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“È scandaloso che ancora oggi si debba parlare di una questione meridionale in Italia”. Così il presidente di Confesercenti Sicilia Vittorio Messina ha iniziato a commentare i dati contenuti nel Rapporto 2019 dello Svimez sull’economia e la società del mezzogiorno.
“Sono dati che ci consegnano un paese sempre più diviso, frutto del fallimento degli interventi del Governo centrale per porre rimedio ad una situazione che non solo condanna le popolazioni del Sud al sottosviluppo ma impedisce una crescita significativa per l’intera nazione. Ma le responsabilità dell’esecutivo nazionale – ha aggiunto Vittorio Messina – non servono ad assolvere i comportamenti delle classi dirigenti meridionali che non sono riuscite ad utilizzare bene le risorse loro assegnate anche se insufficienti. Tutto questo mentre i giovani laureati del Sud continuano ad emigrare, mentre la popolazione locale invecchia sempre più, mentre le distanze con il periodo della pre-crisi segnano percentuali in meno a due cifre come nel caso della Sicilia (-13,9%) e mentre al centro nord il gap è già quasi annullato”.
“Un quadro – conclude il presidente di Confesercenti Sicilia che necessita di una terapia d’urto che non si concilia certo con la manovra predisposta dal Governo che a parte la sterilizzazione dell’aumento dell’IVA non riesce a trovare risorse da destinare alla crescita ne misure adeguate per eliminare gli sprechi ne segnali per ridare fiducia alle famiglie e alle imprese”.

Emergono altri particolari dall’inchiesta antimafia cosiddetta “Pass partout”, che ha provocato l’arresto di Antonello Nicosia. Le intercettazioni e la replica di Giusy Occhionero.


Antonello Nicosia, strumentalizzando il suo incarico di assistente parlamentare della deputata Giusy Occhionero, è entrato in carcere per “ispezioni parlamentari” (tra virgolette) quattro volte in breve tempo. Il 21 dicembre 2018 a Sciacca, il giorno successivo, 22 dicembre a Trapani e ad Agrigento, e il primo febbraio 2019 a Tolmezzo, in provincia di Udine, dove tra gli altri è detenuto, e Nicosia avrebbe incontrato, Filippo Guttadauro, cognato di Matteo Messina Denaro.

E la deputata Giusy Occhionero, appreso quanto svelato dall’inchiesta cosiddetta “Pass Partout”, ha commentato: “Ringrazio la magistratura e le forze dell’ordine per lo straordinario lavoro di contrasto alla mafia. Da ciò che emerge dalle notizie riportate sui giornali, quello che diceva e scriveva Nicosia era ben lontano dalla verità. E’ vergognoso e gravissimo. La collaborazione con me, durata solo quattro mesi, era nata in virtù del suo curriculum, in cui si spacciava per docente universitario oltre che di studioso dei diritti dei detenuti. Non appena ho avuto modo di rendermi conto che il suo curriculum e i suoi racconti non corrispondevano alla realtà, ho interrotto la collaborazione. Ora sono profondamente amareggiata, ma la giustizia farà il suo corso. Mi auguro nel più breve tempo possibile. Pur essendo del tutto estranea alla vicenda, sono comunque a disposizione della magistratura per poter fornire ogni elemento che possa essere utile” – conclude la Occhionero.

Antonello Nicosia avrebbe meditato di ricercare un altro parlamentare per lo stesso incarico, perché la collaborazione con l’onorevole Occhionero gli avrebbe causato delle difficoltà. Infatti la Occhionero adesso milita in “Italia Viva” di Renzi ma è stata eletta con “Liberi e uguali” di Piero Grasso, e gli amici mafiosi di Nicosia non avrebbero gradito il suo impegno con la formazione politica di un ex magistrato.

E, inoltre, Antonello Nicosia avrebbe temuto che Piero Grasso, da magistrato quale è, si sarebbe informato su di lui e avrebbe scoperto la condanna definitiva per traffico di droga a 10 anni e 6 mesi di reclusione da lui subita in precedenza. A testimonianza di ciò, le parole di Nicosia intercettate sono: “Mi spavento, mi spavento… quello s’informa”. E poi, alla ricerca di un altro sponsor politico, Nicosia afferma: “… lo vorrei fare con questi di Forza Italia, sarebbe meglio”. E il boss Accursio Dimino concorda: “Sì, sarebbe meglio che, sono più garantisti… liberisti e cose…”. E poi, ancora, Antonello Nicosia auspica, o attende, di ricevere da Matteo Messina Denaro un ingente finanziamento per un progetto attinente al settore carcerario. A lui, a Nicosia, non bastano più i ringraziamenti da Matteo Messina Denaro, ma dal boss gradirebbe i soldi, altro che ringraziamenti: “Da Messina Denaro un contributo, per quello che faccio”…intercettazione… E poi, altra intercettazione che ha registrato una conversazione tra Antonello Nicosia e il boss di Sciacca, Accursio Dimino: i due intendono recuperare del denaro da un debitore, e così dialogano…intercettazione

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Antonello Nicosia, componente del comitato nazionale dei Radicali italiani, originario di Sciacca, è stato arrestato all’alba di oggi insieme ad altre quattro persone. I dettagli.

Antonello Nicosia, componente del comitato nazionale dei Radicali italiani, originario di Sciacca, è stato arrestato all’alba di oggi insieme ad altre 4 persone. E’ indagato di avere veicolato messaggi fuori dalle carceri. Secondo la Procura di Palermo, Nicosia sarebbe stato da tramite tra capimafia, alcuni dei quali al 41 bis, e i clan, trasferendo all’esterno messaggi e anche ordini.

Antonello Nicosia, da assistente parlamentare e strumentalizzando tale incarico, ha accompagnato la deputata eletta in Molise, l’avvocato Pina Occhionero, 41 anni, ex Liberi e uguali e adesso Italia Viva, del tutto estranea alle indagini, in alcune ispezioni all’interno delle carceri siciliane: durante tali visite i boss avrebbero affidato all’assistente della parlamentare dei messaggi da recapitare all’esterno. Antonello Nicosia, 48 anni, è stato eletto nel Comitato Nazionale dal 17esimo Congresso dei Radicali.

E’ stato anche editore e conduttore in tv, ad AracneTv, della trasmissione “Mezz’ora d’aria”, anche nella sua qualità di direttore dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani, onlus impegnata nella difesa dei diritti dei detenuti. Da alcune intercettazioni emerge che Nicosia, in riferimento all’uccisione di Giovanni Falcone nella strage di Capaci del 23 maggio 1992, in automobile con un altro Radicale ha commentato così: “Fu un incidente di lavoro”. E poi: “Più che il magistrato faceva il politico”. E poi: “Bisogna cambiare nome a questo aeroporto, perché i nomi Falcone e Borsellino evocano la mafia. Perché dobbiamo sempre ‘arriminare’ (rimestare ndr) la stessa merda?”. “Ma poi sono vittime di che cosa? Di un incidente sul lavoro, no?”. “Ma poi quello là (Falcone) non era manco magistrato quando è morto, non esercitava. Perché l’aeroporto non bisogna chiamarlo Luigi Pirandello? O Leonardo Sciascia? E che cazzo, va. O Marco Polo?”, conclude ancora ridendo. Nicosia ha inoltre definito il boss Matteo Messina Denaro “il nostro primo ministro”. Nell’ambito dell’inchiesta emerge che Antonello Nicosia nel febbraio scorso avrebbe partecipato a Porto Empedocle ad un summit con una persona di fiducia di Matteo Messina Denaro, Oggetto dell’incontro sarebbe stata una somma di denaro da destinare a Messina Denaro. Nicosia avrebbe incontrato in carcere, approfittando delle sue ispezioni parlamentari, Filippo Guttadauro, cognato di Matteo Messina Denaro per averne sposato la sorella Rosalia. E, ancora in carcere, avrebbe incontrato un altro detenuto del clan di Castelvetrano e lo avrebbe minacciato “a tenere la bocca chiusa”, verosimilmente perché si è temuto che si pentisse.

Ad Antonello Nicosia la Procura di Palermo contesta il reato di associazione mafiosa, e, in ragione del pericolo di fuga, è stato sottoposto a stato di fermo dalla Guardia di Finanza, dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Agrigento. Gli altri quattro arrestati sono il presunto capomafia di Sciacca, Accursio Dimino, altrettanto indagato per mafia, e tre presunti favoreggiatori: Massimiliano Mandracchia, Luigi e Paolo Ciaccio.

 

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Costituita dal comune di Palma di Montechiaro, l’Istituzione comunale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa che verrà gestito da un Consiglio di amministrazione con direttore scientifico Gioacchino Lanza Tomasi, ultimo discendente dell’autore del “Gattopardo”.

Del Cda, fanno parte Letizia Pace, Nicola Taibi, Velia Di Vincenzo,  Angelo Vaccaro e Rosario Lo Vasco, scelti direttamente dal sindaco Stefano Castellino. I cinque rimarranno in carica quattro anni, come prevede lo statuto, ma potranno essere riconfermati.

Il Consiglio di Amministrazione e preposto  a svolgere attività di studio ed attività volte alla valorizzazione del patrimonio culturale locale ed in particolare promuovere la conoscenza e lo sviluppo del territorio.

“Sono felice e orgoglioso per la costituzione di questa Istituzione che verrà diretta dall’ultimo discendente dell’autore del Gattopardo, che opererà in maniera gratuita – dice il sindaco Castellino – Lui, assieme ai cinque componenti del Cda, sono certo, proietteranno Palma nel panorama culturale internazionale. Con l’Istituzione, finalmente, la città riscoprirà quel legame intimo con la famiglia Tomasi di Lampedusa, possiamo davvero costruire qualcosa di molto importante per la nostra città, ma in generale, per la provincia agrigentina. Oggi, per Palma di Montechiaro è una giornata storica. Ringrazio Gioacchino Lanza Tomasi che ha accettato, senza alcuna riserva, la proposta di guidare l’Istituzione, con la sua personalità e le sue qualità umane, sono certo che porterà Palma di Montechiaro al centro dell’interesse culturale che merita”.

I sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil Funzione pubblica di Agrigento hanno proclamato per martedì 12 novembre lo sciopero del personale con contratto a tempo determinato del Comune di Agrigento. I sindacati spiegano: “Avendo esperito negativamente il tentativo di conciliazione con l’Amministrazione del Comune di Agrigento lo scorso 25 ottobre, ed essendo infruttuosamente trascorsi i termini per l’espletamento delle procedure di raffreddamento inviate al Prefetto lo scorso 15 ottobre, permanendo immutato lo stato di grave ritardo nell’approvazione degli strumenti finanziari dell’ente, e considerando la mancanza di certezze sulla tempistica di presentazione degli atti propedeutici all’approvazione di quanto necessario per la stabilizzazione del personale con contratto a tempo determinato, rilevando un pesante clima di inerzia rispetto alle prossime scadenze e per questo ritenuto che non esistano ancora le condizioni per risolvere la vertenza in tempi utili, abbiamo proclamato lo sciopero”.

Vandalismo, verosimilmente alimentato dall’alcol se non da altro, ad Agrigento, nel centro storico, in via Atenea, durante la “movida” del sabato sera. Una donna, proprietaria di un locale in via Atenea e munita di regolare pass per il transito, ha denunciato di essere stata, intorno alle ore 23:30, letteralmente assaltata e insultata da un gruppo di ragazzi. Lei racconta: “I ragazzi mi hanno sbarrato la strada, insultandomi con parole volgari. Molti di loro hanno circondato la mia automobile, sollevandola e scuotendola con forza. Hanno sferrato calci e pugni, ero terrorizzata. I miei colleghi presenti sul posto hanno invitato i ragazzi a lasciarmi passare. Ho provato ad attraversare. Appena ho avuto l’opportunità mi sono svincolata. Uno di loro mi ha inseguita. Ho accelerato, nei limiti consentiti, per seminarlo. Ho chiamato immediatamente la Polizia, e non nascondo di essere scoppiata a piangere, invasa dal panico. Mi chiedo come fare per bloccare questa ondata di violenza. Non voglio avere paura nella mia città”.

Un noto imprenditore agrigentino 53enne proprietario dello Sport Village, struttura che organizza eventi e spettacoli nella zona del Villaggio Mosè è stato arrestato nella notte di Halloween con l’ipotesi di reato di furto di energia elettrica.

Questa mattina il Gip Alessandra Vella, dopo averlo sentito, ha disposto l’immediata scarcerazione del 53enne.

I poliziotti della Squadra Volanti, che hanno condotto l’operazione, si sono accorti che l’imprenditore si era servito di un magnete per sottrarre energia elettrica, risparmiando fino al 90 per cento sulla bolletta, del suo esercizio pubblico.

 

E’ tutto un pasticcio, di trama e di regia.
Volendo far passare che uno scrittore possa cimentarsi nel ruolo “anche” di regista, non si può accettare che un film tratto da un libro (il proprio libro) abbia una sceneggiatura scritta male, considerato che sarebbe bastato ricostruire i luoghi e trascrivere i dialoghi, che nel film “L’uomo del labirinto” nella sale in questi giorni, sono davvero improponibili e a tratti banali.

Se non fosse per il fatto che sono abituata ad “andare fino in fondo” probabilmente mi sarei alzata e sarei andata via dal cinema al settimo minuti di film, ma l’averlo visto tutto, fino in fondo, mi ha fornito i dettagli per dire perché questo film è brutto sotto tutti i punti di vista.

E’ un film con gravi difetti e ahimè Donato Carrisi non più agli esordi,  non può certo contare sull’indulgenza di pubblico e critica, e pertanto tocca dirlo che come regista è assai mediocre. E’ forse il destino che tocca a chi vuol far di più, e finisce per fare “di più e male”.

Lo scopiazzamento dal modo di fare i thriller all’americana, è completamente fallito. Donato Carrisi ci riprova e dopo “La ragazza nella nebbia” torna dietro la macchina da presa, improvvisando – è proprio il caso di dirlo – un ruolo che non gli appartiene, nel quale incespica e poi cade, clamorosamente. Il film è arriccioppato, pieno di frasi fatte, luoghi comuni, dialoghi miseri e con enormi buchi nella trama. La storia narra del rapimento di una ragazzina che viene liberata dopo 15 anni e mentre si cerca il rapitore, tra finti profiler e un investigatore privato che fa sembrare dei mentecatti quelli della polizia, ci si avventura (forse questo era l’intento certamente non riuscito) tra aspetti psicologici derivanti dalla ricostruzione di ricordi adulterati.

Vuole essere un thriller, un po’ horror, ma completamente privo di momenti di suspense; ma ancor più è un film privo di climax. Non è concesso allo spettatore di assistere a quel momento “alto”, quel crescendo, quel culmine, quell’acme che spetta di diritto ai gialli, ai film che prevedono un colpo di scena. Perché va detto che la vicenda che porta a scoprire che i rapimenti sono più d’uno e che a rapire non è un solo personaggio,  è affrontata come una zavorra e non con la dinamicità che spetta al genere.

Un film che non ha aspetti spazio-temporali precisi. Non si sa dove si sia, né in che epoca si svolgano i fatti. Un po’ all’americana anche questo, certo, ma fatto male. Anche perché fa ridere che ci siano mezzi nomi italiani, mezzi americani, un telefono di ultima generazione e un registratore con cassetta, luoghi in mezzo al nulla dove arriva una pizza e non si sa come, investigatori privati con caratteristiche italianissime e poliziotti con distintivi alla NPD.

Vien da domandarsi cosa ci facciano Dustin Hoffman e Tony Servillo, in questo film sconcluso e scialbo.
Hoffman – che non convince più di tanto malgrado la sua maestria recitativa – impersona una sorta di psicologo arrivato da chissà dove, che lo capisci alla seconda scena che è uno psicopatico, e Servillo – la cui bravura indiscussa salva la pellicola, pur non essendo il Servillo che abbiamo apprezzato nei film di Sorrentino – che diventa il protagonista assoluto del film nei panni di un investigatore privato che sta per morire e che per riscattare tutta una vita passata a recuperare crediti conto terzi, decide di dedicarsi alla ricerca del rapitore, stesso incarico per il quale era stato ingaggiato 15 anni prima senza occuparsene mai per come avrebbe dovuto. Nel ruolo della donna che viene rilasciata dopo tanti anni di prigionia, una Valentina Bellè che non convince e che sembra la caricatura di personaggi del cinema di Dario Argento.

Nel film si parla di “mostro”, anche se i rapitori alla fine non uccidono le donne rapite, quindi restano rapitori malati di mente, che utilizzano il labirinto come gioco perverso. Ma il vero labirinto è quello in cui finisce lo spettatore, mentre cerca di scappare ma non può, ed è quello di un film fatto male pieno di domande senza risposte. Bruno (Servillo) non va mai a trovare la ragazza che è stata ritrovata, perché? Cosa c’entra il prete morente con tutta la narrazione? A cosa serve ai fini della trama l’accenno al mondo oscuro degli ambienti religiosi? Qual è il legame tra il detective e la prostituta? Per non parlare del “limbo” una sorta di archivio di persone scomparse, che non si capisce né dove sia, né con quale criterio venga tenuto in vita. Alcuni dettagli del film sembrano davvero incollati così, senza farci troppo caso; peccato però che gli appassionati di thriller siano spesso spietati, molto più dei personaggi di Donato Carrisi.

E’ un film lento, troppo lento per essere un giallo psicologico, didascalico nell’intreccio degli eventi e dei pochi colpi di scena. Alcune battute sono così tanto prevedibili che le labbra ti si piegano in una smorfia.

Come mai non c’erano specchi?” – domanda tratta dal film .
Per evitare che la vittima potesse avere la percezione dello scorrere del tempo” – ti vien subito da pensare.
(E quella è la risposta, ovviamente).

C’è un accenno al mondo del fumetti, delle favole, ma è gestito male. Ci sono conigli che ricordano “Alice nel paese delle meraviglie”, fumetti che nascondono messaggi subliminali, personaggi che sembrano usciti da un cartone animato, ma senza un senso appropriato, all’interno della trama.

Non ho apprezzato neanche tanto la fotografia, che a mio avviso sbaglia i colori e crea un’atmosfera cupa e per nulla suggestiva.

Non avendo letto il libro mi astengo dal giudicarne la fattura, ma il riferimento che nella pellicola si fa a “Il suggeritore” (che invece ho letto) mi fa pensare che si sia voluto cercare una scorciatoia, per addrizzare il tiro, sul finale.

Chissà se Servillo e Hoffman sono andati a bersi una birra insieme durante le riprese, chissà se si sono rispettivamente chiesti cosa abbia convinto l’altro a prendere parte a questo film. Certo è che questa è la domanda che tutti gli appassionati di cinema si sono posti, all’uscita dalla sala oltre a “ma perché Carrisi non scrive libri e basta?”

 

 

 

Ad Agrigento mercoledì prossimo, 6 novembre, a Casa Sanfilippo, sede del Parco della Valle dei Templi, la Società agrigentina di Storia Patria, l’associazione culturale Maria Cristina di Savoia, il Parco dei Templi e Ande, hanno organizzato alle ore 17:30 un convegno sul tema: “Primo Levi, pedagogo della dignità, a cento anni dalla nascita”. Il responsabile organizzativo è Franco Zanini. Interverranno Calogero Brunetto, Salvatore Cardinale, Angelo Natalello, Marina Arnone, Adalgisa Monreale, e Carola Depaoli. Voce recitante di Giusi Carreca.