e nel contempo soddisfare le esigenze della regia, missione questa non sempre facile.

Come definiresti i film di Ficarra e Picone?

Semplicemente geniali. Gli interessanti interrogativi che il film pone allo spettatore sono i seguenti: cosa accadrebbe se un Sindaco mettesse in atto tutto quello che ha promesso in campagna elettore? I suoi concittadini sarebbero pronti al cambiamento e a rispettare le regole? Su questi interrogativi si articola una storia ben ritmata, interpretata da attori eccezionali con un finale tipicamente gattopardiano: “tutto cambia per non cambiare nulla”.

Cosa mi dici del regista Rocco Mortelliti?

E’ un grande artista, un maestro che mi onora della sua amicizia. Con lui abbiamo organizzato diversi convegni sul cinema e numerosi stage sulle maschere greche e della Commedia dell’arte; ogni volta è stato un grande successo. Per me Rocco è un fratello maggiore, una guida sempre pronta a darmi suggerimenti e preziosi e consigli. Da due anni, con Totò Scaccia, organizziamo “Notti Clandestine” a Termini Imerese, una settimana d’incontri con il teatro il cinema e la musica, lui è nostro direttore artistico e ogni volta che sale sul palco la sua umanità e professionalità non ha eguali. Il mio sogno è poter far parte della squadra nel suo prossimo film, sono certo che sarebbe un’esperienza indimenticabile.

Qual è l’ultimo libro che hai letto e l’ultimo film che hai visto?

In questi giorni di “soggiorno obbligato” tra le mura di casa a causa del COVID19 ho terminato diverse letture tra queste voglio ricordare quella due autori che ho avuto il privilegio d’incontrare in diverse occasioni: la prima è “Non c’è più la Sicilia di una volta” di Gaetano Savatteri, la seconda “Sotto le stelle di Roma” di Massimo Benenato. Anche i film hanno riempito le mie giornate e in particolare ho visto numerose opere di Jea Pier e Luc Dardenne e di Francois Truffaut.

 

 

 

 

 

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