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Il presidente della Regione, Nello Musumeci, ha compiuto un sopralluogo a Licata a seguito del recente nubifragio e dei danni provocati. Musumeci, accompagnato dal capo della Protezione civile regionale, Calogero Foti, e dal sindaco, Giuseppe Galanti, ha affermato: “La dichiarazione dello stato d’emergenza o calamità naturale non sono di competenza della Regione ma del Governo nazionale. Appena eseguite tutte le verifiche, e quando si conoscerà l’entità dei danni subiti, la Regione si rivolgerà al Governo nazionale per chiedere la dichiarazione dello stato di calamità per Licata. Per il potenziamento delle strutture di contenimento del fiume Salso sono pronti 15 milioni di euro”. A conclusione, Musumeci ha invitato tutte le parti interessate ad un prossimo incontro ai primi di dicembre a Palermo.

 

 

E’ fissata per domani, venerdì 22 novembre alle 10 nei locali dell’ Urban Center (ex mattatoio comunale) di via Berlinguer, la conferenza stampa di lancio del nuovo servizio “porta a porta” del Comune di Favara.
L’incontro, organizzato dall’amministrazione comunale e dall’Iseda, impresa capofila della Rti che ha in appalto il servizio, servirà per presentare alla cittadinanza i dettagli del nuovo servizio di raccolta differenziata, che partirà prossimamente.
Alla conferenza stampa, aperta a tutti i cittadini che vorranno partecipare, saranno presenti il sindaco di Favara Anna Alba, l’assessore comunale all’Ambiente Giuseppe Bennica e l’architetto Michele Genuardi in rappresentanza del Raggruppamento temporaneo di imprese.
Gli amministratori locali e i rappresentanti delle ditte, forniranno tutti i dettagli inerenti il nuovo porta a porta, i calendari per i conferimenti giornalieri, tutto il materiale informativo e le brouchure che saranno successivamente consegnate ai cittadini insieme ai mastelli prima dell’avvio effettivo del nuovo servizio. Il primo giorno per la consegna dei mastelli, è fissata per il prossimo lunedì 25 novembre.

Migliorare l’ambiente e la qualità di ciò che mangiamo per salvare il pianeta e preservare più a lungo la nostra salute, con tanti accorgimenti che ognuno di noi può adottare ogni giorno. Si parlerà anche di questo al convegno sul tema “Una nuova politica per la tutela dell’ambiente e la salute dell’uomo – Verso Agenda 2030” il convegno organizzato dall’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali, presieduto da Maria Giovanna Mangione, in programma venerdì prossimo dalle 8:30, nell’aula magna Luca Crescente del Polo universitario di Agrigento.
Il convegno sarà suddiviso in due sessioni: durante la prima, dalle 8:30 alle 13:30, si discuterà di “Dall’agroecologia all’economia circolare per la salvaguardia della salute dei cittadini e degli ecosistemi”; nella seconda sessione dei lavori, dopo una degustazione di prodotti della biodiversità siciliana, quindi dalle 15 alle 19:30, si approfondiranno temi legati a “Le nuove politiche regionali, nazionali ed europee verso Agenda 2030”.
Durante la pausa pranzo, dalle 13 alle 15, prevista una degustazione dei prodotti della biodiversità siciliana.
“Abbiamo voluto organizzare questo convegno – afferma Maria Giovanna Mangione – per affrontare temi che riguardano tutti noi da molto vicino essendo la tutela dell’ambiente e le nuove politiche di produzione di cibo, strettamente connessi al nostro star bene. Per questo da un’idea di politica, legata alla sostenibilità delle produzioni agricole, alla salvaguardia della fertilità dei suoli e alla protezione dell’ambiente, nasce la protezione della salute umana. Argomenti come atti di congresso di una politica nuova, quella di Agenda 2030, recentemente trattati al Congresso nazionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali, svoltosi a Matera, che affronteremo anche con gli Ordini professionali dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri; dei Medici Veterinari, dei Chimici e Fisici della Sicilia. Un incontro importantissimo – conclude Maria Giovanna Mangione – durante il quale, soprattutto nella sessione pomeridiana, avremo modo di scambiarci opinioni, idee, nuove politiche di sviluppo per un nuovo Psr, per una nuova politica di sostenibilità non soltanto ambientale ma di agricoltura come cultura di un nuovo modo di pensare a noi, all’ambiente e alla salute umana”.

Dopo i saluti di Giovanni Di Maida, presidente del Polo universitario di Agrigento; del sindaco Firetto; Sabrina Diamanti, presidente del Consiglio nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali; Ettore Castorina, coordinatore dei Poli decentrati dell’Università di Palermo; Franco Celestre, vicepresidente della Federazione degli Ordini dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali della Sicilia; Vincenzo Nicoli, presidente dell’Ordine interprovinciale dei Chimici e Fisici della Sicilia; Giovanni Vento, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Agrigento; Nicola Maria Barbera, presidente della Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Veterinari della Sicilia, avrà inizio la prima sessione dei lavori centrata sul tema Dall’agroecologia all’economia circolare per la salvaguardia della salute dei cittadini e degli ecosistemi.
Al tavolo dei relatori Giovanni Dara Guccione, di Crea, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria; Giacomo Minio, docente di Economia e Politiche dei beni culturali al dipartimento Culture e società dell’Unipa; Calogero Romano, consigliere dell’Ordine dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali di Agrigento; Calogero Alaimo Di Loro, presidente del consorzio Isola Bio Sicilia; Mauro Uniformi, consigliere del Consiglio nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali; Maria Rosa D’Anna, direttore del Dipartimento Materno-Infantile dell’Ospedale Buccheri La Ferla di Palermo; Vincenzo Castronovo, comandante del Centro Anticrime Natura dell’Arma dei carabinieri; Valentina Palmeri, vicepresidente della IV Commissione Ambiente, territorio e mobilità all’Ars.
Nella seconda sessione si discuterà de “Le nuove politiche Regionali, Nazionali ed Europee Verso Agenda 2030” con Maria Giovanna Mangione; Guido Bissanti, della Consulta per la lotta alla desertificazione della Sicilia; Michele Catanzaro, vicepresidente della III Commissione Attività Produttive all’Ars; Margherita La Rocca Ruvolo, presidente della VI Commissione Salute, Servizi Sociali e Sanitari all’Ars; Rosalba Cimino, della XIII Commissione Agricoltura alla Camera Deputati; Fabrizio Trentacoste, della 9ª Commissione permanente Agricoltura e produzione agroalimentare al Senato; Dino Giarrusso, della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale all’Europarlamento; Dario Cartabellotta, direttore dell’assessorato regionale dell’Agricoltura, Sviluppo rurale e Pesca mediterranea.

“Chiediamo trasparenza assoluta nelle procedure di mobilità dei lavoratori Asu. La Regione renda pubbliche tutte le operazioni, le centralizzi e le coordini con una piattaforma che garantisca il rispetto della legalità, contro ogni possibile favoritismo”. Lo hanno detto oggi  i deputati regionali del Movimento 5 Stelle, Giovanni Di Caro, Valentina Zafarana, Roberta Schillaci, Nuccio Di Paola e Giampiero Trizzino, durante l’audizione in commissione Cultura, formazione e lavoro con l’assessore Scavone, i vertici del dipartimento Lavoro e i rappresentanti della categoria per discutere delle problematiche Asu.

“Grazie alle interlocuzioni con il governo centrale – aggiungono i deputati – riusciremo a porre la parola fine al calvario di questi lavoratori, che dura da vent’anni, per addivenire ad una definitiva soluzione. Abbiamo il dovere di farli transitare dalla categoria di ‘lavoratori in nero legalizzati’ a quella di lavoratori dotati di diritti e doveri, che per ben due decenni non hanno avuto. Sono lavoratori di fatto ma non di diritto e questo non è più accettabile. Inoltre l’intero bacino va reso omogeneo, perché non ci siano lavoratori di serie A e di serie B, come per esempio quelli che lavorano ancora alle dipendenze delle cooperative di servizio”.

“Abbiamo richiesto inoltre all’assessore Scavone – proseguono – la modifica della circolare del dipartimento Lavoro del 7 novembre sulle modalità attuative della mobilità, perché non diventi preda di interessi politici. La Regione si faccia carico della ricognizione dei posti disponibili nei vari enti e, in modo trasparente, della conseguente assegnazione in utilizzazione dei lavoratori”.

Fra emozioni e toccanti ricordi si è svolta anche quest’anno la cerimonia per la consegna della borsa di studio intitolata a Francesco Manzullo, giovane avvocato scomparso due anni fa prematuramente per una malattia incurabile.

La borsa di studio viene assegnata allo studente che nell’anno scolastico appena trascorso ha frequentato il liceo classico di Ribera e, con il miglior voto, si è iscritto alla facoltà di giurisprudenza.

Quest’anno la borsa è stata vinta dal giovane studente Pioemanuele Danile, che possedendo questi requisiti si è iscritto alla Lumsa di Palermo.

Alla cerimonia hanno assistito tanti amici e parenti di Francesco Manzullo con, in prima fila, il papà Giovanni e la sorella Nilla, che hanno seguito con commozione tutte le fasi del programma.

Ai saluti iniziali della dirigente scolastica dell’Istituto d’Istruzione Superiore “F. Crispi” di Ribera, che ospita il Liceo Classico, sono seguiti quelli del sindaco Carmelo Pace, del presidente del Lions Club del Ribera Pippo Vinci e di quello di zona Antonio Calamita.

È stata poi la professoressa Giovanna Quartararo a ricordare Francesco Manzullo, nelle sue vicissitudini scolastiche, mentre il suo amico d’infanzia Pietro Siragusa ne ha svelato gli aspetti intimi, anche leggeri ma sempre profondi, di una vita vissuta in armonia con gli altri.

È intervenuto pure il giovane studente in giurisprudenza Alfonso Urso, vincitore della borsa dello scorso anno, che ha rappresentato il carico di questa sua esperienza che si pone quasi come di continuità con un’altra vita spezzata ed incompiuta.

A seguire il presidente del Lions club di Ribera Pippo Vinci ha consegnato la borsa di studio al giovane studente Pioemanuele Danile, consistente in un assegno di €500.

A tracciare il profilo scolastico del vincitore di quest’anno è stata la professoressa Francesca Scozzari, che ne ha sottolineato gli aspetti inclusivi del carattere aperto e gioviale.

Il vincitore della borsa, infine, Pioemanuele Danile, ringraziando il Lions Club di Ribera, ha voluto segnare questo premio con una promessa di coerenza e di stimolo al fare bene per come indicato dalle tracce di Francesco Marzullo.

A chiudere la manifestazione è stato il governatore del distretto 108 YB del Lions Club International,  Angelo Collura,  che ha avuto parole di elogio per il Club di Ribera, rimarcando la sua presenza a questa manifestazione per il legame di amicizia con la comunità riberese e con la famiglia Manzullo, straziata da questa tragica esperienza.

Nel corso della cerimonia sono stati eseguiti alcuni brani musicali particolarmente toccanti dagli studenti della scuola ospitante,  Maria Grazia Caltagirone e Annalisa Piazza.

Le recenti dichiarazioni del pentito nisseno Pietro Riggio alimentano e rilanciano il sospetto delle presenze esterne a Cosa Nostra a Capaci il giorno della strage contro Falcone.


Adesso lo si è appreso perché adesso sono stati depositati gli atti al processo di secondo grado cosiddetto “Capaci bis” in corso innanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta. Si tratta del contenuto della trascrizione delle dichiarazioni del pentito di Resuttano, Pietro Riggio, e del confronto, avvenuto lo scorso 7 marzo, tra lo stesso Riggio, accusante, e Giovanni Peluso, il poliziotto già ispettore alla Questura di Roma accusato da Riggio di avere partecipato alla strage di Capaci e di essere in rapporti con i Servizi segreti.

E da quanto si legge negli atti emerge che, forse, così come a Roma in via Fani il 16 marzo del 1978 a uccidere la scorta di Aldo Moro, forse, non sono state, o non sono state solo, le Brigate Rosse, anche il pomeriggio del 23 maggio del 1992 a Capaci a incendiare il tritolo della strage contro Giovanni Falcone, forse, non sarebbe stato, Giovanni Brusca, finora tramandato alla storia come “Il boia di Capaci”, ma altri o anche altri. E infatti: Pietro Riggio racconta che in carcere, a Santa Maria Capua Vetere, Peluso si sarebbe rivolto a lui così: “Ma tu sei sicuro, credi ancora che il tasto del telecomando l’abbia premuto Brusca?”.

E Riggio, col senno di poi, commenta: “Non lo so perché mi dice questo. Però ho intuito subito, nell’immediatezza dei fatti, che sicuramente conosceva, sapeva qualche cosa, o diretta o de relato o non so come, che gli facesse affermare questa cosa che Brusca effettivamente non avesse premuto lui”.

Dunque, riemerge a galla l’ipotesi del doppio cantiere per l’esplosione. Giovanni Brusca è convinto di avere usato solo lui il telecomando. E invece adesso si alimenta il sospetto del secondo telecomando, già insorto altrettanto recentemente quando il pentito catanese Maurizio Avola ha raccontato che un ‘forestiero’ avrebbe aiutato i mafiosi siciliani: l’artificiere di John Gotti, il capo della famiglia mafiosa ‘Gambino’ di New York. E tra le motivazioni della sentenza di primo grado allo stesso processo “Capaci bis” (quattro ergastoli e un’assoluzione), i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta tra l’altro scrivono: “Nel presente procedimento viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a Cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni”.

E il giudice istruttore del processo “Trattativa”, Antonino Di Matteo, ha in più occasioni spiegato che la strage di Capaci probabilmente è stata etero-diretta e che, oltre all’esistenza di mandanti e concorrenti esterni, si sospetta la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra anche nella fase operativa-materiale”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Sono cinque i morti accertati nel bilancio relativo alla esplosione avvenuta ieri a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, all’interno di una ditta di fuochi di artificio. Ci sono anche due feriti in gravi condizioni che al momento stanno lottando tra la vita e la morte.

A morire subito dopo l’esplosione due impiegati della “Bagnato”, una ditta esterna che stava svolgendo lavori di manutenzione nell’azienda Costa, e la moglie del proprietario di quest’ultima impresa, Venera Mazzeo di 71 anni. A lottare contro la morte anche il figlio del proprietario, Bartolomeo Costa, 37 anni, trasferito d’urgenza a Palermo: Costa, nonostante le gravi ferite riportate su tutto il corpo ha cercato di salvare la madre senza, però, ottenere il risultato sperato. La donna è morta per le ustioni riportate. Il figlio è ricoverato in gravissime condizioni nel reparto grandi ustionati. Stessa situazione per un altro operaio della ditta, Antonio Bagnato ricoverato a Catania.

“Dai primi accertamenti – dice  Giancarmine Carusone, comandante della compagnia dei Carabinieri di Barcellona che stanno indagando sull’accaduto – sembra ci siano state due esplosioni perché all’interno della fabbrica c’erano degli operai con delle saldatrici: le scintille avrebbero raggiunto la polvere pirotecnica causando le esplosioni”.

Un testimone ha dichiarato che l’esplosione, in un primo momento, era sembrata di più un terremoto.

 

Il Capo del Governo Regionale, accompagnato dall’Ing. Calogero Foti, della Protezione Civile Regionale e dall’ing. Alongi, del Genio Civile, ha incontrato il Sindaco Giuseppe Galanti, il Presidente del Consiglio comunale, Giuseppe Russotto e altri amministratori e consiglieri comunali, nonchè tecnici del Comune.

Sono stati eseguiti alcuni sopralluoghi per rendersi conto dei danni provocati dalle avverse condizioni meteomarine e, nello stesso tempo, si è ragionato sulle soluzioni a breve e a lunga scadenza. Musumeci ha chiesto al sindaco di conoscere i progetti in atto presenti presso l’ufficio tecnico comunale, in modo di organizzare per i primi di dicembre un primo tavolo tecnico.

Il Governatore è stato sul ponte Serrovia per avere un’immediata visione della foce del fiume Salso e del quartere Fondachello Playa tuttora allagato. La verifica è continuta sul ponte di Via Mazzini per la restante parte nord della città.

L’appuntamento a questo punto è per i primi di dicembre, quando, dicevamo, si parlerà di soluzioni e finanziamenti.

“La mia impressione è assolutamente positiva – ci dice il sindaco Giuseppe Galanti – il governatore Musumeci è persona determinata e perbene. E’ arrivato a Licata per fare, tanto è vero che si è accompagnato con i capi tecnici della Protezione civile e del Genio. Da domani, anzi già da ieri, lavoriamo in diretto contatto con il dottore Foti, responsabile regionale del dipartimento Protezione civile”.

Franco Pullara (Siciliaonpress)

 

Certo, fa un certo effetto vedere che nelle classifiche di ogni “benessere” la città di Agrigento prima scala 40 posti e poi, qualche mese dopo, si ritrova fanalino di coda in un altro studio su scala nazionale.

Fermi, fermi, lo sappiamo tutti che si tratta di classifiche e, quindi, di ricerche effettuate in base a parametri sostanzialmente diversi. Ed ancora; un conto è studiare solo sulla città e un altro è analizzare tutto il territorio provinciale.

E la politica? Già, la politica. Quella scienza e quell’arte di governare che deve entrare in tutto e per tutto. Nulla si muove se non c’è lo zampino della politica.

E’ un’offesa per le proprie orecchie, però, ascoltare come i politici riescano anche a criticare laddove il disastro viene coniato dalla politica stessa.

Dunque, Agrigento all’ultimo posto. Si tratta di uno studio effettuato in tutta la provincia. Il dato principale che spinge nel baratro la Città dei Templi riguarda la sanità.

Prendo spunto da una nota inviata oggi alle redazioni da parte degli assessori Hamel e Battaglia e della consigliere comunale Bruccoleri. Comprendiamo perfettamente che c’è da difendere la “Ragion di Stato”, ma scivolare in morbide bucce di banane può diventare assai pericoloso.

La Bruccoleri, sostanzialmente, dichiara come l’ospedale di Agrigento e tutta la sanità siano da terzo mondo; però non fa i conti che il bistrattato San Giovanni di Dio viene collegato a tutta la “questione sanitaria” della provincia e che, di conseguenza, sul  capoluogo si ritorcono i disastri ospedalieri di Canicattì, Licata, Ribera e così via dicendo. La consigliera comunale avrebbe dovuto (più che potuto) far mente locale su come appena qualche giorno addietro sia stato trattato un proprio congiunto nel reparto di cardiologia dell’ospedale di Agrigento. Dica, con sincerità, se il trattamento ricevuto mostrava connotati da terzo mondo oppure è stato eccellentissimo. Lo dica, per favore.

All’avvocatessa Bruccoleri e a tutti i lettori voglio raccontare un episodio avvenuto poco tempo fa ad un “paziente” agrigentino che vive da alcuni anni a Milano. Colpito da calcolosi della colicisti il paziente si è recato all’ospedale Humanitas di Milano; gli è stato riferito che l’intervento (per l’asportazione) poteva essere effettuato non prima di due anni! Il paziente, tanto paziente e con non poca sorpresa, se ne torna a casa; la settimana successiva viene colpito nuovamente da forti dolori. Torna all’Humanitas e, vista la “gravità” della situazione, i medici gli dicono che potrà essere operato entro un mese.

No, non stiamo scherzando. Questa è storia! Consigliere Bruccoleri, vuol sapere come è finita? Quel paziente di Milano è venuto ad Agrigento, in 24 ore è stato operato al San Giovanni di Dio e il giorno dopo è tornato a Milano.

Perché la politica? Questo giornale appena una settimana addietro ha pubblicato un articolo (e delle foto) riguardante il nosocomio agrigentino. L’acqua che entra da tutte le parti e alcune sale operatorie chiuse! E lei, consigliere Bruccoleri, unitamente a tutto il Civico Consesso dove eravate, cosa avete fatto? Chi deve difendere i diritti alla salute dei cittadini? Qualcuno ha detto una sola parola? Qualcuno si è recato in ospedale o all’Asp per protestare? Silenzio assoluto.

L’Asp, c’è anche l’Asp. Principale responsabile dei disastri sanitari. E dire che l’Asp dovrebbe essere quell’organo atto a garantire “nel migliore dei modi” il diritto sanitario di ogni cittadino. Con la salute, con la vita non si scherza.

Mi viene in mente un “passato” direttore generale dell’Asp, Lucio Ficarra, il quale, il giorno del suo addio ad Agrigento, nel corso di una vera e propria autocelebrazione, sottolineò il fatto che aveva lasciato l’Azienda con un utile di alcuni milioni di euro! Poco importa se nel frattempo il 40% degli ascensori dell’ospedale non funzionavano. Poco importa se da 5 anni alcuni reparti richiedono gli ecografi e nessuno muove un dito. Poco importa se primari e medici sono costretti ad “operare” fra mille difficoltà, con turni massacranti, senza infermieri, senza portantini e a volte, ahimè, anche senza piccoli strumenti o attrezzature che salvano la vita di ogni persona. A qualcuno interessa se qualche primario deve recarsi in sala operatoria con l’ombrello? E Ficarra…

Avvocato Bruccoleri, assessori Hamel e Battaglia, adesso ascoltatemi: venite con me a fare un giro in periferia (non tanta periferia) con una telecamera e vediamo se i problemi agrigentini riguardano solo la sanità.

A che ora ci vediamo e dove?

I pentiti Maurizio Avola e Pietro Riggio depongono al processo di secondo grado “Capaci bis” in corso a Caltanissetta innanzi alla Corte d’Assise d’Appello. I dettagli.


A Caltanissetta, al palazzo di giustizia, innanzi alla Corte d’Assise d’Appello, è in corso il processo di secondo grado cosiddetto “Capaci bis”, ovvero il secondo troncone dell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Falcone il 23 maggio del 1992. Gli imputati sono Salvo Madonia, Lorenzo Tinnirello, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, già condannati all’ergastolo in primo grado, e Vittorio Tutino, assolto. E’ stato ascoltato come testimone il pentito catanese Maurizio Avola, già fedelissimo dei capimafia di Catania Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, e che si è auto-accusato di più di 70 omicidi. Avola, tra l’altro, si è soffermato soprattutto sul tritolo esploso sotto l’autostrada tra Palermo e Trapani, e ha dichiarato: “L’esplosivo proveniva da Messina e da Reggio Calabria. Era morbido, della consistenza del pongo. Era all’interno di bidoni utilizzati per le olive. Ercolano mi disse di preparare due di questi bidoni pieni. Si parlava del fatto che si doveva fare la guerra allo Stato a partire dai magistrati. Lo abbiamo trasportato con una Fiat Uno bianca. Siamo arrivati a Termini Imerese e l’abbiamo lasciato in un rifornimento. I telecomandi li abbiamo consegnati dopo, 15 giorni prima della strage di Capaci. Nel ‘92 ho conosciuto un esperto di esplosivi a casa di Aldo Ercolano. Era poco più alto di 1.80, robusto, capelli scuri. Vestiva elegante. Mi dicevano che era venuto per dirci come si preparava un esplosivo. Aveva la parlata tipica dell’italo-americano. Mi fu presentato come appartenente alla famiglia mafiosa americana di John Gotti. Ci disse come funzionava questo esplosivo potentissimo, come piazzarlo, come ottenere le frequenze giuste e l’utilizzo del detonatore. Mi fu presentato perché doveva partecipare alla strage di Capaci. Alcuni boss catanesi erano contrari alle stragi, ma non si potevano opporre all’alleanza con i corleonesi. Il programma stragista cominciò nell’aprile del 1991 quando fu deciso l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti. Fu deciso in provincia di Trapani in una riunione di capi mandamento. Doveva essere una catena di omicidi. Questa era la strategia”. Nel corso della stessa udienza è stato ascoltato un altro collaboratore, Pietro Riggio, ex poliziotto penitenziario ed ex capomafia di Resuttano in provincia di Caltanissetta, che ha ribadito: “Nel periodo della mia detenzione a Santa Maria Capua Vetere ho conosciuto diversi ex appartenenti alle forze dell’ordine. Tra questi anche Giovanni Peluso, ispettore della Questura di Roma, e un tale Giuseppe Porto. So che entrambi hanno avuto rapporti con i Servizi segreti”. In particolare, Giovanni Peluso è stato accusato da Riggio di avere partecipato alla strage di Capaci. E lui, Peluso (a confronto con Riggio lo scorso 7 marzo e gli atti sono stati appena depositati al processo), lo ha smentito e ha controbattuto: “E’ dimostrabile che non ho potuto materialmente esserci, perché stavo al corso per sottufficiali. Come facevo ad andare a Capaci?”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)